Una vacanza, breve o lunga che sia, val bene un Recami, e così, in tempo d’estate, ne appare provvidenzialmente uno nuovo. La serie è quella leggera e briosa, milanesissima, della “casa di ringhiera”, con l’Amedeo Consonni ad indagare sul “caso” del titolo e l’Angela Mattioli alle prese con i conti sospesi del precedente episodio (Il segreto di Angela). Naturalmente non mancano i curiosi e vivaci personaggi del condominio, che variamente interagiscono per dare corpo ad una divertente commedia degli equivoci e per cooperare, più o meno coscientemente, alla risoluzione di un intreccio come sempre avvincente. Questa volta il Consonni agisce su commissione: è la famosa e bella Kakoiannis-Sforza, regina del jet set, a dargli un incarico, quello di ritrovare la figlia Marilou, precoce e altrettanto sfrontata protagonista del bel mondo, scomparsa improvvisamente da qualche giorno. E così l’ex tappezziere si aggira tra i quartieri della metropoli lombarda, ragiona sui modi e sugli eccessi di ex calciatori playboy e imprenditrici spregiudicate, e comincia a fiutare i primi e pochi indizi, in una giravolta di piccoli colpi di scena e relativi progressi, che si alternano, però, alle storie e alle disavventure semiserie dei diversi vicini di casa, Angela compresa. Quando le apparenze sembrano militare per una soluzione a tinte fosche, tra perversioni della peggior specie e ricatti inaccettabili, il Consonni ribalta tutto e, illuminato da una passata truffa sulla Merda d’Artista di Piero Manzoni, credendosi quasi ingannato dalla sua astuta e competitiva committente, rischia quasi di realizzarne le oscure trame. Interviene, però, forse per caso, o forse no, l’intuito di Angela, che si rappacifica col Nostro, salvandolo dalla complessa macchinazione in cui si era improvvisamente cacciato. Nel prologo del romanzo – lo sappiano da subito tutti gli aspiranti lettori – è già rappresentata anche la sua fine, in una studiata ed efficace simmetria che precorre in movenze da rotocalco il comune e tragico destino delle due figure femminili che sono alla base di tutta l’intricata vicenda.

Recami questa volta si autodefinisce, parodisticamente ma in modo efficace. Accade in un passaggio nel quale il direttore di un’importante casa editrice descrive le peculiarità del dattiloscritto che fatalmente è capitato nelle sue mani e che altro non è se non il memoriale che la Mattioli aveva composto nella precedente puntata della serie: “È apparentemente inconsistente perché è profondamente inconsistente, ma la sua consistenza è data dal fatto che imita l’inconsistente così bene che è uguale all’inconsistente, ma per questo è più consistente del consistente che imita il consistente”. I volumi della “casa di ringhiera” sono proprio così: stando al gioco, sono perfetti nella loro volontà di imperfezione; nella loro volontà, cioè, di adeguarsi simultaneamente a forme espressive e a generi raramente commisti, riuscendone, però, a capitalizzare, in un unico momento, tutti i rispettivi vantaggi e tutti i relativi effetti, senza contraddizioni o stonature. Questi libri, infatti, sono intriganti come i gialli all’italiana, ma hanno scene, ritmi e toni divertiti alla Monicelli o alla Dino Risi; ci sono spezzoni da rivista scandalistica, ma ci sono anche fulminee e commoventi citazioni (come, in questo caso, quella dedicata a Bianciardi: v. a p. 58); c’è simpatia e compartecipazione per le sorti dei personaggi principali, ma c’è anche una profonda ironia, specie nei confronti delle figure che incarnano alcuni tipici “campioni” della vie quotidienne nazionale (il profilo della signorina Mattei-Ferri, pettegola e falsa-invalida, è esemplare). L’elemento, comunque, più riuscito del Recami-approccio è un altro: le pagine trasudano un gusto e una fiducia estrema nella letteratura tutta e nella scrittura, che in quest’ultimo episodio, tra l’altro, si rivelano come parti attive, visto che giungono fortunosamente, ma ufficialmente, in soccorso degli umani sbandati; come se trame e parole potessero davvero avere ingresso nelle cose della nostra vita. Recami, dunque, ci intrattiene con grandi sorrisi e, facendolo con un successo assicurato, ci offre anche un motivo in più per continuare a leggere, la convinzione che l’esperienza di carta è molto meno immaginaria di quello che sembra.

Quando un piccolo cenno in un libro risveglia un interesse… Uno “speciale” e una mostra (ormai chiusa…) su Piero Manzoni

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Non lontano da Fort Kent, nel Maine, in una baracca le cui pareti interne sono foderate da 3282 libri lasciatigli in eredità dal padre, vive Julius Winsome (nomen omen…), in completa solitudine. È sempre rimasto lì, in compagnia del fuoco della stufa, del tè e dell’aiuola di fiori che coltiva di fronte all’ingresso. Ama ripassare le parole che ha imparato dalle opere di Shakespeare. Da un po’ di tempo ha anche un grande amico, il suo cane Hobbes. Un pomeriggio, però, alle soglie della stagione più fredda, mentre è assorto nella lettura, Julius sente uno sparo. L’istinto gli dice di uscire e di richiamare Hobbes, che tuttavia non si fa più vedere. Il presentimento si fa ansia e diventa presto certezza: qualcuno ha ucciso Hobbes. Chi è stato? Chi ha potuto compiere un gesto simile? Julius comincia ad interrogarsi, a cercare qualche spiegazione, a battere i boschi circostanti. Nelle sue parole – perché è Julius in prima persona a raccontare la storia – impariamo a conoscerlo meglio, a capire le ragioni del suo affetto per il cane, ad apprendere le vicende lontane che, forse, hanno portato il padre e il nonno a ritirarsi in quei luoghi. E così, allo stesso tempo, assistiamo alla sua lenta e cosciente metamorfosi, che lo porta a condurre una caccia fredda e spietata, eppure naturale, quasi scontata e inevitabile, fino all’epilogo più drammatico.

