Anche con questo libro, forse, il “caso Silone” potrebbe tornare a far parlare di sé. Accade ciclicamente da tempo, specialmente da quando, nel 2000, è stata pubblicata la ricerca che ha individuato i documenti che proverebbero i legami tra il giovane militante comunista e la polizia. È proprio su questa ricerca che, almeno in parte, si fonda il lavoro di Renzo Paris, che sembra ricostruire i primi trent’anni dello scrittore di Pescina sulla falsariga della tesi che ne vuole ormai assodata una profonda ambiguità: personale, politica, morale e financo sessuale. In quest’ultima ricostruzione, d’altra parte, il rapporto tra Secondino Tranquilli, il vero nome di Silone fino al 1947, e il misterioso Guido Bellone, il commissario che ne riceveva le missive, è catalogato come “amicizia amorosa”. Il pericolo, quindi, su Silone, è che si riaccenda la polemica tra i difensori del “santino” e i “colpevolisti”, o che si discuta, ancora, sulle ragioni politiche del suo distacco dal PCI, dall’Internazionale e dall’Unione Sovietica. Ma chi volesse soffermarsi su questi profili – che pure innervano profondamente il testo, unitamente a quelli relativi ai rapporti tra Silone e altri importanti dirigenti comunisti: Gramsci, Togliatti, Longo… – rischierebbe di non accorgersi che si tratta di un romanzo e che il suo Autore lo ha immaginato, innanzitutto, come un viaggio sentimentale, non come il frutto di una nuova indagine storiografica. Valutare il lavoro di Paris al di fuori del clima introspettivo che lo avvolge significa non accorgersi della cifra particolare di questo racconto, che certo può suscitare critiche più o meno forti, e che, nonostante ciò, ha un obiettivo molto diverso da quello di stabilire una verità.

Le direttrici su cui si muove l’Autore sono tre: – la ricostruzione dello shock subito da Secondino, che già aveva perso il padre, dopo la morte della madre nel terribile terremoto del 1915: questa via consente a Paris di ripercorrere le orme di un orfano ridotto in stato di estrema povertà, dalla Marsica a Roma, alla ricerca di una nuova figura paterna (da don Orione a Guido Bellone) e di una famiglia altrettanto nuova (dalla chiesa al partito); – la decifrazione del carattere inevitabile, e allo stesso tempo anormale, di un processo frantumato e confuso di formazione della personalità: ciò al fine di dimostrare una sorta di originario e condizionante spaesamento interiore, tra la necessità di convivere con le difficoltà quotidiane e l’innata aspirazione a sfogare tutte le proprie energie in un impegno di riscatto personale e sociale; – la connessione tra l’esigenza di ricomporre questo dissidio e l’uscita dal partito comunista, con la riscoperta delle ragioni religiose della propria vocazione e con l’avvio, mediante la stesura di Fontamara, dell’esperienza letteraria, da intendersi come luogo privilegiato per l’autoanalisi permanente del proprio percorso personale e degli ideali che l’hanno motivato. In proposito, l’accento del romanzo viene a cadere proprio sull’influenza determinante che sulla nascita del Silone-scrittore avrebbe avuto la terapia psicanalitica seguita a Zurigo. Occorre evidenziare, ad ogni modo, che, lungo questi itinerari, Paris si muove con la sensibilità dell’artista, del poeta: non cerca conforto soltanto in documenti più o meno attendibili, ma si abbevera alla lettura diretta delle opere di Silone, lasciandosi spesso tentare da una sorta di confusione di ruoli e intrecciando la vita di Secondino con la propria. Questo tentativo di abbraccio empatico è il valore aggiunto della proposta di Paris, perché ci spiega che anche la letteratura pura ha le sue ragioni e che spesso queste non coincidono con quelle della storia, bensì con quelle ben più indecifrabili del nostro animo di lettori.

Recensioni (di F. La Porta, di O. La Stella, di G. Pollicelli)

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Agata vive a Padova ed è la figlia di un importante costruttore. È inquieta: forse è perché sta finendo l’università; forse lo studio della letteratura araba ha risvegliato in lei il bisogno di una ricerca; o forse sente la necessità di chiarire quale sia il suo posto rispetto a ciò che il padre già desidera per lei. Decide allora di fare un breve viaggio a Damasco con un’amica, sulle tracce di Ibn Arabi, un antico poeta sufi, e ciò che accade in questo viaggio promette all’improvviso di cambiarle la vita; in una moschea, quasi avvinta da una versione orientale della sindrome di Stendhal, ne ha come il presentimento. Si innamora di Faruq, un giovane tassista di nobile famiglia decaduta, e lo aiuta a trovare un lavoro in Italia, facendolo assumere come manovale in una delle ditte di famiglia. Lui è un ex dottorando ed è affascinato da un sogno continentale fatto di civiltà, razionalità e democrazia. Lei è colpita dalla sua dirittura morale e dal fascino di un’eleganza rispettosa e mai volgare. Ma la storia d’amore si scopre tormentata, come se le loro due traiettorie fossero destinate a non correre lungo la medesima orbita. Faruq scopre che il Veneto e l’Italia non sono come se li aspettava; Agata capisce quali siano state le ragioni, spesso discutibili, della fortuna economica di suo padre. La fine del romanzo è diversa da quella che ci si può attendere, perché Agata e Faruq, se da un lato devono moltissimo a questa loro intensa esperienza, dall’altro hanno imparato che entrambi devono affrontare il contesto che più amano se vogliono davvero contribuire a cambiarlo.

