Ogni tanto la tv ripropone un vecchio e “libero” adattamento cinematografico di Zanna Bianca, quello girato da Lucio Fulci, anno 1973, con Virna Lisi e Franco Nero. La scena finale, nella quale il cane lupo raggiunge a nuoto il battello con cui è salpato il suo inseparabile amico, riesce sempre a commuovermi. Così, immancabilmente, mi torna ogni volta la voglia di rileggere Il richiamo della foresta e di riprovare il gusto che Jack London mi ha sempre assicurato: con tutti gli altri racconti sull’Alaska e sul Grande Nord, ma poi anche con Il lupo dei mari, Martin Eden, Il vagabondo delle stelle e Il tallone di ferro. C’è stato un periodo, effettivamente, in cui London è stato come una febbre. E a vedere che Castelvecchi ha ripubblicato la storica biografia scritta da Irving Stone nel 1938 e comparsa per la prima volta in Italia nel 1979, qualche linea mi è tornata, e non ho potuto resistere.

Anche se compilata da un indiscusso maestro del genere (Stone è stato biografo di Michelangelo, van Gogh, Freud, Darwin, Lincoln…), questa vita di London è stata scritta nel rispetto di uno stile eccessivamente aneddotico, che si addiceva soprattutto alla temperie culturale e al pubblico per cui è stata concepita. Eppure il suo valore è lampante: sia perché essa ha senz’altro costituito la base irrinunciabile di tanti lavori successivi, come quello, altrettanto interessante e molto più recente, di Dyer; sia perché Stone ha avuto accesso ai ricordi diretti di chi è stato più vicino al grande scrittore, riuscendo così, quasi ordinando le voci di un coro, ad abbracciarne il tratto distintivo sin dalle prime pagine: ”Sempre estremista, il suo incerto equilibrio lo spinse continuamente a fare ogni cosa meglio e più potentemente di ogni altro” (p. 56).

In tutto ciò che ha passato – dal vagabondaggio alla fabbrica, dalla pesca di frodo ai tanti lavori occasionali, dai viaggi avventurosi e quasi impossibili alle ore di studio e di scrittura instancabili, dalle continue difficoltà economiche ai tanti episodi di una cronica instabilità affettiva – London ci viene sempre descritto come uomo divorato dalle passioni più autentiche, alla ricerca di un rimedio per una condizione che ha sempre avvertito come sbagliata e cui ha cercato tenacemente, e tragicamente, di porre rimedio. È da questo sentimento, forse, che scaturisce anche l’adesione al socialismo, che come è stato ricordato da Valerio Evangelisti, era sincera e forte, seppur motivata, psicologicamente, da pulsioni intrinsecamente contraddittorie e, alla fine, autodistruttive. Stone coglie perfettamente questa prospettiva, e quando arriva a giudicare London, in assoluto, come uno dei più grandi autori del Nordamerica e dei migliori figli della insopprimibile potenza e fecondità letteraria di quel continente, non possiamo che pensarla allo stesso modo. Con un po’ di fantasia, però, vorremmo dire di più: che con London la letteratura americana, cresciuta nelle profondità del XIX Secolo, ha attraversato il 42mo parallelo tenendosi aggrappata alla coda della grande balena malvagia di Melville ed è emersa, vicino a Dos Passos, in un Novecento pronto ad esplodere con tutta la forza che oggi sappiamo essergli stata propria. Dite voi se questa è poca cosa…

The World of Jack London

The Jack London Online Collection

Jack London, un film del 1943

Il tallone di ferro (in rete)

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Ci sono libri appassionanti e libri che, pur essendo appassionati, sono semplicemente, ma decisamente, utili. Il recente ritratto di Matteotti, comparso nella collana “Storica” di Longanesi diretta da Sergio Romano appartiene senz’altro ad entrambe le categorie. E si tratta, evidentemente, di una collocazione di tutto rilievo.

La passione si avverte direttamente dalla lettura ed è testimoniata da quello che può essere, in qualche modo, l’unico difetto del libro, ossia un certo ripetersi di concetti e di argomentazioni, a sigillo ricorrente di quanto l’Autore sente ciò che scrive. Viceversa, l’utilità del lavoro svolto da Gianpaolo Romanato si apprezza a tutto tondo, oggettivamente, e si esprime su tre livelli distinti.

Il primo livello si intravede da sé, perché ha a che fare con l’indubbia statura del soggetto, cioè del politico e dell’uomo che, forse più di ogni altro, è rappresentativo del pantheon di tutti coloro che si sono strenuamente opposti, fino alla fine, al fascismo. Riproporlo nuovamente non è una semplice occasione per rianimare il dibattito storiografico in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Su questo piano il saggio è ampiamente meritevole, poiché esce volutamente dalla tradizionale prospettiva mitologica, per disegnare un’immagine il più possibile realistica e contestualizzata di una personalità tanto vibrante quanto complessa. Da questo punto di vista, anzi, la decisione di soffermarsi, prevalentemente, sulla vita e sulla carriera politica di Matteotti, piuttosto che sul delitto che ne ha segnato la fine, è pienamente condivisibile. Così come è condivisibile la scelta di non tacere alcuna notizia, anche quelle più imbarazzanti e compromettenti.

