In questo gradevolissimo libretto, che risale al 1953, Giorgio Pasquali, il più grande filologo italiano, legge e commenta le memorie di Ludwig Curtius, uno dei più famosi archeologi tedeschi. Non è una recensione, anche se forse potrebbe costituire un prototipo per chiunque volesse cimentarsi in modo proficuo con questo genere di esercizio. Raccontare l’esperienza del collega è lo spunto per una serie di divagazioni e di osservazioni su costumi e formazione della classe intellettuale borghese tra Ottocento e Novecento, in Italia come in Germania e in Europa, ed anche su alcuni importanti eventi storici, quali il primo conflitto mondiale e l’avvento di fascismo e nazismo. Sono molto incisivi anche i ritratti, pur velocissimi, di studiosi e di uomini noti di quei tempi, con una particolare attenzione dell’Autore per tutto ciò che serve a rappresentare lo stretto e necessario legame tra la vita dello scienziato e le questioni pubbliche dell’epoca in cui vive.

Alcuni giudizi di Pasquali – soprattutto quelli su istruzione e mondo accademico – sono impagabili. Essi costituiscono lo specchio fedele, e critico, di un modello educativo definitivamente scomparso, ma, allo stesso tempo, possono anche offrire qualche idea per volenterosi riformatori del giorno d’oggi e, più in generale, per tutti coloro che, nel loro mestiere, abbiano a che fare con la crescita dei più giovani. Non si tratta di vagheggiare il ritorno integrale a insegnamenti che, lungi dall’essere validi in sé e per sé, presuppongono l’adesione a formule socio-economiche non più riproponibili. Tuttavia si può ancora apprezzare il gusto e l’ambizione per una concezione forte della cultura e per il valore che essa può avere nella costruzione di sensibilità libere e consapevoli. È esemplare, tra i tanti, il passaggio in cui Pasquali si esprime sulle tante ed eterogenee letture del giovane Curtius: “lesse certo disordinatamente, che è il modo migliore per chi ha interesse sincero per umana cultura, per chi non si chiude fin da principio dentro un gretto specialismo, rinunziando, per divenire scienziato senza perdere il tempo, a essere uomo (e la rinunzia per lo più uccide in germe anche lo scienziato)” (p. 34).

L’edizione confezionata da Adelphi reca, oltre a due brevi contributi di Giacomo Devoto e Eduard Fraenkel, anche una bella nota di Marco Romani Mistretta, il cui merito è sicuramente quello di evidenziare compiutamente la nostalgia e l’ammirazione di Pasquali per l’idea “già humboldtiana dell’università come indiretta educazione alla vita più che diretta chiusura nel sapere” (p. 231). Anche questo testo, in verità, non può essere chiuso in se stesso: dopo l’ultima pagina il desiderio più grande è di seguire il Nostro in altri e simili pensieri. Fortunatamente, la cosa è facile. Basta entrare in biblioteca e cercare i suoi quattro volumi di stravaganze per continuare ad immergersi in scorribande ancor più gradevoli.

Le “Pagine stravaganti di un filologo” secondo Sebastiano Timpanaro

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Prima di Natale è d’uopo accostarsi ad una tipica strenna natalizia, ad un titolo “buono per tutti i gusti” (e quindi per tutti i regali…). Perché non ricorrere, allora, all’inossidabile Piero Angela?

L’ultimo lavoro di questo perfetto divulgatore professionista non si propone di spiegarci quando e come è comparso l’uomo sulla terra, o quando e come è nato l’universo, oppure come è fatto e come funziona il nostro corpo. Le questioni sono altre e strettamente attuali: che cosa dovrebbe fare davvero la politica? Qual è il suo compito migliore? Come si possono fronteggiare le sfide della crisi e delle correlate necessità di crescita e di sviluppo? In qualche modo, per chi è stato fedele spettatore di Quark, Superquark e affini, la risposta di Angela è scontata. Perché si tratta della risposta di un vero amante della ragione e delle scoperte che essa consente e che ci permettono di arricchire la nostra esperienza e di aprirci prospettive sempre nuove.

Per Angela, infatti, la politica non dovrebbe soltanto occuparsi di litigare rumorosamente sui modi con cui la ricchezza viene distribuita, cercando, per questa via, di conservare o di ottenere i propri privilegi e il consenso di chi glieli concede; la politica dovrebbe occuparsi di produrre la ricchezza collettiva e, per fare ciò, di “curare” la manutenzione e l’aggiornamento del software cui si devono le idee che consentono quella produzione e che la spingono verso risultati sempre migliori e competitivi. Le difficoltà italiane, del resto, vengono ricondotte proprio alla sottovalutazione persistente della cultura scientifica, della ricerca e della scuola, ossia delle energie che permettono l’avviamento e il funzionamento di tutto quel complesso ecosistema artificiale in cui si risolvono le istituzioni sociali ed economiche.

È una lettura chiara, molto facile, corredata da analogie interessanti, metafore accattivanti, dati e argomenti noti ma spesso dimenticati o volutamente ignorati, esempi illuminati e suggerimenti quasi ingenui eppure assai evidenti. Sembra esserci, a prima lettura, almeno un punto debole: la scienza e la tecnologia sono date sempre e comunque per “assodate”; la politica non è altro che una meta-tecnica, uno strumento tanto fondamentale quanto correlato, si potrebbe dire, ad una sua intrinseca vocazione maieutica, quella di spingere gli uomini a valorizzare al meglio il loro meglio, e questo meglio viene indicato sempre nel superamento del confine. In verità questa impressione è solo apparente; Angela non pensa che esista un approccio epistemologico di “serie A” e che solo esso dovrebbe essere perseguito. Semplicemente, ci ricorda che senza le innovazioni e le rivoluzioni dell’ingegno la nostra vita sarebbe ancora radicalmente differente, difficile, anzi precaria, e che occorre risvegliare continuativamente quest’intima consapevolezza, per non rischiare di perdere la splendida possibilità di pensare anche cose, altrettanto vitali, che non sono scientifiche o tecnologiche.

Chi è Piero Angela?

Una recente presentazione del libro

Il sito di Superquark

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