Questo è un libro curiosissimo, molto originale. Raccoglie trentotto brani in prosa, senza titolo e senza una data precisa, composti in un periodo molto lungo, dal 1928 al 1959. Si tratta di pezzi assai eterogenei: alcuni sono veri e propri racconti, altri hanno la forma del ricordo autobiografico, altri ancora paiono prove giornalistiche o stralci di reportage. Tutti, però, hanno un oggetto comune: il carattere e l’ambiente degli italiani, del Nord come del Sud, dei piccoli borghi di montagna come delle grandi città dell’arte e della cultura, della borghesia e della proprietà fondiaria come del più povero ceto contadino.

È pressoché impossibile, però, ricavare un’impressione generale o un filo rosso; anche l’interessante prefazione di Ernesto Ferrero non aiuta. Forse con Comisso il massimo che si può conseguire è il minimo risultato utile, ossia constatare una ricercata volontà, nell’autore, di rievocare determinare atmosfere, un po’ strapaesane, un po’ poetiche, un po’ malinconiche: quelle della casa di famiglia e del desco, dell’amicizia e della passione, delle piccole cose e della buona tavola. Sono anche, in un certo senso, prose del disarmo, connotate dallo sguardo irresoluto di un autore che della propria vita avrebbe voluto fare un capolavoro e che si è trovato, in seguito, alla costante ed inappagata ricerca di un ubi consistam in cui riconoscere se stesso, le proprie radici e il DNA del popolo cui sembra appartenere solo per sorte. Personalmente, non posso che segnalare due piccole gemme, davvero espressive di questa singolare personalità letteraria: il capitolo n. VII, che si potrebbe intitolare “Il bicchierino”, e il capitolo n. XXV, che dovremmo denominare “Un insolito carteggio”. La tenerezza domestica del primo e l’aura quasi mitologica del secondo costituiscono prove concrete dei due essenziali poli di attrazione di tutti i testi contenuti nel volume: della sapiente e resistente risorsa di una tenacia atavica, ma anche della necessità quasi romantica di proiettarsi in un irrazionale ideale di primitiva completezza.

Giovanni Comisso, alla fine, si conferma un rabdomante: si lascia guidare dall’intuito o, meglio, dall’istinto, dalle sensazioni che i paesaggi, i colori e le cose risvegliano, di volta in volta, nei suoi occhi, nella sua mente, nel suo corpo. Non concede mai nulla, direttamente, a riflessioni di più ampio respiro: semmai queste si stagliano soltanto sullo sfondo, in uno stato d’animo che sempre domina la scena, che formalmente occupa lo spazio di qualsiasi potenziale concetto o di qualsiasi eventuale rilievo critico, pure immediati, tuttavia, nelle sensazioni che inevitabilmente prova il lettore. È una scrittura da riscoprire, allusiva, sicuramente lontanissima da quella linearità di cui oggi si predicano le virtù. È un’intera esperienza di stile, e anche di vita, che si intravede nelle pagine di Comisso, quella di un primo Novecento che ha ostinatamente ma contraddittoriamente cercato di rinnovarsi in ambizioni destinate a rimanere comunque travolte.

Il ricordo di Goffredo Parise

Il premio Comisso

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Una collezione di 264 netsuke è ciò che all’Autore rimane della storia intensa, gloriosa e anche drammatica della sua famiglia. Ripercorrerla significa seguire le tracce di una preziosissima raccolta di piccoli capolavori giapponesi, che da un certo momento in poi diventa partecipe delle tormentate vicende degli Ephrussi, dinastia di commercianti e banchieri di prim’ordine nell’Europa tra Ottocento e Novecento. Edmund de Waal, però, non si cimenta nel racconto con lo spirito claudicante del biografo principiante. Vi si immerge con il temperamento elaborato del critico e dell’artista, e non senza una certa sensibilità storica, unita ad una particolare attenzione per il costume e per la cronaca.

Seguire le orme del primo proprietario dei netsuke, Charles Ephrussi, nella Parigi degli Impressionisti, non è soltanto un modo per risvegliare la voglia di rileggere Proust: serve a capire molto dell’alta borghesia francese, dei suoi riti e dell’antisemitismo continentale, dovunque sempre strisciante. Del resto, sono gli orrori della persecuzione nazista e dell’incombente Shoah a sorprendere anche il ramo viennese della famiglia, completamente travolta assieme ai netsuke, nell’intimo del suo Palais sulla Ringstrasse, privata di ogni sua ricchezza e costretta ad un fortunoso esilio. Le peripezie di Viktor, della moglie Emmy e dei loro figli assumono un valore in tutto e per tutto simbolico, al pari del destino dei graziosi ninnoli nipponici, salvati dall’astuzia della fedele cameriera, portati dopo la guerra in Inghilterra dalla volitiva Elisabeth e poi ancora traslati nel paese del Sol Levante, dove Ignace “Iggie” Ephrussi avvia una nuova vita con il compagno Jiro.

