Non c’è un inizio e non c’è una fine in questo libro. È come una piccola prova di talento, un cortometraggio, con la sola ambizione di dimostrare le abilità del regista e di approfittare delle sensazioni che sa dare una grande passione personale. L’amore per i libri non è nuovo a questo tipo di tributi. Non molto tempo fa, ad esempio, mi sono imbattuto nella piccola raccolta di racconti di Rocco Pinto, la voce di un autentico libraio che vorrebbe dire a tutti che cosa e quanto si possa trovare in un buon libro. Ma Ronchi è un caso a sé; e le sue movenze non sono scontate e didascaliche.

In Vecchi libri per quest’epoca incerta il giovane protagonista – dietro il quale l’Autore non ha paura di farsi vedere in piena luce – vende libri vecchi, li cerca negli scantinati, nei mercati, nelle case di chi se ne vuole liberare. Cerca di essere il più professionale possibile, ha un suo magazzino, una sua clientela più o meno fissa. Ha due lauree e vive nella periferia di Milano, assieme alla compagna Chiara, filosofa affascinante e intraprendente, e precaria della scuola. Di questa vita – tutta permeata dalla migliore marginalità della metropoli, che finisce per identificarsi con il senso, dato quasi integralmente per assimilato, dell’attuale marginalità della memoria culturale e della coscienza intellettuale e civile – vediamo solo poche immagini. Non hanno il nitore delle foto, però, solo dagherrotipi di pochi episodi salienti, a volte ironici, a volte contraddistinti da qualche acuta intuizione, spesso segnati da una diffusa malinconia, quasi sempre prodighi di preziosi rimandi letterari e suggerimenti di lettura. E poi, sullo sfondo, “appena davanti e dietro il paesaggio, un’Italia avvilita e stanca, umiliata e quasi indifferente ormai, che aspetta primavera, come Bandini, Mondadori 1948, collana Medusa, traduzione di Vittorini, mi pare, o di Furio Monicelli forse”.

Il modello narrativo che l’Autore propone può anche esporsi ad alcune critiche. Pure, tuttavia, si comprendono facilmente le ragioni che ne hanno determinato un primo riconoscimento ufficiale. Potrà essere un accostamento eterodosso, ma non si può valutare un pezzo di musica ambient come se fosse una sinfonia: nella prima è l’atmosfera ciò che conta, nella seconda siamo tutti d’accordo che si tratta di un fatto ben più complesso. Quello di Ronchi è un raccontare che non cerca la forza delle mareggiate e che procede per affioramenti e intuizioni; è proprio del poeta. Pertanto, se un poeta decide di scrivere poeticamente, non si vede perché l’effetto non possa funzionare. Anzi, l’effetto funziona benissimo. A lasciarsi trasportare fino in fondo, ci si può sorprendere del fatto che il clima di complessivo incantamento non giunga anche a far parlare, direttamente, come in prima persona, gli stessi libri che si incontrano nel corso del volume. Insomma, a dirla davvero tutta, se si potesse avanzare un rilievo sarebbe solo questo: la poesia sarebbe stata completa se anche i libri fossero riusciti a dire la loro fino in fondo, un po’ come il computer, la poltrona e la borsa bianca del Presidente ne Le mosche del capitale di Volponi. Ecco, per quest’epoca incerta, quest’ultimo è senz’altro un altro buon consiglio.

Ps: il testo si chiude con la lista che un distinto signore consegna al protagonista, affinché gli procuri i libri di cui ha bisogno, quelli cui allude il titolo stesso del romanzo. La trascrivo fedelmente di seguito, omettendo le brevi glosse editoriali del committente.

Bergson Henri, Le due fonti della morale e della religione, Edizione di Comunità 1947.

Bergson Henri, Il riso, Laterza 1916.

Bloch Ernst, Il principio speranza, Garzanti 1994.

Caruso Igor, La separazione degli amanti, Einaudi Paperbacks 1988.

Dorfles Gillo, Kitsch – Antologia del cattivo gusto, Mazzotta 1968.

