Il libro – lo si può leggere anche qui, in lingua originale – si articola in quattro parti, che sono collegate, ma possono anche essere lette ciascuna indipendentemente dall’altra, pur al costo di perdere l’implicita progressione del discorso. Nella prima parte Fowles rievoca l’importanza che gli alberi hanno avuto nella sua formazione. È un ragionamento apparentemente strano, ma in fondo semplice. Contrappone la maniacale attenzione del padre per la potatura delle piante del giardino di casa alla sua, opposta, predilezione per l’abbandono e la spontaneità delle crescite vegetali. Non è soltanto un modo, tutto naturalistico, per rappresentare l’attrito del proprio conflitto educativo. La prospettiva scelta da Fowles è specchio di uno scontro tra diverse visioni del mondo, quella dell’Autore e quella condivisa dai più (come da suo padre), e così riassumibile: “Nessun frutto per chi non pota; nessun frutto per chi mette in dubbio la conoscenza; nessun frutto per chi si nasconde tra gli alberi mai toccati dall’uomo; nessun frutto per i traditori della causa umana”. Nel secondo testo l’Autore racconta di un viaggio a Uppsala e di aver voluto visitare il famoso giardino di Linneo. Il ricordo lo spinge meditare sul rapporto tra il suo modo di scrivere e la natura, ma anche tra la conoscenza scientifica della natura e quella artistica, che, nonostante siano comunque differenti, paiono cedere entrambe alla stessa, ingannevole tentazione: “la nostra cultura ci impone di avere fiducia soltanto in ciò che viene riferito, formulato pubblicamente, editato, ciò che viene collocato in una prospettiva chiaramente artistica o chiaramente scientifica. Una delle lezioni più profonde che dobbiamo imparare è che la natura, per sua natura, resiste a questo. Si aspetta di essere vista in un altro modo, nel suo presente individuale e dalla prospettiva del nostro presente individuale”. Di qui alla conclusione il passo è breve: la natura soffre la nostra “dipendenza a trovare una ragione, una funzione, un vantaggio quantificabile”; il suo unico scopo, invece, è “essere, sopravvivere”. Nel terzo e nel quarto capitolo i nodi vengono al pettine. Se è vero che occorre dismettere una concezione strettamente funzionale della natura, è altrettanto vero che l’ostinazione a evitare di sperimentarne una dimensione esistenziale (confinata nel mitico o nel leggendario) ce la allontana sempre di più, spingendoci a scoprire mondi che, viceversa, possano essere chiaramente pensati come utilizzabili o fruibili: “Considerare i boschi e le foreste da una prospettiva meramente scientifica, economica, topografica o estetica, senza comprendere che la loro più grande utilità non sta nelle cose concrete che producono, nel legno e nei frutti, e neppure nel loro fascino paesaggistico o nell’interesse che potrebbero avere come soggetto per un artista, spiega la velocità crescente con cui stiamo fuggendo nello spazio cosmico, lontano dalle altre forme di vita su questo pianeta”. Il fatto è – e Fowles prova a dimostrarlo, rievocando, quasi fosse un’iniziazione, la gita compiuta in una delle foreste più antiche e incontaminate di Inghilterra – che la natura non si può addomesticare mai, e che, se essa può avere un qualche ruolo, lo si deve individuare nella capacità di svelarci il senso di “inalienabile alterità” (di sostanziale irriducibilità, diremmo) che è proprio di “ognuno di noi, umano e non umano”. È così che, lungi dal costituire soltanto una “prigione”, questa condizione, questo rapporto tra l’uomo e la natura, può diventare, al fondo, un’autentica occasione di “redenzione”. Più che sulle tracce di mago Merlino, Fowles ci riporta al pensiero presocratico, in particolare a quello di Eraclito. L’albero, in poche parole, potrebbe essere il miglior commento moderno al frammento 41: “Esiste una sola sapienza: riconoscere l’intelligenza che governa tutte le cose attraverso tutte le cose”.

Recensioni (di P. Beech; di I. Crouch; di T. Fratus; di S. Mariani; di M. Nifantani)

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L’io narrante di questa nuova storia di Pardini è un giornalista, che vive in presa diretta lo strano e progressivo aggravarsi di una drammatica crisi, prima locale e poi globale. Un misterioso uccello, di specie mai vista, attacca gli uomini, per cavarne gli occhi e cibarsene. L’Accecatore – così viene presto chiamato – colpisce chiunque e ovunque, senza preavviso. In tutto il mondo le autorità cominciano a prendere alcune misure, tra cui quella di obbligare i cittadini a indossare speciali occhiali protettivi. Le ipotesi sull’origine del flagello sono molte, le più disparate, ma lungi dal risolversi il caso si complica. Le istituzioni e i loro gangli più segreti si attivano e si fanno anche minacciosi, preoccupati più di salvare se stessi che le persone. Agli attacchi dell’Accecatore, inoltre, si aggiungono le incursioni terribili di altri uccelli, che non risparmiano nulla e nessuno, e che paiono riprodursi costantemente e inesorabilmente. Sono dei veri e propri Assalitori, dinanzi ai quali si cerca di proteggere case, persone e spazi pubblici con reti metalliche e inferriate. Laddove risulti necessario per salvare gli uomini colpiti da improvvisi assedi, non si esita a sacrificare bovini, maiali o animali domestici, appositamente raccolti per ogni evenienza. Anche il narratore, alla fine, barricato nella sua abitazione, deve fare i conti con l’insolita e fatale mostruosità: “Gli uccelli hanno cominciato ad entrare, li ho di fronte, mi sono a petto. Debbo impugnare le armi. Mio Dio, aiutami”.