Questo approccio ci consente di comprendere dove e quando si radica la biografia del personaggio, dove e quando matura, in Italia, la consapevolezza dello spirito sia radicale e riformista, sia rivoluzionario, e, allo stesso tempo, dove e quando si radica buona parte della storia del socialismo italiano e delle lotte, violentissime, che lo hanno visto protagonista e che nel “biennio rosso” (1919-1920) hanno fatto da incubazione per lo sviluppo del fascismo. Questo stesso approccio, poi, ci consegna immagini apparentemente contraddittorie, e per questo molto vive e credibili, del Matteotti politico intransigente, iperattivo ed instancabile, avvolto da un fervore quasi calvinista, per dirla alla Gobetti, ma anche del Matteotti marito lontano, dubbioso e malinconico, sul punto dell’abbandono di ogni impegno pubblico, così come del Matteotti uomo di mondo, colto e poliglotta, amante dell’arte, del teatro e della buona società.

Un secondo livello, su cui apprezzare la bontà del saggio, è quello della ricostruzione delle idee, del pensiero politico di Matteotti. Ne emerge una figura irriducibile, caratterizzata da una sorprendente unicità.

Nella sua lotta politica, Matteotti ci appare in crescente ed integrale dissidio con le altre formazioni politiche della sinistra (i socialisti massimalisti e i comunisti, da Matteotti chiamati espressamente in “correità” rispetto al fascismo), con la timidezza degli autorevoli, e sia pur ammirati, del riformismo socialista (Turati), e, più profondamente, con tutti coloro che, esponenti del trasformismo storico, hanno sempre strumentalizzato a loro favore le regole del consenso (Giolitti). Per altro vero, Matteotti ci appare anche sospeso e diviso egli stesso, tra la necessità di non perdere i consensi dell’elettorato contadino del Polesine, incline ad azioni spesso eccessive, e la necessità di difendere, a fronte del clima di crescente ed esasperata violenza ed intimidazione, la legalità, lo stato di diritto, la sopravvivenza dei diritti civili e l’importanza del ruolo del Parlamento come unica istituzione che può arginare la sopraffazione fascista e il degrado morale che la supporta.

In sostanza, la figura di Matteotti ci viene restituita nella sua storica esemplarità, come immagine, cioè, drammatica di una classe politica, allora del tutto minoritaria, che ha cercato fino all’ultimo di interpretare la crisi successiva al primo conflitto mondiale non tanto come luogo dell’eccezione e della rottura di ogni equilibrio, bensì come luogo per la sperimentazione, in situazione d’emergenza e di conflitto, di un’inedita azione rigenerante ed evolutiva; come luogo, in altri termini, di consapevolezza estrema di quelli che sono i problemi storici di uno Stato e di quelli che possono essere i modi migliori per affrontarli.

Il terzo livello che evidenzia tutte le virtù del libro è il grado di connessione, altissimo, tra il messaggio di Matteotti e la ricognizione delle costanti difficoltà del sistema politico italiano e della società civile di cui esso è espressione.

Ad esempio, la fiducia di Matteotti nell’importanza del partito e della sua funzione di tramite tra la società e il governo del Paese potrebbe sembrare, ai meno avveduti, un profilo vecchio, oltre che superato. Ma se si pone attenzione al fatto che per Matteotti avere fiducia nel partito significa concepire la lotta politica come competizione tra idee e tra programmi, piuttosto che tra singoli o tra gruppi di persone, allora la bontà dell’intenzione emerge in tutta la sua perdurante urgenza.

Essa si traduce in obiettivi che tuttora non possono che essere condivisi: promuovere la politica italiana al di fuori delle dinamiche corporative, dei conflitti di interessi, degli opportunismi; riconoscere che la cornice degli organi costituzionali è l’indiscusso ambito nel quale muoversi ed ipotizzare soluzioni anche molto diverse, ma pur sempre rispettose di una comune ed indispensabile grammatica democratica; denunciare ed isolare con forza i persistenti tentativi di confondere l’interesse dei singoli o dei pochi con l’interesse generale. In questo senso, Matteotti è, ancor oggi, un italiano diverso.

Un ritratto di Giacomo Matteotti

La cronologia della vita

L’ultimo discorso alla Camera

Il delitto Matteotti: intervista al Prof. G. Sabbatucci

Il delitto Matteotti: un approfondimento da La Storia siamo noi

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