È un libro raffinato, ed è uno dei rari casi in cui la veste editoriale segue in modo molto coerente il significato e l’atmosfera del testo. La sagoma dell’immagine in quarta di copertina è già di per sé più che allusiva: è il profilo di una delle prospettive più suggestive dello skyline patavino, nella quale le cupole della Basilica del Santo si sovrappongono ai tanti campanili; è il teatro perfetto per il “Medio Occidente”, per una terra, cioè, che sta in Veneto come in Siria, che non ha più le virtù della sua grande tradizione, e che, al contempo, sembra assumere i vizi delle società orientali contemporanee. La storia di Agata ha un duplice senso, uno di andata e uno di ritorno: il primo rimanda al processo possibile di scoperta di un’identità personale nelle differenze culturali, quelle tra lei e Faruq, così lontani e così vicini; il secondo richiama un risultato finale di maturazione, che nell’acquisita coscienza di una fragilità individuale e di una provenienza familiare e sociale non immediatamente rimediabili, non sa solo di sconfitta e potrebbe preludere, anzi, ad una graduale riscoperta delle origini e ad una resistenza ragionevole nel presente. Tuttavia la vicenda di Agata è anche quella di Faruq, del suo amore per lei e per la sua patria, e della sua repentina scoperta sui forti limiti di un rigore disincarnato e sradicato. Ciò che colpisce, nella narrazione, è anche il sentimento dei luoghi, che portano l’Autore ad annotare l’insopportabile stridore tra la grazia di alcuni spazi cittadini e la provincialità asfittica di chi li abita, tradendo in tal modo un grande affetto per un Veneto tutto zanzottiano. Quello di Beppi Chiuppani è un racconto da Shahrazād del Terzo Millennio: è una novella generativa, vuole indicare una via, e il suo stile è lento e invita all’abbandono, perché, giustamente, tutte le migliori agnizioni si nutrono di parole e di immagini semplici, che qualcuno potrebbe anche definire, semplicisticamente, buoniste. Ma così non è.

PS: Un buon libro suscita sempre la voglia di leggerne almeno un altro. Medio Occidente mi stimola a riprenderne almeno tre: le Lettere persiane di Montesquieu (un classico da rileggere con un nuovo sguardo); Il mondo e l’Occidente di Toynbee (una rilettura freschissima, da frequentare ancora); e Il rancore di Aldo Bonomi (prezioso suggerimento di un amico, che torna in tal modo attualissimo).

La postfazione al libro (di Raffaello Palumbo Mosca)

Una recensione (di Luca Menichetti)

Il sito dell’Autore

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Marco Buratti, detto l’Alligatore, è un ex galeotto e un investigatore senza licenza, ed è alla fonda in quel di Cagliari. Sta scappando dal ricordo dell’ultima tragedia cui gli è capitato di assistere, la morte della compagna di Beniamino Rossini, spietato gangster gentiluomo e alleato di tante avventure e di altrettante faide criminali. È tempo, però, per un nuovo incarico, davvero insolito: scoprire quale sia stata la fine di Guido Di Lello, un ricercatore universitario che si era invaghito della ricchissima Oriana Pozzi Vitali, diventandone l’amante segreto. Le ricerche riportano Buratti nella sua Padova, assistito dal “collega” Max La Memoria, e presto il quadro si manifesta nel suo colore più sinistro: il mistero Di Lello è opera di Giacomo Pellegrini, il “re di cuori”, lo spietato assassino che ora si è apparentemente ripulito come riverito proprietario di un rinomato ristorante e che, tuttavia, non ha rinunciato ad esercitare le sue doti più diaboliche. Buratti contro Pellegrini, dunque: i due si fronteggiano a viso aperto, fino ad una conclusione che non ha nulla di realmente definitivo e che promette nuove puntate.

