Tanto amore per la musica e una sorprendente capacità affabulatoria: sono queste le prime virtù dei saggi raccolti in questo libro. Ma anche la materia può sorprendere. I due pezzi su Michael Jackson e Axl Rose sono semplicemente bellissimi; nessun critico ufficiale avrebbe saputo cogliere l’inimitabile ambiguità e l’altrettanto drammatica originalità dei due personaggi, colti sin dalla matrice originaria che li ha plasmati. Fenomenali, poi, senza dubbio, sono anche i ritratti, intimi, di Andrew Lytle (mostro sacro della letteratura del grande sud degli USA, al quale Sullivan ha fatto da “badante”…) e di Bunny Wailer (ineffabile sacerdote del reggae giamaicano e “maestro” di Bob Marley). Ma il talento di Sullivan dà del suo meglio ne La violenza degli innocenti, così esplicitamente in bilico tra il reportage giornalistico di stampo scientifico e il racconto perfetto del più profetico e terribile Jack London. Non mancano, infine, le incursioni nel Christian Rock (e tra i suoi fans), nelle più folli e ammiccanti utopie americane (come quella di Walt Disney e del favoloso Resort di Orlando), nella dimensione artificiale delle serie TV e del reality (provate da molto vicino…), nel mito delle esplorazioni e delle invenzioni impossibili (che tanto ha dato all’immaginario, ma anche alla storia, del sogno a stelle strisce): il tutto raccontato con intelligenza e con raso senso dell’(auto)ironia e delle proporzioni. E ciò anche quando l’Autore rievoca l’incidente quasi mortale in cui è incorso il fratello (fulminato da un microfono difettoso).

John Jeremiah Sullivan è stato paragonato – nientepopodimeno che – a David Forster Wallace. Il giudizio è generoso, per eccesso e per difetto. Però non è del tutto scorretto. C’è la stessa curiosità; la medesima capacità di costruire la meraviglia in un susseguirsi di improvvise associazioni, talvolta semplici, talaltra meno scontate; l’uguale abilità nel possedere la cultura più solida e i capisaldi molto più prosaici dell’universo pop. Dov’è la differenza? Il punto è che Forster Wallace è stato un autore puro, un vero scrittore che ha fatto anche il giornalista; Sullivan, invece, è un ottimo giornalista, che si dimostra abile anche come scrittore. Soprattutto, poi, il primo non conosce cose che non si debbano prendere sul serio, sí che, nei suoi lavori, anche gli effetti comici (così come quelli tragici) sono funzionali alla ricerca della verità; il secondo, viceversa, si maschera nel costume del tipico ragazzone americano dalle tante esperienze, sveglio e scanzonato, che quando serve sa anche non prendersi sul serio, perché, nella vita, tenere la palla al centro è più importante di andare fino in fondo. Così che, in definitiva, Sullivan potrebbe riuscirci più simpatico di Forster Wallace: quest’ultimo si serve della concretezza della realtà per svelarne la natura e per scoprirsi terribilmente incapace di venirne a patti; l’altro, al contrario, è un professionista della parola, un freelance di successo che diverte e si diverte, e che si mescola anche con il kitsch, perché vedere e sperimentare quante più cose (pure quelle più strane) è un modo come un altro per sentirsi un po’ meno fuori posto (o un po’ meno “fuori di testa”: Pulphead, non a caso, è il titolo originale del libro).

E l’America – tanto evocata nel titolo dell’edizione italiana – che cosa c’entra? Se qualcuno ha tentato l’accostamento con Forster Wallace, allora si può provare anche un altro richiamo, che ai più attenti saprà spiegare molto. Americani, infatti, è come un nuovo Nelle vene dell’America. Nel 1925 William Carlos Williams indagava attorno ai fondatori del Nuovo Mondo e alle radici di quella grande avventura; Sullivan ci narra di quali siano, a distanza di un secolo, gli ingredienti dell’american pie che ciascuno di noi potrebbe comprare nello store di una qualsiasi pompa di benzina della Route 66. Effettivamente, non è poco. C’è un equivalente nel panorama italiano? Eh si, è Una sterminata domenica, di Claudio Giunta. Ma – come direbbe autorevolissima dottrina – “questa è un’altra storia”.