In questa rapida ricostruzione mancano alcuni tasselli, quelli centrali, che portano il nome di Claire e Troy, e che possono contribuire ad aiutare il lettore a dare un significato, il più comune e comprensibile, alla parabola di Julius. Si tratta di scoprirlo, nella sua banalità, tra le pagine del libro. Ma l’impressione generale è che in questo breve romanzo lo scrittore irlandese sia riuscito in modo estremamente efficace a fondere in un’unica voce, quella del protagonista, l’imprevedibile sintetizzarsi di umori, emozioni e temi diversi. E che la banalità, dunque, sia solo apparente. È come se il nostro Winsome fosse il prodotto eccentrico e anche paradossalmente amabile di una catena sinergica di fatti violenti, nel passato lontano e in quello più vicino. Julius, peraltro, è quasi saggio, è dotato di una consapevolezza profonda, è capace di stupore e di affetto, si è abbeverato – sul modello del buon selvaggio – al migliore distillato della cultura anglosassone e suscita una strana simpatia, che però, alla fine, ci sorprende, perché i suoi atti non sono certo espressione di un sano equilibrio. Nessuno, in quest’opera, si salva: né il solitario, che non è mai immune da qualsiasi forma di corruzione; né, tanto meno, la terribile normalità, storica e attuale, che giustifica e rende nobile quello stesso isolamento, a patto che si riesca a frapporvi una giusta distanza. In definitiva, Donovan si dimostra in grado, da un lato, di interpretare al meglio il profilo più classico della pazzia, dall’altro, di provare che questa pazzia non è sempre come ce la immaginiamo: può coltivare, infatti, anche i traguardi più dolci della nostra sensibilità e indicarci i limiti di tutto quello che pensiamo essere sano. Non è un romanzo di cui, in Italia, si sia parlato molto; merita, invece, grande attenzione, non solo perché riesce a commuovere, ma anche perché rivela un Autore di statura.

Recensioni (di Michael Faber, Christoph Schröder, Diana Evans)

La home page di Gerard Donovan

Un’animazione liberamente tratta dal romanzo

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fotoPalermo, 1937. La Corte d’assise è chiamata a giudicare “un uomo che aveva ucciso tre persone in un breve giro di ore”: nell’ordine, “la moglie dell’assassino; l’uomo che dell’assassino aveva preso il posto nell’ufficio da cui era stato licenziato; l’uomo che, al vertice di quell’ufficio, ne aveva deciso il licenziamento”. Quest’ultimo era un notissimo avvocato, presidente dell’Unione Provinciale Fascista Artisti e Professionisti, pezzo grosso del partito, dunque, ma anche influente amministratore delle cose pubbliche locali. I fatti, peraltro, sono chiari, e i legali dell’imputato non chiedono neanche la perizia psichiatrica. L’opinione pubblica, poi, sembra schierata a favore di un solo esito, da tutti percepito come giusto e inevitabile: la condanna a morte, reintrodotta dal Codice Rocco del 1930 anche per alcuni gravi reati comuni; per continuare, cioè, a dormire “con le porte aperte”, come vuole la “suprema metafora dell’ordine, della sicurezza, della fiducia”. Però, nonostante i messaggi allusivi e trasversali ricevuti in tal senso anche per bocca del procuratore generale, il giudice a latere nutre forti dubbi. La pena capitale non lo convince, e le perplessità aumentano anche per le sollecitazioni e le letture che egli finisce per condividere con uno dei giurati. Lo scrupolo vincerà la battaglia, ma non la guerra, che, alla fine, riporterà tutto – compreso il “piccolo giudice” – ad una sconsolante e umana proporzione.