Nell’ampia produzione di Carlotto, i due personaggi per eccellenza sono Marco Buratti e Giorgio Pellegrini: il primo è diventato famoso con La verità dell’Alligatore; il secondo ha gelato gli animi di moltissimi lettori, non solo italiani, dapprima in Arrivederci amore, ciao (noir affilatissimo che si è guadagnato anche gli onori del grande schermo), poi in Alla fine di un giorno noioso. Ora tornano entrambi alla ribalta, in un romanzo, però, che, diversamente dai precedenti, non ha nulla di particolare o di avvincente. Forse non si tratta neanche di un romanzo; anzi, sembra decisamente lo studio per qualcosa che l’Autore non ha ancora pensato e che sta meditando di riproporre al suo pubblico dopo tanto tempo. La banda degli amanti, infatti, non è altro che un esercizio, per riprendere confidenza con i campioni e con i luoghi preferiti, che ci vengono ripresentati in tutti i loro consueti caratteri, come se provenissero da un fumetto di successo, accantonato per un po’ di tempo e pronto a nuove “strisce”. L’Alligatore e Pellegrini, così, sono quasi prevedibili: oggi assomigliano di più a ciò che i loro tanti ammiratori si aspettano anziché agli originali. Ma non c’è dubbio che la combinazione può reggere, anche perché si sostiene nella contrapposizione romantica tra l’eroe, il fuorilegge condannato ingustamente e dotato di un cuore (un po’ l’alter ego dell’Autore), e l’antierore, il malvagio privo di onore (e il connivente di tutte le nostre paure e fragilità, e dei tanti mali da cui è fiaccato il tessuto sociale). C’è solo da attendere il prossimo libro, allora, come se fosse il primo episodio della serie tv che un trailer ammiccante ci fa tanto desiderare; e c’è anche da sperare che, risciacquando i panni in Bacchiglione, lo stesso Carlotto ritrovi piena confidenza con la verve che da fuggiasco lo aveva trasformato in ottimo scrittore.

Carlotto racconta il ritorno dell’Alligatore

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Nella classica notte buia e tempestosa, lungo una strada fangosa delle montagne dell’Alto Vicentino, una ragazza viene accoltellata. Prima di morire, però, riesce a consegnare alcuni misteriosi documenti a Gigi Marcante, un giovane geometra che, pur restando anonimo, non esita a denunciare l’accaduto ai carabinieri, ai quali trasmette anche copia di quelle strane carte. Entrano subito in gioco tutti gli altri personaggi: il maresciallo Piconese e i suoi uomini, da una parte; il giornalista Andrea Rezzonico, la postina Silvana e suo fratello Nello, dall’altra. Cercano di risolvere il caso, per trovare l’assassino, ancora a caccia del suo prezioso bottino, ma anche per capire se gli enigmi nascosti dietro le parole e i segni di quello strano e composito lascito vi sia la possibilità di recuperare un tesoro. È un rebus in piena regola e l’intreccio è subito intrigante: alcune tracce, infatti, portano verso una singolare comunità religiosa, abbarbicata su quelle montagne e devota custode delle antiche radici del popolo cimbro. Tra eretici dimenticati, ruderi maledetti ed eredità altrettanto sinistre, si procede passo dopo passo, con altre morti e con nuovi sospetti, e anche con l’apporto di figure che appaiono comprimarie e che, invece, finiranno per rivelarsi determinanti.

Il romanzo è ambientato nell’inverno tra il 1975 e il 1976, e il geometra Marcante è impegnato nei rilievi che porteranno al famoso progetto del prolungamento a nord dell’autostrada della Valdastico, opera tuttora al centro di un grande e tormentoso dibattito. Tuttavia questa è solo la cornice, la buccia del racconto, e anche le avventure di Gigi, Andrea, Silvana e Nello sono solo un pretesto: a Matino interessa tornare sul luogo dei suoi precedenti delitti, per raccontare ancora il passato di un territorio ricco di leggende e per dare testimonianza appassionata del popolo cimbro. Così era già stato con La valle dell’orco e con L’ultima anguàna, che assieme a quest’ultima prova formano un trittico divertente e piacevole. È vero, però, che in Tutto è notte nera c’è un gusto ancor più accentuato per l’intrattenimento, con un effetto che rende ancor più forte il desiderio di studiare meglio la storia locale e la sua insospettabile ricchezza; le dense e succose appendici critiche che l’Autore ha accorpato al testo non sono per nulla superflue e rappresentano un primo valido alimento per la curiosità che la lettura arriva a suscitare immancabilmente. La differenza tra questo Matino e i due fortunati precedenti non è solo la nuova veste editoriale: qui si apprezza maggiormente la consapevolezza dello scrittore, la volontà di scherzare costruendo maschere simpatiche e affiatate nelle quali provare a riconoscersi per qualche ora di riposo.

