Nel 2003 Alessandro Fontana – noto e apprezzato studioso, e sodale, di Michel Foucault, della cui opera è stato curatore ufficiale – tiene un ciclo di sei lezioni nel corso di Storia del diritto medievale e moderno presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania. La sbobinatura di quegli incontri, corredata di un utile apparato di note e di una preziosa introduzione, viene ora pubblicata in questo libro, per la cura di Ernesto De Cristofaro. È un volume che si legge d’un fiato, complice il mantenimento dell’itinerario felicemente erratico e del tono colloquiale dell’Autore. Il titolo centra il cuore dei ragionamenti che le lezioni sviluppano. Nel soffermarsi specialmente sul pensiero di Machiavelli e sul contesto in cui è sbocciato, Fontana argomenta attorno all’importanza della nascita della scienza della politica come disciplina della contingenza e dello stato di guerra. Così facendo, spiega il significato istituzionale, e l’onda lunga in Occidente, del passaggio dal paradigma medievale della salvezza dell’anima a un’epoca, quella moderna, il cui baricentro è la “potenza”, la sicurezza dello Stato, all’esterno come all’interno. Nello stesso tempo, Fontana – in un calembour di annotazioni e divagazioni sempre intelligenti e stimolanti – si sofferma su tanti altri aspetti. Accenna alla contemporaneità, come fase nella quale alla sicurezza si sostituisce la sopravvivenza della specie; analizza le grandi alternative alla via machiavelliana (che a suo giudizio si potevano intravedere nelle opere di Leon Battista Alberti e nel Cortegiano di Baldassarre Castiglione); richiama la (ulteriormente) differente esperienza degli antichi, il cui sforzo filosofico è concentrato nell’elaborazione di una tecnica dell’esistenza; salta agli sviluppi novecenteschi della sicurezza e della complessa microfisica del potere che ne costituisce la declinazione pervasiva (con cenni all’importanza, terribile, che sul punto ha avuto la “scuola” di Cesare Lombroso e di Enrico Ferri). Più di tutto, Fontana – che post mortem sta conoscendo una stagione di vero e proprio rilancio: l’anno scorso Ronzani ne ha meritoriamente riproposto Il vizio occulto – cerca di dare un’esemplificazione pratica di che cosa possa essere il metodo foucaultiano. Nella prima lezione ne presenta la fisionomia e il lascito (non senza qualche spunto polemico su chi se ne vorrebbe fare variamente erede: il rilievo su Toni Negri è più che risoluto). Di lì in poi ne offre un suggestivo saggio concreto nella conversazione ricca e intensa in cui si articolano tutte le altre lezioni. Lo scopo – come osserva De Cristofaro – è testimoniare che “il sapere non ha una funzione ornamentale o consolatoria ma serve, essenzialmente, a prendere posizione”.

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In un’isola vive un vecchio pescatore. Ma non è una favola per bambini. È il contesto di un’oscura, tragica rappresentazione, nella quale la voce narrante si rivolge direttamente al protagonista del racconto, per rendergli del tutto cosciente il suo inevitabile e irredimibile destino di dannato. Il vecchio, infatti, non è un personaggio positivo. Dopo la scomparsa della moglie, maltrattata e picchiata per tutta la vita, e infine morta per una grave malattia, segue pervicacemente una routine che lo ha portato a un abbrutimento definitivo. Pesca in astiosa solitudine nelle acque che ha contribuito a inquinare; beve e bestemmia nella bettola in cui si riuniscono i relitti umani dell’isola, ormai svuotata della sua originaria comunità; odia, ricambiato, tutti i suoi vicini, il parroco e il sindaco, e naturalmente anche i turisti, che irrompono sgraditi e chiassosi nel fine settimana; disprezza anche gli unici parenti che gli sono rimasti e che, non a caso, vivono sulla terraferma. L’Autore – la voce narrante – lo aiuta a capire il perché della sua condizione: lo guida, cioè, in un processo di riflessione, che ripercorre, in crescendo, episodi salienti del suo passato e gli rivela in questo modo, passo dopo passo, la sua violenza e il suo egoismo, le grandi colpe di cui si è macchiato e la ragione assoluta – di giustizia quasi divina – dell’esperienza di costante consunzione in cui la vecchiaia lo costringe a sopravvivere.