Il segreto di Sciascia, della sua grandezza, non è facilmente afferrabile. D’altra parte è un segreto, che tale deve restare, fascinoso. Si nasconde sempre nella lingua, nell’uso accorto dell’italiano scritto e cólto, alla maniera dei grandi siciliani del Novecento: Brancati, Consolo, Bufalino… La disciplina dello stile e della parola ne è il fortino, ma anche la chiave, complicatissima e allusiva, veicolare e pur sostanziale, in un’unica soluzione espressiva. Questa disciplina segue e corrisponde ad un rigore tutto interiore. La letteratura e la morale, così, dialogano in un contrappunto che non si può mai interrompere; soprattutto, in un flusso, cui la coscienza – individuale, sociale, civile e politica – deve alimentarsi, per affrontare le astuzie apparentemente invincibili del malaffare e del potere che gli si asservisce quasi inesorabilmente. Il problema ha una dimensione filosofica, totalizzante, non si risolve soltanto nella critica al sistema mafioso o al fascismo (al quale, in questo libro, Sciascia dedica alcuni passaggi memorabili: v. specialmente alle pp. 71-73). E non si rivolge neppure alla sola pena di morte, la cui barbarie, tornata anche di recente all’attenzione delle cronache, viene denunciata con rara e sensibile acutezza europea, ben al di là di quanto ci è stato consegnato in tempi recenti dai più illuminati interpreti d’oltreoceano. Quel problema – che trova un suo naturale spazio d’elezione nel foro interno di ciascuno – ha anche un protagonista e un luogo istituzionali, che vengono introdotti subito anche dalla citazione che avvia Porte aperte, presa di peso dai famosi Soliloqui di Salvatore Satta: “il processo si pone con una sua propria autonomia di fronte alla legge e al comando, un’autonomia nella quale e per la quale il comando, come atto arbitrario di imperio, si dissolve, e imponendosi tanto al comandato quanto a colui che ha formulato il comando, trova, al di fuori di ogni contenuto rivoluzionario, il suo ‘momento eterno’”. Viene coinvolto, in tal modo, il giudice, con il suo ruolo, il suo carattere (in tutto e per tutto) decisivo, e quindi con la sua esemplarità, vera ragione dell’interesse ricorrente, per Sciascia, nei confronti della funzione giurisdizionale e dei i suoi abissi, come già dimostrato nella bellissima introduzione alla manzoniana Storia della colonna infame.

Dal romanzo passo al film, pluripremiato, che ne aveva tratto Gianni Amelio, con un maturo Gian Maria Volonté (in grande spolvero) nei panni del giudice dubbioso. La curiosità è soddisfatta, perché si tratta di un’ottima prova: nella fotografia, nelle luci, nella scelta di un generale clima di disfacimento che forse ben si addice all’esigenza – che sicuramente sentivano il regista e gli sceneggiatori – di ricostruire un’ambientazione storica e sociale adeguata, ma anche di renderla immagine di un Paese ripetutamente sotto scacco (ancora non resisto alla tentazione di paragonare le dimensioni dell’ufficio dell’avvocato ucciso a quelle dello studio dell’imprenditore Nottola, ne Le mani sulla città di Francesco Rosi…). Nel lavoro di Amelio, però, la grandezza di Sciascia quasi scompare, perché il suo segreto è scopertamente sciolto in direzioni ben precise, di critica culturale e politica, al di qua, per così dire, del profilo esistenziale che l’opera letteraria voleva mettere al centro della scena. In quella cinematografica, infatti, le parti si invertono: non sono le cose e le persone a cooperare a favore dello sviluppo del tema; è il tema ad adattarsi alle esigenze di certi contesti e di certe figure, allo scopo, dominante, di dire molto sulla situazione e sul clima di un determinato periodo o di un determinato modello sociale, e per dire (anche) dell’altro (ma) soltanto in chiave di resistente posizione intellettuale. Il che, per intendersi, non è di poco momento, visto che, forse, la strada indicata da Sciascia è ancora troppo complessa.

La morte come pena in Leonardo Sciascia (un convegno, da Radio Radicale)

Porte aperte, dal romanzo di Sciascia al film di Gianni Amelio (di Giuseppe Panella)

Sciascia on screen, tra pamphlet e thriller. Due riletture postume: Porte aperte e Una storia semplice (di Alessandro Marini)

Il sito degli Amici di Leonardo Sciascia

La Fondazione Leonardo Sciascia

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fotoNon è stato male aver letto questo libro durante la fase finale del Mondiale brasiliano. Checché se ne dica – che si sia, cioè, pro o contro Messi, o che si sia delusi per il fallimento della spedizione italiana, o, ancora, che si sia soddisfatti per aver visto trionfare la squadra meglio organizzata o per aver visto emergere del bel gioco in formazioni di piccolo-medio cabotaggio – l’unica cosa che può mettere d’accordo tutti è che si è trattato del mondiale dei portieri. E quindi del tedesco Neuer, dell’argentino Romero, del messicano Ochoa, del costaricano Navas… Ma chi è veramente il portiere? La prefazione di Sandro Veronesi introduce il tema con un taglio quasi metafisico, evocando l’immagine leonardesca dell’Uomo Vitruviano, destinato, però, tra i pali di un rettagolo, a tentare un’impossibile quadratura. Bagattini, effettivamente, inanella con voce appassionata una serie ricchissima di ritratti, a dimostrare che la missione di chi sta in porta è spesso drammatica, sui campi di gioco come nella vita. E qui le storie sono tutte da non perdere, anche perché la decisione di ordinarle cronologicamente produce, come per incanto, un godibile spaccato su tutta l’evoluzione del football, dai tempi eroici delle origini inglesi all’inizio degli anni Zero.