I libri di Umberto Matino

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La bella Clara Salvemini, fascinosa rampolla di un ricco palazzinaro pugliese, viene trovata morta: le circostanze della sua scomparsa sono misteriose. Qualcuno sa che non si è trattato di un suicidio, e sembra saperlo anche il padre Vittorio, che cerca di mettere a tacere ogni cosa. Le sue preoccupazioni sono tutte per l’azienda, implicata in delicate indagini giudiziarie e amministrative sulla discussa realizzazione di un grande complesso edilizio. La moglie Annamaria pare quasi indifferente. Ruggero e Gioia, gli altri due figli, reagiscono in modo diversamente equivoco: il primo è un brillante e precoce oncologo di fama internazionale, ed è egoisticamente seccato dall’accaduto; Gioia è ancora una ragazzina, e il suo dolore si confonde morbosamente con il dispiacere di non trovarsi lei stessa al centro dell’attenzione. C’è anche l’altro figlio, Michele, quello più strano e più difficile, quello introverso e un po’ matto, che se ne è andato da Bari e vive a Roma, e che torna nella grande villa di famiglia proprio in occasione del lutto. È lui a mettersi alla ricerca della verità – tra “figuri” più o meno degradati…. – riuscendo così a scoprire, passo dopo passo, che la morte dell’amata Clara nasconde segreti ancor più oscuri e indicibili. Alla fine resteranno soltanto macerie.

Questo romanzo è il fresco vincitore del premio Strega 2015. Si potrebbe definire come un “Twin Peaks all’italiana”, nel quale al carattere visionario delle ambientazioni alla Lynch si sostituiscono l’uso ostinato di uno stile sofisticato e la ricostruzione feroce di luoghi e personaggi naturalmente perduti. In questi effetti Lagioia è assai bravo: riesce a moltiplicarne la forza espressiva in uno schema narrativo che alterna in modo ipnotizzante voci e punti di vista, e che vuole trasmettere al lettore il senso di un giro di vite progressivo, l’impressione in un gorgo amorale che si fa via via più profondo e che si manifesta con violenza solo nelle ultime pagine. Lo scrittore, quindi, va senz’altro lodato: è un rondista sui generis – dei nostri tempi, diremmo – che crede fortemente nelle capacità nobilitanti e ordinanti della parola, ma in funzione eticamente rivoluzionaria. Nel suo tragico racconto, infatti, l’unica cosa pulita è proprio ciò che alcune critiche hanno voluto giudicare in modo troppo severo, ossia la contorsione del linguaggio, così pervicacemente letterario; ma per l’Autore è chiaro che è la disciplina della cultura il pilastro sulla base del quale ridare un senso ad una società degradata. Meno convincenti, invece, sono i profili che animano la trama, in primo luogo perché corrispondono apertamente a prospettive molto sperimentate e forse ormai scontate: l’intreccio tra sesso, droga, affari e poteri forti; l’aridità di una classe sociale senza scrupoli, che si è arricchita ad ogni costo, e di un Paese che non riesce mai ad emanciparsene; la disgregazione di una famiglia priva di amore, in cui ciascuno cerca di salvare soltanto se stesso; la purezza del personaggio debole, guarda caso il figliastro, il più sensibile e intelligente, condannato tra i reietti perché vittima di un sopruso originario, ma destinato ad un inutile riscatto finale. Soprattutto, però, l’aspetto un po’ delicato del libro è che il carattere magico e tenebroso del linguaggio non si salda del tutto a quella che avrebbe dovuto essere la conseguente raffigurazione di un’ambiguità altrettanto complessa. Sicché il cliché rischia di rimanere tale, senza diventare epico. Ma Lagioia non è Lynch, evidentemente, e non è neanche Stephen King o Joe R. Lansdale. Per poterlo apprezzare occorre essere ancora troppo colti e raffinati, e il romanzo rischia di dimostrare l’esatto opposto di ciò che – politicamente, forse – avrebbe voluto veicolare: non basta la parola (purtroppo) per fare la morale.

Recensioni (di Luca Illetterati, di Marilù Oliva, di Davide Zizza, di Matteo Bianchi)

Un’intervista all’Autore

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Ferencs Ernesto Balla è un ufficiale dell’esercito austriaco, di madre trentina e padre ungherese. Ha studiato letteratura balcanica a Vienna ed è un vero poliglotta; a casa Wittgenstein è sempre ospite gradito. Ha prestato giuramento per l’Austria felix, multiculturale e multietnica, ma la Grande Guerra sembra essere finita presto per lui: è stato ferito sul fronte russo e ha perso del tutto l’uso di un braccio. Poteva andargli decisamente peggio, perché il colpo era diretto al cuore, e soltanto il cappuccio della sua fedele penna Elmo lo ha salvato, deviando il colpo sul gomito. Eppure il suo destino deve ancora realizzarsi proprio nel bel mezzo del conflitto, perché, per le sue spiccate doti linguistiche, viene reclutato dal servizio segreto dell’Impero per infiltrarsi nell’alto comando italiano, spacciandosi per il tenente Vittorio Bottini, morto poco dopo la cattura sull’Ortigara. Comincia così, per Balla, una nuova vita di spia, dietro le linee nemiche, dove diventa presto uno dei collaboratori più fedeli del servizio informazioni italiano, del quale segue tutte le trame, specialmente dopo la disfatta di Caporetto. L’azione si svolge nelle immediate retrovie del fronte, alle porte dell’Altopiano di Asiago, tra Breganze e Marostica: Ferencs/Vittorio si integra perfettamente nella compagine del nemico, tanto da legarsi ad altri commilitoni, per i quali comincia a provare anche un po’ di ammirazione; e ha anche il tempo di innamorarsi, prima di lanciarsi nelle fasi più concitate della cruciale battaglia del Solstizio, per provare a mutarne le sorti già segnate.

