10 agosto, ore 21 (Castelvecchio Pascoli, frazione di Barga – LU): comincia la serata che ogni anno si tiene, a cura della Fondazione Pascoli, per omaggiare in versi e in musica il grande poeta. Il contesto è abbastanza sobrio e i protagonisti dell’evento sono i tanti autoctoni che, in abiti eleganti, non vogliono rinunciare all’occasione, un po’ paesana e un po’ mondana. Sergio Castellitto – è lui lo speaker incaricato – apre la lettura con un brano del 1908, dedicato a tutti gli italiani, e ai barghigiani in particolare, che hanno lasciato la loro terra per emigrare Oltreoceano. Ecco, Pascoli afferma che, da quel suo “romitaggio” in Garfagnana, sul colle dei Caproni, può “vedere e udir tutto”. Come si può “vedere e udir tutto”? Dove è possibile farlo? Questo, in fondo, è il segreto della poesia. E così non posso che pensare alla lettura dell’ultima prova di Roberto Cogo, concepita anch’essa in un ideale luogo di “romitaggio”, in Irlanda (isola di Achill), nel cottage che fu di Heinrich Böll e che oggi accoglie artisti in residence da ogni parte del mondo. Come per Pascoli, anche per Cogo è la natura a essere il medium ideale per una comprensione delle cose e della vita dell’uomo; anche per il poeta vicentino è la prossimità alla fonte il segreto per potersi addestrare alla visione e all’ascolto; e in entrambi i casi questa prossimità è fisica, biologica, fatta di immanenze e di presenze, delle quali il poeta è pioniere e sacerdote. Ma c’è un’altra incredibile coincidenza. In quest’ultima raccolta Cogo tasta dal vivo l’interessenza che può crearsi tra la terra e il suo popolo: per Pascoli si trattava di un serbatoio di energie individuali e sociali, capaci di trasformare, in una visione utopistica, il destino di un paese intero; ciò che Cogo registra in Irlanda, invece, è la possibilità che le forze della natura sovrastino, determinino e plasmino il carattere degli uomini, rendendolo duttile e tenace.

Il volume – nel quale tutte le poesie sono rese in italiano e in inglese, testo a fronte – è illustrato da foto e schizzi dell’Autore, ed è chiuso da una postilla versificata (originale e preziosa) di Camillo Pennati. Il viaggio di Cogo comincia a Dublino today, nel gioioso trambusto dei pub del centro, ma sulle orme di Patrick Kavanagh, vas electionis per quello che già si preannuncia come un itinerario iniziatico. Poi l’avventura ha inizio, l’Irlanda si dischiude tappa dopo tappa, nuvola dopo nuvola, mandandogli incontro i suoi tanti alfieri: i prati smisurati, le siepi, gli animali, il vento, il cielo… Finalmente, dopo la contea di Roscommon, si fece la poesia (p. 24). Il miracolo può avverarsi, il “romitaggio” è raggiunto. È l’ora di entrare in simbiosi con i colori e con la torba, di approdare all’isola e al cottage, di lasciarsi immergere dagli umori della contea di Mayo e delle sue storie di povertà e oppressione, di prendere confidenza con la spiaggia battuta dall’oceano rabbioso e sormontata dal profilo cupo e immoto del monte Slivemore, e di capire che qui si accetta l’impotenza / qui cala ogni tensione al dominio / qui si vive compressi senza opporre resistenza (p. 44); del resto, anche al deserted village (p. 50), poterono pensare solo di andarsene. Occorre, forse, imparare dagli uccelli marini, dalle sule, dalle sterne, dai cormorani, dai gabbiani, tutti sospesi in un cosmo immoto e immutabile, eppure percorso da spaccature improvvise e movimenti continui. Si è anche indotti a prestare attenzione, sempre, e non si può che restare inquieti, perché i segni sono tanti (nel cimitero di Dookinella; attorno alla chiesa…) e perché la natura è così potente e misteriosa dal diventare, a tratti, quasi gotica (non si intravede forse un tocco dark anche in Pascoli?): c’è la carogna di una pecora sfracellata tra gli scogli (p. 68); poi la luce variò ancora i colori mutando le cose / ombre di nubi scivolarono sulla superficie / come fantasmi dei pensieri più oscuri (p. 90). Ad un tratto, però, compare il fiore, la fuchsia, che dà il titolo alla silloge (deora dé, espressione gaelica per “lacrime di Dio”), e che qui ha quasi la funzione che Leopardi ha dato alla ginestra (p. 84). Il finale meditativo (p. 102) è ciò che il poeta porta con sé al termine del soggiorno: la dualità va superata questo l’ho capito ma mantenersi saldi in questa / posizione senza timore e apprensioni questo è più difficile da farsi – / includere la morte è includere la vita tutta intera senza esclusioni, / senza confronti.