In alcuni casi si rivivono esperienze quasi romantiche (come per Ezio Sclavi o Aldo Olivieri), in altri ci si commuove di fronte al mix di sfortuna e integrità morale (come per Claudio Tamburrini o, mutatis mutandis, per Astutillo Malgioglio), in altri ancora si sfiora il comico (come per Bernard Lama). Poi ci sono vicende dolorose e misteriose (come quella di Giuliano Giuliani), tragiche (su tutte quella di Valerio Bacigalupo), sfortunatissime e dannate (è la parabola di Moacir Barbosa), impreviste e “guascone” (fino alla fine, come per Jan Jongbloed), talentuose e maledette (Pagotto docet). La galleria è vivacissima e sorpendente. Bagattini ha compiuto una piccola impresa. Sarebbe stato troppo facile narrare delle gesta dei grandi vincenti: da Combi a Gigi Buffon, da Yashin a Schumacher, da Zamora a Schmeichel, da Zoff a Julio Cesar. Il giovane scrittore preferisce sedere allo stesso tavolo di Willie Foulke, il “ciccione” del Chelsea, o giocare in qualche bocciodromo emiliano con Cláudio Taffarel. Gli interessa la vita, berla dalla passione di chi se l’è bevuta tutta, letteralmente, andando fino in fondo, senza mezzi termini. C’è qualche refuso, ogni tanto, qualche ripetizione; non mancano alcune ridondanze. Quando si parla di calcio, certo, lo si può fare in punta di penna; ma piace immaginare che le vicissitudini dei tanti “eroi di sventura” di Bagattini siano state discusse e abbozzate nel rumore, e sui tavoli zoppicanti, di un bar di paese. Perché il calcio ha un’immensa anima popolare, ed è lì che riposano i suoi miti e i suoi segreti.

A proposito di Mondiali… un’altra lettura piacevole: M. Bonfiglio, La sindrome di Italia ’90. Il Mondiale che ha bruciato una generazione

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fotoL’ultimo di Villoro è un romanzone concentrato e ipnotico, con una colonna sonora di tutto rispetto. Tony Góngora, zoppo e senza una falange, è l’ex bassista degli Extraditables e ha consumato la sua giovinezza tra droghe di ogni genere, sfiorando per pochi attimi l’olimpo del successo e seguendo il mito di Jaco Pastorius e dei Velvet Underground. Si è bruciato. Ha perso parte della sua memoria, è stato lasciato da Luciana, l’unica donna che ha cercato di amarlo, e ha trovato l’anonima e claustrofobia occupazione di doppiatore di suoni per cartoni animati. Finché non è tornato Mario Müller, Der Meister, il suo più caro amico, che ora dirige la Piramide, un grande albergo della città turistica di Kukulkán, e che lo vuole di nuovo vicino, nella sua organizzazione, per trasformare i suoni dei pesci in armonie musicali. Ma la Piramide, i cui proprietari fanno capo ad un lontano consorzio di imprenditori inglesi e il cui socio di maggioranza, in loco, è il misterioso “Gringo” Peterson, un americano del Vermont à rebours in Messico, non è un comune hotel. Alla Piramide si offre una vacanza con svaghi pericolosi, finti rapimenti, incontri con guerriglieri. Niente di ciò che accade può essere davvero reale. E ciò giustifica il grande successo della struttura, almeno fino al momento in cui accanto alla piscina viene rinvenuto il cadavere, vero, di Ginger Oldenville, sommozzatore e ammaestratore di delfini. Chi è l’assassino? Tony è coinvolto nelle indagini e si trova subito avviluppato nei suoi ricordi, nei tanti sospetti e nelle ombre allucinate di figure ostinatamente ambigue e perdute, dalla fascinosa gringa Sandra al meschino vigilante Támez, dal solerte poliziotto Rios all’indecifrabile James Mallet. E nel frattempo, tra simbologie maya e traffici illeciti, scopre che Mario Müller è malato, che l’albergo ha i giorni contati e che, per lui, c’è un destino tenero e inatteso.

Il finale induce a concepire il libro secondo una traiettoria un po’ troppo semplice, ma questo è sicuramente un primo (essenziale) livello di lettura: il Messico è sempre quello lubrico, sconfitto, estremo e irrimediabile, alla Carlos Fuentes; una via di speranza c’è, e tuttavia si tratta di una via di fuga; non c’è altro da fare, tutto è profondamente corrotto. La città turistica altro non è se non il paravento di un mercato post-moderno di anime morte (e la citazione di Gogol, espressa nel testo, è più che calzante). Oltre a questa, però, c’è anche un’altra prospettiva: la Piramide allude al Tempio di Kukulcán, alla religione precolombiana del serpente piumato, del demiurgo civilizzatore di cui si attende il ritorno rigenerante. E quello di Tony, in effetti, è un ritorno alla vita, mediato da una catarsi che sembra resa assurdamente possibile da un ultimo sacrificio umano: come se si trattasse di uno studiato e ultimativo piano di condanna (per un Paese dominato dal crimine e dalla delazione) e di redenzione (per il protagonista – immagine di una nazione allo sbando – salvato da una catena quasi inconsapevole, eppure decisiva, di fortunosi gesti d’amore). Il fattore dominante del libro, ad ogni modo, è la complessità narrativa, che può essere sempre una grande risorsa, specie quando viene abilmente plasmata da una penna capace, al medesimo tempo, di lunghi spezzoni obliqui e narcotizzanti, ma anche di intuizioni rapide e gnomiche. Villoro vuole produrre spaesamento, un po’ per assecondare la sensazione, naturalissima, di un’aggrovigliata visione lisergica (dei paradisi artificiali, del resto, Toni è un sopravvissuto), un po’ per comunicare la percezione disorientata di una metamorfosi in atto, con improvvisa e felice agnizione conclusiva e universale (“Perché in apparenza questo eravamo: una ‘famiglia’. L’espressione non sembrava inesatta, non in quel momento”). Il segreto di un classico sta sempre nel mezzo di questa sintesi improbabile, tra un’esperienza individuale chiaramente irripetibile e un largo e rassicurante ponte empatico a diretta disposizione di qualsiasi lettore. Su questo crinale Villoro si trova a suo agio, e La Piramide non verrà certo dimenticata tra la letteratura caraibica minore.