Per chi mastichi un po’ di tedesco, e conosca il mondo piccolo di Bassano del Grappa, lo pseudonimo dietro il quale si cela l’Autore è fin troppo facile da decifrare, tanto più che il romanzo sembra il fresco diversivo di chi pratica assai bene la storia, le strategie, i retroscena e i teatri del primo conflitto mondiale, specialmente quelli della Pedemontana veneta. Tuttavia il libro merita attenzione anche al di là dell’inevitabile gossip su chi può averlo scritto. Le vicende di Balla/Bottini ci mettono, infatti, in comunicazione con alcuni dei più suggestivi punti cardinali di un territorio che ancora oggi porta i segni di tante battaglie. Ci invitano a visitarlo, a riscoprirlo con una rinnovata perizia, e anche a conoscerne, e frequentarne, alcune gloriose curiosità, come la fabbrica delle penne Montegrappa (ché quella di Balla/Bottini oggi si chiamerebbe così) o l’intramontabile Osteria Madonnetta (di Marostica, luogo sacro dell’eroico editore e dei suoi tanti amici) o lo stupefacente Archivio Storico Dal Molin (“pozzo senza fondo” per tanti giovani e vecchi studiosi e appassionati) o, ancora, il prezioso Museo Hemingway e della Grande Guerra (per essere scortati, anche con Dos Passos, sui campi di battaglia italiani, sotto la guida dell’imperdibile – e forse oggi introvabile – volume di Giovanni Cecchin). La scrittura di Paul Schachtbrunnen non è quella di Anne Perry, e l’impresa editoriale è veramente opera di un ardito, ma i lettori ne riusciranno compensati da alcune ore di autentico svago. Conclusivamente, vale per tutti l’invito che lo stesso tenente Balla avrebbe formulato nel suo idioma ufficiale: viel Spaß beim Lesen!

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Ci vogliono la cultura e l’arguzia di un’esperta studiosa per ripercorrere gli ultimi giorni – e gli istanti fatali – di Majakovskij, vate assoluto della poesia russa del Novecento. È proprio vero che si è suicidato? Per quali ragioni? Chi c’era con lui quando, il 14 aprile 1930, la sua vita è stata interrotta da un proiettile diretto al cuore? Serena Vitale si arma di pazienza, indossa le lenti dell’investigatore e si muove tra le memorie dei testimoni di quel tempo e i dossier della polizia sovietica, anche di quella segreta, senza mai dimenticarsi, tuttavia, che i veri protagonisti della sua ricerca sono la letteratura, il costume e lo spirito di un’epoca intera. Questi, infatti, emergono nel modo più efficace, negli interstizi di una narrazione rapsodica, risultante dalla cucitura paziente di brani altrui, di verbali, di estratti di fascicoli e di ricordi mai del tutto coincidenti, ricomposti a mo’ di puzzle in una specie di Wunderkammer esistenziale. In questo spazio quasi magico si muovono, poi, molti personaggi, molti luoghi e molte “sigle”: tanti scrittori, altri poeti, intellettuali, poliziotti, uomini politici e funzionari, la LEF, la RAPP, il MChAT, l’OGPU, il Partito, la Casa Herzen, la Casa degli Scrittori, la Lubjanka… C’è tutta la Mosca dei primi vent’anni della Rivoluzione in questo libro. E ci sono le (innumerevoli) figure femminili che sono state decisive per Majakovskij: la magnetica Lili Brik, innanzitutto, ma anche la famosa Veronika Polonsakja, l’attrice che, forse, ha assistito al suicidio. Si tratta di relazioni veramente pericolose, e l’Autrice riesce a rievocarne gli intrecci, le ambiguità e le potenziali connessioni con le ragioni del crescente disagio del poeta nei confronti dell’apparato politico-burocratico dello stalinismo imperante. In questo modo, tra congetture e allusioni, tra cervelli sezionati (sic) e consulenze balistiche, tra pistole scomparse e pistole inattese, la Vitale ci accompagna fino allo showdown, al passaggio (pp. 231 ss.) in cui tenta una compiuta e verosimile ricostruzione delle ultime ore di Majakovskij.