Un primo modo di leggere questo libro è immaginare che la voce narrante non sia quella dello scrittore, ma quella di Dio, che chiede a Caino dov’è suo fratello. Di quale delitto si è macchiato il vecchio? Perché è condannato a vagare disperatamente per l’isola, reietto tra i reietti, allo stesso modo di come Caino è stato condannato a vagare errabondo sulla terra? Va osservato che l’isola, per Frizziero, è innanzitutto l’Isola; un’entità maiuscola, che ha una dimensione universale, a significare il confine compiuto del mondo nel quale il vecchio / l’uomo è costretto e su cui può colpevolmente consumarsi nel suo odio. Da questo punto di vista, nel romanzo c’è un che di infernale, nel senso dantesco. Si può anche intravedere un altro modo di leggere la storia dell’Isola, dietro i cui pochi, riconoscibili lineamenti pare di scorgere un’isola vera e propria, quella di Pellestrina, nella laguna veneta. L’isola, quindi, riflette anche un’altra immagine, tutta reale: di un arcipelago in stato di graduale abbandono e spopolamento; un luogo di occasioni e di esperienze perdute, la cui umanità, lasciata a se stessa, non può che tradurre, nei pensieri nostalgici, nelle aspirazioni retrospettive e nei gesti ripetuti di ogni giorno, un radicale svuotamento morale. Sensazioni che nulla hanno a che fare con quelle che dall’insularità aveva ricavato Paolo Barbaro, in racconti carichi di suggestione. In questo scenario, poi, a guardar bene, il soggetto negativo non è soltanto il vecchio. Anche gli altri attori non si distinguono, incarnando le stereotipiche deformazioni di un paesone triste, in disarmo sociale ed economico, rispetto alle quali persino il vecchio manifesta un qualche senso critico. Tempo fa, con stile e tono molto diversi, Francesco Maino ci ha raccontato lo sgretolamento di un pezzo di Veneto, altrettanto afferrabile; oggi Sandro Frizziero – che con questo lavoro corre giustamente per il Campiello – ci offre un’altra istantanea del comune decadimento, sempre amara e non meno disperante.

Recensioni (di G. De Rinaldis; di G. Mecca; di F. Ottaviani)

La presentazione del libro, firmata da Tiziano Scarpa

Con l’Autore, sui luoghi del romanzo

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N. 46 della storica collana Le Silerchie (Il Saggiatore), 1960: bellissima copertina di Balilla Magistri, come sempre in quelle raffinate edizioni. Il volumetto contiene un racconto-saggio formidabile, Il Teatro delle Marionette di Heinrich von Kleist. È il 1801 e l’Autore incontra un amico ballerino, intento a godersi uno spettacolo di marionette allestito sulla pubblica via. Stupito del grande interesse dell’amico per un’esibizione che ritiene eccessivamente popolare, gli chiede spiegazioni. E ottiene una lezione profonda, dalla quale si sviluppa un dialogo dagli esiti abissali. L’amico, infatti, gli illustra la estrema naturalezza dei manichini, i cui arti snodati, facendo agio sulla sola forza di gravità, si muovono con una grazia che un uomo mai potrebbe raggiungere. I due, allora, avviano un breve scambio di opinioni, via via più convergenti, nel quale, per il tramite di due piccoli ed efficacissimi aneddoti, finiscono per concludere che è l’arroganza della coscienza e della riflessione tipiche dell’uomo a frapporre un innaturale ostacolo sulla strada della perfezione. Questa, in definitiva, o è propria della marionetta o è propria di un dio. All’uomo, dunque, per tornare allo stato di innocenza nell’ultimo “capitolo della storia del mondo”, non spetta che “mangiare di nuovo il frutto dell’albero della conoscenza”.