PS: Barga, il comune nel cui territorio si trova l’amato “romitaggio” di Pascoli, ha un bel pub irlandese e si è autodefinita come “the most scottish town in Italy”: i discendenti dei barghigiani emigrati in Scozia tornano spesso alla loro terra, specie d’estate, e nel mese di agosto, sotto il cielo di San Lorenzo, organizzano spensierate serate di fish & chips, nello stadio comunale… Cogo si interroga se la globalizzazione guizzi come il pangasius coreano nel pub di Dugort (p. 54); di certo in agosto l’oceano romba anche in Garfagnana.

Una recensione (di Pina Rando)

Un assaggio del volume

Due “precedenti” di Roberto Cogo: Senza il peso di un pensieroDell’immergersi e nuotare (wild swimming)

Diario d’Irlanda (Heinrich Böll)

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Böll va in Irlanda per la prima volta nel 1955. Si affeziona subito a quella terra, tanto che ci tornerà ancora e acquisterà anche un piccolo cottage a Dugort Achill, nella Contea di Mayo (l’edificio esiste ancora e viene utilizzato su richiesta come residenza temporanea per artisti). Questo piccolo volume raccoglie una serie di prose brevi che traggono spunto proprio da quel primo viaggio e che, tuttavia, come avverte anche l’introduzione firmata da Italo Alighiero Chiusano, non possono definirsi pagine di un vero diario. Si tratta, piuttosto, di racconti elaborati con estrema cura, sull’onda di emozioni, di odori, di immagini e di storie effettivamente percepiti dal vivo, ma tradotti poi dal grande scrittore in una forma narrativa che trascende esplicitamente il tono occasionale. Tanto che è lo stesso Böll ad anteporre ai testi la seguente avvertenza: “Questa Irlanda esiste, ma chi ci va e non la trova, non può chiedere risarcimenti all’autore”. È per queste ragioni che l’Irisches Tagebuch – e così l’Irlanda – non smette di colpire, neppure oggi, in un tempo, cioè, nel quale si può sbarcare a Dublino senza captare immediatamente l’atmosfera in cui si imbatte Böll sin dal tragitto che compie a bordo del piroscafo partito da Liverpool.

Non c’è dubbio, infatti, che quello di Böll sia stato, innanzitutto, un itinerario sentimentale, che quindi può ben presentare intuizioni e fotogrammi capaci di essere ancora validi per tutti: il dialogo tra il prete e la ex-cameriera (p. 5) è ancora un buon metro della strutturale ambiguità dello spirito irlandese, sempre sospeso tra un incrollabile senso del sacro e un’altrettanto invincibile propensione al realismo più schietto e inesorabile; il fatto che “mille e più anni or sono” l’Irlanda sia stata “il cuore ardente d’Europa” (p. 9) è ancora un dato innegabile e sorprendente, che vi coglie ad ogni passo, specie di fronte alle innumerevoli rovine di abbazie e antiche scuole religiose (ad esempio, visitare, oggi, per credere, le vestigia ben visibili sulla piccola isola di Innisfallen, nel Lough Leine, a Killarney); la pioggia, quando c’è, è proprio e ancora quella metafisica di cui alle “Considerazioni” che l’Autore le dedica con tanta attenzione (p. 61); provate, poi, a visitare il Folk Park annesso al bellissimo Bunratty Castle, e potreste ancora vedere, nella casa del medico, così ben ricostruita, l’ambiente ideale per lo svolgimento de “I piedi più belli del mondo” (p. 65); “Quando Seamus vuole bagnarsi la gola” (p. 87) vi ricorderà, ancora, la potenza sociale del tema alcolico, del pub come invariabile luogo di riferimento e della inimitabile scura della Guinnes (e delle sue altrettanto originali campagne pubblicitarie); e se prendete l’espressione “sorry”, che Böll utilizza in “Modi di dire” (p. 111), e la sostituite con l’odierno e onnipresente “no problem”, allora vi sentirete ancora nello stesso paese e nel bel mezzo della sua impareggiabile ospitalità. A dire il vero, l’attualità di Diario d’Irlanda potrebbe starci anche negli errori più evidenti: quelle che l’Autore, a più riprese, vede nelle mani dei ragazzi non sono, come lui stesso ha creduto, e come potremmo credere ancora noi continentali (anch’io, ad un primo sguardo, la pensavo così…), delle comuni mazze da hockey, bensì delle mazze da hurling, che ormai sono popolari in tutti i negozi di souvenirs e che rappresentano l’estrema varietà degli sport gaelici.