Geymonat Ludovico, Storia del pensiero scientifico e filosofico, Garzanti 1970.

Kierkegaard Sören, Il diario, Morcelliana 1948.

Larbaud Valery, Barnabooth, Perinetti Casoni 1944.

Le Corbusier, La carta di Atene, Edizioni di Comunità 1960.

Meneghello Luigi, I piccoli maestri, Rizzoli 1974.

Neri Giampiero, L’aspetto occidentale del vestito, Guanda 1976.

Pavese Cesare, Lavorare stanca, edizione di Solaria.

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Una recensione (di Andrea Cirolla)

Un’intervista al poeta

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Scopro Jim Harrison in un documentario mandato in onda su Rai5: è la versione italiana di un programma francese, e François Busnel intervista questo splendido ceffo leggendario, da scrittore di foresta, lago e prateria. Prendo il primo dei titoli disponibili in libreria e mi immergo in una lettura che non sopporta interruzioni. Nulla di avvincente, in verità; è soltanto, e tremendamente, profondo. Forse è un giudizio banale, ma ormai abbiamo occhi e orecchie troppo sofisticati, e ciò che Harrison vuole fare è, come suggerisce anche il volume, riportarci sulla terra, in un punto cui tutti, prima o poi, dobbiamo passare.

È diviso in quattro parti, una per ciascuna delle voci che prendono la parola esprimendosi in prima persona. Al centro delle riflessioni c’è Donald, che inaugura la narrazione mettendoci subito di fronte ad una situazione difficile: ha quarantacinque anni e il morbo di Gehrig, sta per morire, e deciderà di farlo. La sofferenza è nuda, ma lo sono anche l’anima e la memoria, quella personale e quella della sua gente, perché Donald è mezzo finlandese e mezzo indiano, di etnia chippewa. Il secondo a prendere la parola è K, il nipote, atletico, selvaggio, ma anche sensibile e intelligente, vicinissimo allo zio e ancora un po’ allo sbaraglio; di fronte alla morte, di fronte alla prematura scomparsa del padre, di fonte all’amore che prova per la cugina Clare, la figlia di Donald. La terza voce appartiene a David, il fratello di Cynthia, la moglie di Donald, e il figlio del ricco signor Burkett, per il quale Donald e il padre Clarence facevano alcuni lavori di casa. È una voce naïf, piena di interrogativi, cronicamente depressa, alla costante ricerca di un’espiazione artificiosa, e distrutta dalla terribile figura del padre, che a sua volta ha distrutto la vita di Vera, la donna messicana di cui è innamorato. Chiude il libro Cynthia, in un crescendo di consapevolezze sul suo rapporto con Clare, sul rapporto tra Clare e la memoria di Donald, sul suo essere madre e donna, sull’assoluta e disarmante dimensione dell’esistenza.

Non è un romanzo facile. Oso confessare che la prima parola che mi è venuta in mente tra una riga e l’altra è panpsichismo, che è nozione, però, troppo europea per fare al caso nostro. Tutto fuorché facile, quindi. La seconda parola, invece, è stata Nordamerica, perché è vero che pensando a Harrison il pensiero va a Hemingway e a Faulkner (ma la critica sugli ideali fondativi della radice USA e sui suoi sogni così erroneamente concreti e così volatili fa quasi pensare anche a Caldwell e a Dreiser). Il fatto è che questo scrittore, a cui piace parlarci di orsi, di boschi, di vento, di spiriti, di tende e di nativi americani – a proposito: indimenticabile la figura di Flower, zia di Donald –, è estremamente e naturalmente colto, perché attinge alla ricchezza di un ordine primordiale che è oltre i pericoli della corruzione morale e che sembra contenere ogni cosa e ogni esperienza. Non abbiamo soltanto bisogno di natura, ma anche di aedi e di racconti che ce la rendano ancora una volta il comune e fatale paradiso perduto. Harrison fa al caso nostro. Chapeau!