Andiamo pure al di là del fatto che in uno specifico passaggio questo testo pare fornire un calco per il tema drammatico, e molto antico (mito di Narciso), che Oscar Wilde svilupperà in modo assai originale ne Il ritratto di Dorian Gray; e prescindiamo anche dal fatto (ulteriore) che in questo testo non ci sono evoluzioni o frasi che si possano ritenere fuori posto o ridondanti: ci troviamo di fronte ad un capolavoro, un classico a tutti gli effetti. Il punto è che il messaggio di Kleist è straordinario. Anticipa – e forse ispira – il lungo ragionare dell’intelligenza artificiale più famosa della storia della letteratura, il computer protagonista di Golem XIV, di Stanislaw Lem, che evidenzia l’assoluta grandezza delle forme di esistenza organica più semplice (e in particolare di quelle vegetali: v. recentemente anche le belle e sorprendenti pagine di Emanuele Coccia). Al contempo, però, Kleist pone, e quasi circoscrive, la dimensione delle possibilità di sviluppo concretamente attingibili da parte dell’umanità nell’orizzonte di uno sforzo che non può che essere, e rimanere, anche sul piano etico-giuridico, fatalmente e legittimamente frustrato. In questo racconto si intravedono tutte le inquietudini che fanno del romanticismo tedesco l’anticamera delle fondamentali fratture filosofiche in cui il Novecento sarà destinato a lacerarsi, e con cui abbiamo ancora a che fare. Ma la ricchezza di questa lettura non è finita qui. Nello stesso volumetto – che, come per tanti altri libretti delle Silerchie, è aperto da un’illuminante nota di Giacomo Debenedetti – il pezzo di Kleist viene introdotto da un saggio di Greenberg su Paul Klee. È questo saggio a rafforzare il tempo lungo e il senso complessivo del racconto. Perché per Greenberg la ricerca di Klee altro non è che il tentativo di avvicinare sempre di più, o sempre meglio, e con un analogo e inconfondibile approccio di un certo metodo germanico, la totalità che è presente nelle più semplici rifrazioni della realtà. Multum in parvo, quindi; una prospettiva tuttora carica di declinazioni notevoli, senza dubbio per capire un importante filone dell’arte contemporanea, ma anche per ricevere una chiave interpretativa utile a immaginare il futuro dell’uomo e delle sue tante conquiste.

Teatro delle Marionette in lingua originale

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È la Russia il paese terribile in cui Andrej – alter ego dell’Autore – intende tornare per qualche mese, dopo essere migrato negli Stati Uniti con i suoi genitori al tempo del crollo dell’Unione Sovietica, quando era ancora piccolo. Ha terminato il dottorato da poco e la fidanzata lo ha lasciato, e si ritrova esposto, così, più che mai, ad una naturale e forte incertezza sul futuro. Perché, dunque, non ascoltare suo fratello Dima e passare un po’ di tempo a Mosca, per accudire la nonna Seva? Del resto è un aspirante slavista: un’immersione diretta nell’attualità della cultura che studia non può che fargli bene. E potrebbe anche approfittarne per giocare un po’ a hockey, sua grande passione. Ma la Russia – tra nuovi ricchi e “stato di polizia” – pare proprio un paese inguaribilmente terribile. Mosca è al centro di un processo di fortissima gentrificazione ed è percorsa da un mix di violenza diffusa e poco repressa e di repressione poco violenta quanto diffusa. Baba Seva è messa molto più male di quanto Andrej pensava; è anche molto sola e nel suo vecchio appartamento non c’è la connessione Internet, che a lui, però serve per restare in contatto con i corsi universitari cui sta facendo da assistente. Suo fratello Dima, poi, ha un piano molto chiaro per liberarsi dell’immobile e strappare un buon prezzo, indipendentemente dalla considerazione della salute della nonna. Come se non bastasse, fraternizzare con gli hockeisti della periferia moscovita non è cosa facile e, nel frattempo, la chance di essere assunto come docente in un buon college pare sfumare, a favore di un odiato e arrogante collega. Nonostante ciò, Andrej – che nel frattempo si innamora, e per giunta corrisposto, della bella dottoranda Julija – si affeziona alla nonna e alla sua storia difficile, e stringe amicizia con un gruppo di attivisti neocomunisti e oppositori di Putin, tra cui militano anche la sua nuova compagna e il di lei ex marito. Prende coraggio, alimenta la sua coscienza politica ed è pronto a restare in Russia per sempre, anche se una serie di eventi un po’ pericolosi, un po’ fortuiti e in parte un po’ fortunati lo convincono che, in fondo, la sua strada è quella che lo riporterà in America. Un paese terribile è un libro riuscito per molti aspetti. Per l’empatia che facilmente suscita: sa essere leggero, ironico e divertente, e a tratti è profondo e commovente. Ma anche per la bella immersione socio-culturale che permette di sperimentare, nella storia, nelle incrostazioni e nelle vene, vecchie e giovani, di un paese tuttora percorso da contraddizioni e da energie fortissime, in positivo come in negativo. Più di tutto, però, Gessen riesce a comunicare la singolare e forse paradossale propensione per lo spiazzamento che ogni giovane aspirante studioso, per essere autenticamente tale, deve sentire. Da questo punto di vista, il romanzo ha una morale chiara, che qualcuno potrebbe definire buonista e che, tuttavia, coglie nel segno: ci vuole tanto cuore per vivere davvero ciò che si studia.