Recensioni (di Goffredo Fofi, Giulia Lavagna, Rossella Gaudenti, Paolo Massimo Rossi, Andrea Consonni, Rosa Beltrán)

Un’intervista a Villoro

L’inizio del romanzo, nell’edizione originale

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Sulla piazza c’è un nuovo collettivo: Tom Joad, eroe steinbeckiano cantato anche da Springsteen e alias del sodalizio Franchi-Palombini-Sinopoli. Il trio viene direttamente dalla Cgil e debutta con un giallo indignato sulle miserie del lavoro precario, riservando un rispettoso cameo anche alla figura di Bruno Trentin, ritratto a dialogare in una biblioteca genovese con il protagonista. Quest’ultimo è Marco Degli Esposti, un sindacalista molto attivo che crede nel proprio ruolo e che non può fare a meno di indagare sulla morte improvvisa e misteriosa di Salvatore Amato, padre di Francesca, una giovane collaboratrice di un’impresa di servizi informatici diretta dallo spregiudicato Marchetti. Le piste sono molte, e ce n’è anche una storica, che conduce fino a Sante Caserio, l’anarchico che il 24 giugno 1894 pugnalò a morte il presidente francese Carnot, e che getta ombre inquietanti sul passato di alcuni rappresentanti dei lavoratori. Le ricerche e le supposizioni abbondano e, nel frattempo, Degli Esposti è costretto a misurarsi con le aspre vicende di cui viene a conoscenza ogni giorno: storie comuni e dure, ritratti fedeli di tanta parte di quella gioventù italiana che non riesce a sottrarsi al ricatto sistematico e alle ambiguità striscianti di un mondo del lavoro dipinto – a 360 gradi – con malinconica verosimiglianza. Quanto all’epilogo, non vi è niente di più classico: il colpevole, anche in questo caso, è sempre un insospettabile.

Nella costruzione dell’intrigo e dei personaggi, il romanzo segue binari noti e compiacenti: Degli Esposti si sposta in moto, ha un certo fascino e piace; i suoi antagonisti hanno caratteri coerentemente deformati e quasi caricaturali; la parte del bene e quella del male sono decisamente definite, con tanto di riferimenti – forse un po’ stereotipati – a molti e (fin troppo) risaputi (e chiacchierati) vizi della società e della politica autoctone; e alla fine, come da copione, il buono sconfigge i cattivi, ma lo fa strizzando l’occhio ad un potente e strumentalizzando a suo favore le endemiche e pelose contingenze della politica locale. In verità, il plus-valore del libro – per stare in tema… – risiede nelle varie e diffuse parentesi di riflessione sul mercato del lavoro: ad esempio, sono veramente efficaci, oltre che divertenti, le pagine in cui un vecchio, dispettoso e simpatico giuslavorista illustra ai suoi studenti le molte ingenuità di alcune delle più rinomate riforme degli ultimi vent’anni. Non è da meno la lezione che Tiziano Bruni (controfigura di Bruno Trentin) consegna al suo più giovane collega, sul sindacato e sulla politica, sulle difficoltà e debolezze storiche della sinistra, sull’esigenza di contaminarsi sempre con le “necessità del popolo”: perché questa è la via per farsi davvero portavoce dei disagi dei molti e provare a risolverli rinnovando “l’eterna alchimia di passione e ragione”, tra “il rosso e il quadrato”. Ma non si tratta di solo idealismo; l’indicazione è per la riscoperta e l’attualizzazione della forza tradizionale dei motivi che hanno animato le lotte sindacali, per proporne, cioè, una versione rinnovata e adeguata alla realtà socio-economica di oggi. In questo senso, Rosso quadrato ci consegna un invito, determinato e realista al contempo, a perseguire strade concrete e ragionevoli, e a fare del compromesso e dell’accordo una sede nobile e privilegiata per la condivisione di soluzioni forti, al di là dei prezzi, anche amari, che, comunque, l’attività pubblica è destinata a portare normalmente con sé.

Recensione (di Bruno Ugolini)

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Nel bel mezzo dei mondiali non è semplice evitare di parlare di calcio, e in effetti l’Autrice di questa agile raccolta di saggi non ci chiede di metterci alla prova in un così grande sforzo. Semmai l’invito è a cogliere nello sport del pallone, così come in tutta la fenomenologia che esprime e che gli fa da contorno, un efficace criterio di lettura di molte tendenze socio-culturali. La proposta è formulata in modo interessante e il tenore di alcune suggestioni – talvolta ricercate – non travolge la freschezza dei ricordi e delle immagini familiari di una tifosa sinceramente appassionata, che cerca e suscita empatia sin dalle prime righe. Si parte proprio da qui, dalla rievocazione dei piccoli sedili di polistirolo che papà Serafini preparava ai due fratelli e al loro cugino per il pomeriggio domenicale sui gradoni della curva romanista. Allo stesso modo, poi, qui si finisce: con la confessione, sempre emozionata, che l’unica cosa “che resta uguale alla prima volta” è “entrare all’Olimpico”. Tuttavia, nel mezzo, si avanza con decisione un raffronto ficcante tra gli impossibili equilibri del calcio – che è fatto di schemi fissi e di guizzi imprevisti e risolutivi – e i segreti dei format televisivi e dei successi cinematografici (in fondo il calcio è un palinsesto, no?). Ci si avventura, pagina dopo pagina, anche nelle strategie della comunicazione pubblica, e politica in particolare, laddove i riferimenti al calcio possono essere spia di un determinato assetto nei rapporti di genere e, più in generale, di un modo ricorrente di pensare in maniera risolutamente indifferenziata ad una certa identità collettiva. Pure il discorso sulla fede incondizionata per una squadra può illuminare itinerari critici: non è forse vero che oggi si possono vedere tifosi anche fuori dagli spalti, e così tra gli elettori, gli spettatori, i lettori…? Che cosa significa, socialmente e antropologicamente, questa forte istanza di personalizzazione? Dov’è andata l’Italia in questi ultimi trent’anni? Non si parla di calcio, dunque; o, meglio, se ne parla per la semplice ragione che in società non se ne può prescindere. Come ricordava Pasolini, il calcio “è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” e, come sottolinea l’Autrice, “i campionati ricominciano sempre (…) almeno fino a quando saremo in grado di preservare il giocattolo”.

