Sulla piazza c’è un nuovo collettivo: Tom Joad, eroe steinbeckiano cantato anche da Springsteen e alias del sodalizio Franchi-Palombini-Sinopoli. Il trio viene direttamente dalla Cgil e debutta con un giallo indignato sulle miserie del lavoro precario, riservando un rispettoso cameo anche alla figura di Bruno Trentin, ritratto a dialogare in una biblioteca genovese con il protagonista. Quest’ultimo è Marco Degli Esposti, un sindacalista molto attivo che crede nel proprio ruolo e che non può fare a meno di indagare sulla morte improvvisa e misteriosa di Salvatore Amato, padre di Francesca, una giovane collaboratrice di un’impresa di servizi informatici diretta dallo spregiudicato Marchetti. Le piste sono molte, e ce n’è anche una storica, che conduce fino a Sante Caserio, l’anarchico che il 24 giugno 1894 pugnalò a morte il presidente francese Carnot, e che getta ombre inquietanti sul passato di alcuni rappresentanti dei lavoratori. Le ricerche e le supposizioni abbondano e, nel frattempo, Degli Esposti è costretto a misurarsi con le aspre vicende di cui viene a conoscenza ogni giorno: storie comuni e dure, ritratti fedeli di tanta parte di quella gioventù italiana che non riesce a sottrarsi al ricatto sistematico e alle ambiguità striscianti di un mondo del lavoro dipinto – a 360 gradi – con malinconica verosimiglianza. Quanto all’epilogo, non vi è niente di più classico: il colpevole, anche in questo caso, è sempre un insospettabile.

Nella costruzione dell’intrigo e dei personaggi, il romanzo segue binari noti e compiacenti: Degli Esposti si sposta in moto, ha un certo fascino e piace; i suoi antagonisti hanno caratteri coerentemente deformati e quasi caricaturali; la parte del bene e quella del male sono decisamente definite, con tanto di riferimenti – forse un po’ stereotipati – a molti e (fin troppo) risaputi (e chiacchierati) vizi della società e della politica autoctone; e alla fine, come da copione, il buono sconfigge i cattivi, ma lo fa strizzando l’occhio ad un potente e strumentalizzando a suo favore le endemiche e pelose contingenze della politica locale. In verità, il plus-valore del libro – per stare in tema… – risiede nelle varie e diffuse parentesi di riflessione sul mercato del lavoro: ad esempio, sono veramente efficaci, oltre che divertenti, le pagine in cui un vecchio, dispettoso e simpatico giuslavorista illustra ai suoi studenti le molte ingenuità di alcune delle più rinomate riforme degli ultimi vent’anni. Non è da meno la lezione che Tiziano Bruni (controfigura di Bruno Trentin) consegna al suo più giovane collega, sul sindacato e sulla politica, sulle difficoltà e debolezze storiche della sinistra, sull’esigenza di contaminarsi sempre con le “necessità del popolo”: perché questa è la via per farsi davvero portavoce dei disagi dei molti e provare a risolverli rinnovando “l’eterna alchimia di passione e ragione”, tra “il rosso e il quadrato”. Ma non si tratta di solo idealismo; l’indicazione è per la riscoperta e l’attualizzazione della forza tradizionale dei motivi che hanno animato le lotte sindacali, per proporne, cioè, una versione rinnovata e adeguata alla realtà socio-economica di oggi. In questo senso, Rosso quadrato ci consegna un invito, determinato e realista al contempo, a perseguire strade concrete e ragionevoli, e a fare del compromesso e dell’accordo una sede nobile e privilegiata per la condivisione di soluzioni forti, al di là dei prezzi, anche amari, che, comunque, l’attività pubblica è destinata a portare normalmente con sé.

Recensione (di Bruno Ugolini)

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