Recensioni (di Luigi De Biase; di Boris Fishman; di Marcel Theroux; di Ettore Ventura)

Conversazione con l’Autore

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I viaggi servono e questo libro ne è la prova. Infatti non è un libro di viaggio. È il racconto di un itinerario personale, che così trova il suo compimento. Non c’è dubbio che le tappe di questo itinerario si radicano fisicamente nel sito lontano, e prima mai visto, di cui l’Autrice narra, esplorandone pezzi di storia e di topografia, e raffigurandone la gente e i protagonisti. Nello stesso tempo, tuttavia, il libro coltiva ragioni di ricerca familiari e più intime: tornare sui luoghi – oggi completamente assorbiti dall’abbandono e dalla vegetazione – in cui il nonno, militare italiano, è stato internato durante la seconda guerra mondiale; e offrire, per questa via, un doveroso tributo alla dura esperienza di molti connazionali. Ma anche di tutte le displaced persons che il conflitto ha spazzato via o costretto in quei luoghi. Dopodiché la Kaliningrad che Valentina Parisi vuole scoprire, naturalmente, è anche la Königsberg prussiana di Kant e dell’efficiente e florida cantieristica pesante del Reich, rasa al suolo, tuttavia, dai massicci bombardamenti degli alleati e poi investita dall’occupazione sovietica. È soprattutto quest’ultima città che l’Autrice percorre, nel suo essere stata macinata dal tentativo, rimasto incompiuto, della sua completa e profonda riedificazione, secondo un ordine e una morfologia in ipotesi coerenti con le ideologie del nuovo regime. Sicché il volume – animato anche da un apparato fotografico più che evocativo – alterna il viaggio nella memoria personale e collettiva con alcune istantanee, molto efficaci, delle tante epoche e delle molteplici, tragiche, e talvolta anche curiose, vicende che hanno punteggiato la città di K. Tra tutti questi piccoli, o grandi, scavi ve ne sono almeno tre, che sono meritevoli di un’immediata menzione: il colloquio con un’anziana signora originaria di Königsberg, strappata alla sua casa e oggi residente a Berlino, e ancora tenacemente aggrappata al ricordo della sua Heimat perduta; il capitolo sui “poeti tra le rovine”, in cui giganteggia la presenza di Brodskij, con le sue disavventure e con i racconti di chi lo ha conosciuto e cercato; e la singolare vicenda dell’ippopotamo del grande zoo di K., sopravvissuto alle bombe e curato dalle attenzioni dell’esercito russo. Ma alla fine ciò che della lettura più rimane è la sensazione di una forte esigenza individuale, che stimola l’esplorazione di una zona di silenzio e il superamento di un momento di frattura: a dimostrazione, ancora, che è nel filtro della letteratura e della storia che gli spazi e la memoria diventano chance imperdibili per trasformare i bisogni individuali in occasioni di riflessione e ritrovamento.

Recensioni (di P. Melissi; di A. Orfini; di F. Ricapito; di J. Turini)

La Prefazione di F.M. Cataluccio

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Nell’Italia del 1938 Alfredo Liguori è un importante dirigente della più grande compagnia italiana di assicurazioni. Dopo un convegno al Lido di Venezia, si lascia incuriosire da un suggerimento del suo principale e, prima di rientrare a Milano, decide di fermarsi in laguna ancora una sera, per sperimentare il piacere di cenare in una certa trattoria. Viene presto avviluppato da un’atmosfera particolare, tanto da restare di fatto catturato dall’isola, dove – indotto da uno strano personaggio – passa di locale in locale, fino a quando conosce la misteriosa Lina. Il tempo passa e Liguori rimane a Venezia, dimentico della sua stessa famiglia: comincia a convivere con Lina, con cui intesse una relazione sinceramente appassionata. Ne conosce l’ambiente, venendo a contatto con le storie e i sogni di un popolo povero e semplice, e familiarizza con Mino, un socialista senz’altro inviso al regime, che contribuisce a trasformare “tutto il suo modo di vedere il mondo”. All’improvviso, però, scosso dalle ricerche ufficiali che la moglie ha stimolato, Alfredo si vede costretto, a malincuore, a tornare a casa, a porre fine a questa parentesi quasi fiabesca e a recuperare i ritmi quotidiani del lavoro d’ufficio. Ma nulla è come prima, l’aplomb di sempre è compromesso. Tanto più quando il Paese entra in guerra: mentre i tragici destini del conflitto cominciano a farsi intuire, Alfredo matura un antifascismo istintivo. Il ricordo della sua strana avventura veneziana e delle emozioni elementari allora vissute funge da fondamentale elemento catalizzatore: dell’idea di collaborare segretamente con i partigiani, ma soprattutto, una volta catturato, della decisione di sacrificarsi eroicamente.