A leggere L’Accecatore non si può non pensare al Covid-19, anche se le immagini evocate da Pardini hanno un tenore molto più biblico di quello che si può registrare nelle cronache quotidiane di questi ultimi due anni. Anziché letterario, tuttavia, l’accostamento che riesce immediato è cinematografico: L’Accecatore richiama inevitabilmente alla memoria Gli uccelli di Hitchcock, con il duplice senso di inspiegabile catastrofe e crash psicologico che sa comunicare quel famoso film. Ma con una certa differenza, non secondaria. Il masterpiece del maestro del brivido poggia tutto sulla non razionalizzabilità di un evento, sulla rappresentazione di qualcosa di letale, crescente e suscettibile di farci letteralmente impazzire. Il romanzo di Pardini, invece, aggiunge qualcosa. Mette innanzitutto in scena un processo di tragico adattamento collettivo, in cui la serietà del rischio non sembra fronteggiata in un rigurgito di ritrovata coralità sociale, risultando piuttosto ribaltata su di una serie di iniziative variamente autoreferenziali e per ciò solo insufficienti. In tale quadro, di sproporzionata ed egoistica frammentazione, il protagonista-narratore è destinato a ritrovarsi solo, fino alla fine, come sono condannati ad esserlo tutti, soprattutto quando la natura si dimostra nella sua veste di forte e implacabile matrigna. Eppure in Pardini è sempre l’uomo ad essere manchevole. E in effetti, anche in quest’ultima prova – che Pequod ha il merito di seguire, sia pur con qualche piccolo difetto di editing – è implicito un dolente richiamo alla necessità, tanto più in situazioni di emergenza così complessa, di riscoprire un’essenziale, e animale, spirito di comunità di specie. L’alternativa è la folle, impari e disperante lotta individuale.

Una recensione (di B. Di Monaco)

Un’intervista all’Autore

Un ritratto di Pardini (di D. Bregola)

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Ennio Guarneri vive a Milano, ama il body building ed è un ex poliziotto. Era entrato nel corpo da giovanissimo e aveva anche avuto modo di diventare presto ispettore. Poi il suo personale senso di giustizia – l’idea, cioè, che la giustizia non segua necessariamente i percorsi della legge e che, quindi, debba essere veicolata per altre vie – lo ha indotto a cooperare con alcuni colleghi per praticare saltuari e sostanziali “tagliandi” a figure spregevoli, ma capaci di farla sempre franca. Un giorno è stato colto sul fatto e costretto alle dimissioni. Nel bel mezzo del limbo in cui la nuova vita di disoccupato sembra farlo galleggiare decide di prendere lezioni private dalla sua vecchia maestra, per ripetere le elementari. Una mattina, casualmente, mentre si trova in riva al Ticino, sventa un’esecuzione e uccide il killer, facendo fuggire la vittima. La storia comincia proprio da qui. Perché è da quel momento, in effetti, che Ennio finisce in una spirale pericolosissima, che decide di raccontare giorno per giorno in un diario privato. L’uomo che ha ucciso era il fratello del capo di una spietata organizzazione nigeriana, il cui scopo è di fare giustizia dei “mercanti di uomini” e di quanti si siano macchiati di gravi crimini nei confronti dei migranti. Uno strano personaggio, un investigatore privato – finito, forse, allo stesso modo nelle grinfie dell’organizzazione – fa sapere a Ennio che c’è una sola via per sperare di salvarsi dalla rappresaglia del capo: mettersi al suo servizio come sicario. Di fronte a questa sorta di inaccettabile e tragica “proposta contrattuale” Ennio entra in crisi, tanto più che, proprio in quel momento, si innamora perdutamente e la sua vita sembra riacquistare un senso. Che fare? 