Riesce facile capire il successo di questo libro. La scrittura è leggera e gradevole, senza essere banale; i dettagli non distraggono, anzi, rafforzano di pagina in pagina una curiosità che non può che essere crescente; le figure della famiglia Ephrussi, accompagnate da un corredo fotografico essenziale e suggestivo, suscitano vera partecipazione. Inoltre il lungo viaggio dei netsuke non corrisponde ad un esclusivo e specialistico interesse dell’Autore, che pure è un fine e riconosciuto ceramista; i netsuke vagabondi rinnovano le sorti dell’Ebreo errante e le sue tragiche peripezie, dagli shtetl dell’Ucraina alle rive del Mar Nero, da Odessa alle capitali del continente e ancora più in là. Quei netsuke non sono altro che potenti talismani, veicoli sapienti di memorie che, dopo gli orrori dell’ultimo Secolo, non si possono più cancellare.

Le parole di de Waal, alla fine, testimoniano la conquista individuale di una coscienza che deve essere collettiva: “Il problema è che (…) vivo nel secolo sbagliato per bruciare le cose. Appartengo alla generazione sbagliata per lasciar perdere. Penso ai libri di un’intera biblioteca sistemati con cura dentro casse e scatoloni. Penso a tutti i roghi appiccati da quegli altri, penso alla cancellazione sistematica delle storie, alle persone separate dai propri beni, e poi dai propri familiari, alle famiglie separate dai propri vicini di casa. E poi dal proprio paese” (p. 385). Da questo punto di vista, il regalo migliore che questa lettura può dare è la riscoperta di un tema che sarebbe stato caro a Walter Benjamin. Forse, anche nella casa di ciascuno di noi esistono dei netsuke: se ci è rimasto qualcosa della nostra famiglia e della nostra storia, anche solo qualche cartolina o un anello o un quadro o una poltrona, custodiamole con cura; perché le piccole cose hanno la forza di assorbire, di trasmettere e di illuminare esistenze intere. Distruggere o perdere queste cose, in fondo, è come ri-distruggere e ri-perdere le intelligenze che gli hanno dato significato.

Il Booktrailer

Due recensioni: Livia Manera e Mara Accettura

I netsuke dell’Autore

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Il secondo è importantissimo, forse più del primo, perché preannuncia la possibilità della conferma definitiva, che non potrà che arrivare, però, solo con il terzo… Non è un indovinello: è che, quando uno scrittore coglie nel segno anche con l’opera “seconda”, c’è da essere davvero speranzosi di poter godere di prossime e soddisfacenti letture. Il palermitano Enzo Baiamonte, radiotecnico ormai pentito e investigatore per diletto, era personaggio già ampiamente promosso ne Il libro di legno, precedente e sottile avventura d’esordio. Ora si ripete e, anzi, “debutta in società”: ha il coraggio di mostrarsi in pubblico anche con la sua graziosa e riservata compagna, la sarta Rosa; ma, soprattutto, ha deciso di munirsi di un ufficiale “patentino” da detective, per imboccare la strada di una vita nuova e palpitante, oltre che (incrociamo le dita e diamolo già per certo…) di una fortunata serie letteraria.

Non è un caso che Gian Mauro Costa sia stato affiancato a Sciascia e a Camilleri. Di quest’ultimo ha assunto la disposizione “colorita” per l’uso di espressioni dialettali e il compiacimento divertito per una sicilianità bonaria e a suo modo solida e moralmente integra. Dello scrittore di Racalmuto ha mutuato il profondo interesse per l’analisi socio-culturale e per la decostruzione dei modelli, delle prassi e delle abitudini su cui si sono costruiti e vicendevolmente rafforzati degrado civile e malavita mafiosa. Questi sono anche i due poli attorno ai quali ruota la nuova avventura di Baiamonte, che un po’ suo malgrado, un po’ per la singolare ed ostinata umanità che lo contraddistingue, si trova ad organizzare le “luminarie” di una sagra rionale gestita dai boss locali e, nel contempo, a ricostruire le strane ed allucinate vicende di un giovane garzone disadattato. Le due strade, naturalmente, si incontreranno, tra le stucchevoli (ma sofisticate ed allusive) canzoni neomelodiche della festa di piazza, le “ammazzatine” dei clan e i traffici di droga, le tombe del cimitero cittadino e i conti (da saldare) di una vecchia e drammatica rapina…

Come sempre, comunque, ciò che rende valida una figura alla Baiamonte non è una trama od un soggetto; Baiamonte piace, e non può che essere così, perché, in tutta la sua “splendida” mezza età, legge fumetti, gioca a carte con gli amici, ascolta musica beat ed è un “giovanotto” inguaribilmente scanzonato. Difficile non affezionarsi.