La storia della scomparsa dello strano personaggio di questo romanzo si è rivelata – come per uno scherzo di un qualche destino – una bella scoperta, fatta sul banco di un rivenditore ambulante di libri vecchi. Il fortunato ritrovamento, innanzitutto, è Mario Bonfantini, ricordato e celebrato di recente dall’Università di Torino (partigiano, professore di letteratura francese, sceneggiatore e amico di Mario Soldati, scrittore…), ma da tempo uscito dai radar dell’editoria italiana. Ed è un vero peccato, perché mentre la scomparsa del protagonista di questo romanzo traccia una traiettoria originale nei percorsi letterari di costruzione della coscienza politica nazionale, l’oblio sull’Autore ha privato il grande pubblico della pacata raffinatezza di un passo stilistico tanto démodé e apparentemente semplice quanto sincero e profondamente articolato. La linearità, infatti, è solo di facciata. Ci troviamo di fronte al montaggio, astutissimo, di due prospettive già saggiate in altri due libri ben più noti, e precedenti rispetto a Scomparso a Venezia: La danza delle acque di Antonio Russello e Il generale Della Rovere di Indro Montanelli. Anche l’impiegato di banca di cui racconta Russello si perde a Venezia per acquistare un nuovo punto di vista. Anche il faccendiere di Montanelli si ritrova come uomo nel momento del coraggio più impensato. Il differenziale, pregevole, della versione di Bonfantini – per la quale egli stesso ricorre ad una parola oggi quasi rovente: “populista” – sta nella saldatura quasi svagata, ma molto naturale, delle due esperienze e nel programmatico e attento ripudio di intellettualismi e canoni potenzialmente retorici.

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Marco Carrera, oftalmologo, è il colibrì. Lo hanno chiamato così durante l’infanzia, perché il suo fisico sembrava destinato a rimanere un po’ più piccolo di quello dei suoi coetanei. Poi è improvvisamente cresciuto, forse anche grazie a una cura sperimentale che il padre ingegnere ha tanto voluto e che la madre architetto, invece, guardava con indifferenza. La vita di Marco, da lui stesso ripercorsa, tra Roma, Firenze e Bolgheri, è stata ricca di eventi, che nel racconto si svelano gradualmente, in un ordine che non sempre è quello cronologico: il matrimonio con Marina, tutto sommato casuale, ma fallito all’improvviso a distanza di tanti anni; uno scampato incidente aereo, dal quale si è salvato per la forza indicibile di un amico iettatore; l’amore per Luisa, ripetutamente cercato, mai realizzato; un debole precoce per il gioco d’azzardo, coltivato con grande fortuna e riscoperto anche in età matura; il suicidio della sorella Irene, tanto temuto e poi, di colpo, effettivamente arrivato; la rottura col fratello Giacomo, anch’egli innamorato di Luisa; il rapporto con i genitori, Probo e Letizia, entrambi gravemente malati e assistiti fino alla morte; lo stretto legame con la figlia Adele, che però scompare prematuramente durante una scalata, e con la nipotina Mirajin, che offre al colibrì un punto di riferimento certo, per ciò che è accaduto e per ciò che accadrà, fino al termine dei suoi giorni. I fili che legano il racconto – altrimenti ondivago – sono il rapporto di complicità tra Marco e il dottor Carradori, che da psicanalista della moglie diventa confidente e amico; le lettere di riconciliazione che il colibrì spedisce a Giacomo, senza ricevere mai risposta; lo scambio epistolare con Luisa, frutto stagionale di una relazione esclusivamente cerebrale. È proprio Luisa, in una lettera, che prova a intuire il segreto di Marco, annunciato scopertamente, in realtà,  sin dalla quarta di copertina del libro: tutta la sua energia, tutta la sua vita, tutto il suo continuo sbatter d’ali sono stati dedicati a “restare fermo”, a perseguire e difendere un’invariabile equilibrio esistenziale.