Le immagini che Google restituisce su “Majakovskij” ci presentano il grande poeta della Rivoluzione d’Ottobre in pose che talvolta ricordano, alternativamente, Arthur Rimbaud o Johnny Thunders, talaltra raffigurano il profilo, se non il muso, di un pugile o di un gangster d’oltreoceano. Un maledetto, del resto, Majakovskij lo è stato sul serio; e dei più tormentati e inappagati, oltre che inappaganti e, quindi, affascinanti. Non si può mai dire l’ultima parola su di un poeta che, suicidandosi, chiede “per piacere” che non si facciano “pettegolezzi”, visto che “il defunto li odiava”. Anche Pavese utilizzerà un commiato simile, seminando negli interpreti una ridda di ipotesi e di ricostruzioni, e consegnando, così, ai futuri lettori tutto il fascino di un mistero ulteriore, di un’aura che non procede solo dalla forza evocativa delle parole. Certo è che, in Majakovskij, questa potenza dice tutto, sprizza da ogni singolo carattere dei suoi tanti versi, con quella temibile voracità che, in effetti, è tratto inconfondibile in tanti artisti dal destino segnato e dalla personalità larger than life (di cui il capitolo Tutta una citazione ci offre qualche saggio divertente e irritante). Da questa visuale si capisce anche il nesso tra l’inquietudine di un ego straripante e la Rivoluzione, concepita come proiezione politica di un bisogno irrefrenabile e fisiologico, come “la ‘sua’ rivoluzione, rivolta perenne contro l’ordine esistente”, attitudine che pone Majakovskij non tanto “contro lo Stato” (che forse non lo comprende e lo quarda, per l’appunto, con sospetto), bensì “contro lo stato – stasi, inerzia – delle cose”. La Vitale rappresenta questa energia con grande abilità suggestiva e riesce pure a soddisfare una piccola curiosità personale, rivelandomi l’occasione che ha ispirato Ascoltate, una delle mie poesie preferite. Ma tra i meriti di questo libro – che, una volta cominciato, non si può che leggere rapidamente fino alla fine – va segnalata specialmente l’estrema delicatezza con cui l’Autrice, pur sostenuta da un entusiasmo che soltanto lo sguardo femminile può rendere così penetrante e intuitivo, si ferma, con puntuale rispetto, alle porte della sofferenza e della caduta del poeta. Il testamento di Majakovskij, del resto, va onorato, e su figure tanto straordinarie straparlare proprio non si può.

Un’intervista a Serena Vitale

Recensioni (di Diego Gabutti, di Goffredo Fofi)

Due pezzi sulla morte del poeta (di Enrico Franceschini e di Luigi Ippolito)

Un documentario su Majakovskij

La poesia di Majakovskij

Carmelo Bene legge Majakovskij

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The Children Act è il titolo originale di questo romanzo, ed è anche la consueta denominazione del “codice dei minori” nella legislazione britannica. Protagonista del racconto, in effetti, è un giudice della High Court, Fiona Maye, impegnata nella sezione che si occupa di diritto di famiglia. L’avvio della storia è un riuscitissimo ritratto di questa figura, del contrasto tra la severità del suo ruolo pubblico e la fragilità della relazione con il marito geologo, e dei casi, molto difficili, che deve affrontare quotidianamente. Tra questi spicca da subito la vicenda di Adam Henry, un adolescente ricco di talento e di entusiasmo, ma malato di leucemia e bisognoso di trasfusioni che, tuttavia, non sono consentite dalla confessione religiosa cui appartiene. L’ospedale nel quale è ricoverato, viceversa, chiede l’autorizzazione a procedere in tal senso, ma i genitori si oppongono, e così dimostra di voler fare, risolutamente, lo stesso Adam. Prima di decidere, Fiona vuole andare fino in fondo e conoscere personalmente Adam. Il colloquio le sembra illuminante: il verdetto viene pronunciato in pubblica udienza e tutto pare risolto. Le cose, però, non sono così semplici, e il caso torna a ripresentarsi, anzi, ad imporsi nuovamente, con tutta la sua problematicità, intrufolandosi addirittura nella vita privata del giudice e condizionandone tutti i comportamenti e i pensieri, fino ad un epilogo sorprendente e disorientante.