Un approfondimento sull’Autore

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Nel Palace Hotel di Fort Romper, Nebraska, si incrociano casualmente le strade di cinque uomini: lo Svedese, un uomo dell’Est, un cowboy, il giovane Johnnie e suo padre, Pat Scully, che è anche il proprietario di questo singolare albergo dipinto di azzurro, immerso nel selvaggio West e in una furiosa tempesta di neve.

La situazione è subito ambigua, carica di tensione, perché lo Svedese sembra animato da un comportamento innaturale, da una paura che gli altri avventori non riescono a comprendere, quasi che su di lui penda il rischio di un’inevitabile sventura. Un po’ di whiskey ne cambia l’umore, che presto si fa sfrontato e provocatorio. Così, durante un banale gioco di carte, il destino si ripresenta e i nodi vengono drammaticamente al pettine: “All’improvviso risuonarono tre parole terribili: ‘Tu stai barando!’ Sono situazioni, queste, che confermano come gli ambienti non abbiano la benché minima predestinazione. Qualsiasi stanza può essere buona per una tragedia o per una commedia. Quel particolare, piccolo locale adesso sembrava odioso come una camera di tortura: le espressioni assunte dagli uomini l’avevano trasformato all’istante” (p. 35). Non è, tuttavia, il duello che segue a questa scena a far sì che la dura sorte dello Svedese si realizzi. Certo, ha accusato il figlio di Scully e lo ha battuto, e il cowboy e lo stesso Scully non sono per nulla contenti. Ma la notte dello Svedese si evolve diversamente. Una volta andatosene dall’albergo, si reca in paese, e qui si consuma, quasi inaspettatamente, ciò che si poteva presentire sin dall’inizio del racconto.

Stephen Crane non è un Autore che si capisce “al volo”. Quando avevo letto Il segno rosso del coraggio (1895) – da molti ritenuto il primo grande romanzo moderno sulla guerra (reperibile anche on line) – ero rimasto disorientato. Avevo compreso che vi erano già illustrate le stesse accuse che di lì a poco avrei letto anche ne Il fuoco (1916) di Henri Barbusse o ne La paura (1930) di Gabriel Chevallier o ne Un anno sull’altipiano (1938) di Emilio Lussu. Che si trattasse della Guerra Civile Americana o della Grande Guerra, le esperienze di un giovane soldato erano perfettamente comparabili, nello smarrimento e nell’eroismo, ma anche nella scoperta di orrori indicibili e nella tragica consapevolezza di essere “carne da cannone”. Però nel libro di Crane c’era qualcosa in più, qualcosa di diverso, di intimamente legato ad un addebito specifico e inafferrabile, che non si nutriva esclusivamente di condivisibili istanze di rivendicazione sociale o di denuncia umanitaria.

Forse questo addebito aveva a che fare con la verità crudele che in The blue hotel (1898), questo perfetto congegno narrativo, viene affermata in chiusura dall’uomo dell’Est: “Anche il peccato viene da una specie di collaborazione tra le persone (p. 63)”. Ecco, probabilmente la morale è proprio questa: non c’è mai un solo carnefice, e spesso colui che si ritrova a rivestire il ruolo del colpevole è solo l’ultimo anello di una catena assai aggrovigliata, nella quale non basta essere stati meri spettatori per poter essere veramente assolti. È l’umanità ad essere dannata, e nella grande letteratura non c’è niente di più americano di questa terribile acquisizione.

Una recensione

Il testo in lingua originale

Una piccola scheda video su Stephen Crane

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È il libro che quest’anno ha vinto il Premio Campiello e che senz’altro può appagare una sensibilità trasversale a diverse fasce di lettori. Gli ingredienti giusti ci sono tutti: è una saga di famiglia, ambientata in una terra piena di contrasti e storicamente difficile; è un racconto di passioni, sentimenti e rivendicazioni socio-culturali; è un viaggio alla ricerca delle proprie radici e dei misteri su cui poggiano; è un dialogo tra un padre ed un figlio; è un esperimento di mescolanza linguistica e di sinergia semantica; è un atto d’amore nei confronti delle ricchezze straordinarie che l’Italia custodisce nella profondità del suo passato.