Di questo romanzo si discute da più parti in termini entusiastici. Per alcuni è il libro dell’anno. C’è chi intravede nella storia di Marco Carrera una riedizione della (dis)avventura biblica di Giobbe, nel senso della resistenza di chi affronta naturalmente il proprio destino. C’è chi ne premia la capacità di esprimere, anche criticamente, una rappresentazione efficace della borghesia italiana e del suo egoismo improduttivo. C’è, poi, chi loda lo stile, perché la scorrevolezza si accompagna a una particolare versatilità espressiva, che comunica l’effetto di un’evidente facilità di composizione. Quest’ultima è la valutazione che si può senz’altro condividere. La verità, infatti, è che Il colibrì è una riuscitissima prova di scrittura, confezionata in un intreccio plurale e complessivamente ammiccante. Se ci si aspetta la storia familiare, la si trova; se si vuole la storia d’amore, ce n’è più di una; se ci si concentra sul romanzo di formazione, se ne resta soddisfatti (addirittura nel senso quasi ironico della formazione continua…); se si ricerca il ritmo della commedia italiana più tradizionale, lo si può avvertire distintamente (vi si avvertono, simultaneamente, gli sguardi agrodolci di Dino Risi, Pupi Avati e Paolo Virzì); se si spera di incrociare qualche spunto intellettualmente sofisticato, lo si può incontrare (compiacendosi, ad esempio, delle citazioni di Manganelli e Prampolini), come ci si può imbattere anche in notevoli frasi ad effetto (“I lupi non uccidono i cervi sfortunati. […] Uccidono quelli deboli”). Infine, non mancano i riferimenti – rigorosamente politically correct – alla grande e più spinosa attualità (dall’eutanasia all’accoglienza delle diversità). Il colibrì, in definitiva, è un romanzo-specchio, nel quale ogni lettore ha un’apprezzabile possibilità di trovare una testa di ponte per un proprio punto di interesse, e di farlo con piacere e senza alcuna fatica. Ecco che cosa ha confezionato Veronesi: un accessibilissimo e godibilissimo capo prêt-à-porter.

Recensioni (di Valentina Berengo; di Francesco Longo; di Daniela Matronola; di Alessandro Piperno; di Christian Raimo; di Gian Paolo Serino)

L’Autore presenta il suo libro

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“Io vivo di paesaggio, riconosco in esso la fonte del mio sangue”. Le parole di Giovanni Comisso, uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano, spiegano da sole la ragione dell’approfondimento che in questo libro è compiuto. Se Comisso è il suo paesaggio, allora è attraverso quel paesaggio – facendone esperienza diretta – che Comisso va letto e compreso. Nicola De Cilia, dunque, intraprende proprio quest’indagine, e lo fa in senso cronologico. Segue innanzitutto il trasloco della famiglia Comisso dalla periferia al centro di Treviso: cammina nei vicoli di oggi, alla ricerca di un’abitazione distrutta nella seconda guerra mondiale e di un’atmosfera che pur non esistono più, e del laboratorio che ha forgiato, come una camera oscura, le primitive proiezioni e la peculiare sensualità artistica e corporea dello sguardo del giovane futuro scrittore. Poi l’itinerario continua sul Piave, a Onigo, alla scoperta del paradiso terrestre di luci, di acque, piante e calde sabbie che hanno impresso al Comisso adolescente una insopprimibile vocazione panica ed erotica, fatta del desiderio continuo di amicizie complici e di ozi giocosi nell’abbraccio della natura. De Cilia, allora, ci conduce anche nelle retrovie della grande guerra, l’occasione imperdibile di un’avventura vera a tutto tondo. Comisso, però, almeno prima di Caporetto, la vive a lungo nell’incantamento delle retrovie, tra i colli e le terre coltivate del Veneto orientale e del Friuli, lungo i fiumi in cui rivivere trasognato le immagini e le sensazioni delle scorribande dell’infanzia. La rincorsa all’ebbrezza continua a Fiume e poi nell’Adriatico e a Chioggia, per addentare concretamente l’ideale di una vita completamente dedita al divenire costante e alla contemplazione delle stelle. L’Autore si aggira tra il Carso e la Slovenia, la Croazia e la laguna veneta, per sentire la scena che fu, per lasciarsene emozionare e ispirare. Così avviene, poi, anche nella campagna trevigiana, a Zero Branco, dove c’è ancora la casa che lo scrittore ha tanto amato, l’ombelico del mondo finalmente calmo e primigenio cui Comisso amava tornare sempre, nonostante i tanti viaggi. Il volume si chiude tra la descrizione delle ultime dimore cittadine dello scrittore e della sua tomba, da un lato, e una “chiusa” tutta critica, sul Comisso di Zanzotto e di Parise, e sul senso specifico – sulla inevitabilità metodologica – del “viaggio letterario” che l’Autore ha percorso.