Due ragioni per leggere questo McEwan (oltre al fatto che ci troviamo di fronte ad un grande scrittore): 1) i primi tre capitoli sono una lezione quasi perfetta su che cosa sia l’arte di giudicare, specialmente allorché siano in gioco complessi bilanciamenti tra diritti e libertà ugualmente predicabili e pertinenti: aveva davvero ragione chi ricordava che il diritto, più che opera di sola scienza, è necessariamente anche opera di sapienza; McEwan, dunque, ci aiuta a metabolizzare che, soprattutto oggi, di fronte alle hard choices del biodiritto, non possiamo proprio rinunciare a un sapere la cui autonomia diventa tanto più preziosa quanto più rischia di risultare permeabile a influenze – morali, scientifiche, politiche, religiose… – apparentemente irresistibili; 2) il quarto e il quinto capitolo ribaltano la prospettiva e la riaffermano allo stesso tempo, in un quadro di deliberata confusione tra sfera personale e doveri d’ufficio: capitolando dinanzi a un finale che può anche deludere, apprendiamo che il diritto e la sapienza del giudizio non ci rendono immuni davanti alla forza della vita, né possono essere invocati per risolvere ogni possibile questione; di qui l’importanza della coscienza del limite, e l’icona dell’umanità ferita di Fiona Maye – che si scopre, suo malgrado, e quasi per rimbalzo, l’eroina di un dramma degno del tema classico di Tristano e Isotta – è molto efficace. Che dire ancora? McEwan frequenta le cronache giudiziarie da tempo e più di altri ha compreso che il tribunale non è materia noiosa, né sede di sole trame da giallo o da vacuo feuilleton; in altri termini: la giustizia è tornata sulla scena della migliore letteratura, e questa è una buona notizia.

Recensioni (di Livia Manera, di Davide Turrini, di Massimiliano Parente, di Giovanni Dozzini, di Tessa Hadley, di Ron Charles)

Una video-intervista all’Autore

Sulla scrittura di Ian McEwan (di Valentina Pigmei)

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1978: Lucilla è innamorata di Ilio, alpinista estremo; vive l’esplosione della sua passione come una fondamentale opportunità di rinascita, nella quale la maternità si palesa come un evento quasi provvidenziale, rispetto ad un passato di emarginazione e alcolismo. Nel 2012, nello stesso paese della montagna trentina, Anna si trova a tavola con i suoi più stretti familiari e sta vivendo un dramma terribile: la nascita improvvisa, inattesa, incompresa, di un bambino di cui non aveva mai percepito la presenza, confuso con i sintomi di un dolore lontano e massacrante, il risultato della solitudine cui è stata condannata dalle persone da cui si sarebbe aspettata amore e protezione. Nel 1627 Gheta, originaria di quel medesimo luogo, è accusata di stregoneria e viene torturata brutalmente; per le autorità la responsabilità della povertà del raccolto e degli eventi naturali che hanno piagato il territorio non può che essere imputata alla donna più eccentrica, a chi sostiene di aiutare le altre donne a liberarsi delle loro malattie e paure, a colei che può essere accusata anche di aver ucciso il proprio figlio. Lucilla sente e vede, nel sonno, il dolore di Gheta; Anna cerca aiuto nei consigli di una vecchia e preveggente Lucilla; Gheta sa già come tutto andrà inevitabilmente a finire. E così Ilio muore in una spericolata spedizione himalayana e Lucilla impazzisce dal dolore, rifiutando il frutto di quell’amore, entrando in cortocircuito con se stessa e con gli altri, e finendo in un ospedale psichiatrico giudiziario; Anna viene nuovamente tradita da chi le sta più vicino, in un percorso di negazione e rinnovata solitudine che non può che finire al cospetto del carcere; Gheta viene graziata, sicché la sua morte non sarà sul rogo, ma sul ceppo della decapitazione.

L’unico Sartori che avevo letto, prima di questo, è quello di Sacrificio. Era già un pullulare di roghi, diversi ma pur sempre accesi, in egual modo, nell’incrocio di storie di abbandono, disperazione e violenza. Anche quello era un romanzo alpino; e il merito di questo agronomo-scrittore – oltre a quello di un linguaggio pulito e scolpito – è di aver utilizzato i cocktail corrosivi di certe e ordinarie cronache di valle per rappresentare duramente la fatale operatività di alcuni meccanismi di controllo sociale e di esclusione in contesti di crisi morale e culturale. In questa nuova prova, inoltre, l’espediente della sovrapposizione di tre vicende femminili, così lontane e così vicine, perché accomunate dall’assurdo abisso dell’infanticidio, funziona bene. L’universalità della sofferenza che può generare tragedie apparentemente incomprensibili è enfatizzata dal senso totalizzante del viaggio nel tempo, se non di una atemporalità definitiva, senza possibilità di scampo. Forse, e l’accostamento non sembri tirato, nel ricorso a queste riuscite connessioni intertemporali Sartori ricorre volutamente alla tecnica narrativa che Valerio Evangelisti ha sperimentato con altrettanta efficacia nel fortunato ciclo di Eymerich. È proprio questo espediente a suggerire l’esistenza di un eterno femminino alternativo, di una tradizione, cioè, non di bellezza e mistero, ma di incomprensione e minorità che, tuttavia, anziché costituire un fattore di debolezza, può nascondere una radice e una coscienza indistruttibili. Ciò detto, Rogo presenta un limite che si riscontrava anche in Sacrificio. Il suo Autore evoca atmosfere e situazioni complesse, degne di Dostoevskij, ma lo fa con un realismo che tradisce fin troppo l’onniscienza del narratore e che produce l’effetto di degradarne i messaggi, troppo semplicemente, a meri stereotipi. Un appunto finale, per vero positivo, riguarda l’editore: il volume è confezionato molto bene; se è vero che, in tema di libri, l’occhio e il tatto vogliono la loro parte, CartaCanta sceglie sempre le sue copertine in modo azzeccato.