Gli sviluppi successivi non si possono rivelare, anche se occorre anticipare che la via d’uscita non sarà semplice e che, in ogni caso, il protagonista, se potrà salvarsi, lo farà grazie a un aiuto che aveva programmaticamente escluso. Guarneri, infatti, non ne uscirà da solo, e forse, alla fine, troverà un nuovo potenziale amico. Ma liberarsi dal vizio della solitudine non è così facile, specie per chi sembra esservi condannato da sempre. Del resto anche l’epilogo è tutt’altro che pienamente positivo, visto che Guarneri dovrà comunque affrontare due perdite molto importanti. In questo libro, che si potrebbe ascrivere al genere noir, Montanari riesce a intrecciare una trama quasi, e scopertamente, banale (che ben si addice allo stereotipo del tipico thriller metropolitano) con una traiettoria esistenziale particolarmente solida e paradigmatica (e che all’apparenza potrebbe dirsi del tutto sproporzionata rispetto alle esigenze di quella stessa trama). Non è dato sapere se questo genere di costruzione corrisponda a un espediente calcolato. Eppure il risultato convince: tanto distrae e annoia l’avventura per così dire principale, quanto attrae e fa riflettere l’evoluzione laterale della dimensione personale del protagonista, in un gioco incrociato di salite e discese narrative. Con l’effetto che, alla fine, è quella dimensione ad essere veramente al centro del romanzo. Come si finisce per intuire al termine della lettura, il cuore della storia e già del tutto riassunto nell’immagine panoramica di apertura, nello sguardo impaurito di un cormorano ferito, che dinanzi alle inspiegabili e temibili insidie del mondo, separato dai suoi compagni e rimasto fatalmente da solo, può soltanto soccombere.

Recensioni (di R. De Marco; di G.P. Serino)

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Non è facile esprimersi su questo libro. Anche il suo Autore l’ha definito un “oggetto narrativo non identificato”: qualcosa di sconosciuto e indecifrabile, che a ogni pagina si avvicina sempre di più e va scoperto con cautela, passo dopo passo. E che forse si capisce soltanto arrivati alla fine, quando ci si ritrova curiosi di ricominciare. La raccolta comprende cinque racconti, che andrebbero riletti a ritroso, visto che l’ultimo – l’Epilogo – fornisce la mappa delle ispirazioni che sono alla base degli altri e che, nella finzione, vengono stimolate e collegate da un’occasionale conversazione con un anonimo giardiniere. Partiamo dal fondo, dunque, perché è così che si può apprezzare la singolare regressione proposta al lettore.

Il quarto racconto – il più lungo – è quello che in questa edizione italiana dà il titolo al volume ed è diviso in più capitoli. È il pezzo apparentemente più prevedibile. Narra dell’irruzione nella scienza contemporanea delle teorie che hanno sconvolto il modo di ricostruire le leggi che governano la materia, e lo fa con la rievocazione, a tratti anche suggestiva, di spezzoni di vita, e di intima dis-avventura speculativa, di alcuni dei più grandi fisici del Novecento, in particolare di Heisenberg e Schrödinger. Il tema dominante sembra quello – di per sé un po’ scontato – del nesso tra solitudine, patologia e genialità. È una sinergia che viene sviluppata anche nel terzo racconto, Il cuore del cuore, che segue la traiettoria esistenziale incrociata di due matematici famosi, incompresi e fatalmente impazziti, Shinichi Mochizuchi e Alexander Grothendiek. Questo fil rouge colora l’andamento complessivo della raccolta di un senso tragico e incombente, prodotto di una verità ineffabile eppure calcolabile, al cui cospetto il destino individuale dello scienziato, uno scopritore sconcertato, si mescola indissolubilmente con quello collettivo di una società tanto normale quanto potenzialmente aperta a qualsiasi conseguimento, anche il più terribile. Da questo punto di vista, ben più interessante, il secondo testo – La singolarità di Schwarzschild – è decisamente più chiaro e si occupa dello studioso che ha intuito e teorizzato l’esistenza dei buchi neri, e che è morto nel primo conflitto mondiale per effetto dei gas venefici. Blu di Prussia, infine, è il primo lavoro ed è senz’altro il più convincente, il punto di arrivo della climax rovesciata in cui si dispone il contenuto del volume. Approfondisce gli intrecci quasi sorprendenti che hanno portato alla sconvolgente invenzione di un veleno, il cianuro, che da fonte di un originale e fortunato pigmento, scoperto nel Settecento in modo del tutto casuale, è stato industrializzato nel Novecento per la produzione di un pesticida fortissimo e del tristemente famoso Zyklon B, massivamente utilizzato negli stermini perpetrati all’interno dei lager nazisti.