La genealogia degli Arcuri è ripercorsa dalle parole dell’ultimo maschio della stirpe, la chiara voce dello stesso Autore, anch’egli originario della Calabria e trapiantato in Trentino. Ma il personaggio principale è il Rossarco, una collina profumata che la determinazione della famiglia ha reso fertile nel corso dei decenni. Sul Rossarco, ed alla sua ombra, accadono tutti i principali fatti del romanzo, ed è il Rossarco, infatti, ad attirare le attenzioni di Paolo Orsi, uno dei più importanti archeologi dell’Italia unita. La sua ricerca, quella dell’antico insediamento di Krimisa e dei tesori della Magna Graecia, si intreccia in modo decisivo con la vita di Michelangelo, il padre dell’io narrante, e di sua sorella Ninabella. Sono molti gli accadimenti, tristi e felici, che i due si trovano ad affrontare, sullo sfondo di una società ancora arretrata, che, tuttavia, ambisce a migliorarsi e “riscattarsi”, nonostante povertà, ignoranza, sfruttamento e prevaricazione sembrino cifre immodificabili di una condizione destinata a ripetersi anche nel futuro. La rivelazione conclusiva, dovuta ad un improvviso e rovinoso evento, suggella il vero e diretto lascito del libro, anticipato, sin dall’inizio (p. 20), dalle parole del colto e attento Orsi: “Questi luoghi sono ricchi fuori e dentro. Solo chi è capace di amarli sa capirli e apprezzarne la bellezza e i tesori nascosti. Gli altri sono ciechi e ignoranti. O disonesti e malandrini che pensano solo alle loro tasche”.

Forse la lettura può ispirare un senso di déjà vu (o sarebbe meglio dire di déjà lu). Eppure la sintesi di istinto, cuore, fervore ideale e politico tiene. L’Autore, infatti, si abbevera del migliore meridionalismo, personificato anche nella figura di Umberto Zanotti Bianco, fatto interagire direttamente con i protagonisti della narrazione, e quindi del tentativo di coniugare crescita civile ed economica con crescita culturale e morale, saldandole entrambe alle radici di un impegno collettivo e diffuso che esige da secoli di trovare credibili punti di approdo. La lezione, naturalmente, non vale soltanto per il Sud; vale per tutta l’Italia.

Una lunga serie di recensioni (dal sito dell’Autore)

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Leggo Petros Markaris dai tempi di Difesa a zona. Mi riesce naturale essergli fedele, perché è davvero facile appassionarsi ad un commissario come Kostas Charitos, che nelle difficoltà del mestiere, così come in quelle familiari, si aggrappa al vocabolario e riflette sulle parole. Se non ci capisce più nulla, sfoglia il Dimitrakos; se fosse Montalbano, al quale da molti viene accostato, sfoglierebbe il Devoto-Oli, e la cosa mi fa sempre sorridere. Charitos, poi, è dotato di una pazienza, di una franchezza e di un’umanità che, alla lunga, ne rappresentano le doti che gli permettono di risolvere i pasticci su cui deve indagare e che lo rendono anche incredibilmente simpatico, come poliziotto dall’innato buon senso e dal radicato realismo.

Nell’ultima “avventura” il commissario ellenico è alle prese con una vicenda tanto grottesca quanto adeguata alle tragiche contingenze dell’attuale crisi economica: un misterioso Esattore nazionale uccide gli evasori fiscali che non si pentono e che non versano il dovuto nelle casse del poverissimo erario greco. Così per Charitos riprende l’ordinario calembour di ipotesi e ricerche, supportato dalla sua squadra e, soprattutto, “sballottato” tra le vie di un’Atene in disarmo, costantemente in sciopero e in protesta, e le ansie della figlia Caterina, morsa dallo sconforto che, come abbiamo recentemente tematizzato nel nostro Paese, attanaglia tutta la “generazione perduta”. Sul primo versante, rischia di giocarsi una promozione insperata; sul secondo, teme che la sua “piccola”, da poco sposata, lasci per sempre la Grecia.

Naturalmente Markaris regala dettagli avvincenti e lascia che la nostra immaginazione scorrazzi tra siti archeologici, poemi classici e “velenosi” ricordi filosofici. Ma il quid pluris della storia è tutto nella descrizione del contesto, quello di uno Stato e di una società alla corda, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello morale. Nel ritrovato e conclusivo coraggio di Caterina, tuttavia, c’è sicuramente un segnale di speranza; ed è bello, peraltro, che quel coraggio nasca dalla testimonianza di un amor di patria tenace, che viene da un passato di oppressione e di resistenza. Del resto, questa volta, si ha la sensazione che Charitos sia “stanco”, che anche il caso non venga risolto direttamente da lui e che ciò corrisponda ad una chiara scelta di Markaris: i genitori non possono combattere da soli crisi e corruzione; devono lasciare “la palla” anche ai propri figli, ai giovani, provando ad indicargli, se possibile, le migliori fonti d’ispirazione e creando, così, in verticale prima che in orizzontale, i presupposti per un nuovo “patto sociale”.

