Il giovane Sebastiano cresce nella provincia piemontese, prima presso la “Casa d’Infanzia Alba Radiosa”, poi sotto la custodia dello zio Alvaro, cercatore d’oro alloggiato all’”Osteria del Genio con Locanda”, in riva al fiume. I brevi capitoli del libro descrivono il ricordo di quei giorni e dei molti personaggi di quel “mondo piccolo”, specchio del Paese dell’immediato dopoguerra. Ma Sebastiano racconta anche il modo con cui il romanzo stesso è stato concepito e più volte rifiutato dall’editore. La narrazione, poi, è spezzata da squarci sulla memoria dell’Italia della disfatta, che già all’indomani della fine del conflitto e della Resistenza pare aver completamente rimosso l’esperienza scomoda del fascismo. L’idole nazionale, i suoi falsi miti e la sua cronica, risoluta, incapacità di autocoscienza sono i veri imputati del processo che Vassalli vuole allestire. La loro sintesi perfetta è letteralmente incarnata nelle figure dei genitori di Sebastiano: il padre autoritario, meschino e pronto a tutto; la madre fiaccata dalle prevaricazioni del marito e imbambolata da un ingenuo sogno di redenzione che ha radici solo nella ricchezza materiale. Tuttavia, nel tempo stesso del racconto (il presente), l’Autore scopre che il padre, proprio lui, definito “l’infame autore dei miei giorni”, è ancora vivo e vegeto, riabilitato anche agli occhi delle istituzioni che ne avevano certificato la pazzia e pronto a perpetuare la sua violenza e il suo cinismo anche al di là di ogni prevedibile e liberatoria morte naturale. Il lascito della riflessione è amaro e sconsolato; la tara è genetica e irrimediabile; non resta che un ripiegamento quasi intimistico e archeologico, come testimoniano le parole dello zio Alvaro, autentico anti-eroe di questa storia così complessa e così profonda: “Viviamo per quelle poche pagliuzze di felicità che rimangono in fondo alla memoria come l’oro sul fondo della bàtea”.

L’oro del mondo è del 1987 e anticipa i grandi successi de La chimera (1990), Marco e Mattio (1992), 3012. L’anno del profeta (1995) e Il cigno (1996), che a loro volta rappresentano carotaggi, in forma di favola, di una medesima indagine. Le movenze eccentriche di questo romanzo saranno nuovamente testate in Cuore di pietra (1996), che chiude così un primo ciclo di meditazioni: si rinnoveranno ancora nella forma espressa e sperimentata del romanzo storico (Un infinito numero. Virgilio e Mecenate nel paese dei Rasna, 1999; Stella avvelenata, 2003), in opere ulteriormente ibride e originali (come L’italiano, 2007; o Le due chiese, 2010) e in satire controcorrente e divertite (come può essere considerato Comprare il sole, 2012). Da un certo punto di vista, quindi, L’oro del mondo è una chiave di lettura di grande importanza, un passepartout privilegiato per l’intera opera di Vassalli (che da ultimo ha ripreso con efficacia l’amato filone storico: Terre selvagge, 2014). Nel libro non troviamo le lunghe passeggiate del Piovene de Le Furie, ma l’esigenza di ripiegamento e di dialogo interiore sembra la medesima, al punto che, curiosamente, L’oro del mondo getta luce anche sull’importanza del romanzo dello scrittore vicentino. In quest’edizione – che è accompagnata, in appendice, da un testo inedito in cui l’Autore racconta la genesi tormentata del testo e della sua pubblicazione, e rende omaggio all’insperata attenzione riservatagli al tempo da Giulio Einaudi e da Natalia Ginzburg – si può apprezzare con maggiore consapevolezza il tono di una poetica determinata e militante. Vassalli non si limita a sferzare gli italiani e i loro inestinguibili vizi; oggetto della critica sono il gran circo della cultura ufficiale, il conformismo e il provincialismo dei “poeti organizzati”, la tendenza di chi può capire e sapere a marginalizzare le esperienze di scavo e di autoanalisi di cui il Paese avrebbe bisogno e di cui solo la letteratura può farsi efficace traduttrice.

Il contesto autobiografico de L’oro del mondo

Un altro e bellissimo libro di Vassalli: La notte della cometa

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Estate 1981: Giacomo Colnaghi è sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano e sta indagando sulla morte di un uomo politico, assassinato da un gruppo terroristico. Fa la spola tra la metropoli stretta dall’afa, Saronno – il suo paese natale – e la costa ligure, dove si trovano la moglie e il figlio per una breve vacanza. È un magistrato atipico; vuole capire, al di là della ricognizione degli eventi e dell’interpretazione delle norme e della loro applicazione. Ha dei riferimenti molto forti: il magistero di Guido Galli, ucciso da poco più di un anno per mano di Prima linea; le riflessioni scomode di Dante Troisi, il cui diario lo colpisce nel profondo; il ricordo del padre Ernesto, giovane contadino morto da partigiano e da piccolo-grande eroe incompreso di un’Italia ancora da venire. Proprio la storia del padre si alterna al racconto delle investigazioni, degli interrogatori e dei tormenti, anche personali, di Giacomo, il cui assillo non è quello di compiere un dovere astratto e formale, bensì di cercare la giustizia, al costo – se necessario – di riuscire a perdonare: “Eccezioni sempre, errori mai”, questo è il motto che dirige le sue azioni. Colnaghi è sempre alla ricerca, e si confronta con i suoi più cari amici, il libraio Mario e il giudice Doni, che, però, non riescono a cogliere fino in fondo le ragioni della sua inquietudine, né ad evitare l’avverarsi di un destino sempre temuto e quasi atteso.