Di che cosa vuole parlarci, in definitiva, Labatut? Non certo – o non solo – di Heisenberg e delle grandi svolte epistemologiche connesse alla formulazione del principio di indeterminazione: a prescindere dalla recente divulgazione di Carlo Rovelli, il meglio, sul punto, lo ha sempre dato in prima persona il grande fisico tedesco, in un’opera facilmente reperibile che dovrebbe essere letta da tutti. Quando abbiamo smesso di capire il mondo non è neppure un’ennesima versione in prosa della rappresentazione degli intensi e tragici, e premonitori, dibattiti in cui si sono arrovellati i più grandi fisici della prima metà del Novecento: a ciò ha già provveduto da tempo Michael Frayn, con Copenaghen. In questa prospettiva, Labatut non vuole neanche tornare sul luogo del delitto su cui si è soffermato Leonardo Sciascia nel suo ineguagliabile La scomparsa di Majorana: la rinuncia dello scienziato più profondo è un motivo che viene affrontato, ma nel libro dello scrittore cileno manca l’accelerazione morale che dovrebbe suggerire all’umanità una potenziale opzione di reversibilità generale. Che non è, tuttavia, quella distorta e “pazza” dello scienziato che, nel farsi incosciente distruttore di se stesso, si rende distruttore consapevole di un ordine a sua volta letale, come avviene nella bellissima Manhunt, la serie su Unabomner disponibile online per Netflix. A tutte queste variazioni Labatut aggiunge una cornice, uno spazio che disegna come contorno obbligato, per mettere in scena un’orribile discesa negli inferi. Da un lato è lo spettacolo – dalla biblica ineluttabilità – su ciò che può significare, per l’uomo e per la sua irresistibile vocazione tecnologica, la caduta nella conoscenza più estrema. Dall’altro, però, è anche la dimostrazione che ciò che si nasconde dietro l’orrore di cui l’uomo è capace non è questa conoscenza, ma l’incontrollabile ambizione normalizzante che vorrebbe dominarla.

Recensioni (di P. Beltrame; di D. Coppo; di E. Franzin; di G.I. Giannoli; di R. Precht)

Interviste all’Autore (di M. Moca; di F. Pellas)

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Simon Sunderson è un forte e dedito bevitore, assomiglia moltissimo a Robert Duvall ed è un ex poliziotto del Michigan, fresco di pensione. Decide di dare la caccia ad un ambiguo santone, il Grande Capo, che si sposta di stato in stato e si fa chiamare in molti modi, anche Re Davide. Sunderson sospetta che questo personaggio approfitti della sua setta per abusare di ragazze adolescenti, ma gli mancano le prove decisive. Ne segue le tracce fino in Arizona, dove si reca per andare a trovare la madre ultra-ottantenne. Si fa aiutare da Mona, una giovane hacker che abita accanto a lui e che gli sollecita sensazioni contrastanti: da un lato, ne è irresistibilmente attratto; dall’altro, prova sentimenti paterni. Sunderson, infatti, dopo il divorzio da Diane, è rimasto solo, ed è costantemente in cerca di avventure e di relazioni umane più o meno solide. Le uniche cose che paiono dargli equilibrio sono la pesca al salmerino, le lunghe camminate nella natura più selvaggia e la compagnia dell’amico Marion, che fa il preside di una scuola ed è di origini indiane. La cultura e le tragiche vicissitudini dei nativi americani hanno sempre affascinato Sunderson, che ha un passato di brillante laureato in storia. Ora ritiene che queste conoscenze gli possano essere utili per il caso, e che – complici le suggestioni prodotte dallo studio di un fortunato saggio accademico: Sunderson acquista e legge molti libri – lo possano aiutare a capire il sincretismo religioso e la psicologia distorta di Re Davide e dei suoi accoliti. Proprio qui si manifesta il vero cuore del romanzo e della ricerca di Harrison. La detective story è solo un pretesto, destinato a sciogliersi tra vagabondaggi, piccole peripezie e qualche intermezzo erotico, con un epilogo tanto scontato quanto casuale e addirittura goffo. Quello che conta, invece, è il viaggio, il disorientamento, con la dinamica autoriflessiva generata nell’anziano protagonista e nella sua lotta con i fantasmi personali e con quelli della nazione bianca. Sunderson-Harrison fa i conti con la vecchiaia, con la sua biografia e con quella del Paese, e così facendo si immerge e si perde nel paesaggio e si spoglia del proprio io, cercando di mettersi in contatto con le radici dell’America per integrarsi in un ordine spontaneo e istintivo. La caccia all’uomo, quindi, diventa una caccia rituale, iniziatica, animata anche da simboliche opposizioni letterarie: tra una consolidata immagine posticcia (il mito suggestivo ma artefatto dei Classici americani di D.H. Lawrence) e un’esperienza di fiduciosa adesione alla natura primigenia e avvolgente delle cose (seguendo i passi di Gary Snyder). Questo Harrison è lo stesso di Ritorno sulla terra. Chi ha amato quelle atmosfere, amerà mettersi anche sulle orme del Grande Capo.