Recensioni (dal New Yorker, dal New York Times, dal Guardian, da Der Spiegel, dal Foglio e da Europa)

Un’intervista all’Autore

Condividi:
 

Böll va in Irlanda per la prima volta nel 1955. Si affeziona subito a quella terra, tanto che ci tornerà ancora e acquisterà anche un piccolo cottage a Dugort Achill, nella Contea di Mayo (l’edificio esiste ancora e viene utilizzato su richiesta come residenza temporanea per artisti). Questo piccolo volume raccoglie una serie di prose brevi che traggono spunto proprio da quel primo viaggio e che, tuttavia, come avverte anche l’introduzione firmata da Italo Alighiero Chiusano, non possono definirsi pagine di un vero diario. Si tratta, piuttosto, di racconti elaborati con estrema cura, sull’onda di emozioni, di odori, di immagini e di storie effettivamente percepiti dal vivo, ma tradotti poi dal grande scrittore in una forma narrativa che trascende esplicitamente il tono occasionale. Tanto che è lo stesso Böll ad anteporre ai testi la seguente avvertenza: “Questa Irlanda esiste, ma chi ci va e non la trova, non può chiedere risarcimenti all’autore”. È per queste ragioni che l’Irisches Tagebuch – e così l’Irlanda – non smette di colpire, neppure oggi, in un tempo, cioè, nel quale si può sbarcare a Dublino senza captare immediatamente l’atmosfera in cui si imbatte Böll sin dal tragitto che compie a bordo del piroscafo partito da Liverpool.

Non c’è dubbio, infatti, che quello di Böll sia stato, innanzitutto, un itinerario sentimentale, che quindi può ben presentare intuizioni e fotogrammi capaci di essere ancora validi per tutti: il dialogo tra il prete e la ex-cameriera (p. 5) è ancora un buon metro della strutturale ambiguità dello spirito irlandese, sempre sospeso tra un incrollabile senso del sacro e un’altrettanto invincibile propensione al realismo più schietto e inesorabile; il fatto che “mille e più anni or sono” l’Irlanda sia stata “il cuore ardente d’Europa” (p. 9) è ancora un dato innegabile e sorprendente, che vi coglie ad ogni passo, specie di fronte alle innumerevoli rovine di abbazie e antiche scuole religiose (ad esempio, visitare, oggi, per credere, le vestigia ben visibili sulla piccola isola di Innisfallen, nel Lough Leine, a Killarney); la pioggia, quando c’è, è proprio e ancora quella metafisica di cui alle “Considerazioni” che l’Autore le dedica con tanta attenzione (p. 61); provate, poi, a visitare il Folk Park annesso al bellissimo Bunratty Castle, e potreste ancora vedere, nella casa del medico, così ben ricostruita, l’ambiente ideale per lo svolgimento de “I piedi più belli del mondo” (p. 65); “Quando Seamus vuole bagnarsi la gola” (p. 87) vi ricorderà, ancora, la potenza sociale del tema alcolico, del pub come invariabile luogo di riferimento e della inimitabile scura della Guinnes (e delle sue altrettanto originali campagne pubblicitarie); e se prendete l’espressione “sorry”, che Böll utilizza in “Modi di dire” (p. 111), e la sostituite con l’odierno e onnipresente “no problem”, allora vi sentirete ancora nello stesso paese e nel bel mezzo della sua impareggiabile ospitalità. A dire il vero, l’attualità di Diario d’Irlanda potrebbe starci anche negli errori più evidenti: quelle che l’Autore, a più riprese, vede nelle mani dei ragazzi non sono, come lui stesso ha creduto, e come potremmo credere ancora noi continentali (anch’io, ad un primo sguardo, la pensavo così…), delle comuni mazze da hockey, bensì delle mazze da hurling, che ormai sono popolari in tutti i negozi di souvenirs e che rappresentano l’estrema varietà degli sport gaelici.

Mi sono chiesto se questo libretto – che due amici mi hanno provvidenzialmente regalato a mo’ di felice viatico per la scoperta di quella particolarissima nazione – possa dirmi qualcosa di più anche su ciò che ho già letto di Böll. Nell’Introduzione si dà conto sia dei severi giudizi di buona parte della critica (che aveva bollato il testo come utopistico), sia dell’opinione contraria dell’autorevole prefatore (che definisce Diario d’Irlanda come la “pastorale” dello scrittore tedesco). Non c’è dubbio che, nella produzione del Premio Nobel, si tratti di qualcosa di estremamente diverso e quasi eccentrico, lontano dall’impegno socio-politico e culturale che contraddistingue Opinioni di un clown e L’onore perduto di Katharina Blum (opere che, d’altra parte, sono successive e ben più corpose e mature). Il Böll del Diario sembra quasi sperduto, alla ricerca di una radice nuova, di qualcosa che lo possa ricostruire, da uomo e da tedesco, dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale. È una forma di purezza che, in quel momento, lo scrittore sa soltanto intravedere. Forse è in questo senso che si deve interpretare l’immagine del pentolino arancione posto fuori da una finestra e del sorriso femminile che l’accompagna, all’inizio e alla fine del libro e, allo stesso modo, del viaggio (v., rispettivamente, pp. 10 e 121); come se l’itinerario realmente compiuto in quella terra assumesse il significato intimo di un cerchio magico, di un’iniziazione emotiva tanto avvertita quanto irraggiungibile. Ed è così, probabilmente, che si spiega anche il disagio che l’Autore prova allorché si sente costretto ad assumere il ruolo, in quel caso improvvisato, di “Dentista politico ambulante” (v. p. 39), di testimone obbligato comunque a ricordare e ad ammonire, sempre. Un ruolo che, del resto, egli non dismetterà mai e che ben può rappresentare l’anticamera della coscienza critica che lo renderà uno degli interpreti più severi e intelligenti degli anni della ricostruzione e del successo economico.

