Per celebrare l’importante cinquantenario della classica collana bianca di poesia, Einaudi ha raccolto cinquanta pezzi inediti da cinquanta poeti della sua ricca “scuderia”. È una lettura più che piacevole: per un dato qualitativo, la cui concentrazione è apprezzabilissima; ma anche per le tante curiosità che stimola, risvegliando il desiderio di riscoprire voci note e di sperimentare sensibilità diverse. La dimensione antologica permette anche un credibile affresco dello stato della nazione poetica, al punto che, nonostante l’evidente impossibilità di ridurre tutti gli autori ad un’unica e comune ispirazione, l’accostamento dei molti versi produce un mood quasi uniforme e riconoscibile. Naturalmente si tratta di un inganno, anche se è vero che questi componimenti hanno una sola protagonista: la poesia stessa, la sua fonte meravigliosa e gli effetti speciali che sa ribaltare sull’animo che le si abbandona. In mezzo a tanto stupore, quindi, non si saprebbe che cosa segnalare. Ma alla fine ci si sente risvegliati, pronti ad esclamare, con Marcoaldi, Mondo, ti devo lodare!

La poesia sa redimere, riscattare. Il tema è questo, forse è banale, ed è esplicito: Villa apre così il volume, e così lo chiude De Alberti. Il punto è che, non solo per il poeta, bisogna cercare e provare sempre, in uno sforzo di perenne vigilia e di frustrante incompletezza, e in un contesto in cui sono cose ed eventi di tutti i giorni a rappresentare il codice da risolvere. Ferrari, Montanari, la Bedini, Temporelli, Strumia… sono tutti braccati da questa sfida. Uniche ad esserne esenti paiono la Cavalli e la Valduga, e forse perché, con ironica impertinenza o incrollabile amore, hanno accettato tutti i limiti della nostra esperienza terrena e hanno scelto di percorrerli con una moderna e smaliziata gioia ditirambica. Non mancano, ad ogni modo, in tutte le poesie del volume, tante conferme e tanti sprazzi di sensazioni toccanti, nude e rivelatrici. Pennati è vorticoso come sempre, non solo per il soggetto, ma per la capacità di renderlo metafora suprema. Il dialetto di Loi continua ad avere colori e sapori di inimitabile eloquenza. Magrelli traduce come pochi l’atroce banalità dei dolori quotidiani. Lolini non si smentisce: affilato, lineare e implacabile. E Cecchinel ci avviluppa e ci trascina in una compassione fisiologica. Probabilmente, le delusioni possono venire dalle firme più conosciute al grande pubblico: Nove, Scarpa, De Luca, Fois, Mari… qui non sono al loro meglio, appaiono quasi come controfigure di se stessi, un po’ come accade per Ceronetti, cristallizzato, ormai, nel suo ruolo di Pizia. Analoghe considerazioni valgono per un Pusterla sorprendentemente scontato (che torna, invece, ai consueti livelli nell’ultimissimo e prezioso Argéman); e anche per la Candiani, che – se è consentito… – rovina tutto all’ultimo rigo. Dopodiché, la più grande verità ce la ricorda Consonni, e ciò basterebbe a trovare consolazione o, quanto meno, a riconoscersi come membri di un club di galeotti felici: Quando vorresti che la fermata / non arrivasse mai / stai leggendo sul tram / e quella è la tua casa. Pertanto, acquistate un paio di volumi della Bianca, fatevi regalare dal libraio questa bella strenna e rintanatevi nel primo mezzo pubblico a sfogliarne compiaciuti le pagine.

La prima e l’ultima poesia della raccolta

La pratica del vuoto (Carlo Villa)

La poesia è la soluzione più felice
al problema dell’infelicità,
destinato a vederne l’illuminato e non la luce,
praticandola a prolungamento della notte
e anticipazione d’ogni giorno da condannato.

Ma così tante albe da esecuzione
m’hanno recato solo dei guai,
nessuno che s’alzi in ore più decenti
disposto a perdonare accumuli
d’un così vasto, inutile capitale.

La responsabilità degli sperperi
raduna fra loro i perdenti,
facendoli vincere in maniera esponenziale,
mentre il condannato rimarrà sempre solo,
in una piazza affollata, che a consolarlo

non recherà neppure il suo amore.
Esiste una bramosia del soffrire
e un naturale angustiarvisi
quando ci si alza così presto
anche per quanti, d’un destino diverso,

li si vorrebbe meno addormentati:
ma il proposito mi viene continuamente sottratto,
moltiplicandosi in ogni campo l’effetto contrario,
da scoraggiare ogni possibile ravvedimento
in un’irreparabile pratica del vuoto.

Dall’interno della specie (Andrea De Alberti)

Eppure nel frammento di ogni memoria,
nella natura di un sorriso che supera a volte il nostro sguardo
accarezziamo la vertigine con una mano
nello scandalo innaturale che ci trattiene,
eppure, dall’interno della specie,
ognuno tenta di lenire il proprio male con una scheggia,
con le prove concepite fuori da ogni possibile
orizzonte di stupore.

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