Petros Markaris sulle tendenze del crime novel in Europa

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Su questo racconto si devono subito chiarire due cose: 1) conoscere Joseph Roth soltanto per La marcia di Radetzky, per La cripta dei cappuccini o per Giobbe è un delitto, perché sono senza dubbio le novelle, i pezzi più brevi e apparentemente più facili, a confermare l’Autore austriaco come un vero maestro; 2) l’occasione per apprezzare questa singolare bravura è sempre buona, nel senso che anche le estemporanee iniziative editoriali promosse dai quotidiani possono condurci a riscoperte meravigliose e, con ciò, a qualche prelibatase e, con ciò, a qualche gustosa “degustazione” letteraria. Infatti Il capostazione Fallmerayer (1933), già comparso nelle raccolte più eleganti di Adelphi e di Passigli, non perde certo il suo fascino nella leggerissima edizione stampata per Il Sole 24 Ore nella serie I libri della domenica (edizione nella quale viene accostato, come nelle precedenti occasioni, anche ad un altro capolavoro, il racconto intitolato Lo specchio cieco, del 1925). È un concentrato di perfezione e di equilibrio, ma anche di significati molteplici e nascosti.

In una prosa essenziale, ma soppesata con attenzione certosina, Roth ci descrive, al principio, la vita ordinaria e monotona di un capostazione austriaco, Adam Fallmerayer. Per lui si tratta di giornate sempre uguali, passate a compiere sempre le stesse azioni, in un’atmosfera senza accenti. Anche la moglie e le due figlie gli sembrano quasi toccate in sorte. La felicità di questa famiglia non è “quella dei ricchi”, non è quella del “Sud”, di quel luogo meraviglioso verso il quale si dirigono i treni velocissimi che in quella stazione non si fermano mai, di quei posti nei quali anche loro hanno la possibilità, ma solo per una breve vacanza premio, di soggiornare e di capire che, in verità, i “ricchi” portano il “Sud” in qualsiasi luogo si trovino. Poi, tutto d’un tratto, in questo clima malinconico irrompe l’evento, e qui comincia la seconda parte del racconto. Perché proprio uno di quei velocissimi treni, diretti al Sud, deraglia rovinosamente, poco distante dalla stazione di Fallmerayer. Questi si precipita, quasi timoroso, per offrire il suo aiuto, ma rimane bloccato ed incapace di reagire. Tuttavia, sempre all’improvviso, deraglia egli stesso: viene letteralmente colpito, tra le persone che viaggiavano sul treno e che sono state portate in salvo, da una donna, una contessa russa, che cerca di assistere e di cui finisce segretamente per innamorarsi. Dopo qualche giorno, passato lo shock dell’incidente, la donna riparte per raggiungere il marito, ma nella casa di Fallmerayer le sue tracce sono ormai indelebili e le cartoline di ringraziamento che giungono alla stazione non fanno che renderle ancor più visibili. Passa così del tempo, l’Impero austro-ungarico entra in guerra, è il primo conflitto mondiale e Fallmerayer viene destinato al fronte orientale, in Russia: il deragliamento interiore non può che prendere definitivamente la strada cui era destinato sin dal principio. Il capostazione coglie ogni opportunità disponibile per studiare il russo e per ritrovare la nobildonna Anja Waleska, con la quale fugge fino a Monte Carlo, in un susseguirsi di piccole e grandi vicende, descritte da Roth con il senso di un’estrema naturalezza, sino ad un epilogo parimenti inevitabile.

Al termine, preso dallo stupore per la sensazione di felice compiutezza che la novella mi ha lasciato, mi accorgo che le interpretazioni e le letture “colte” di questo ineguagliabile pezzo della narrativa mitteleuropea sono moltissime. Alcuni, stimolati dal nome del protagonista (Adam), vi scorgono un’allegoria di stampo biblico, quasi che il “deragliamento” di Fallmerayer corrisponda alla “caduta” del peccato originale. Altri, sulle suggestioni del ritrovamento di un’ulteriore ed inedita versione del racconto tra le carte di Marlene Dietrich, favoleggiano sul finale alternativo che in essa è contemplato e sul fatto che, forse, Roth, pur non rinunciando all’esito drammatico, avrebbe dissipato ogni dubbio sull’esistenza di sentimenti autentici. Altri ancora, poi, analizzano i minimi dettagli della novella, cercando di trarne conferme sull’interpretazione complessiva del pensiero socio-politico dello scrittore, ad esempio immaginando che lo studio della lingua russa da parte di Fallmerayer sia un gesto di simbolica affermazione dell’austro-slavismo di cui Roth si era fatto portavoce. D’altra parte, e sempre restando al filone socio-politico, si potrebbe anche pensare che, come in una sorta di fosca ma acuta premonizione, il mediocre capostazione di provincia altri non sia che la “figura” di una piccola borghesia ineluttabilmente travolta dagli sconvolgimenti del Secolo e dal sogno “impossibile” e “irrazionale” di trovare sorti nuove e “più grandi” di quelle realisticamente consegnatele dalla Storia. Non manca, tra l’altro, chi evidenzia il sottile e continuo gioco di rimandi tra l’opera di Roth e altre grandi opere della letteratura continentale, come se si potesse constatare, anche in questo piccolo gioiello, la ricorrenza di immagini e di stilemi di per sé significanti: Fallermayer si innamora di una nobildonna russa, così come il giovane Castorp, ne La montagna incantata di Thomas Mann, si invaghisce di madame Chauchat, consorte di un funzionario russo.