È un bel volume, con tanti pregi: la buona scrittura; la sincerità espositiva; l’andatura studiatamente rabdomante, e quindi gradevolmente affabulatoria, dell’argomentazione; i moltissimi riferimenti colti, impreziositi da un’appendice bibliografica altrettanto ricca che propone un verosimile e appagante prolungamento di lettura; la struttura ricorsiva del discorso complessivo. Quest’ultimo carattere è quello più curioso, poiché denota la tensione, diffusa in tutto il testo, per la realizzazione di una perfetta coincidenza tra la forma dell’esposizione e il significato che si vuole veicolare. C’è dell’hegeliano in tutto ciò, e le modalità con cui si presenta il thema, già nel secondo capitolo, lo confermano: la magia di un gioco che è sempre vivo perché si alimenta di contrasti apparentemente inconciliabili non è altro che una bellissima variazione della dialettica tesi-antitesi-sintesi, intesa come logica, naturale e irrinunciabile invariante. Anche i grandi campioni sono implicitamente inquadrati con la lente con cui Hegel guardava Napoleone a cavallo per le strade di Jena nell’ottobre del 1806: pure e tangibili manifestazioni dell’anima del mondo. In questo testo non si parla di calcio, è proprio vero: perché si riflette sull’utilità di uno specifico modo di guardare alla realtà, sul valore che questa prospettiva epistemologica porta con sé e sull’incoscienza quasi colpevole che si può naturalmente produrre allorché si dimentichi la forza esplicativa e riflessiva dell’analisi a favore di soluzioni apparentemente più (e troppo) facili e convincenti. Al termine del libro mi sono ricordato di una bella citazione di Sciascia (da La strega e il capitano), riportata all’inizio di un altro volume, letto recentemente e con pari soddisfazione: “Nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende”. Se fatto in questo modo, anche scrivere e leggere di calcio può risultare particolarmente accattivante.

Un’intervista all’Autrice

Letteratura e calcio (di Francesca Serafini)

Calcio, la più bella metafora del mondo (di Silverio Novelli)

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Per la preparazione di un convegno ho avuto modo di ripescare questa bellissima lettura, il cui titolo completo è Gli anciens régimes e la democrazia diretta, testo oggi disponibile anche on line con la premessa che fu di Arcangelo Ghisleri. Il volume adelphiano del 1995 riproduce l’ultima versione dell’opera e riporta in chiusura le due prefazioni che l’Autore – avvocato e filosofo socialista di natali svizzeri (1871-1941) – ha dedicato alle diverse e fortunate edizioni del libro (le due del 1902 e quella del 1926). La rilevanza del saggio va ben al di là di ciò che si può immaginare fermandosi alla copertina. La tesi del giovane Rensi è la seguente: tra gli assetti di potere dell’ancien régime e le forme di governo parlamentari può non esservi, di fatto, alcuna differenza se il popolo non ha la possibilità di intervenire direttamente per correggere le ricorrenti degenerazioni del governo rappresentativo. Perché l’effettiva realizzazione della sovranità popolare è sempre cosa molto difficile: la classe dirigente, in primo luogo, tende a ridurre i cittadini in soggetti meramente amministrati, a favore delle strutture burocratiche; ma anche le istituzioni rappresentative possono farsi autoreferenziali, prestandosi facilmente a servire gli interessi dei gruppi al potere. E così, prendendo prevalente ispirazione dalle esperienze statunitensi ed elvetiche, Rensi suggerisce l’introduzione di specifiche forme di referendum, dell’iniziativa legislativa popolare, di un “diritto di revisione” (come possibilità di condizionare il processo di modifica della costituzione), di un sistema elettorale proporzionale e della “nazione armata” (quale principale modo d’essere dell’esercito statale, svincolato dal controllo del solo ceto politico).