Recensione (di P. Dexter)

Un profilo dell’Autore

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Qualche anno fa, con Il tempo degli stregoni, Wolfram Eilenberger ha illustrato l’itinerario speculativo di quattro giganti della tradizione filosofica novecentesca (Benjamin, Cassirer, Heidegger e Wittgenstein). Non lo ha fatto in modo didascalico. Ha mescolato le carte: ha isolato un decennio (1919-1929) e all’interno di ogni capitolo, dedicato volta per volta a uno specifico torno di anni, ha alternato spezzoni di biografia a opere di ciascuno dei suoi campioni. Ne ha seguito i pensieri e le vicissitudini, osservandoli in vitro, nell’impasto di vita e teoria, e nella fase in cui sono diventati ciò per cui vengono ancor oggi ricordati. Con Le visionarie Eilenberger compie la stessa operazione su quattro protagoniste assolute: Hannah Arendt, Simone de Beauvoir, Ayn Rand e Simone Weil. E questa volta si concentra su un altro decennio, particolarmente drammatico: 1933-1943. L’effetto è ancor più convincente, oltre che coinvolgente. Lo è senz’altro per l’efficacia delle singole ricostruzioni. È difficile, in effetti, capire la Arendt senza il racconto del suo originario scavo sul rapporto tra ebrei e cultura nazionale. Al contempo, è essenziale, per comprendere l’Autrice del Secondo sesso, assistere allo snodarsi progressivo della vita libera di Simone de Beauvoir e al singolare ménage costruito con Sartre e con le loro giovani frequentazioni. Lo stesso si può dire per l’importanza del significato quasi iniziatico della sofferenza e del rapimento costante cui si sottopone Simone Weil, o per la centralità della prolifica, assorbente ostinazione di Ayn Rand, per la quale il teatro e il romanzo altro non sono che i veicoli migliori per immettere nel sogno americano le proiezioni libertarie che soltanto chi è fuggito dalla Rivoluzione d’Ottobre poteva concepire con tale determinazione. 

Le visionarie è un libro riuscito non solo perché raccoglie medaglioni molto espressivi. Il suo punto forte consiste nell’aver portato ad un grado di perfezionamento ulteriore l’approccio seguito ne Il tempo degli stregoni: affiancare idee e identità apparentemente distanti, e parlarci così di ciò che le accomuna, dello spirito di un momento storico cruciale e dell’interazione tra questo spirito e l’esistenza individuale. C’è qualcosa di hegeliano in questa impostazione; nulla di più adatto, in verità, per guardare alle matrici delle più significative letture critiche sulle grandi ideologie del Novecento. In un passaggio del libro – in cui si esplica con chiarezza quale sia l’elemento che per l’Autore avvicina visioni tanto diverse – il metodo affiora chiaramente: “Colui o colei che abbraccia la filosofia oscilla tra due figure opposte: l’Asociale, portatore di idee devianti, e il Profeta di una vita autentica, di cui è possibile scovare e decifrare le tracce anche nel trionfo della falsità. In ogni caso, questo schema permette di definire il ruolo che all’inizio degli anni trenta Ayn Rand – e con lei la Weil, Arendt, de Beauvoir – assume con sempre maggiore consapevolezza. Non si tratta di una scelta esplicita. Semplicemente, esse si accorgono della propria radicale diversità. E condividono una certezza di fondo: che a essere bisognosi di cura non sono loro ma gli altri. Se possibile: tutti gli altri” (p. 80). È un punto di vista che costituisce tuttora il lascito più influente delle grandi donne di cui Eilenberger tratta, e che rappresenta la bussola non solo per orientarsi tra le pagine di un saggio davvero molto affascinante, ma anche per ragionare un po’ meglio sui rapporti tra identità e discorso pubblico nell’epoca attuale.

Recensioni (di A. Ambrosio; A. Benini; C. Consoli; D. Gabutti)