“Senza la pianura trevigiana, con i fossi come vene, i monti che sfumano azzurri, il cielo tiepolesco che riflette la luce lagunare; senza il retroterra dialettale e la presenza dei contadini, con la loro ostinazione e devozione, Comisso non avrebbe dipanato, io credo, quel limpido e indeformabile canto poetico che ne contraddistingue la scrittura” (pp. 213-214). È una conclusione del tutto condivisibile. De Cilia – che sempre per i tipi di Ronzani ha anche compilato, poco tempo fa, una serie di ritratti carismatici di classici autori veneti – riesce a giustificarla molto bene, portando per mano il lettore in un’immersione sentimentale pienamente riuscita. E ciò proprio sottolineando e valorizzando il “privilegio d’ambiente” di cui parlava Zanzotto, perché – nonostante l’attuale “progresso scorsoio“, di cui scriveva sempre il grande poeta di Pieve di Soligo – c’è stato, e talvolta lo si intravede ancora, un Veneto perfetto: l’Arcadia della quale Comisso, il più ellenico dei maestri, ha forgiato il suo marchio inconfondibile. Il meglio del meglio, quindi, non è leggere De Cilia; è leggere direttamente Comisso, atto per il quale, tuttavia, questo libro rappresenta una guida imperdibile. La decisione è facile e rapida da prendere: si può cominciare da un titolo qualsiasi e non si sbaglia mai. Delle bellissime Satire italiane e dell’ispirato La mia casa di campagna si è già detto. Ma tra Longanesi e Neri Pozza – e l’ottimo Meridiano curato da Rolando Damiani e Nico Naldini – c’è solo l’imbarazzo della scelta: Giornale di guerra, Mio sodalizio con De Pisis, Il porto dell’amore… La Nave di Teseo, da ultimo, sta avviando la ripubblicazione di tutte le opere, a partire da Gioventù che muore. Che cos’è che fa grande Comisso? L’intuitiva sapienza del rapporto necessario tra micro e macro-cosmo; il che significa il presupposto esistenziale della piena coerenza tra il soggetto della scrittura e il suo oggetto, così come riflessa nella naturalezza e spontaneità dello stile. È per tale ragione che la lingua di Comisso è pulita e lineare: è uno standard, al quale – al di là delle pochissime concessioni a qualche vezzo un po’ snob – ci si può tuttora accostare, e accordare, senza timore.

Un estratto del libro

Un ritratto di Giovanni Comisso

Il Veneto felice di Comisso

Sui luoghi degli scrittori veneti

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Un Handke, ogni tanto, fa bene alla salute. Di solito i suoi sono libri brevi e facilmente leggibili, apparentemente superficiali, eppure originali, mai scontati. Per ciò solo si distinguono. Lo spunto per rileggerne uno è la recentissima attribuzione, proprio a Handke, del Nobel per la Letteratura. Ma al di là dell’effetto di rinnovato e generale interesse, e delle polemiche che la premiazione ha suscitato (quella premiazione ne suscita sempre e comunque…), viene sempre naturale tornare ad assaggiare le pagine di un Autore tanto particolare e altrettanto piacevole. L’autunno, inoltre, è la stagione che più gli si addice, che più si confà al tono dolcemente crepuscolare del suo pensiero vagabondo, come per un Montaigne post-moderno. L’oggetto delle riflessioni, in questo caso, è il Luogo Tranquillo, quello che in modo classico e diplomatico si può definire “ritirata”: il bagno, la toilette. Si parte dal Luogo Tranquillo di cui si legge in un buon romanzo di Cronin; si passa attraverso il ricordo di quello della vecchia e odiata casa del nonno, in campagna; si approda alla prima e fondamentale agnizione sull’importanza esistenziale del Luogo, avvertita e coltivata nella frequentazione del cesso del collegio; si apprende anche della fredda e lunga notte estiva trascorsa nel WC di una stazione austriaca di provincia, ma anche dei lavaggi serali e semi-clandestini nei servizi igienici dell’Università. Si capisce che per lo scrittore il Luogo Tranquillo è una risorsa diventata via via più indispensabile, il punto archimedico per sollevare la coscienza di sé, un punto esclusivo di osservazione protetta sul cosmo. È anche un’esperienza, che può essere inaspettata (come quella vissuta a bordo di un aereo russo) o addirittura provvidenziale (e sperimentata nel tempio di Nara, in Giappone, nella quieta penombra che ha consentito all’Autore di provare un’esperienza simile al satori buddista). A questo punto il rischio – prevedibile, dato l’argomento – che il saggio venga preso distrattamente, con troppa ironia o in modo perfino dissacrante, costringe Handke a uscire allo scoperto, a dire di quando lo ha scritto, della livida campagna francese e del lungo e piovoso inverno in cui l’ha elaborato, e della gioia di quell’isolamento. Scrivere del Luogo Tranquillo, dunque, è come scrivere della propria ispirazione e delle condizioni che le sono veramente ideali; di “quei passaggi, immediati, dal mutismo, dalla condizione in cui si è colti da mutismo, al ritorno del linguaggio e delle parole – quei passaggi sperimentati di continuo e, nel corso della vita, con intensità sempre maggiore, nel momento in cui si chiude e si sbarra quella determinata porta, e si resta da soli con il luogo e la sua geometria, lontano da tutti gli altri”. È evidente che tutto questo non vale solo per lo scrittore o per l’artista in genere.