Un sito interamente dedicato a quest’opera (auf Deutsch)

Materiali e indicazioni su Böll

La Heinrich Böll Stiftung

Condividi:
 

Accade che l’editoria riesca a compiere strane operazioni. Accade, cioè, che in un piccolissimo libro si possa confezionare la grande letteratura con le vesti pur sempre ambigue del richiamo da cassetta. Perché nel mercato editoriale non c’è nulla di strano se, dopo il riconoscimento dell’Oscar a Paolo Sorrentino per La grande bellezza, si arriva a stampare in grande velocità una raccoltina intitolata La bellezza di Roma, nella quale ordinare sei brevissimi pezzi (già pubblicati) di Raffaele La Capria, il grande scrittore, da poco novantenne, cui la fortunata pellicola pare essersi direttamente o indirettamente ispirata. Ciò che è straordinario, però, è che in queste brevi prose ci sono almeno due perle, quelle che aprono il volume, e il cui livello compensa certamente la sofferenza di dovervi accedere soltanto superando il disgusto per una copertina che più ammiccante non si può. Due perle – in forma di pedagogico ammaestramento borghese: Lamento su Roma (1975) e I consigli di papà (2009) – per un ritratto immaginifico e mordace degli aspetti che sembrano sempre e davvero eterni nella Capitale: della Direzione Generale della Democrazia Formale che in essa si compie; del trionfo anodino della casta amministrativa, la tribù dei Buro-Buro, e di tutti coloro che vi si impiegano e (quindi) vi si id-Enti-ficano; della Teoria del Fine Secondario, secondo cui nessun’altra giustificazione può darsi per cotanto apparato se non il suo stesso finanziamento.

Il posto alla Rai (2009) sviluppa queste sollecitazioni in corpore vili ed è il ritratto autobiografico dell’esperienza kafkiana di colui che arriva a Roma e si impiega, seguendo la regola ferrea per cui “il posto è di chi lo occupa”. In effetti, ne Un albergo a vita (1993), La Capria si produce anche in una lunga intervista, in cui narra del suo trasferimento, trentenne, da Napoli alla Capitale, in cerca, per l’appunto, di un posto; e in cui, tuttavia, si misura lo scarto tra la vitalità culturale della Roma de “Il Mondo” di Pannunzio e della Via Veneto dei registi e degli intellettuali, da un lato, e la Kaputt Mundi di oggi, dall’altro. La cosa che infastidisce di più lo scrittore è lo stato di abbandono di molti dei luoghi più belli della città monumentale: Una modesta proposta (1981) registra questo sdegno e formula qualche piccola idea a qualsiasi amministratore locale. Eppure Roma risplende, irresistibile, sotto il cielo terso delle sue mattine migliori, anche nelle vie di un centro storico offeso dal passare del tempo e privato della sua più giusta memoria, “dove tutto ti ricorda il gran disordine che governa il mondo”). La Capria ne avverte il fascino nelle passeggiate mattutine con la sua bassottina (A passeggio con Clementina, 2011). È tutto un susseguirsi di scorci barocchi, di “aeree architetture”, di inimitabili e persistenti suggestioni spaziali; a patto, certo, di assumere la prospettiva della vitalissima Clementina, di lasciarsi guidare dalle sue “possibilità percettive”. Sta qui, in fondo, la bellezza di Roma. Di fronte all’abbandono (delle cose) non c’è che l’abbandono (all’intuizione e alla contemplazione).

Recensioni (da ilfoglio.it, iltempo.it, corriere.it, wuz.it, politicamentecorretto.com)

Il sito dell’Autore

La Capria parla di La Capria: un libro da leggere!