Con questo romanzo – che unito al precedente Per legge superiore, forma un “dittico ideale”, secondo la definizione data dallo stesso Autore – Fontana ha vinto il Campiello 2014. I motivi del successo si intuiscono: l’intreccio con un filone molto gradito in questi ultimi anni (la produzione letteraria sulle vittime del terrorismo è stata tanta e di ottima qualità); una scrittura semplice, asciutta e rigorosa (e quindi molto adatta all’esigente registro etico e civile del testo); uno sguardo originale e interessante (che alla semplicità – o quasi assenza – di una trama da svolgere sovrappone con efficacia lo scavo psicologico e deontologico). Come per il libro del debutto, tuttavia, si prova una sensazione di incompiutezza, un inappagamento che non si può superare con la sola constatazione di un indubbio talento compositivo. A questo stile, pensandoci bene, manca una spina dorsale; gli difetta, in altre parole, una verità, che, in letteratura, non può mai essere quella dei puri fatti, o delle questioni morali riconosciute o largamente dibattute, o degli interrogativi socio-politici ficcanti perché giudicabili come intrinsecamente intelligenti. In letteratura, ciò che conta è innanzitutto la persuasione, non l’aspirazione a raggiungerla, per quanto fresca, nobile e determinata. Senza la persuasione traspare solo una certa paura, il timore di non avere o di esprimere una tesi, di non saper sostenere una lettura deliberatamente unilaterale. Chiarire che cosa si nasconde dietro il gesto del fare giustizia; comprendere il perché delle molte e perdute occasioni di nascita collettiva di uno specifico e virtuoso carattere nazionale; svelare l’intima ambiguità dei racconti, per quanto diversi, sulla Resistenza o sugli Anni di Piombo; testimoniare l’umanità e la fragilità di chi rappresenta lo Stato e la sua forza: tutte queste operazioni sono certamente meritevoli; e Fontana sembra essersi messo sulla strada giusta, per questo non può che piacere. Ma convincerebbe ancor di più se avesse il coraggio di tendere un indice e di mostrarci senza vergogna una nuova e possibile versione delle cose.

Recensioni (di Giacomo Giossi, Francesca Visentin, Angela Arbore-Giovanni Zaccaro, Paolo Nori, Clotilde Bertoni)

La genesi del romanzo nelle parole di Fontana

Un’intervista a Fontana

Il sito dell’Autore

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Chi sono i radical chic “all’italiana”? Di certo non sono quelli che Tom Wolfe aveva battezzato così nel 1970, sul Magazine del New York Times. Sono molto più comuni e avvicinabili di quello che sembra, anche se ne hanno per tutti e per tutto, perché sono interpreti, come i primi, di una visione del mondo. Per spiegarcelo, Daniela Ranieri ce ne presenta alcuni prototipi sulla terrazza romana della sua amica Luciana e li fa interagire, lasciandoli dialogare liberamente di cucina, arte, cultura, letteratura, arredamento, sesso, politica, religione, viaggi… Ogni capitolo è un appuntamento tematico con questa singolare dimensione antropologica e con i commenti – ora seri e quasi scientifici, ora divertiti – che l’Autrice formula in ogni occasione, un po’ per agevolare la comprensione del lettore, un po’ per suscitarne l’ironia. Ma il testo ci aiuta anche a chiarire, tra tanti e inevitabili sorrisi, come e perché sia possibile che nel popolo della sinistra nazionale si siano generate le posizioni sofisticate e oligarchiche, e intimamente contraddittorie e parassitarie, che caratterizzano il complesso, e nient’affatto minoritario, universo degli aristocratici democratici. Grandi conclusioni, alla fine, non sono possibili, ma la climax che cresce lungo tutto il testo esplode in sette pagine definitive, di intensa e dettagliata fisionomia dei radical chic e della loro (disperante) eredità morale e intellettuale. Le ultime righe sono più esplicite che mai: “Sono giustamente duri con chi possiede solo soldi e nessuna cultura e nessuna sensibilità, ma con la stessa durezza dimenticano, disprezzano o ignorano chi non ha nulla di nulla. Hanno capito che la Storia non è affatto finita, e con uno svolazzo della mano e un sorrisetto il più possibile asprigno hanno aggiunto «Purtroppo!»”.