A mio giudizio, tuttavia, il fascino del racconto non risiede unicamente in questo suo singolare spessore, bensì in ciò che rende possibile una tale fecondità, e quindi nell’aura che l’Autore ha costruito con voluta sapienza. È come un’onnipresente enigmaticità, unita, però, ad un senso di scivolamento complessivo che, allo stesso modo, pervade ogni pagina. A ben vedere, quest’aura è quella di un disagio palpabile, che si avverte dall’inizio alla fine, quando si rivela assumendo i contorni definitivi di una sconfitta, dell’unica certezza effettivamente disponibile. Ebbene, la magia è tutta qui: comprendere che la grande letteratura ci arricchisce e ci sazia comunque, anche quando vuole decifrare il fato individuale e collettivo, e quindi anche quando può scuoterci e intimorirci.

Una suggestiva puntata di Pickwick (da Rai.tv), sulle orme di questo racconto, ma non solo…

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Ho sempre provato un sentimento di “paura” e di “rispetto” nei confronti di Carlos Fuentes. Presentivo che avrei dovuto dedicargli tempo e concentrazione, più di quanti possano sembrare necessari per la semplice lettura meccanica delle parole stampate sulle pagine. Così, venuto il momento per quel tempo e per quella concentrazione, l’aspettativa è stata confermata: Carlos Fuentes è effettivamente lussureggiante ed allusivo, disorientante e profondo, metaforico e polifonico, sociale e politico, filosofico e psicologico… e quindi è impegnativo, come vuole essere anche il ritratto del Messico che in tal modo ci consegna. Leggere Fuentes è come leggere Faulkner, Steinbeck e Vargas Llosa contemporaneamente; può dare alla testa. Destino, l’ultimo romanzo di questa impareggiabile figura intellettuale, scomparsa recentemente, non fa eccezione: è il racconto intricato ed enigmatico di una vita giovane e apparentemente promettente, ma bruscamente interrotta, e narrata post mortem in prima persona dalla testa mozzata del protagonista, adagiata sulla battigia di una spiaggia dell’Oceano.

Questo romanzo può riassumersi in una serie di interrogativi, destinati a rimanere a lungo inevasi, fino all’epilogo, in cui tutto sembra chiarirsi paradossalmente, come se tutto fosse stato già deciso sin dal principio: chi è Josué Nadal? Perché è stato ucciso? Che senso hanno avuto un’infanzia e un’adolescenza in solitudine? Che ruolo aveva l’indisponente profilo di María Egipciaca, la governante che si è presa cura di lui? Perché le cose sono andate così? Che significato ha avuto l’incontro con Jericó? Per quale motivo i due ragazzi, presto diventati inseparabili, come Castore e Polluce, si sono divisi e poi riuniti e poi, alla fine, scontrati? Chi sono i tanti personaggi misteriosi che Josué incrocia nel suo lungo apprendistato di uomo? Chi è, veramente, Lucha Zapata? E chi è Miguel Aparecido, il detenuto che Josué visita in carcere, sotto la guida del suo mentore, Avv. Prof. Don Antonio Sanginés? Quale futuro può garantire il lavoro al servizio del potentisismo Max Monroy? Quale ruolo ha la bellissima ed affascinante Asunta Jordàn? Perché Padre Filopàter, precettore tanto amato, compare nuovamente sulla scena, ma solo per un attimo?