Condividi:
 

Tornare a Giovanni Comisso è sempre molto confortante. “Puro stile Comisso”: così Paolo Mauri chiude la sua Introduzione, e così si capisce anche il motivo dell’attrazione che questo grande scrittore trevigiano può ancora esercitare sui cultori delle belle lettere. E peraltro non si tratta dell’art pour l’art; la lettera è bella perché scaturisce da una forte e intuitiva simbiosi tra chi scrive e l’oggetto che contempla, quasi sempre rapito. Quella a cui Comisso ci chiama, però, non è soltanto un’Arcadia di parole, è un favoloso universo perduto, quello di un’Italia contadina ormai del tutto scomparsa. L’Autore compra la casa del titolo nel 1930, a Zero Branco, una località che oggi è dispersa tra i grovigli urbanizzati delle strade che portano a Treviso, e che allora, invece, era immersa in una pianura di grandi e ricche coltivazioni. Dandoci la chiave della sua casa, Comisso ci porta fuori dai disastri dell’edilizia selvaggia e ci consegna la chiave del Veneto agricolo della tradizione, permettendoci di entrare continuativamente – ogni volta che vogliamo, semplicemente aprendo questo libro – in un mondo, storico e a-storico al contempo, nel quale si può anche annegare, con piena felicità, perdendo il senso del tempo e riscoprendo parte di se stessi.  

Lasciarsi cullare, del resto, è ciò che vuole fare, deliberatamente, anche lo scrittore: “Non avere padroni, ne’ servitori, non avere l’incubo delle ore, non avere alcuna preoccupazione di denaro e lasciare che la mente e i sensi vivano tra il sogno e l’azione, liberi e folli, secondo l’estro determinato quasi da una consistenza astrale”. Tutta la realtà della campagna, quindi, tutte le sue fatiche, le sue diverse stagioni e passioni sono accompagnate da uno sguardo volutamente estetizzante e da un sentimento che cerca il pieno abbandono. Fanno eccezione le molte vicende personali che vengono narrate: dei vicini, dei ragazzi e dei giovani del luogo, delle famiglie e degli amici fraterni; verso i quali, tutti, Comisso dimostra una partecipazione panica, analoga a quella che il cosmo di Zero Branco non può che suscitare di per sé. Come se questo tipo di partecipazione, così vera ed autentica, fosse possibile esclusivamente in quel contesto, in quel paesaggio, in quel mondo originario per il quale gli eventi del mondo più ampio ed esterno (il fascismo e la guerra, ad esempio) possono rappresentare soltanto momenti drammatici di indebita e dolorosa intrusione. Di qui si comprende anche la commozione di Comisso per le piccole cose, e per i giochi e le avventure campestri, come conseguenza che viene naturalmente indotta dalle molte storie e dai molti affetti che sono raccontati nel volume (e che di certo non si potrebbero spiegare solo mediante il richiamo della discussa sessualità dell’Autore, anche se il legame con la figura di Guido è quasi esplicito).

Persisto, anche alla fine di questa lettura, nel restare affascinato dal tema domestico. In questo caso, diversamente da altri, non sono colpito da un personalissimo bisogno casalingo, inteso come esigenza squisitamente certosina. Qui il tema domestico ha a che fare con la riappropriazione delle radici, con il richiamo di una certa foresta, in sostanza con la voce di una consuetudine che non mi è sempre propria, ma che pare inscritta nel DNA della gens di appartenenza e che, talvolta, mi ha visto protagonista nell’orto paterno. Comisso, infatti, chiude il suo libro con parole che potrebbero essermi del tutto familiari: “Mi sporco ancora le mani di terra nello strappare la gramigna e nel recidere i pomodori, ancora mi affatico a vangare e allora capisco che il mio destino è di non potermi liberare dalla terra”. Forse mi sono esposto troppo ma… ho appena girato l’ultima pagina del libro e ho una gran voglia di un piccolo pezzo di terra!

Un approfondimento sul libro

Comisso e il paesaggio veneto (di Antonia Arslan)

Condividi:
 

Dopo aver riletto e riposto questo libro mi convinco di una delle grandi e crudeli verità della letteratura (e non solo di quella, purtroppo…): le imprese più ostiche sono quelle che danno maggiore soddisfazione. Certamente il libro più leggibile e scorrevole avrà le migliori possibilità di essere anche quello più piacevole, ma non si potrà negare che di regola la linfa scorre sotto la corteccia. È lì che occorre penetrare per carpire il segreto della pianta; è lì che si viene catapultati tutte le volte che ci si fida della scrittura più difficile e si ha la fortuna di esserne ripagati con la potenza intrinseca dell’opera d’arte. Le mosche del capitale di Paolo Volponi garantisce un’esperienza di questo genere. Ne conservo una copia della prima edizione del 1989, ma vedo che nel 2010 Einaudi lo ha ripubblicato nella collana che dedica ai veri maestri.