Questo libro è come una quiche da competizione: pietanza raffinata dalla preparazione apparentemente facile, che non sempre riesce bene. In tal caso il risultato è decisamente fragrante, perché la sfoglia tiene la cottura. Daniela Ranieri, infatti, scrive bene; adatta perfettamente lo stile alla materia, composta com’è da un mix di ricercatezze esemplari, tremendi luoghi comuni e vuoti svolazzi da gossip. Siamo di fronte ad una scrittrice col martello (l’allusione nietzscheana non è per nulla casuale, visto il titolo dell’ultimo capitolo…), che, senza indulgere ad una gravitas quanto mai rischiosa, fa satira e ricerca sociologica insieme. Soprattutto, però, la Ranieri, nel suo ritratto impietoso della sinistra borghese, riesce ad essere convincente con totale e irriverente spontaneità, perché sin dall’inizio si confessa essa stessa complice compromessa del mondo che non la persuade più: “la mia mente è una villa in rovina fuori dall’Impero, anzi: l’isolotto rotondo dentro questa, anzi, meglio: la mia mente è un prato di sterpi di ferrovia, lontano, con dentro, semisepolto, qualche reperto, due o tre colonne di templi pagani, il resto incenerito di un sacrificio; alle spalle ha un giardino di un monastero benedettino, e il ventre e la groppa gonfi di catacombe”. La parte migliore dello spettacolo allestito dall’Autrice è quella “Sulla politica, il voto e la rappresentanza”, non solo per il fatto che l’analisi è scopertamente più profonda, ma anche per la ragione che si intravede assai bene l’origine del vuoto pneumatico: se non c’è più differenza tra destra e sinistra, allora anche gli ideali di progresso possono farsi settari e sprezzanti. Viene da pensare, in fondo, che quella radical chic sia una super-filosofia: la dimensione che una larga fila di perdenti ha saputo e vuole ancora costruirsi per cercare di mascherare la propria incapacità di cambiare la società e per ritagliarsi, in un contesto così povero, un posto al sole meno banale di quello che le potrebbe altrimenti spettare.

Un’intervista all’Autrice

Daniela Ranieri ospite di Melog

Recensioni (di Andrea Pomella, Alessandro Gnocchi, Michele Masneri, Francesco Pacifico)

Dai radical chic ai nuovi snob: un pezzo di Alessandro Piperno

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Ho deciso di accostarmi a questo libro in occasione di un viaggio a Napoli. Di Rea avevo già letto lo splendido L’ultima lezione. La solitudine di Federico Caffè scomparso e mai più ritrovato. Anche Mistero napoletano mi ha colpito, lasciandomi, tuttavia, un senso di sottile e ambivalente inquietudine, e che nonostante ciò direi comunque positivo. Rea riesce ad intrecciare con efficacia il viaggio sentimentale, l’indagine giornalistica e il saggio socio-politico, facendo perno, però, sulla ricostruzione dolorosa di una tragedia personale e familiare. Il racconto della drammatica traiettoria di Francesca Spada, giornalista della sede partenopea de L’Unità, e della sua doppia e tumultuosa relazione, con il partito comunista e con Renzo Lapiccirella, colto e irregolare compagno della medesima redazione, diventa così il pretesto per raccontare della Napoli degli anni Cinquanta, delle gabbie costrittive di un PCI ancora avvinto dallo stalinismo, della militarizzazione forzata di una città in tal modo condannata a non conoscere più un vero e proprio sviluppo. Si tratta di uno scorcio appassionante, in cui si rievocano le divisioni tra la frangia amendoliana del partito e le proposte destabilizzanti del cd. “Gruppo Gramsci”, tra le tesi di un meridionalismo forse un po’ troppo ambiguo e quelle di un approccio più radicale, teso a porre nuovamente al centro dell’attenzione la questione dell’unità dello Stato come questione della garanzia presupposta di qualsiasi rivoluzione democratica della società nazionale.

Tutta la narrazione, però, è funzionale ad un unico scopo: comprendere le ragioni del suicidio di Francesca, e quindi riviverne il carattere, le ambizioni, i desideri e l’istinto quasi romantico per un comunismo ribelle e anticonformista. Nell’affresco di Rea, che l’ha conosciuta e ne è stato amico, l’epilogo della storia di Francesca ha la forma di un sacrificio estremo al Moloch di un’organizzazione che l’ha sempre rifiutata, e anche di un assurdo atto d’amore per la salvezza politica di Renzo e dei loro figli. In definitiva, Francesca muore da sconfitta e da eroina allo stesso tempo, e choc e commozione sono inevitabili, perché preparati sin dall’inizio da un’indagine talmente intima e sofferta da suscitare la partecipazione più acuta. In questa prospettiva, la scelta di articolare il discorso come se si trattasse di un diario è particolarmente azzeccata. Ma la sorpresa più grande è che la lettura stimola la più universale nostalgia per tutti i sogni civili e sentimentali della giovinezza; anche di chi, pur non avendo vissuto i dolori, i timori e le grandi speranze del dopoguerra, può accorgersi all’improvviso di aver conosciuto il sua, personale, eroe e di aver sperimentato il sapore amaro di una sconfitta morale e sociale apparentemente ineluttabile. Mistero napoletano, comunque, può essere anche una formidabile fonte di riflessione: su figure geniali e pressoché mitologiche, come Renato Caccioppoli, e sull’esistenza di una napoletanità alternativa ad ogni stereotipo e mitteleuropea, possibile faro, mai realmente acceso, di una comunità intellettuale nazionale che ha sempre e fin troppo amato il potere e l’istituzione.

