Sono nove racconti pressoché perfetti, ambientati tra il Colorado e il Wyoming. La prosa è semplice e asciutta, giusto quella che serve, non una parola di più e non una parola di meno. Anche le storie sono essenziali, eppure curiose, originali e toccanti. Un veterinario si mette alla ricerca di una bambina sorda scomparsa nel deserto, rischiando la vita con serena, appagante e sorprendente tenacia. Un ragazzo che ha perso la sorella, e per il quale tutti si preoccupano, pesca e dorme d’inverno sulle rive selvagge di un torrente, e all’improvviso sorride. Una vecchia ranchera, ormai sola e malata, e anche un po’ scorbutica, cavalca a lungo, fino al paradiso, ma senza accorgersene veramente. Padre e figlia sfidano qualcosa che va al di là delle loro semplici paure, tra un puma affamato e un freddo letale. Un allevatore scapolo, un po’ saggio e un po’ smaliziato, riesce a mostrare a moglie e marito come si fa ad andare nel verso giusto. Uno sceriffo conciliante e prudente incontra comunque il suo destino. Un tizio vuole capire chi sia un altro tizio che gli ha lasciato uno strano messaggio sotto casa e che tutti dicono di conoscere e di non volerne sapere nulla. Un incubo si racconta da solo, e alla fine, dopo una scena quasi horror, non si capisce che cosa sia vero e che cosa sia falso. Un giovane aiuta un’anziana della riserva a morire felice, mentendole in modo provvidenziale. Ecco: è “l’arcipelago Everett” che si manifesta, riga dopo riga; e che ci cattura definitivamente.

Quasi ogni sabato faccio la mia sortita in un piccolo supermercato a conduzione familiare, un luogo a suo modo superstite, frequentato per lo più da stranieri e pensionati. Everett porterebbe il West proprio lì e ce lo farebbe apprezzare in tutta la sua consistenza. Per questo singolarissimo scrittore afroamericano la frontiera è una categoria dell’anima, risvegliata dal confronto con la natura (o anche con ciò che ci circonda tutti i giorni…) e con alcune paure elementari (del dolore, della morte, di ciò che è sconosciuto). È il West, questo West, a funzionare da totem ideale, per opporre e conciliare proficuamente, e coraggiosamente, la grandezza e l’unicità dell’orizzonte, da un lato, e la superficialità delle differenze sociali, culturali e generazionali, dall’altro. Bastasse anche solo a ricordarci che, per quanto ci agitiamo, le cose scorrono tutte sotto il medesimo cielo, il West di Everett avrebbe facilmente raggiunto il suo scopo. Tra i critici i paragoni si sprecano: Carver? Barthelme? La sfida è difficile, anche perché Everett non ha bisogno di accreditarsi con un paragone. Ci sarebbe anche il solito Faulkner: aveva inventato una contea e vi aveva collocato tutta la sua potente epopea. Everett, però, la contea ce l’ha sotto mano, ed è quella vera, quella più convincente e soprendente di qualsiasi invenzione, e che era in attesa di un suo interprete fedele, di un filosofo della prateria, dei margini, del cuore più desolato e più forte che esista. Viene da pensare all’Autore come a un Eraclito dei nostri giorni, accoccolato tra i cactus a esplorare la corrente fangosa di qualche guado e circondato dai suoi discepoli prediletti, i semplici per eccellenza della grande periferia americana. Serpenti e scorpioni, laggiù, sono di casa, ma in compagnia di un simile maestro ci si sente sempre al sicuro.

Recensioni (di Masolino D’Amico; di Walton Muyumba; di Susanna Nirenstein; di Marco Rossari)

The Percival Everett International Society

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Nel Palace Hotel di Fort Romper, Nebraska, si incrociano casualmente le strade di cinque uomini: lo Svedese, un uomo dell’Est, un cowboy, il giovane Johnnie e suo padre, Pat Scully, che è anche il proprietario di questo singolare albergo dipinto di azzurro, immerso nel selvaggio West e in una furiosa tempesta di neve.

La situazione è subito ambigua, carica di tensione, perché lo Svedese sembra animato da un comportamento innaturale, da una paura che gli altri avventori non riescono a comprendere, quasi che su di lui penda il rischio di un’inevitabile sventura. Un po’ di whiskey ne cambia l’umore, che presto si fa sfrontato e provocatorio. Così, durante un banale gioco di carte, il destino si ripresenta e i nodi vengono drammaticamente al pettine: “All’improvviso risuonarono tre parole terribili: ‘Tu stai barando!’ Sono situazioni, queste, che confermano come gli ambienti non abbiano la benché minima predestinazione. Qualsiasi stanza può essere buona per una tragedia o per una commedia. Quel particolare, piccolo locale adesso sembrava odioso come una camera di tortura: le espressioni assunte dagli uomini l’avevano trasformato all’istante” (p. 35). Non è, tuttavia, il duello che segue a questa scena a far sì che la dura sorte dello Svedese si realizzi. Certo, ha accusato il figlio di Scully e lo ha battuto, e il cowboy e lo stesso Scully non sono per nulla contenti. Ma la notte dello Svedese si evolve diversamente. Una volta andatosene dall’albergo, si reca in paese, e qui si consuma, quasi inaspettatamente, ciò che si poteva presentire sin dall’inizio del racconto.

Stephen Crane non è un Autore che si capisce “al volo”. Quando avevo letto Il segno rosso del coraggio (1895) – da molti ritenuto il primo grande romanzo moderno sulla guerra (reperibile anche on line) – ero rimasto disorientato. Avevo compreso che vi erano già illustrate le stesse accuse che di lì a poco avrei letto anche ne Il fuoco (1916) di Henri Barbusse o ne La paura (1930) di Gabriel Chevallier o ne Un anno sull’altipiano (1938) di Emilio Lussu. Che si trattasse della Guerra Civile Americana o della Grande Guerra, le esperienze di un giovane soldato erano perfettamente comparabili, nello smarrimento e nell’eroismo, ma anche nella scoperta di orrori indicibili e nella tragica consapevolezza di essere “carne da cannone”. Però nel libro di Crane c’era qualcosa in più, qualcosa di diverso, di intimamente legato ad un addebito specifico e inafferrabile, che non si nutriva esclusivamente di condivisibili istanze di rivendicazione sociale o di denuncia umanitaria.

Forse questo addebito aveva a che fare con la verità crudele che in The blue hotel (1898), questo perfetto congegno narrativo, viene affermata in chiusura dall’uomo dell’Est: “Anche il peccato viene da una specie di collaborazione tra le persone (p. 63)”. Ecco, probabilmente la morale è proprio questa: non c’è mai un solo carnefice, e spesso colui che si ritrova a rivestire il ruolo del colpevole è solo l’ultimo anello di una catena assai aggrovigliata, nella quale non basta essere stati meri spettatori per poter essere veramente assolti. È l’umanità ad essere dannata, e nella grande letteratura non c’è niente di più americano di questa terribile acquisizione.

Una recensione

Il testo in lingua originale

Una piccola scheda video su Stephen Crane

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