Recensioni (di Christian Verzeletti, Sergio Pent, Will Blythe)

A pranzo con Jim Harrison

Due lunghe interviste: su The Paris Review e Outsideonline.com

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Premessa d’obbligo: anche l’Autore è cosciente del rischio che la sua ricostruzione venga travolta nel turbine del puro intrattenimento e delle tante ipotesi alla Voyager. Tuttavia, è evidente “che se non si vuole bloccare il progresso delle conoscenze una tesi non può essere rifiutata in quanto già ‘screditata’, se emergono argomenti nuovi a suo sostegno” (p. XI). Ma di quale tesi si tratta? 1. Che l’America è stata scoperta prima di Colombo. 2. Che ciò è dimostrabile attraverso un viaggio nella storia della geografia matematica e nella contingenza del collasso culturale che nel II secolo a. C. ha spazzato via dal Vecchio Mondo la consapevolezza e la diffusione delle scoperte scientifiche dell’età ellenistica. 3. Che la revisione sulle convinzioni finora dominanti sui possibili contatti transoceanici prima del 1492 e sul modo con cui circolano idee, dottrine ed invenzioni può contribuire anche alla critica di una concezione ancora altrettanto maggioritaria: quella che presuppone che, sulla Terra, le civiltà si siano evolute separatamente, nel rispetto di universali leggi biologiche e di invariabili itinerari sociali.

L’argomentazione di Russo – sempre chiara e interessante – parte proprio da quest’ultimo aspetto, per segnare, cioè, il campo nel quale collocare la rilevanza dei profili strettamente matematici che vanno a costituire il nucleo centrale del volume. Questo è dedicato ad illustrare le ragioni per le quali Tolomeo, diversamente da Eratostene, ha rimpicciolito le dimensioni del nostro pianeta. Per effettuare questo tipo di calcolo, infatti, era necessario avere alcuni punti di riferimento e verificarne le coordinate. Ma in ciò Tolomeo ha errato, finendo per collocare l’estremità allora conosciuta dell’ecumene alla latitudine in cui si trovano le isole Canarie ed ingenerando così la diffusione dell’idea secondo cui proprio quello era il limite delle esplorazioni compiute fino a quel momento. In verità, secondo le fondamentali acquisizioni di Eratostene e di Ipparco, quel limite doveva collocarsi alla latitudine in ci si trovano le Piccole Antille, nell’odierno Mar dei Caraibi; e quello, del resto, non poteva che essere il luogo in cui si trovavano le tanto famigerate e mitiche Isole Fortunate, di cui molte fonti antiche parlano e di cui non si può escludere la scoperta da parte dei grandi navigatori fenici e cartaginesi.

Il ragionamento che Russo conduce – e che viene accompagnato da illustrazioni molto efficaci, curate da Francesca Romana Capone – è puntuale e rigoroso ed è pertanto un’ottima fonte di nutrimento. La cosa più affascinante è trovarsi a constatare il sorprendente stato di avanzamento delle conoscenze scientifiche durante l’età ellenistica, ma anche l’altrettanto stupefacente facilità con cui, nel giro di pochi anni, quel patrimonio è svanito a causa degli sviluppi politici, sociali e culturali della romanizzazione del Mediterraneo e della chiusura che ad essa è seguita. È anche notevole cogliere la suggestione che, ad un certo punto, l’Autore lancia al pubblico italiano: perché il declino epocale che il Vecchio Mondo ha conosciuto in quella lontana occasione può leggersi come una delle radici prime della perdita del carattere unitario della conoscenza umana, e così della tradizionalissima tendenza peninsulare a concentrare prevalentemente la formazione del cittadino nell’approfondimento delle discipline umanistiche anziché nella stretta compenetrazione che esse devono sempre avere con quelle che oggi si ascrivono all’ambito delle scienze dure. Infine non lascia indifferenti vedere, ancora una volta, che il progresso e la sua lettura necessariamente lineare sono frutto di presupposizioni ideologiche superate: giacché è sempre troppo facile perdere la memoria, tornare indietro e imboccare ex novo binari che qualche altro saggio e accorto antenato aveva già percorso. Il libro di Russo è l’ennesima conferma del famoso detto di Bernardo di Chartres: siamo veramente come nani sulle spalle di giganti.