Bruto Saraccini è lo stesso Volponi, ed è il protagonista. Per molti anni è stato il capace e stimato direttore del personale di un’azienda modello, quella voluta dal suo mitico fondatore Teofrasto, dietro il cui ricordo si cela Adriano Olivetti, cui il romanzo è dedicato e per la cui società lo scrittore ha effettivamente lavorato per moltissimi anni. Il presidente Nasàpeti – Bruno Visentini, reale presidente della Olivetti dal 1964 al 1983 – è cosciente delle abilità e della sensibilità di Saraccini, ma per il ruolo di amministratore delegato sceglie il diligente e freddo ing. Sommersi Cocchi (controfigura di Carlo De Benedetti). Saraccini, che capisce che le ragioni dell’industria italiana si fanno sempre più passive ed autoreferenziali, lontane dal destino della società civile e delle sue articolazioni organizzative, lascia l’azienda, sostituito dal servile Lanuti, e cerca di proporre la sua visione a Donna Fulgenzia e a suo nipote dott. Astolfo (vale a dire alla Fiat di Giovanni e Umberto Agnelli). Ma la piovra del potere è un magma che nell’industria non risparmia nessuno, neppure gli arredi degli uffici e le piante che li accompagnano, che prendono la parola e si dimostrano del tutto asserviti. Nel frattempo, all’esterno, sono i lavoratori a farne le spese, e la tragica vicenda dell’operaio Tecraso è come una lama che scorre feroce sulla pelle del futuro del paese.

Visionario, apocalittico, drammatico, politico, poetico, filosofico, allegorico, completo, autobiografico, epico, discontinuo, esagerato, profetico, criptico, impegnato, onirico, incompiuto, angosciante, intelligente, mitologico. Di questo classico si può affermare tutto. Le sue pagine sono rivelatrici: sui destini declinanti dell’economia del boom; sulla dissociazione, ormai e vieppiù conclamata, tra il fare industria e il fare comunità; sul prezzo che l’impresa è condannata a pagare laddove privata di un essenziale motore umanistico; sulla resa del mondo produttivo ai linguaggi spersonalizzati, ma forse fin troppo consapevoli, della finanza, ambiguamente elevata a scienza esatta; sull’importanza che la ragione, le idee, l’approfondimento, i progetti e la pianificazione dovrebbero sempre avere nella realtà intricata della società contemporanea. Ma a Volponi – che va ben oltre il Bernari di Era l’anno del sole quieto (1964) – non vanno riconosciuti soltanto i meriti dell’intellettuale impegnato, del testimone attento o, diremmo oggi, del terribile aruspice. Gli vanno tributati gli allori del poeta; e forse, tra gli italiani, è stato uno dei più concentrati, dei più immersi, cioè, in una totalizzante, autentica e spontanea dimensione lirica. Che fa ordine disorientando, che vela ogni pensiero di una sua naturale malinconia, che ben si addice alla letteratura della crisi in quanto riflessione sulle ragioni della frattura tra l’avventura dell’uomo e il cosmo che fatalmente la avvolge.

Due estratti:

Lanuti a Saraccini: “La gente ha paura dell’uguaglianza, ha paura delle responsabilità attive e diffuse. La gente vuole obbedire e lavorare in pace, in una serena condizione di dipendenza e di benessere. Se poi vuol cercare qualcosa, a lato o sopra, è Dio che cerca, è la natura… E non rispondermi banalmente che Dio e la paura sono la stessa cosa… Sulla paura poggia il mondo, almeno quello politico-economico, e bisogna saperne tener conto”.

Una riflessione di Saraccini: “L’industria italiana non pensa a se stessa quanto alla propria comodità. L’industria italiana non pensa a svilupparsi ordinatamente: alla ricerca, alla perfezione della propria organizzazione, dei propri prodotti, ad un confronto aperto e leale con il mercato, con la cultura industriale, con l’università… pensa alla propria comodità, nel senso che esclude queste reali ipotesi di ricerca per restare nell’ambito dell’esercizio del comando e basta… Produrre quel che sa produrre, vendere quel che sa vendere… E per restare così arretrata, evidentemente, ha bisogno di tenere arretrato l’intero paese”.

L’uscita del romanzo in un articolo di Stefano Malatesta (su La Repubblica, 7 aprile 1989)

La recensione di Franco Fortini (ne L’Indice dei Libri del Mese, n. 6 del 1989; da ibs.it)

L’impegno morale di Volponi (intervista televisiva)

Letteratura e lavoro. L’eredità di Paolo Volponi (di Angelo Ferracuti)

Scritture del lavoro (di Massimo Raffaeli)

Condividi:
 