Le analisi di questo eccentrico interprete – che spesso è stato vicino a posizioni prettamente liberali, tanto più con l’affermarsi del fascismo, del quale per una prima parte del suo percorso fu strenuo oppositore – stupiscono per molte ragioni: l’acutezza delle considerazioni critiche dedicate all’ordinamento costituzionale della monarchia; la valorizzazione degli studi di Gaetano Mosca, con cui Rensi ebbe anche un interessante carteggio; le considerazioni illuminanti, oltre che attualissime, sul ruolo delle “seconde camere”, sulle propensioni pericolosamente “espansive” degli esecutivi e della loro funzione, sugli inganni e sulle tante trappole che si nascondono nella complessità redazionale dei testi legislativi; l’attenzione costante per l’argomentazione storica e per i raffronti comparativi. La modernità estrema dell’approccio di Rensi si può apprezzare del tutto leggendo anche l’articolo su Lo Stato di diritto (del 1900), che è quasi contemporaneo alla redazione di questo libro e che nel testo di Adelphi è opportunamente posto in Appendice. Basti, sul punto, menzionare che, tra le “riforme urgenti” che Rensi propone già sotto la vigenza dello Statuto albertino vi sono, oltre alla previsione del referendum, anche l’istituzione di una Corte Suprema (sul modello americano, come essenziale guarentigia giuridica della democrazia) e la riforma del Consiglio di Stato (per “garantire l’indipendenza dei suoi membri”) e della Corte dei conti (per eliminare la registrazione “con riserva”).

Sappiamo, certo, che la Costituzione repubblicana del 1948 ha parzialmente raccolto buona parte dei suggerimenti di Rensi. L’importanza di tornare nuovamente al suo messaggio, però, è ancora apprezzabile in un frammento tristemente presago, che è correttamente evidenziato (p. 233) nella Nota di Nicola Emery (curatore del volume e appassionato conoscitore del Nostro) e che risale ad un intervento giornalistico del 1925. È una sorta di monito estremo sul destino politico-giuridico cui rischia sempre di essere ricondotta l’Italia, a causa della reiterata incoscienza dei tanti problemi cui Rensi si è dedicato: “Troppo modesti erano stati quei fascisti che hanno limitato a sessant’anni la previsione della durata del loro governo. Questo sarà invece, probabilmente eterno, nel senso che la ‘fase fascista’ non cesserà più per l’Italia. Non si ripristinerà più per l’Italia il sistema di Governo normale, diciamo lo ‘Stato di Diritto’, l’ordine politico in cui v’è una legge o consuetudine forte come la legge che determina e regola le condizioni e il modo del pacifico succedersi dei partiti al potere. Un tale sistema di Governo fu forse per sempre infranto con l’ottobre 1922. E con quest’epoca l’Italia è entrata forse per sempre nel sistema di governo di quella che, in un certo senso, si potrebbe chiamare la periferia europea”.

Un’intervista al Curatore dell’opera

L’importanza di Rensi filosofo della vita (di Roberto Esposito)

Giuseppe Rensi e il problema della democrazia diretta (di Paola Lubelli)

Aporie dell’autorità e della democrazia. Politica, diritto, filosofia in Giuseppe Rensi (di Francesco Mancuso)

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Avevo adocchiato “un Celati” più volte, soprattutto nell’espositore girevole di una delle mie librerie, precisamente in quello dedicato ai titoli, più recenti, editi da Quodlibet. Mi sono convinto solo recentemente, su sollecitazione di un amico. E così ho finalmente acquistato questo piccolo libro di racconti, che l’Autore ha pubblicato nel 1985, come primo volume di una trilogia che poi è continuata con Quattro novelle sulle apparenze (1987) e con Verso la foce (1988). È una lettura tanto originale quanto rilassante. Le brevi novelle seguono il percorso, volendo fisicamente replicabile, di un reale itinerario di ispirazione, che muove dal territorio milanese e segue il fiume Po, sino al mare. Ma le storie che vi vengono narrate sono come il risultato, sicuramente inimitabile, di uno studiatissimo montaggio sentimentale di frammenti di chiacchiere, pettegolezzi di paese e spunti personalissimi di rielaborazione quasi fantastica. Restano impresse come vicende dalla portata universale, come operette morali che spetta al lettore decifrare e che non hanno altro obiettivo se non quello di rappresentare, con la precisione del biologo, le poche cose spiegabili nel quadro apparentemente piatto ma disorientante di un paesaggio padano in vorticosa trasformazione. Di un paesaggio che, in verità, è (sempre che sia lecito esprimersi dantescamente…) figura dell’immutabilità, soltanto apparente, dei destini individuali.

Il repertorio è decisamente vario. L’avvio è con la figura di un radioamatore di Gallarate, la cui curiosità capta le incredibili vicissitudini di un collega scozzese. Ma c’è anche la storia, quasi commovente, di tre fratelli, veri e sfortunati talenti calcistici; c’è una donna che si guarda sempre intorno e che arriva a concludere che “è solo tempo che passa”; Idee d’un narratore sul lieto fine racconta della triste e poetica vicenda di un colto farmacista della provincia di Mantova; e poi veniamo a sapere di quell’uomo, autorevole esperto, che capisce di trovarsi a suo agio solo negli aeroporti; c’è un bellissimo pezzo intitolato La città di Medina Sabah, variazione modenese sul tema delle sirene di Ulisse; si racconta la Vita d’un narratore sconosciuto, come ve ne sono stati, e ve ne sono ancora, tantissimi; ad un certo punto un fotografo approda al “nuovo mondo”, tra barene e specchi di laguna; e poi, ancora, c’è un vecchio che sa Com’è cominciato tutto quanto esiste… E ci sono, così, tante altre storie (30, in totale), che a sprazzi sembrano compilate da un extraterrestre che debba riferire con precisione ai suoi compatrioti delle stranezze e delle voci che apprende nella grande pianura, trovandosi, però, all’improvviso, immerso nella nebbia più fitta, come i Bambini pendolari che si sono perduti, che ogni sabato andavano a Milano in treno, si trovano un giorno smarriti in aperta campagna e finiscono per maturare “il sospetto che la vita potesse essere tutta così”.