Un’intervista all’Autore

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Quanto è importante trovare casa? E quanto è difficile sistemarla alla bisogna? In questo libro Katharina von Arx – la giramondo e giornalista svizzera divenuta famosa come “viaggiatrice leggera” – racconta la sua personale ricerca, dall’infanzia alla maturità, quando finalmente, in quel di Romainmôtier, si imbatte in un maniero quasi abbandonato e si propone assieme al marito, reporter e scrittore, di abitarlo e ristrutturarlo. La storia delle avventure (e disavventure) che la coppia deve affrontare per compiere una tale impresa è il cuore, tutt’altro che romantico, del volume. Si tratta del resoconto, un po’ tragicomico, delle più classiche difficoltà di qualsiasi refurbishment, aggravate dalla circostanza che l’immobile viene ben presto dichiarato monumento di interesse nazionale, con tutto ciò che ne consegue sulla tipologia, sull’entità e sui costi (elevatissimi) degli interventi. Albert, un manovale, formula la massima universalmente nota che si è soliti usare per fronteggiare l’immancabile scoramento dei proprietari: “Per fare ordine bisogna cominciare dal disordine”. E di disordine ce n’è tanto. Pagina dopo pagina, passiamo dai complicati rapporti con i sospettosi e invidiosi vicini e paesani a quelli con i puntigliosi e implacabili esperti, storici e architetti; dalle peripezie di ogni singola lavorazione agli espedienti che di volta in volta Katharina cerca di mettere in atto per far fronte ai tanti debiti o per contribuire in prima persona alle opere di muratori e artigiani; dalle insidie di improbabili speculazioni edilizie ai ricorrenti momenti di tensione e scoramento che la coppia impara a sperimentare. Alla fine, però, il castello, che avrebbe potuto rimanere per sempre nel cassetto, sostituito da un vero e proprio buco nero finanziario, riemergerà dal passato come la suggestiva casa del priore, perno sempre più vivo di un borgo medievale in graduale e fortunata rinascita. Qualcuno potrebbe vedere in questa vicenda un caso esemplare della tortuosità che spesso devono affrontare le esperienze pubblico-privato di recupero e valorizzazione di beni particolarmente significativi. Ma ciò che del libro si lascia meglio apprezzare è il tono disincantato, divertito, con cui l’Autrice, rievocando una traiettoria esistenziale che parte da lontano, riesce a dimostrare che le case e gli oggetti che le riempiono sono molto di più di ciò che appaiono. Ci danno l’occasione di dare una necessaria proiezione materiale al nostro io ovvero, come direbbe qualcuno (E. Coccia, Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità, Torino, 2021), compongono “una macchina pampsichistica di animazione universale, un meccanismo che rivela che dentro ogni cosa c’è (…) uno spazio di animismo involontario”. Che è un altro modo – sorprendentemente casalingo – per rammentarci, con Talete, che tutto è pieno di dei.

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François è un abile e affermato chirurgo di mezza età. Figlio a sua volta di un apprezzato medico di paese, è l’azionista di controllo di un’importante clinica. Ama passare molto tempo nella avita casa di montagna, al confine tra Francia, Svizzera e Italia. Lì può darsi al suo hobby preferito, la caccia. La storia – non per caso dunque – comincia dal momento in cui François, dopo una posta assai lunga e impegnativa, ha finalmente nel mirino un cervo maestoso. Riesce solo a ferirlo. Lo insegue, ma non lo finisce: lo carica nel suo pick up, ancora vivo, per portarlo a casa, curarlo e liberarlo. Questa è la base di partenza per una vicenda che viene raccontata in quattro parti. Le prime tre sono ciascuna l’approfondimento progressivo dell’altra. Scopriamo, passo dopo passo, che il figlio di François, consulente finanziario, è passato a trovarlo, e che, però, se ne vuole andare presto, per raggiungere la compagna, un’affermata modella. La moglie di François – avvinta da sempre in una totale venerazione del figlio e in una altrettanto ambigua tendenza negativa nei confronti della figlia – si trova in un convento per un ritiro spirituale, dal quale tuttavia si allontana senza avvisarlo, in preda ad una delle sue consuete crisi. Nel frattempo la figlia, che da qualche giorno è nei pensieri di François, piomba all’improvviso, con la prima neve dell’anno, alla casa di montagna: è accompagnata da Loïc, il suo misterioso compagno, che, proprio mentre arriva, spara al cervo che François aveva accudito, uccidendolo. Loïc, peraltro, è gravemente ferito, abbisogna di un intervento urgente e François, su richiesta della figlia, prova a tamponare la situazione. Ma è evidente che i due sono nei guai, che sono seguiti da qualcuno che intende eliminarli ad ogni costo e che Loïc, in particolare, è una figura quanto mai equivoca e spregiudicata. L’accelerazione sarà repentina e il protagonista si vedrà presto travolto, con tutto il suo mondo, da rivelazioni sconvolgenti, e risucchiato in un incubo sempre più intenso. Verrà gettato in una inattesa fuga nel bosco, su cui si chiude, nella quarta e ultima parte, tutto il racconto.

Di questo libro qualcuno potrebbe dire ciò che di solito si pensa di molti classici film francesi: che sono troppo lenti e “psicologici”. È un’opinione che la scrittura dell’Autore – nella sua insistita esattezza descrittiva e nell’incedere ossessivamente autoanalitico che conferisce ai pensieri di François – rischia di incoraggiare. Tuttavia, a leggerlo con la giusta concentrazione, e lasciandosi trasportare, il romanzo può stimolare l’idea della sceneggiatura ideale per un thriller ben più movimentato, con Jean Reno nelle parti del medico protagonista e Vincent Cassel nel ruolo di Loïc. C’è una tensione fortissima nella narrazione, una forza che in un eventuale progetto cinematografico non potrebbe che riflettersi nella scelta dei volti più risoluti del cinema d’Oltralpe. Eppure anche questa è un’impressione sbagliata. Non che non potrebbe funzionare, ma sarebbe un altro film, mentre l’Autore ne vorrebbe uno ancora diverso. Il centro della storia non è il colorito thriller che la trama dimostra di assumere nella sua progressione: è il crollo di un’intera esistenza e di un quadro familiare affetto da patologie di più lungo periodo. A François, sbattuto violentemente in una spirale che mai avrebbe sospettato di percorrere, verrebbe da dire, forse banalmente: “Si raccoglie quanto si semina”. Ciò che illustra Lang, però, è tanto più sottile. Se a François riesce di curare meticolosamente e accudire il cervo che egli stesso ha ferito, riprendere le redini di un arido e scostante discorso familiare, anch’esso colpito ab origine, è operazione che gli risulta ormai inaccessibile. È questa medesima malattia, in fondo, ad essere il primo antecedente causale della morte del cervo miracolosamente guarito. Quindi anche l’apparente purezza della natura – che è il luogo della redenzione di François, nobile ed esperto (ex) cacciatore – non può resistere al guasto affettivo che l’uomo ha compiuto. La conclusione non è completamente tragica: l’efferatezza generata dagli eventi, e respinta con pari violenza dal protagonista, apre la via del bosco, dell’ignoto che disorienta; di un inseguimento che – senza che nulla sia garantito – offre la speranza per ricominciare, sia pur da zero, e creare nuovi legami.