Il fascino di questa baleneide è grandissimo. Dopo una tigreide altrettanto avvincente, Einaudi rende disponibile al pubblico italiano un ulteriore e ottimo pezzo di non-fiction su uno degli animali più misteriosi e affascinanti del mondo. Nel testo, certo, la presenza di Melville è ingombrante. Ma si tratta di uno spontaneo e mitico riferimento obbligato, che Hoare sa dipanare abilmente come filo rosso di innumerevoli e interessantissime divagazioni: letterarie, storiche, antropologiche, economiche, naturalistiche… Da Nantucket alle Azzorre, da Cape Code all’Australia, si viene condotti, a colpi di pinna, sui ponti delle navi baleniere, tra le pagine di Hawthorne e Thoreau, nelle profondità degli oceani, lungo le viuzze dei piccoli grandi porti del New England e dello Yorkshire, all’interno delle misteriose e bizzarre stanze di collezioni e musei più o meno famosi. La suggestione è totale, tanto che la lettura – specialmente se compiuta tra gli scogli, in una breve ma intensa pausa agostana – non può che suscitare un’impressione simile a quella provata dall’Autore al suo primo contatto con il mammifero gigante: ”La balena mi ha respirato addosso: è come un battesimo” (p. 30).

Questo bel libro è adatto, in primo luogo, a tutti coloro che siano attratti dalla curiosità di sapere quali e quante risorse potevano essere estratte dal corpo di una balena: bastano poche pagine per capire perché i cetacei sono stati per lungo tempo il grande motore delle esplorazioni e dei commerci più redditizi e arditi. Ma le sorprese per il lettore comune sono molteplici: le balene non sono tutte uguali, sono capaci di performances estreme, possiedono un complessissimo sistema di comunicazione e di caccia, sono assai longeve, tendono a dare un forte significato ai legami familiari e di gruppo. Soprattutto, poi, hanno sempre esercitato, per l’uomo, un’irresistibile forza magnetica e un efficacissimo fattore di circolazione di tecnologie e di idee, veri dispositivi euristici ed efficienti agenti globalizzanti prima che la globalizzazione venisse teorizzata; ovvero, e meglio, prove tangibili e vaganti di un’umanità universale che sempre è esistita e che oggi, davvero, non può più trovarci indifferenti. Ecco, dunque, perché occorre prendersi cura di questi giganti compagni di viaggio: essi sono i custodi di un patrimonio che ci riguarda molto da vicino.

Recensioni (di Fulvio Ervas, Luigi Mascheroni, Alberto Manguel, Nathaniel Philbrick, Rachel Cooke, Doug Johnstone, Jonathan Mirsky)

Il blog dell’Autore

Riascoltare (in formato audiolibro) e rivedere (nel kolossal di John Huston) Moby Dick

Condividi:
 

Ogni tanto la tv ripropone un vecchio e “libero” adattamento cinematografico di Zanna Bianca, quello girato da Lucio Fulci, anno 1973, con Virna Lisi e Franco Nero. La scena finale, nella quale il cane lupo raggiunge a nuoto il battello con cui è salpato il suo inseparabile amico, riesce sempre a commuovermi. Così, immancabilmente, mi torna ogni volta la voglia di rileggere Il richiamo della foresta e di riprovare il gusto che Jack London mi ha sempre assicurato: con tutti gli altri racconti sull’Alaska e sul Grande Nord, ma poi anche con Il lupo dei mari, Martin Eden, Il vagabondo delle stelle e Il tallone di ferro. C’è stato un periodo, effettivamente, in cui London è stato come una febbre. E a vedere che Castelvecchi ha ripubblicato la storica biografia scritta da Irving Stone nel 1938 e comparsa per la prima volta in Italia nel 1979, qualche linea mi è tornata, e non ho potuto resistere.

Anche se compilata da un indiscusso maestro del genere (Stone è stato biografo di Michelangelo, van Gogh, Freud, Darwin, Lincoln…), questa vita di London è stata scritta nel rispetto di uno stile eccessivamente aneddotico, che si addiceva soprattutto alla temperie culturale e al pubblico per cui è stata concepita. Eppure il suo valore è lampante: sia perché essa ha senz’altro costituito la base irrinunciabile di tanti lavori successivi, come quello, altrettanto interessante e molto più recente, di Dyer; sia perché Stone ha avuto accesso ai ricordi diretti di chi è stato più vicino al grande scrittore, riuscendo così, quasi ordinando le voci di un coro, ad abbracciarne il tratto distintivo sin dalle prime pagine: ”Sempre estremista, il suo incerto equilibrio lo spinse continuamente a fare ogni cosa meglio e più potentemente di ogni altro” (p. 56).