L’incipit del libro

Recensioni (di Raul Calzoni; di Sergio Peter; di Letizia Paolozzi)

Handke ritratto dalla sua traduttrice

Handke scrittore di saggi (di Luigi Grazioli)

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Si sa che i film non sono mai la stessa cosa dei grandi libri da cui possono essere tratti. Ciò non toglie, però, che possano essere cosa diversa in modo più che degno e, anzi, originale. Così è anche per questo Martin Eden cinematografico, che ha poco da spartire con quello letterario di Jack London, se non per la struttura base del racconto. La collocazione spazio-temporale – una Napoli sospesa in un tempo indefinito e fluttuante, tra inizio del Novecento, anni Venti, anni Cinquanta e anni Settanta – è del tutto eccentrica. Resta l’idea del giovane di umilissime origini, un po’ marinaio e un po’ operaio, che si innamora di una ragazza benestante e conosce l’enorme potere della lettura e della scrittura come strumenti di emancipazione. Ci scommette tutto, lasciandosi ispirare dal suo mentore, l’enigmatico Russ Brindessen, e rischiando la solitudine più triste e la povertà. Poi, all’improvviso, arriva il successo editoriale e di pubblico, ma la redenzione sperata non arriva, né quella individuale, né quella collettiva. Perché – come afferma lo stesso protagonista all’inizio del film, che lo ritrae al termine della sua parabola – “il mondo vince sempre” e ciascuno non può che abbracciare il suo destino.

Luca Marinelli, l’attore che interpreta Martin, è stato molto lodato. Eppure è eccessivo, ipercaratterizzato, quasi forzato. E poi passa con troppa enfasi da un Harrison Ford in versione guappo a un Edward Furlong nuovamente in forma ma calato nei panni di un poeta maledetto. Ad essere sinceri, Marinelli, che è stato anche premiato, è l’unica cosa sproporzionata e non calzante della pellicola. Molto meglio, senza dubbio, è l’interpretazione di Carlo Cecchi (Russ Brindessen), che in una scrittura tanto teatrale non può che spiccare e ribadire tutto il suo spessore. Le parti migliori di Martin Eden, comunque, sono il film stesso e la sceneggiatura: il film, per l’aura e i colori caldi tra la favola e l’operetta, in un assemblaggio che profuma d’antan, con inserzioni sempre precise e azzeccate di registrazioni d’archivio belle ed evocative; la sceneggiatura, per le implicite ma evidenti venature nazionali del personaggio Eden, costruito montando il tratto più fotogenico e impulsivo di differenti e forti eroi del riscatto meridionale e sociale. Martin, infatti, anche nella sua completa illusione, assomiglia a Luca Marano, tratto di peso da Le terre del sacramento di Francesco Jovine e condito con un pizzico di Rocco Scotellaro e un pizzico di Nicola Chiaromonte. Fornito di coraggio, di slancio utopistico e di una conquistata coscienza, il ragazzo viene fatto vagare con intenzione drammatica nelle transizioni costantemente e tristemente interrotte del Novecento italiano, alla ricerca (tutto qui) di un semplice traguardo di umano riconoscimento. In fondo, sotto traccia, si agita anche uno spirito leopardiano. A Venezia andavano premiati soprattutto Pietro Marcello, il regista, e Maurizio Braucci, lo scrittore partenopeo che tanto bene lo ha affiancato.

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