Mi sono chiesto se questo libretto – che due amici mi hanno provvidenzialmente regalato a mo’ di felice viatico per la scoperta di quella particolarissima nazione – possa dirmi qualcosa di più anche su ciò che ho già letto di Böll. Nell’Introduzione si dà conto sia dei severi giudizi di buona parte della critica (che aveva bollato il testo come utopistico), sia dell’opinione contraria dell’autorevole prefatore (che definisce Diario d’Irlanda come la “pastorale” dello scrittore tedesco). Non c’è dubbio che, nella produzione del Premio Nobel, si tratti di qualcosa di estremamente diverso e quasi eccentrico, lontano dall’impegno socio-politico e culturale che contraddistingue Opinioni di un clown e L’onore perduto di Katharina Blum (opere che, d’altra parte, sono successive e ben più corpose e mature). Il Böll del Diario sembra quasi sperduto, alla ricerca di una radice nuova, di qualcosa che lo possa ricostruire, da uomo e da tedesco, dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale. È una forma di purezza che, in quel momento, lo scrittore sa soltanto intravedere. Forse è in questo senso che si deve interpretare l’immagine del pentolino arancione posto fuori da una finestra e del sorriso femminile che l’accompagna, all’inizio e alla fine del libro e, allo stesso modo, del viaggio (v., rispettivamente, pp. 10 e 121); come se l’itinerario realmente compiuto in quella terra assumesse il significato intimo di un cerchio magico, di un’iniziazione emotiva tanto avvertita quanto irraggiungibile. Ed è così, probabilmente, che si spiega anche il disagio che l’Autore prova allorché si sente costretto ad assumere il ruolo, in quel caso improvvisato, di “Dentista politico ambulante” (v. p. 39), di testimone obbligato comunque a ricordare e ad ammonire, sempre. Un ruolo che, del resto, egli non dismetterà mai e che ben può rappresentare l’anticamera della coscienza critica che lo renderà uno degli interpreti più severi e intelligenti degli anni della ricostruzione e del successo economico.

Un sito interamente dedicato a quest’opera (auf Deutsch)

Materiali e indicazioni su Böll

La Heinrich Böll Stiftung

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When he had asked his friends to stay aware
and gone in the night a little way away
to think on his life and about what was to come,
the man was suddenly overcome by fear
and his heart grew sorrowful and heavy.

The hills are white, the gardens white with frost.
An icy wind cuts in along the quay
and chills the earliest Holy Week in years;
and during the longeurs of these final days of Lent
what am I reading? Poetry from the wars.

The hour is at hand. The orders have come in.
Somewhere a room whose threshold I must cross
has been prepared: an oxytocin drip 
waits with the gas and air and suture tray
beside a snow-white bed. Let this cup pass.

Il tema pasquale intrecciato con ironia all’eterno struggimento di ogni poeta… Una poesia imperdibile, from Ireland!

L’Autrice e il suo sito

La raccolta da cui è tratta la poesia: Profit and Loss (2011)

Una recensione a Profit and Loss

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