In tutto ciò che ha passato – dal vagabondaggio alla fabbrica, dalla pesca di frodo ai tanti lavori occasionali, dai viaggi avventurosi e quasi impossibili alle ore di studio e di scrittura instancabili, dalle continue difficoltà economiche ai tanti episodi di una cronica instabilità affettiva – London ci viene sempre descritto come uomo divorato dalle passioni più autentiche, alla ricerca di un rimedio per una condizione che ha sempre avvertito come sbagliata e cui ha cercato tenacemente, e tragicamente, di porre rimedio. È da questo sentimento, forse, che scaturisce anche l’adesione al socialismo, che come è stato ricordato da Valerio Evangelisti, era sincera e forte, seppur motivata, psicologicamente, da pulsioni intrinsecamente contraddittorie e, alla fine, autodistruttive. Stone coglie perfettamente questa prospettiva, e quando arriva a giudicare London, in assoluto, come uno dei più grandi autori del Nordamerica e dei migliori figli della insopprimibile potenza e fecondità letteraria di quel continente, non possiamo che pensarla allo stesso modo. Con un po’ di fantasia, però, vorremmo dire di più: che con London la letteratura americana, cresciuta nelle profondità del XIX Secolo, ha attraversato il 42mo parallelo tenendosi aggrappata alla coda della grande balena malvagia di Melville ed è emersa, vicino a Dos Passos, in un Novecento pronto ad esplodere con tutta la forza che oggi sappiamo essergli stata propria. Dite voi se questa è poca cosa…

The World of Jack London

The Jack London Online Collection

Jack London, un film del 1943

Il tallone di ferro (in rete)

Condividi:
 

Lo dice bene José Donoso nella prefazione, che è quella dell’edizione spagnola del 1971. Non importa trovare la chiave di questo libro e dei suoi personaggi: “servirebbe solo per entrare e uscire fuori dal romanzo. E non vogliamo che questo accada”. Perché l’opportunità di sentirsi avvolti da una meravigliosa e frastornante ipnosi non è di tutti gli scrittori. Non c’è da stupirsi. Onetti, come Donoso del resto, si è formato su Faulkner e ne ha sviluppato, nel più recondito Sud del mondo, la profondità immaginifica e un infallibile senso dell’epos.

Larsen torna a Santa Maria dopo l’esilio cui è stato forzato dalle autorità governative. Ora, però, non è più Raccattacadaveri, non intende darsi allo sfruttamento della prostituzione, è vecchio e ingrassato. Risale il fiume e punta dritto a Puerto Astillero, per farsi assumere come direttore generale del cantiere del vecchio Petrus. L’unica sua meta, tuttavia, pare essere l’assurdo, la discesa in una decadenza voluta e perseguita con ambigua ostinazione. Il cantiere, infatti, è in rovina, spogliato giorno dopo giorno dagli unici lavoranti rimasti, Gálvez e Kunz, e reso, così, inappetibile anche agli innumerevoli creditori dell’anziano e temuto capitano d’industria. Ma l’autodistruzione di Larsen non ha limiti, perché vuole addirittura fidanzarsi con Angélica Inés, figlia di Petrus e incurabile mentecatta. Da che cosa è attratto Larsen? Che cosa potrà mai succedere quando Gálvez deciderà di fare la mossa che medita da tanto tempo?

Tutto è vago e tutto è, allo stesso tempo, preciso, dettagliato, ricco e quasi asfissiante, negli oggetti, nelle descrizioni, nei luoghi. Come se il cantiere fosse una grande e pulsante pianta carnivora, il teatro ideale della disperazione, vera eroina del romanzo. Che tesse i lineamenti lussureggianti di una scena che non ha mai bisogno di spiegazioni, perché si impone da sé, in un orizzonte autoevidente. Onetti riesce nel miracolo che solo certi grandi classici americani sanno avverare: convincere il lettore di aver capito tutto, quel tutto che non è nella trama – questa è quasi irrilevante – e che scorre lentamente, senza sosta, nelle righe e nelle pagine del volume.

La lettura di Tommaso Pincio

Onetti nel blog delle edizioni Sur

Jamás leí a Onetti (documentario su Onetti, di Pablo Dotta – 2009)

Condividi:
 

Dopo La casa di ringhiera e Gli scheletri nell’armadio, ecco il terzo appuntamento con i singolari inquilini di un variopinto condominio milanese. Recami, questa volta, ce ne racconta il mistero fondativo, che scopriamo coincidere con quello di uno dei suoi abitanti. Apprendiamo così la storia segreta di Angela Mattioli e le ragioni per le quali ha lasciato il marito, ha abbandonato il suo impiego di insegnante e si è felicemente trasferita in uno degli appartamenti di questo singolare immobile. Tra il realistico, il verosimile e il sorprendente, il ciclo della “casa di ringhiera” si conferma, nel panorama attuale, come uno dei migliori e più validi esempi di puro divertimento letterario.