Naturalmente le risposte stanno tutte nel libro. Quello che preme sottolineare non è tanto l’impressione incombente ed invincibile che queste siano il risultato di un fato irrimediabile, prodotto dalla concentrazione diabolica di tante delle forze più oscure e tiranniche del mondo contemporaneo. Il punto qualificante di Destino è l’estremo e totalizzante sconforto, in una concezione del mondo, anzi, dell’universo, che è tutta omerica, e che “condanna” tutti e ciascuno – e così anche il Messico e il suo popolo, e così anche il sognatore ingenuo, ma anche lo spregiudicato più determinato e presuntuoso – ad essere parte di un disegno comunque imperscrutabile. La letteratura e il pensiero sono una risorsa, ma possono fare soltanto qualcosa. Le immagini in cui ne possiamo scorgere la presenza o sono tangenziali (perché condannate ad uno spazio di auto-esilio: la drammatica parabola di Filopàter, ad esempio, è eminentemente simbolica), o sono poste dopo la vita (il racconto e il sogno non sono di questo mondo, sono voci di una testa mozzata, auto-cosciente soltanto in quel momento). E la verità, di rimbalzo, o è la constatazione cinica di una cultura fine a se stessa (Don Antonio Sanginés ne è il campione più autentico) o è il delirio di un dialogo che si può fare, soltanto casualmente, con l’oltretomba (e così si ritrova a fare anche Josué, con gli indizi che gli vengono dati dalla voce cavernosa di Antigua Concepción), o è, in ultima analisi, la constatazione di arbitrari “giochi di società”, che il potere costruisce a sua immagine e somiglianza (così come Monroy ha voluto fare, fino in fondo, arrivando a perdere anche il frutto del suo atroce esperimento, giacché non ha potuto che farsi “Zeus”, non potendo certo diventare signore del destino). È proprio giusto, allora, avere “paura” del “terribile” Fuentes…

Due ricordi di Carlos Fuentes: Glauco Felici e Giovanni Dozzini

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Quando si comincia un libro, specialmente se è particolarmente lungo, occorre essere tenaci e non mollare l’osso alle primissime difficoltà. Le soddisfazioni, infatti, possono essere nascoste proprio dietro l’angolo della pagina successiva. O possono rivelarsi solo alla fine, serbando per le ultime righe lo shock adrenalinico di un’inattesa rivelazione o, viceversa, l’istante appagante del compiersi tanto atteso di un’intera e complessa narrazione. In ogni caso, bisogna resistere, anche quando lo stile è frammentato ed allusivo, anche quando tutto (frasi e dialoghi e struttura…) sembra intriso dal più casuale assemblaggio di pensieri, associazioni mentali, flashback e spezzoni di vera e propria azione. D’altra parte, spesso, si tratta solo di impressioni, e può darsi che la sensazione negativa non sia neppure attribuibile ai demeriti dell’Autore, ma a quelli del traduttore, per il quale non è detto che sia poi così semplice riportare in modo “ficcante” il gergo, i doppi sensi e la rapidità di un linguaggio che pretende di essere tratto direttamente dalla scena.

Se si ha a che fare con Peter Temple, o meglio, con una sua versione italiana, una premessa di questo tipo è più che doverosa. Essa si adatta, quindi, anche al caso di Verità, che, al di là dell’iniziale disorientamento, è un poliziesco ben riuscito. Come sempre accade, infatti, questo genere letterario raggiunge un buon livello soltanto dove supera, almeno per un po’, il piano della suspence e del mistero, per toccare temi più profondi e per consegnarci figure capaci di suscitare empatia. Stephen Villani, il capo della Squadra Omicidi, la suscita senza troppe difficoltà. È un duro, reso ruvido da una vita, familiare e coniugale, sempre in salita, e  per giunta condannato a misurarsi quotidianamente con grandi e piccoli episodi di brutalità, e con un ambiente di lavoro che pare alimentarsi soltanto di arrivismo e cinica indifferenza. Ma Villani – qui viene il bello – vive anche della nostalgia di rapporti affettivi fondamentali, mai integralmente vissuti, eppure di continuo ripensati, ricercati e riscoperti. Sono queste aspirazioni, mai sconfitte, a rappresentare la verità di Villani, quelle che lo aiutano ad affrontare le indicibili e terribili verità del mondo che, come un incendio, lo circondano, lo minacciano, lo vogliono corrompere e corrodere, e ne mettono, così, alla prova il carattere e la fortezza.

Verità, ad ogni modo, offre anche ciò che di meglio possono dare, contemporaneamente, un thriller ed un giallo: c’è l’intreccio tra crimine, affarismo e politica; c’è la classica dinamica tra poliziotti “buoni” e poliziotti “cattivi” (o peggio, inetti); c’è la risorsa di un’intelligenza acerba e diversa (quella che si coglie, per fare nomi, nel giovane “sbirro” aborigeno); c’è il giusto ritmo, che, quando serve, subisce le giuste accelerazioni o le altrettanto inappuntabili frenate; c’è un commissario pieno di intuito, che vuole vedere e saggiare le cose di persona, e che peraltro si trova a mescolare, come prevede il buon copione, vita professionale e vita privata; c’è il finale che un po’ “te l’aspetti” e un po’, però, lascia pensare a nuovi intrighi e a prossime avventure; c’è, sullo sfondo, palpitante, l’ambiguità ancora prevalente di un continente in bilico tra la fatale superiorità della natura e le contaminazioni altrettanto fatali della colonizzazione più sfrenata. Si può dire, senza timore di esporsi troppo, che in questo scampolo torrido di agosto, Peter Temple vale certamente qualche minuto di siesta pomeridiana.