Recensione (di Carlo Martinelli)

Un estratto del romanzo, con una breve introduzione di Sartori 

Un’intervista all’Autore

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Al pari di Giovanni Lindo Ferretti – ma con una traiettoria del tutto diversa da quella del carismatico frontman del suo vecchio gruppo – Massimo Zamboni, che anche da ex CCCP resta sempre  fedele alla linea, rivela doti narrative non comuni. In questo testo ripercorre e approfondisce, riscoprendolo egli stesso, un momento cruciale e drammatico della storia della sua famiglia: la morte del nonno Ulisse, squadrista ucciso il 29 febbraio 1944 dai GAP di Reggio Emilia. È difficile immaginare uno “scavo” più sofferto per chi non ha certo coltivato una corrispondente eredità, avendo maturato convinzioni del tutto opposte. Tuttavia la volontà di capire prevale e, tra materiali d’archivio, rievocazioni storiche e racconti popolari, Zamboni canta una lunga genealogia di creature emiliane, di universi contadini, di fortune e ambizioni individuali e collettive. Chiarire la cornice lo aiuta a inquadrare la vicenda che lo riguarda da vicino; a comprendere meglio la crescita di un ceppo familiare che con il sudore e le bestie si è arricchito e urbanizzato; a leggere le tensioni sociali nelle quali quella prosperità è stata coinvolto sin dalla fine dell’Ottocento; a interpretare l’oscura ma elementare mescolanza di ragioni ideali e vendette private in cui, a partire da quelle primitive tensioni, i tanti protagonisti della guerra di Liberazione si sono trovati immersi quasi per un destino immutabile. D’altra parte l’eco dello sparo che ha causato la morte del nonno per mano del gappista “Muso” si è fatta sentire ancora quando quello stesso partigiano è stato assassinato, molti anni dopo, da un altro gappista, anch’egli a sua volta condannato a un orizzonte di sogni, rancori e atti inevitabilmente violenti.

“L’inquietudine è questo: ricercare, senza tregua, il nome che avevi”. Con una frase di Anna Maria Ortese, Zamboni sintetizza efficacemente la ragione del suo racconto e lo stato d’animo che ne ha attraversato la stesura. È qualcosa di più, questo libro, di un tuffo nel passato e nella memoria familiari. È lo spicchio amaro di un’autobiografia collettiva, che vuole fare i conti con alcune delle pagine più nere dell’identità nazionale e che non si accontenta di tracciare di una linea assoluta tra bene e male, né, però, rifiuta di individuarne coscientemente il rispettivo campo d’elezione. Il problema, infatti, non consiste nel modo con cui i vincitori si sono imposti sui vinti: la letteratura è ampia, da Fenoglio in poi, e quanto al cd. “triangolo della morte” c’è già stato, tra gli altri, l’ottimo romanzo di Alessandro Gennari. Zamboni ambisce ad un livello diverso, che contempla il mettersi in discussione in prima persona e che, sia pur per il tramite di un’indagine quasi intimistica, proietta l’italianissimo e verghiano tema della roba nell’analisi del carattere socio-economico della guerra civile e dei suoi tanti e dolorosi strascichi. La via è quella di un’anamnesi molto esigente; non trova tregua nell’attribuzione di una colpa, perché non sarebbe un’operazione sufficiente: al fondo la questione è quasi genetica ed è proprio il canto delle origini ad indicare il punto cui riannodarsi utilmente. C’è qualcosa, in particolare, della gloriosa epopea di una civiltà contadina presto sconvolta dalle tempeste del Novecento, che va custodito comunque e che consente, se coltivato, di interrompere l’eco di qualsiasi sparo. È il grande giacimento di una padanità apparentemente perduta, così lontana e così, sempre, incombente, nella quale Zamboni si addentra da consumato esploratore, alla ricerca di un personale e sofisticato elisir di nuova vita e di buona letteratura.

Recensioni (di Marco Belpoliti, di Camillo Langone, di Andrea Cortellessa)

Direttamente dal testo: tre estratti

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