Tra i racconti di Celati – che vinsero il premio Grinzane Cavour nel 1986 – ci si può semplicemente divertire e convincere che, dinanzi alle cose della vita, c’è sempre una risposta valida: c’est la vie. Al medesimo tempo, però, gli sforzi individuali, i sogni di ciascuno, le avventure personali non sono insignificanti, perché concorrono a spiegare in modo singolarmente decisivo le ragioni di un luogo e di un tempo, e anche l’accettazione, talvolta malinconica, della propria condizione e della traiettoria esistenziale che ad un certo punto si è presa. L’Autore ha lo stile pulito e implacabile del collezionista: di situazioni e di intrecci, di episodi strani e di parabole del tutto comuni, di immagini e di leggende (della città come della provincia). La sua presenza non si sente, non si deve sentire; nuocerebbe all’oggetto. Forse Narratori delle pianure può essere classificato come un raffinato museo di scienza naturale, nel quale, al posto dei consueti pannelli esplicativi e delle vetrine con esemplari imbalsamati o fossili più o meno suggestivi e conservati, possiamo ammirare la perfezione quasi tragica di tante piccole biografie. L’effetto finale non cambia, è lo stupore che si prova sempre quando ci si sorprende a pensare a come siano inestricabili e complessi l’origine e l’aspetto dell’universo che ci circonda. Leggendo questo libro, in effetti, la cosa che mi è venuta subito in mente è un altro libro, ricevuto in regalo per un compleanno della mia infanzia. Era Città nel prato, un libro fotografico che mi aveva colpito molto, perché mi aveva portato al di là della visibile uniformità del manto erboso, facendomi scoprire l’estremo brulicare di esseri viventi e di operazioni nascosti dentro il verde del giardino. I racconti di Celati sono come le foto di quel libro; ingrandiscono lo sguardo e rivelano il contesto.

Speciale su Celati, con saggi, testimonianze e interviste (da doppiozero.com)

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“La sua autorevolezza si manifestava proprio nelle azioni più elementari che, in virtù di questa sua modalità estremamente misurata e insieme incredibilmente disinvolta, cessavano di essere quotidiane, esorbitavano dall’orizzonte comune, fissandosi in qualche modo nella memoria”. Questo è Sibber, in tutto il suo splendore. Si tratta di una persona comune, quasi modesta nella sua condizione. Tuttavia il narratore ne è sorpreso e incantato. Lo vede spesso, tra l’altro; sono impegnati entrambi nelle attività di una comunissima associazione. La sua missione, così, diventa quella di studiare Sibber, provocarne la forza, carpirne il segreto che gli potrebbe consentire di partecipare dello stesso stato di grazia. E in ciò coinvolge la sua giovane compagna Helga, alleata perfetta. Sibber è il campione della pienezza che si può trovare nella sapienza intrinseca delle cose che ci circondano: il suo modo di interagire con la realtà nasconde la chiave per essere felici e per non lasciarsi andare alla tentazione di “buttarsi via”. Qual è il fulcro con cui Sibber pare agire la sua leva? L’epifania si fa attendere e soltanto alla fine, durante una piccola festa casalinga, i due giovani indagatori sembrano cogliere la vera importanza di Sibber e assimilarne l’implicita lezione.

Cogliere tutte le implicazioni di questo testo – che scorre con estrema fluidità e trasmette un senso di rassicurante naturalezza – è una prova simile a quella che si deve affrontare quando si legge Robert Walser. Sul retro delle pagine non c’è solo un orizzonte di pensiero; ci sono anche una filosofia pratica e un modus vivendi, la cui afferrabilità sta in ciò che le persone normali non vedono o non sentono. Quindi non sono per nulla scontati. Tuttavia Sibber non ha nulla a che spartire con i personaggi del grande scrittore svizzero: come ci viene raccontato, la sua dimensione è “festivizzante”; il suo scopo non è la secessione morale ed esistenziale. Occorre guardare altrove. Sensazioni simili si provano anche quando ci si misura con il secondo Salinger, quello tutto esplicitamente zen, successivo a Il giovane Holden. Infatti sembra quasi che il narratore cerchi nei movimenti e nelle posture di Sibber il momento del satori, del risveglio circostanziato che illumina e che separa ogni distanza tra il soggetto e l’oggetto. Anzi, Sibber è come una sorta di talismano vivente, poiché la certezza della sua esistenza fa sì che, alla fine, il protagonista del romanzo si riconosca più sicuro: “sento di potermi fidare di più della mia percezione, di potermi fidare di più della materia perché so che da qualche parte, comunque, c’è qualcuno che, percependola nella sua dimensione originaria, la garantisce”. Questa mi sembra la strada giusta. Nardon riesce ad imbastire il piccolo ed efficace resoconto di un’esperienza pedagogica profonda e tutta contemporanea, nella quale anche una cartolina – quella che ci viene spedita nell’ultima pagina, e che non può che essere firmata da Sibber, soprendentemente umanizzato in quanto dotato di un nome (C.) – può avere il valore di un kōan buddhista. Da leggere, da rileggere ancora, da assimilare e da portare, infine, con sé, per ogni possibile attimo di sbandamento.

L’incipit del romanzo

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