P.S.: se c’è un besteller che offre più di qualche spunto per una serie televisiva di sicuro appeal, questo è l’ultimo romanzo di Peter Temple; un po’ mi duole ammetterlo (i libri sono libri, la Tv è un’altra cosa), ma è la pura… Verità! P.S. bis: al termine della lettura, per riflettere ancora e per riemergere dal clima tagliente e rovente del libro, non c’è niente di meglio che Diamonds On The Inside di Ben Harper… I knew a girl / Her name was truth / She was a horrible liar

Una recensione da The Observer

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Ho seguito un suggerimento, per me molto qualificato, e ho dato, così, una seconda possibilità all’Autore del fortunato Le dodici domande, il bestseller da cui Danny Boyle ha tratto, pressoché istantaneamente, l’ancor più fortunato The Millionaire. È sempre difficile dare ad uno scrittore una seconda possibilità: specialmente quando la prima si è tradotta in un’esperienza positiva e soddisfacente ma senza particolari esaltazioni. Qui, poi, si partiva ulteriormente “in salita”: i “sei sospetti” è un titolo che, dopo le “dodici domande”, rischia di nascondere i “tre porcellini”… Per non dire della mole, che, a dispetto del “dimagrimento” suggerito dal titolo, è quasi esattamente doppia rispetto a quella del precedente romanzo: 533 pagine nette. Il libro, dunque, che in Italia è arrivato nel 2009, l’avevo volutamente saltato. E invece…

E invece i pregiudizi sono sempre duri a morire, ed è giusto, quindi, che vengano impietosamente smentiti. I sei sospetti è, ancora, “un’esperienza positiva e soddisfacente”, e Swarup si conferma un divertito interprete delle più disparate pulsazioni della società indiana. Anche la mia fonte, così, vede ulteriormente rafforzata, ai miei occhi, la sua credibilità.

Diversamente da quanto ci si potrebbe attendere, I sei sospetti non è un giallo e non è un thriller. Nella consueta pagina dei Ringraziamenti, Swarup dice di aver voluto raccontare “le storie intrecciate di sei esistenze separate in uno spazio rigidamente schematico”. A me sembra che si tratti una comédie humaine – più alla Saroyan che alla Balzac – occasionalmente esplosa attorno ad un grasso fatto, tutto immaginario ma per nulla inverosimile, di cronaca nera, nel quale, per le circostanze più varie, sono sospettati sei individui. Questi, in teoria, per provenienze, ceto, cultura, professione, riferimenti ideali e religiosi, mai avrebbero dovuto incontrarsi; e invece la sordida identità della vittima dell’omicidio di cui sono accusati finisce curiosamente per attirarli come un magnete e per sovrapporne gradualmente le sorti.

I profili dei sei personaggi sono, a loro volta, sei diversi e piccoli romanzi. I “tipi” di cui essi narrano incarnano modelli molto “potenti” ed efficaci: il burocrate laido e corrotto, la diva del cinema alla ricerca della redenzione personale, il giovane aborigeno come perfetto “pesce fuor d’acqua”, il ladruncolo speranzoso del grande amore e del successo, il politico “mafioso” e senza scrupoli, il turista americano dallo sguardo bovino. Queste figure costituiscono il luogo di una satira feroce nei confronti di un corpo sociale in cui tutto, davvero, è possibile, anche se le più nobili aspirazioni paiono vocate alla dimensione ingannevole di miti oggi inadeguati (v. la possessione di Mohan Kumar), di innocenti e flebili speranze primitive (come sono quelle del povero Eketi), di ingenue e terribili consapevolezze capaci di “non bucare” mai il muro dei sogni (v. il rapimento di Larry da parte di una cellula terroristica). Sono il compromesso, la degradazione morale e culturale, un fato di intrinseca sudditanza e povertà ad avere la meglio, posti come sono su di uno sgargiante palcoscenico di sfrenato consumismo, ambizione, violenza e fobie collettive.

L’epilogo, però, non è atteso. Se tutte queste storie potrebbero anche non accadere, allora anche la scoperta del vero colpevole deve essere complessa. Nulla più è lecito aggiungere… se non che, nel finale, Swarup dimostra di aver metabolizzato un certo Paul Auster e che, se ci si vuole divertire anche al termine della lettura, è sufficiente sostituire Vicky Rai con qualche noto volto italiano, scuotere il vaso di Pandora ed abbandonarsi a trame altrettanto in-credibili.

Una breve intervista all’Autore

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