Angela intercetta casualmente un pacco di giornali scandalistici, destinato alla signora Mattei-Ferri. Sono cose che, in un condominio, possono accadere. Ma l’ex professoressa, leggendo alcune notizie, entra improvvisamente in uno stato di agitazione, che la convince a liberarsi di un peso e a narrare il suo rocambolesco passato ad Amedeo Consonni, discreto vicino e pacifico amante. Ne sortisce Il segreto, un dattiloscritto che ripercorre per filo e per segno il turbinio dei repentini accadimenti che hanno cambiato la vita di Angela, tra veri e finti rapimenti, viaggi clandestini, travestimenti, avventure passionali e finali inattesi. La vicenda, però, che ha un ritmo galoppante, non termina qui. La commedia degli equivoci si proietta anche al di fuori del segreto, così che l’invenzione si mescola alla realtà e genera nuovi e curiosi episodi, rivelando lo spazio importante che il senso del fato può ancora rivestire nella nostra più semplice quotidianità.

Il “mito di Angela” – potremmo chiamarlo scherzosamente in questo modo – è, semplicemente, una bellissima lettura. È bella la costruzione della voce narrante, la cui libertà linguistica corre parallela alla liberazione individuale della protagonista. È bello il gioco facile, ma fresco, di rimandi e di citazioni ironiche della tradizione picaresca, così naturale per il racconto di una docente sull’orlo di una crisi di nervi. È bella, e per nulla banale, l’esplosione della fiction sulla scena della vicenda narrata e della realtà extra-letteraria, anche della nostra, secondo un cliché che ci ricorda che Pirandello è venuto prima di Paul Auster e che anche lo spasso più autentico ha una sua, propria, dose di pregnante verità. Il libro assicura qualche ora di catartica evasione ad ogni professoressa di liceo; a tutti coloro che stanno in condominio sorgerà l’irresistibile curiosità per ciò che li circonda.

Condividi:
 

In questo gradevolissimo libretto, che risale al 1953, Giorgio Pasquali, il più grande filologo italiano, legge e commenta le memorie di Ludwig Curtius, uno dei più famosi archeologi tedeschi. Non è una recensione, anche se forse potrebbe costituire un prototipo per chiunque volesse cimentarsi in modo proficuo con questo genere di esercizio. Raccontare l’esperienza del collega è lo spunto per una serie di divagazioni e di osservazioni su costumi e formazione della classe intellettuale borghese tra Ottocento e Novecento, in Italia come in Germania e in Europa, ed anche su alcuni importanti eventi storici, quali il primo conflitto mondiale e l’avvento di fascismo e nazismo. Sono molto incisivi anche i ritratti, pur velocissimi, di studiosi e di uomini noti di quei tempi, con una particolare attenzione dell’Autore per tutto ciò che serve a rappresentare lo stretto e necessario legame tra la vita dello scienziato e le questioni pubbliche dell’epoca in cui vive.

Alcuni giudizi di Pasquali – soprattutto quelli su istruzione e mondo accademico – sono impagabili. Essi costituiscono lo specchio fedele, e critico, di un modello educativo definitivamente scomparso, ma, allo stesso tempo, possono anche offrire qualche idea per volenterosi riformatori del giorno d’oggi e, più in generale, per tutti coloro che, nel loro mestiere, abbiano a che fare con la crescita dei più giovani. Non si tratta di vagheggiare il ritorno integrale a insegnamenti che, lungi dall’essere validi in sé e per sé, presuppongono l’adesione a formule socio-economiche non più riproponibili. Tuttavia si può ancora apprezzare il gusto e l’ambizione per una concezione forte della cultura e per il valore che essa può avere nella costruzione di sensibilità libere e consapevoli. È esemplare, tra i tanti, il passaggio in cui Pasquali si esprime sulle tante ed eterogenee letture del giovane Curtius: “lesse certo disordinatamente, che è il modo migliore per chi ha interesse sincero per umana cultura, per chi non si chiude fin da principio dentro un gretto specialismo, rinunziando, per divenire scienziato senza perdere il tempo, a essere uomo (e la rinunzia per lo più uccide in germe anche lo scienziato)” (p. 34).

L’edizione confezionata da Adelphi reca, oltre a due brevi contributi di Giacomo Devoto e Eduard Fraenkel, anche una bella nota di Marco Romani Mistretta, il cui merito è sicuramente quello di evidenziare compiutamente la nostalgia e l’ammirazione di Pasquali per l’idea “già humboldtiana dell’università come indiretta educazione alla vita più che diretta chiusura nel sapere” (p. 231). Anche questo testo, in verità, non può essere chiuso in se stesso: dopo l’ultima pagina il desiderio più grande è di seguire il Nostro in altri e simili pensieri. Fortunatamente, la cosa è facile. Basta entrare in biblioteca e cercare i suoi quattro volumi di stravaganze per continuare ad immergersi in scorribande ancor più gradevoli.

Le “Pagine stravaganti di un filologo” secondo Sebastiano Timpanaro

Condividi:
© 2026 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha