“La sua autorevolezza si manifestava proprio nelle azioni più elementari che, in virtù di questa sua modalità estremamente misurata e insieme incredibilmente disinvolta, cessavano di essere quotidiane, esorbitavano dall’orizzonte comune, fissandosi in qualche modo nella memoria”. Questo è Sibber, in tutto il suo splendore. Si tratta di una persona comune, quasi modesta nella sua condizione. Tuttavia il narratore ne è sorpreso e incantato. Lo vede spesso, tra l’altro; sono impegnati entrambi nelle attività di una comunissima associazione. La sua missione, così, diventa quella di studiare Sibber, provocarne la forza, carpirne il segreto che gli potrebbe consentire di partecipare dello stesso stato di grazia. E in ciò coinvolge la sua giovane compagna Helga, alleata perfetta. Sibber è il campione della pienezza che si può trovare nella sapienza intrinseca delle cose che ci circondano: il suo modo di interagire con la realtà nasconde la chiave per essere felici e per non lasciarsi andare alla tentazione di “buttarsi via”. Qual è il fulcro con cui Sibber pare agire la sua leva? L’epifania si fa attendere e soltanto alla fine, durante una piccola festa casalinga, i due giovani indagatori sembrano cogliere la vera importanza di Sibber e assimilarne l’implicita lezione.

Cogliere tutte le implicazioni di questo testo – che scorre con estrema fluidità e trasmette un senso di rassicurante naturalezza – è una prova simile a quella che si deve affrontare quando si legge Robert Walser. Sul retro delle pagine non c’è solo un orizzonte di pensiero; ci sono anche una filosofia pratica e un modus vivendi, la cui afferrabilità sta in ciò che le persone normali non vedono o non sentono. Quindi non sono per nulla scontati. Tuttavia Sibber non ha nulla a che spartire con i personaggi del grande scrittore svizzero: come ci viene raccontato, la sua dimensione è “festivizzante”; il suo scopo non è la secessione morale ed esistenziale. Occorre guardare altrove. Sensazioni simili si provano anche quando ci si misura con il secondo Salinger, quello tutto esplicitamente zen, successivo a Il giovane Holden. Infatti sembra quasi che il narratore cerchi nei movimenti e nelle posture di Sibber il momento del satori, del risveglio circostanziato che illumina e che separa ogni distanza tra il soggetto e l’oggetto. Anzi, Sibber è come una sorta di talismano vivente, poiché la certezza della sua esistenza fa sì che, alla fine, il protagonista del romanzo si riconosca più sicuro: “sento di potermi fidare di più della mia percezione, di potermi fidare di più della materia perché so che da qualche parte, comunque, c’è qualcuno che, percependola nella sua dimensione originaria, la garantisce”. Questa mi sembra la strada giusta. Nardon riesce ad imbastire il piccolo ed efficace resoconto di un’esperienza pedagogica profonda e tutta contemporanea, nella quale anche una cartolina – quella che ci viene spedita nell’ultima pagina, e che non può che essere firmata da Sibber, soprendentemente umanizzato in quanto dotato di un nome (C.) – può avere il valore di un kōan buddhista. Da leggere, da rileggere ancora, da assimilare e da portare, infine, con sé, per ogni possibile attimo di sbandamento.

L’incipit del romanzo

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