Una vecchia recensione di Erri De Luca

Per continuare a seguire il racconto di Ermanno Rea: Il caso Piegari

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Per celebrare l’importante cinquantenario della classica collana bianca di poesia, Einaudi ha raccolto cinquanta pezzi inediti da cinquanta poeti della sua ricca “scuderia”. È una lettura più che piacevole: per un dato qualitativo, la cui concentrazione è apprezzabilissima; ma anche per le tante curiosità che stimola, risvegliando il desiderio di riscoprire voci note e di sperimentare sensibilità diverse. La dimensione antologica permette anche un credibile affresco dello stato della nazione poetica, al punto che, nonostante l’evidente impossibilità di ridurre tutti gli autori ad un’unica e comune ispirazione, l’accostamento dei molti versi produce un mood quasi uniforme e riconoscibile. Naturalmente si tratta di un inganno, anche se è vero che questi componimenti hanno una sola protagonista: la poesia stessa, la sua fonte meravigliosa e gli effetti speciali che sa ribaltare sull’animo che le si abbandona. In mezzo a tanto stupore, quindi, non si saprebbe che cosa segnalare. Ma alla fine ci si sente risvegliati, pronti ad esclamare, con Marcoaldi, Mondo, ti devo lodare!

La poesia sa redimere, riscattare. Il tema è questo, forse è banale, ed è esplicito: Villa apre così il volume, e così lo chiude De Alberti. Il punto è che, non solo per il poeta, bisogna cercare e provare sempre, in uno sforzo di perenne vigilia e di frustrante incompletezza, e in un contesto in cui sono cose ed eventi di tutti i giorni a rappresentare il codice da risolvere. Ferrari, Montanari, la Bedini, Temporelli, Strumia… sono tutti braccati da questa sfida. Uniche ad esserne esenti paiono la Cavalli e la Valduga, e forse perché, con ironica impertinenza o incrollabile amore, hanno accettato tutti i limiti della nostra esperienza terrena e hanno scelto di percorrerli con una moderna e smaliziata gioia ditirambica. Non mancano, ad ogni modo, in tutte le poesie del volume, tante conferme e tanti sprazzi di sensazioni toccanti, nude e rivelatrici. Pennati è vorticoso come sempre, non solo per il soggetto, ma per la capacità di renderlo metafora suprema. Il dialetto di Loi continua ad avere colori e sapori di inimitabile eloquenza. Magrelli traduce come pochi l’atroce banalità dei dolori quotidiani. Lolini non si smentisce: affilato, lineare e implacabile. E Cecchinel ci avviluppa e ci trascina in una compassione fisiologica. Probabilmente, le delusioni possono venire dalle firme più conosciute al grande pubblico: Nove, Scarpa, De Luca, Fois, Mari… qui non sono al loro meglio, appaiono quasi come controfigure di se stessi, un po’ come accade per Ceronetti, cristallizzato, ormai, nel suo ruolo di Pizia. Analoghe considerazioni valgono per un Pusterla sorprendentemente scontato (che torna, invece, ai consueti livelli nell’ultimissimo e prezioso Argéman); e anche per la Candiani, che – se è consentito… – rovina tutto all’ultimo rigo. Dopodiché, la più grande verità ce la ricorda Consonni, e ciò basterebbe a trovare consolazione o, quanto meno, a riconoscersi come membri di un club di galeotti felici: Quando vorresti che la fermata / non arrivasse mai / stai leggendo sul tram / e quella è la tua casa. Pertanto, acquistate un paio di volumi della Bianca, fatevi regalare dal libraio questa bella strenna e rintanatevi nel primo mezzo pubblico a sfogliarne compiaciuti le pagine.

La prima e l’ultima poesia della raccolta

La pratica del vuoto (Carlo Villa)

La poesia è la soluzione più felice
al problema dell’infelicità,
destinato a vederne l’illuminato e non la luce,
praticandola a prolungamento della notte
e anticipazione d’ogni giorno da condannato.

Ma così tante albe da esecuzione
m’hanno recato solo dei guai,
nessuno che s’alzi in ore più decenti
disposto a perdonare accumuli
d’un così vasto, inutile capitale.

La responsabilità degli sperperi
raduna fra loro i perdenti,
facendoli vincere in maniera esponenziale,
mentre il condannato rimarrà sempre solo,
in una piazza affollata, che a consolarlo

non recherà neppure il suo amore.
Esiste una bramosia del soffrire
e un naturale angustiarvisi
quando ci si alza così presto
anche per quanti, d’un destino diverso,

li si vorrebbe meno addormentati:
ma il proposito mi viene continuamente sottratto,
moltiplicandosi in ogni campo l’effetto contrario,
da scoraggiare ogni possibile ravvedimento
in un’irreparabile pratica del vuoto.

Dall’interno della specie (Andrea De Alberti)

Eppure nel frammento di ogni memoria,
nella natura di un sorriso che supera a volte il nostro sguardo
accarezziamo la vertigine con una mano
nello scandalo innaturale che ci trattiene,
eppure, dall’interno della specie,
ognuno tenta di lenire il proprio male con una scheggia,
con le prove concepite fuori da ogni possibile
orizzonte di stupore.

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Capita a tutti di ricevere libri in regalo. Per chi legge molto, questo genere di letture può destare l’idea di un incosciente tempismo: la tentazione di rompere le gerarchie meticolosamente imposte alle diverse pile sul comodino si fa forte, tanto da aprire un piccolo spiraglio per un’avventura impensata e per il ribaltamento di altri e ben più intimi ordini. Non accade sempre, ma talvolta è così: anche un volume imprevisto può rispondere ai bisogni di un certo momento. Così è stato per Poco meno di Dio, che, se non fosse per l’aura che ancora circonda il nome del piccolo editore che lo ha licenziato, può rischiare di apparire come un perfetto esemplare dell’ambizione – il più delle volte sbagliata – che rode tanti aspiranti scrittori. Non che il libro difetti di alcune classiche mancanze (si perdoni il gioco di parole, ma questo può essere un buon modo per alludere elegantemente ai soliti fattacci di refusi, spezzoni sovrabbondanti, eccessi biografici…); il punto è che tutti abbiamo bisogno, qua e là, di qualche facile parabola per immaginarci nei panni del protagonista e godere dell’illusione di una chance corroborante. Quello che conta, in questo romanzo, non è lo spaccato – certamente godibile e verosimile, come frutto privilegiato della scienza privata dell’Autore – della quotidianità della vita di corsia e dei rapporti umani e professionali negli ospedali e nella piccola e media borghesia del Nordest. La cosa buona è la favola.

Mauro Alberti è un chirurgo quarantenne di un ospedale di provincia. Si è falsamente convinto di aver perso la brillantezza e la motivazione che lo avevano lanciato come talento precoce. Ormai pensa di doversi adattare alla situazione, in un clima che sembra premiare soltanto cinismo e arrivismo. Una vacanza senza meta, tra i monti dell’Appennino, lo porta in un paese un po’ isolato, e lì succede qualcosa che a Mauro cambia la vita, grazie all’intervento (tecnicamente) provvidenziale di una donna semplice e concreta. Non se ne accorge subito, però; per rendersene conto deve sperimentare tutte le tentazioni dell’improvviso successo che lo travolge al rientro e che lo porta vicino ai tanti giri – e ai tanti piccoli e grandi intrallazzi – degli alti papaveri della sanità e dell’accademia. È un po’ come se il Diavolo cercasse di ghermirlo nel modo più subdolo: non a caso, come nel bel racconto di Cazotte (a proposito: da leggere e rileggere…), la figura seducente e maledetta prende le forme di un altra donna, la giovane e spregiudicata Giolisa, la cui conquista assume sia il valore di una simbolica revanche, sia la possibilità di imboccare pericolosamente una direzione assai rischiosa. Pure la ex moglie, rivistolo nei panni del vincitore, torna a farsi sotto. Tuttavia Mauro, colpito dalle miserie che un lutto improvviso gli para di fronte, torna sui suoi passi e si avvantaggia della posizione raggiunta fino a quel momento per assecondare con serena decisione il futuro appagante che qualcosa gli aveva fatto intuire nella lontana e indimenticata pausa appenninica.

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Marcello è un vulcanico e disordinato presidente di una cooperativa sociale di Fano, che impiega malati psichiatrici, ex tossicodipendenti e detenuti in semilibertà provenienti dal carcere di Fossombrone. La figlia Manuela lavora all’Università di Damasco, dove sta scrivendo una tesi di dottorato sulle figure enigmatiche dell’ebreo errante e del “verdeggiante” (Al-Khidr). Sta per tornare a casa, ma non solo per rivedere il padre e per cercare di ricomporre la separazione de facto che lo divide dalla moglie Olga. La giovane studiosa ha una missione, che le è stata affidata dal Patriarca della Chiesa Melchita: recuperare una copia dell’Horologium, ossia del Kitab Salat al-Sawa’i, il primo libro in lingua araba ad essere stato stampato in Occidente, nel 1514. Il compito è molto pericoloso; ci sono tante e misteriose forze che intendono impadronirsi ad ogni costo della preziosa cinquecentina. Una copia del volume si troverebbe proprio nel porto marchigiano, nel luogo, cioè, d’origine della prima edizione, di fattura formalmente veneziana, ma uscita, in realtà, dai torchi fanesi di Gershom Soncino, che si era avvalso, a sua volta, dei caratteri mobili appositamente predisposti da Francesco Grifo. Non senza fatica, e incappando più volte nella maggiore rapidità dei suoi ignoti concorrenti, Manuela, con l’aiuto dei genitori, dell’anarchico Leonardo, del semilibero Cenerentolo e di altri collaboratori della cooperativa, segue le tracce dell’antica comunità ebraica del territorio. Dopo aver fatto importanti scoperte, e dopo aver saggiato il sapore amaro della delusione, la dottoranda raggiunge un obiettivo insperato e riesce anche a rappacificare Marcello e Olga.

Il romanzo ha molti punti deboli: per un plot che muove da un’antica vicenda tipografica non è il massimo avere così tanti refusi; e sono troppe, forse, anche le suggestioni narrative che l’Autore ha voluto inserire in un solo libro, nel quale ci sono, in effetti, svariati personaggi e diverse digressioni, così che l’impressione finale è che il testo sia eccessivamente lungo e che qualche trovata finisca per risultare quanto meno ingenua (così pare, ad esempio, nonostante l’assonanza con un famoso modello volponiano, per lo stratagemma di consegnare la voce del narratore ad un ciclomotore). A conti fatti, però, i pregi superano i difetti. In primo luogo, perché quelle digressioni – storiche, artistiche, geografiche, folcloristiche e talvolta anche culinarie – sono sempre astutamente accattivanti: Il piombo e l’orologio, di fatto, è una buonissima introduzione per chiunque voglia intraprendere un viaggio nelle Marche e intrattenervisi con quel po’ di curiosità che è sempre il miglior ingrediente di ogni vacanza riuscita. Ma il libro riporta anche alcuni “scorci” sulla ricchezza e sul pluralismo dello scenario politico-religioso del Mediterraneo tra il XV e il XVI Secolo. Soprattutto, il libro è una dimostrazione concreta di quanto nel nostro Paese la storia locale sia sempre un prezioso patchwork di stratificazioni culturali, idee, accadimenti, e di come ogni città e ogni singolo borgo continuino a conservarne tracce ancora visibili e possano, così, fungere da potenti veicoli di divulgazione e di formazione. Oltre a ciò, occorre confessare che suscita molta simpatia anche il modo con cui Michele Gianni ci descrive la semplicità e la genuinità dei suoi eterogenei personaggi e dei loro sentimenti, regalando così un buon motivo di riflessione su quali possano essere i significati e i risultati del lavoro di instancabili operatori e della partecipazione attiva di categorie svantaggiate ed emarginate. Il romanzo, per l’appunto, è il primo di una collana che un editore molto particolare ha voluto promuovere per consolidare la sua missione di promozione letteraria e teatrale di una nuova socialità. Anche solo per questo, Il piombo e l’orologio è un libro da acquistare e da leggere, magari cominciando a programmare una lunga visita alle tante località in cui è ambientato.

Recensione (di Virgilio Dionisi)

Il Carnevale di Fano

Il “Miracolo dell’ostia profanata” (sull’opera di Paolo Uccello, ripresa in copertina)

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Una vacanza, breve o lunga che sia, val bene un Recami, e così, in tempo d’estate, ne appare provvidenzialmente uno nuovo. La serie è quella leggera e briosa, milanesissima, della “casa di ringhiera”, con l’Amedeo Consonni ad indagare sul “caso” del titolo e l’Angela Mattioli alle prese con i conti sospesi del precedente episodio (Il segreto di Angela). Naturalmente non mancano i curiosi e vivaci personaggi del condominio, che variamente interagiscono per dare corpo ad una divertente commedia degli equivoci e per cooperare, più o meno coscientemente, alla risoluzione di un intreccio come sempre avvincente. Questa volta il Consonni agisce su commissione: è la famosa e bella Kakoiannis-Sforza, regina del jet set, a dargli un incarico, quello di ritrovare la figlia Marilou, precoce e altrettanto sfrontata protagonista del bel mondo, scomparsa improvvisamente da qualche giorno. E così l’ex tappezziere si aggira tra i quartieri della metropoli lombarda, ragiona sui modi e sugli eccessi di ex calciatori playboy e imprenditrici spregiudicate, e comincia a fiutare i primi e pochi indizi, in una giravolta di piccoli colpi di scena e relativi progressi, che si alternano, però, alle storie e alle disavventure semiserie dei diversi vicini di casa, Angela compresa. Quando le apparenze sembrano militare per una soluzione a tinte fosche, tra perversioni della peggior specie e ricatti inaccettabili, il Consonni ribalta tutto e, illuminato da una passata truffa sulla Merda d’Artista di Piero Manzoni, credendosi quasi ingannato dalla sua astuta e competitiva committente, rischia quasi di realizzarne le oscure trame. Interviene, però, forse per caso, o forse no, l’intuito di Angela, che si rappacifica col Nostro, salvandolo dalla complessa macchinazione in cui si era improvvisamente cacciato. Nel prologo del romanzo – lo sappiano da subito tutti gli aspiranti lettori – è già rappresentata anche la sua fine, in una studiata ed efficace simmetria che precorre in movenze da rotocalco il comune e tragico destino delle due figure femminili che sono alla base di tutta l’intricata vicenda.

Recami questa volta si autodefinisce, parodisticamente ma in modo efficace. Accade in un passaggio nel quale il direttore di un’importante casa editrice descrive le peculiarità del dattiloscritto che fatalmente è capitato nelle sue mani e che altro non è se non il memoriale che la Mattioli aveva composto nella precedente puntata della serie: “È apparentemente inconsistente perché è profondamente inconsistente, ma la sua consistenza è data dal fatto che imita l’inconsistente così bene che è uguale all’inconsistente, ma per questo è più consistente del consistente che imita il consistente”. I volumi della “casa di ringhiera” sono proprio così: stando al gioco, sono perfetti nella loro volontà di imperfezione; nella loro volontà, cioè, di adeguarsi simultaneamente a forme espressive e a generi raramente commisti, riuscendone, però, a capitalizzare, in un unico momento, tutti i rispettivi vantaggi e tutti i relativi effetti, senza contraddizioni o stonature. Questi libri, infatti, sono intriganti come i gialli all’italiana, ma hanno scene, ritmi e toni divertiti alla Monicelli o alla Dino Risi; ci sono spezzoni da rivista scandalistica, ma ci sono anche fulminee e commoventi citazioni (come, in questo caso, quella dedicata a Bianciardi: v. a p. 58); c’è simpatia e compartecipazione per le sorti dei personaggi principali, ma c’è anche una profonda ironia, specie nei confronti delle figure che incarnano alcuni tipici “campioni” della vie quotidienne nazionale (il profilo della signorina Mattei-Ferri, pettegola e falsa-invalida, è esemplare). L’elemento, comunque, più riuscito del Recami-approccio è un altro: le pagine trasudano un gusto e una fiducia estrema nella letteratura tutta e nella scrittura, che in quest’ultimo episodio, tra l’altro, si rivelano come parti attive, visto che giungono fortunosamente, ma ufficialmente, in soccorso degli umani sbandati; come se trame e parole potessero davvero avere ingresso nelle cose della nostra vita. Recami, dunque, ci intrattiene con grandi sorrisi e, facendolo con un successo assicurato, ci offre anche un motivo in più per continuare a leggere, la convinzione che l’esperienza di carta è molto meno immaginaria di quello che sembra.

Quando un piccolo cenno in un libro risveglia un interesse… Uno “speciale” e una mostra (ormai chiusa…) su Piero Manzoni

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fotoPalermo, 1937. La Corte d’assise è chiamata a giudicare “un uomo che aveva ucciso tre persone in un breve giro di ore”: nell’ordine, “la moglie dell’assassino; l’uomo che dell’assassino aveva preso il posto nell’ufficio da cui era stato licenziato; l’uomo che, al vertice di quell’ufficio, ne aveva deciso il licenziamento”. Quest’ultimo era un notissimo avvocato, presidente dell’Unione Provinciale Fascista Artisti e Professionisti, pezzo grosso del partito, dunque, ma anche influente amministratore delle cose pubbliche locali. I fatti, peraltro, sono chiari, e i legali dell’imputato non chiedono neanche la perizia psichiatrica. L’opinione pubblica, poi, sembra schierata a favore di un solo esito, da tutti percepito come giusto e inevitabile: la condanna a morte, reintrodotta dal Codice Rocco del 1930 anche per alcuni gravi reati comuni; per continuare, cioè, a dormire “con le porte aperte”, come vuole la “suprema metafora dell’ordine, della sicurezza, della fiducia”. Però, nonostante i messaggi allusivi e trasversali ricevuti in tal senso anche per bocca del procuratore generale, il giudice a latere nutre forti dubbi. La pena capitale non lo convince, e le perplessità aumentano anche per le sollecitazioni e le letture che egli finisce per condividere con uno dei giurati. Lo scrupolo vincerà la battaglia, ma non la guerra, che, alla fine, riporterà tutto – compreso il “piccolo giudice” – ad una sconsolante e umana proporzione.

Il segreto di Sciascia, della sua grandezza, non è facilmente afferrabile. D’altra parte è un segreto, che tale deve restare, fascinoso. Si nasconde sempre nella lingua, nell’uso accorto dell’italiano scritto e cólto, alla maniera dei grandi siciliani del Novecento: Brancati, Consolo, Bufalino… La disciplina dello stile e della parola ne è il fortino, ma anche la chiave, complicatissima e allusiva, veicolare e pur sostanziale, in un’unica soluzione espressiva. Questa disciplina segue e corrisponde ad un rigore tutto interiore. La letteratura e la morale, così, dialogano in un contrappunto che non si può mai interrompere; soprattutto, in un flusso, cui la coscienza – individuale, sociale, civile e politica – deve alimentarsi, per affrontare le astuzie apparentemente invincibili del malaffare e del potere che gli si asservisce quasi inesorabilmente. Il problema ha una dimensione filosofica, totalizzante, non si risolve soltanto nella critica al sistema mafioso o al fascismo (al quale, in questo libro, Sciascia dedica alcuni passaggi memorabili: v. specialmente alle pp. 71-73). E non si rivolge neppure alla sola pena di morte, la cui barbarie, tornata anche di recente all’attenzione delle cronache, viene denunciata con rara e sensibile acutezza europea, ben al di là di quanto ci è stato consegnato in tempi recenti dai più illuminati interpreti d’oltreoceano. Quel problema – che trova un suo naturale spazio d’elezione nel foro interno di ciascuno – ha anche un protagonista e un luogo istituzionali, che vengono introdotti subito anche dalla citazione che avvia Porte aperte, presa di peso dai famosi Soliloqui di Salvatore Satta: “il processo si pone con una sua propria autonomia di fronte alla legge e al comando, un’autonomia nella quale e per la quale il comando, come atto arbitrario di imperio, si dissolve, e imponendosi tanto al comandato quanto a colui che ha formulato il comando, trova, al di fuori di ogni contenuto rivoluzionario, il suo ‘momento eterno’”. Viene coinvolto, in tal modo, il giudice, con il suo ruolo, il suo carattere (in tutto e per tutto) decisivo, e quindi con la sua esemplarità, vera ragione dell’interesse ricorrente, per Sciascia, nei confronti della funzione giurisdizionale e dei i suoi abissi, come già dimostrato nella bellissima introduzione alla manzoniana Storia della colonna infame.

Dal romanzo passo al film, pluripremiato, che ne aveva tratto Gianni Amelio, con un maturo Gian Maria Volonté (in grande spolvero) nei panni del giudice dubbioso. La curiosità è soddisfatta, perché si tratta di un’ottima prova: nella fotografia, nelle luci, nella scelta di un generale clima di disfacimento che forse ben si addice all’esigenza – che sicuramente sentivano il regista e gli sceneggiatori – di ricostruire un’ambientazione storica e sociale adeguata, ma anche di renderla immagine di un Paese ripetutamente sotto scacco (ancora non resisto alla tentazione di paragonare le dimensioni dell’ufficio dell’avvocato ucciso a quelle dello studio dell’imprenditore Nottola, ne Le mani sulla città di Francesco Rosi…). Nel lavoro di Amelio, però, la grandezza di Sciascia quasi scompare, perché il suo segreto è scopertamente sciolto in direzioni ben precise, di critica culturale e politica, al di qua, per così dire, del profilo esistenziale che l’opera letteraria voleva mettere al centro della scena. In quella cinematografica, infatti, le parti si invertono: non sono le cose e le persone a cooperare a favore dello sviluppo del tema; è il tema ad adattarsi alle esigenze di certi contesti e di certe figure, allo scopo, dominante, di dire molto sulla situazione e sul clima di un determinato periodo o di un determinato modello sociale, e per dire (anche) dell’altro (ma) soltanto in chiave di resistente posizione intellettuale. Il che, per intendersi, non è di poco momento, visto che, forse, la strada indicata da Sciascia è ancora troppo complessa.

La morte come pena in Leonardo Sciascia (un convegno, da Radio Radicale)

Porte aperte, dal romanzo di Sciascia al film di Gianni Amelio (di Giuseppe Panella)

Sciascia on screen, tra pamphlet e thriller. Due riletture postume: Porte aperte e Una storia semplice (di Alessandro Marini)

Il sito degli Amici di Leonardo Sciascia

La Fondazione Leonardo Sciascia

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Sulla piazza c’è un nuovo collettivo: Tom Joad, eroe steinbeckiano cantato anche da Springsteen e alias del sodalizio Franchi-Palombini-Sinopoli. Il trio viene direttamente dalla Cgil e debutta con un giallo indignato sulle miserie del lavoro precario, riservando un rispettoso cameo anche alla figura di Bruno Trentin, ritratto a dialogare in una biblioteca genovese con il protagonista. Quest’ultimo è Marco Degli Esposti, un sindacalista molto attivo che crede nel proprio ruolo e che non può fare a meno di indagare sulla morte improvvisa e misteriosa di Salvatore Amato, padre di Francesca, una giovane collaboratrice di un’impresa di servizi informatici diretta dallo spregiudicato Marchetti. Le piste sono molte, e ce n’è anche una storica, che conduce fino a Sante Caserio, l’anarchico che il 24 giugno 1894 pugnalò a morte il presidente francese Carnot, e che getta ombre inquietanti sul passato di alcuni rappresentanti dei lavoratori. Le ricerche e le supposizioni abbondano e, nel frattempo, Degli Esposti è costretto a misurarsi con le aspre vicende di cui viene a conoscenza ogni giorno: storie comuni e dure, ritratti fedeli di tanta parte di quella gioventù italiana che non riesce a sottrarsi al ricatto sistematico e alle ambiguità striscianti di un mondo del lavoro dipinto – a 360 gradi – con malinconica verosimiglianza. Quanto all’epilogo, non vi è niente di più classico: il colpevole, anche in questo caso, è sempre un insospettabile.

Nella costruzione dell’intrigo e dei personaggi, il romanzo segue binari noti e compiacenti: Degli Esposti si sposta in moto, ha un certo fascino e piace; i suoi antagonisti hanno caratteri coerentemente deformati e quasi caricaturali; la parte del bene e quella del male sono decisamente definite, con tanto di riferimenti – forse un po’ stereotipati – a molti e (fin troppo) risaputi (e chiacchierati) vizi della società e della politica autoctone; e alla fine, come da copione, il buono sconfigge i cattivi, ma lo fa strizzando l’occhio ad un potente e strumentalizzando a suo favore le endemiche e pelose contingenze della politica locale. In verità, il plus-valore del libro – per stare in tema… – risiede nelle varie e diffuse parentesi di riflessione sul mercato del lavoro: ad esempio, sono veramente efficaci, oltre che divertenti, le pagine in cui un vecchio, dispettoso e simpatico giuslavorista illustra ai suoi studenti le molte ingenuità di alcune delle più rinomate riforme degli ultimi vent’anni. Non è da meno la lezione che Tiziano Bruni (controfigura di Bruno Trentin) consegna al suo più giovane collega, sul sindacato e sulla politica, sulle difficoltà e debolezze storiche della sinistra, sull’esigenza di contaminarsi sempre con le “necessità del popolo”: perché questa è la via per farsi davvero portavoce dei disagi dei molti e provare a risolverli rinnovando “l’eterna alchimia di passione e ragione”, tra “il rosso e il quadrato”. Ma non si tratta di solo idealismo; l’indicazione è per la riscoperta e l’attualizzazione della forza tradizionale dei motivi che hanno animato le lotte sindacali, per proporne, cioè, una versione rinnovata e adeguata alla realtà socio-economica di oggi. In questo senso, Rosso quadrato ci consegna un invito, determinato e realista al contempo, a perseguire strade concrete e ragionevoli, e a fare del compromesso e dell’accordo una sede nobile e privilegiata per la condivisione di soluzioni forti, al di là dei prezzi, anche amari, che, comunque, l’attività pubblica è destinata a portare normalmente con sé.

Recensione (di Bruno Ugolini)

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