Una recensione (di A. Pisu)

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Javier Marías è autore di grandi romanzi (in proposito bisogna dire – ne approfitto – che Nella schiena del tempo e Il secolo sono molto migliori de Gli innamoramenti e, forse, anche del celebrato Berta Isla). Il fatto è che Marías è forte pure nei racconti. Lo provano quelli riuniti in un unico contesto nel 2012 e proposti al pubblico italiano in questo volume del 2020. Sono davvero interessanti. Alcuni spiccano semplicemente per bellezza; perché tutto – tempi, articolazione, lunghezza – funziona alla perfezione. Altri, invece, oltre ad essere anch’essi gradevoli, offrono qualche spunto in più per capire meglio dove sia l’originalità dello sguardo, o del metodo, di Marías. Partiamo dai racconti veramente belli, che tra l’altro non sono pochi. Sangue di lancia, ad esempio, è quello che mi ha colpito di più: si scopre lentamente, è una specie di giallo, risolto per ostinazione a molti anni di distanza da un barbaro delitto, e la storia procede come un’allucinazione, per rivelare alla fine un’incredibile, ma semplicissima, verità. Le dimissioni di Santestieban è un’efficace e curiosa storia di fantasmi, che tuttavia serve per rappresentare in modo perfetto una simbolica traiettoria personale e, forse, anche antropologica. La canzone di Lord Rendall è un’altra forma di visione, in cui il tema classico del reduce è sublimato in una sorta di sogno drammatico. Un epigramma di lealtà, invece, è un arguto, indiretto tributo a tutti coloro che sanno dare un vero valore alla letteratura. La rassegna potrebbe continuare: il libro contiene una trentina di pezzi, che – come anticipato – si lasciano anche apprezzare per la loro natura sintomatica. Dicono di Marías moltissime cose. Penso, sempre in via esemplificativa, a Mentre le donne dormono, a Binocolo rotto, a Quand’ero mortale, a Meno scrupoli, ma anche a Un senso di cameratismo. In tutti questi racconti si produce la sensazione che l’Autore segua la tecnica di quel tipo di immaginifica immedesimazione di cui sono capaci, per lo più, soltanto i bambini: ora facciamo che eravamo… La differenza, rispetto a quell’approccio, è che Marías non lo applica in una dimensione di gioco, ma lo riserva a situazioni drammatiche, tristi o malinconiche, sulle quali si concentra con assolute e partecipate immersioni di pensiero. Ciò gli consente – quasi parlasse da solo, quasi si sforzasse in una costante e potente autoanalisi – di scavare con naturalezza e libertà in tutte le possibilità disponibili, sul piano degli accadimenti come su quello dei sentimenti, ed anche in quelle apparentemente più assurde o fantasiose; e di guardare, attraverso questa lente, anche se stesso, come dall’esterno, traendone una specifica, personale consolazione. Tutto ciò suscita irresistibile comprensione ed empatia, e produce un piacevole effetto anestetico di consapevolezza e di accettazione universali. Ecco, a leggere Marías viene spontaneo pensare, simultaneamente, a Edward Hopper e Calderón de la Barca. Niente male.

Recensioni (di M. Camerini; di V. Martinetto; di D. Mattei)

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Per rappresentare il gesto dell’umiliazione più profonda, per ammettere i propri errori e ottenere la comprensione dell’avversario, andare – o venire – a Canossa è un’espressione diventata proverbiale. Sono in tanti, di solito, a ricordare che la sua origine è un famoso episodio di storia medievale, un momento notissimo della lotta per le investiture: l’atto di sottomissione e pentimento dell’imperatore di fronte al pontefice. Enrico IV, infatti, era rimasto esposto al freddo del rigido inverno del 1077, fuori dal castello di Canossa, in attesa del perdono di papa Gregorio VII, ospite della contessa Matilde. Ebbene, di quest’ultima ed enigmatica figura – di cui tuttora vi sono tracce visibili in chiese, monasteri e castelli disseminati tra l’Appennino modenese, la Garfagnana e la Lucchesia – sono in pochi a conoscere qualcosa. Con l’eccezione di Paolo Golinelli, che in Matilde e i Canossa – un testo di successo e più volte riedito – ricostruisce la genealogia, le politiche e il declino di una casata autorevole e forte, e capace di estendere la propria influenza su di un territorio assai ampio, dalla Toscana a Ferrara, da Modena, Parma e Mantova a Brescia e Verona.

Le fonti sono scarse (il riferimento, per lo più, è la Vita Mathildis del monaco Donizone, che è senz’altro “di parte”), ma l’Autore riesce a contestualizzarle, interpretandole con puntiglio e restituendoci scorci e letture affascinanti. Sul celebre avvenimento, ad esempio: per Golinelli, il vero vincitore, a Canossa, fu Enrico IV, che con la forza del suo esercito mise il pontefice sotto pressione e “strappò” un perdono che gli consentì di avviare un conflitto ancor più forte e decisivo. Ma le pagine più interessanti del saggio sono quelle che si riferiscono a fatti meno conosciuti, ai prodromi, per così dire, dell’epoca matildica: in particolare, all’origine quasi leggendaria della fortuna dei Canossa, con l’emergere nel X secolo di Adalberto Atto, allora vassallo del vescovo di Reggio, Adelardo, e ritrovatosi protettore di Adelaide regina d’Italia; poi alla graduale strategia – con Goffredo e Tedaldo – di alleanza sempre più stretta con la Chiesa e di espansione lungo il Po, con una fitta trama di operazioni immobiliari e fondazioni di nuovi monasteri (su tutti, quello di San Benedetto Po); e infine alla decisiva e ulteriore crescita, con Bonifacio, che si impone sul fratello Corrado e sposta il baricentro del dominio (ormai piccolo “Stato”) a Mantova, diventando anche signore della marca di Toscana, stringendo un’alleanza con l’imperatore Corrado II e sposando in seconde nozze Beatrice di Lorena. Da un certo punto di vista, è questo l’apice della grande stagione dei Canossa, che comincia ad entrare in crisi già con il misterioso assassinio di Bonifacio – che è il padre di Matilde – per qualcuno diventato troppo potente. 

Il saggio segue con spiccato piglio narrativo anche le vicende successive: il secondo matrimonio di Beatrice, con Goffredo il Barbuto, e la stretta alleanza con papa Leone IX; il conflitto con l’imperatore Enrico III, che rende prigioniere sia Beatrice, sia Matilde; il ritorno in Italia al seguito di papa Vittore II e l’inizio, nel corso delle successive elezioni papali, dell’escalation molto dura della contesa sulle relative prerogative imperiali. È in questo ambito che i Canossa, titolari del diritto all’accompagnamento dei pontefici, si conquistano un nuovo spazio di protagonisti, accanto ai più fieri portavoce della riforma ecclesiastica e, così, a fianco anche di Ildebrando di Soana, il futuro Gregorio VII. Ed è sempre in questo contesto che Matilde emerge giovanissima, dovendo tuttavia affrontare ben presto la guerra con Enrico IV, l’erosione progressiva del dominio territoriale, la necessità di vendere gran parte dei suoi beni e di “donarli” alla Chiesa per salvarne l’integrità dinanzi ai rischi delle appropriazioni imperiali, la riconquista di feudi e città e la finale conciliazione con l’imperatore Enrico V. 

Il libro è ricco di tanti altri episodi e di passaggi curiosi: pittoresco quello sulle modalità della morte, insolita e atroce, di Goffredo il Gobbo, marito di Matilde; correttamente cauto quello sui discussi, “chiacchierati” rapporti tra quest’ultima e papa Gregorio VII; equilibrato quello sulla fatidica battaglia che Matilde avrebbe vinto vicino al Po contro l’esercito di Enrico IV. Non mancano, infine, alcune importanti digressioni: sul vero significato geopolitico della riforma ecclesiastica, ad esempio, e sull’intreccio tipicamente medievale tra sacro e profano; o sul rapporto tra il declino della grande feudalità e il risveglio delle città e delle comunità che le animano. Matilde e i Canossa, in definitiva, si può leggere in tanti modi: quasi come un romanzo, per le tante vicende di cui ripercorre i tratti salienti; come un saggio storico a tutti gli effetti, per apprezzarne il lavoro d’archivio e la capacità collegare il singolo tema con note di piccolo e grande contesto al contempo; ma anche come una specie di guida, per scoprire un Appennino ricco di tesori e tuttora parlante.

Un portale online interamente dedicato a Matilde di Canossa

Enrico IV a Canossa, secondo Alessandro Barbero

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