Recensioni (di Claudio Giunta, Carlo Rovelli, Pietro Greco, Luciano Bossina)

L’Autore a Radio3

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“Diceva Einstein: è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”: in questo modo si esprime sconsolato il giovane e talentuoso avvocato Fillioley del foro di Siracusa, chiamato, con l’illustre collega Pier Luigi Romano, a difendere in primo grado Salvatore Gallo, accusato di aver ucciso, in concorso con il figlio Sebastiano, il fratello Paolo. Il punto è che il corpo del morto non si trova; eppure, le chiacchere e le convinzioni già da tempo diffuse sulle tante liti di questa famiglia contadina di Avola e sul carattere aggressivo di Salvatore conducono gli inquirenti ad una conclusione che sembra facile, comoda, naturale e incontestabile. E che tale deve rimanere, a costo di piegare la ricerca della verità e la stessa macchina giudiziaria al servizio dell’ingiustizia. Siamo nel bel mezzo degli anni Cinquanta, in una Sicilia ancora feudale, arretrata, nella quale l’analfabetismo e la povertà dominano come tratti troppo fedeli di un territorio nel quale lo Stato e la sua giustizia sembrano sempre destinati a fallire. Tuttavia la perseveranza di alcuni difensori e di un giornalista di razza non permette che il caso finisca nel dimenticatoio, ed anche per questa drammatica vicenda i nodi, anche se tardi, arrivano al pettine.

Basterebbe la lunga recensione di Aldo Busi – che a sua volta merita un’autonoma menzione – per dire molto sulla qualità di questo libro. Non colpisce soltanto l’uso sapiente del dialetto insulare, che contribuisce a immergere il lettore in un universo così lontano e così vicino allo stesso tempo. Come è stato giustamente evidenziato, Giallo d’Avola è la prova che, in letteratura, il realismo funziona, soprattutto se veicolato da un’intenzione morale e sociale. Più che a Sciascia o a Silone, però, Di Stefano si avvicina, con questa storia vera, al Sergio Saviane de I misteri di Alleghe (correva l’anno 1953…), che pure aveva cercato di ricostruire e di districare, agli antipodi dello Stivale, una vicenda familiare e locale ugualmente oscura e macchiata da omertà, pregiudizi e, seguendo quanto recentemente dimostrato dal bel dossier di Toni Sirena, da una giustizia, anche quella volta, quanto meno claudicante. Così, le osservazioni che suscita questo giallo anomalo sfociano in un’amara considerazione. Che spesso, ora come allora, al Nord come al Sud, gli ingranaggi del nostro sistema giudiziario non sono soltanto rallentati dai difetti di qualche singola ruota, ma sono pericolosamente bloccati dalla sistematica mancanza dell’olio della ragione e della misura, l’unico capace di farli scorrere nel modo più corretto.

Recensioni (da Internazionale e da La Stamberga dei Lettori)

Un’intervista all’Autore

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Come è stato scritto poco tempo fa, proprio in occasione dell’uscita di questo libro, Genova è un contesto ideale per l’ambientazione di un giallo, e ancor più per immaginare una serie di misteriosi casi da far risolvere a un qualche simpatico detective. Penso all’impareggiabile Bacci Pagano dei bei romanzi di Bruno Morchio – ma solo di quello pre-Garzanti e made in Fratelli Frilli, per intendersi – e la dimostrazione di questi assunti è presto fatta. Le povere signore Gallardo non costituiscono un’eccezione: la cosa bella del racconto, infatti, è l’intrico di vie, viuzze, creuze, piazze, piazzette e caruggi in cui i protagonisti talvolta sembrano muoversi come formiche. Vien quasi voglia di farsi uno Smartbox e correre nelle braccia della Superba.

Se c’è, invece, un aspetto che convince poco nel racconto, lo si può individuare in alcune situazioni e alcune figure un po’ troppo stereotipate. Ecco, se Paternostro ha peccato, lo ha fatto per abbondanza, scagliando all’interno della stessa trama troppi protagonisti convergenti: un libraio scapolo esperto in gialli, un antipatico professore di storia e un sagace poliziotto (che però assomiglia molto al Proteo Laurenti di Heinichen, solo un po’ più lento, perché incrociato con Maigret, vero nume tutelare dell’opera). Ciascuno di loro sarebbe stato sufficiente. Per di più, questi vengono fatti interagire attorno ad un frammentario diario ritrovato (un altro classico…), che mette a rischio la vita di uno di loro e che li conduce ben presto, tra intrighi finanziari di alti prelati, criminali di guerra in fuga e segreti della lotta partigiana, a riaprire una vecchia indagine, quella sulla strana morte di due anziane signore, Caterina Gallardo e Ines Dossi Bastimenti, trovate uccise nella loro villa. La storia, peraltro, parte proprio da Caterina, all’inizio del Novecento: e così il romanzo viene progressivamente montato, fino all’epilogo, mediante la suggestiva sovrapposizione di tempi e luoghi diversi.

In generale, si può dire che questa seconda prova del commissario Falsopepe – l’investigatore creato da Paternostro e già comparso in Troppo buone ragioni – è gradevole e può piacere a tanti lettori, anche se, in definitiva, sa un po’ di maniera e, profilo non trascurabile, se ne intuisce il finale molto prima delle pagine conclusive. Gli appassionati, comunque, potranno godere di alcune specifiche caratterizzazioni, assai riuscite e a loro modo inquietanti, come quella del cardinal Caffi e del giovane Attila. Un ultimo appunto critico, sul quale l’Autore verosimilmente non ha alcuna responsabilità, è la copertina, che è molto interessante ed ammiccante, senza tuttavia avere nulla a che fare con il contenuto del volume (a meno di non voler pensare che le tre signore in nero che fanno da sfondo al titolo siano, per avventura, le due anziane uccise e la loro domestica). Insomma, Le povere signore Gallardo ha tutti i crismi del tipico giallo estivo: ci ha consegnato qualche ora piacevole e ce ne dimenticheremo presto a settembre.

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Il fascino di questa baleneide è grandissimo. Dopo una tigreide altrettanto avvincente, Einaudi rende disponibile al pubblico italiano un ulteriore e ottimo pezzo di non-fiction su uno degli animali più misteriosi e affascinanti del mondo. Nel testo, certo, la presenza di Melville è ingombrante. Ma si tratta di uno spontaneo e mitico riferimento obbligato, che Hoare sa dipanare abilmente come filo rosso di innumerevoli e interessantissime divagazioni: letterarie, storiche, antropologiche, economiche, naturalistiche… Da Nantucket alle Azzorre, da Cape Code all’Australia, si viene condotti, a colpi di pinna, sui ponti delle navi baleniere, tra le pagine di Hawthorne e Thoreau, nelle profondità degli oceani, lungo le viuzze dei piccoli grandi porti del New England e dello Yorkshire, all’interno delle misteriose e bizzarre stanze di collezioni e musei più o meno famosi. La suggestione è totale, tanto che la lettura – specialmente se compiuta tra gli scogli, in una breve ma intensa pausa agostana – non può che suscitare un’impressione simile a quella provata dall’Autore al suo primo contatto con il mammifero gigante: ”La balena mi ha respirato addosso: è come un battesimo” (p. 30).

Questo bel libro è adatto, in primo luogo, a tutti coloro che siano attratti dalla curiosità di sapere quali e quante risorse potevano essere estratte dal corpo di una balena: bastano poche pagine per capire perché i cetacei sono stati per lungo tempo il grande motore delle esplorazioni e dei commerci più redditizi e arditi. Ma le sorprese per il lettore comune sono molteplici: le balene non sono tutte uguali, sono capaci di performances estreme, possiedono un complessissimo sistema di comunicazione e di caccia, sono assai longeve, tendono a dare un forte significato ai legami familiari e di gruppo. Soprattutto, poi, hanno sempre esercitato, per l’uomo, un’irresistibile forza magnetica e un efficacissimo fattore di circolazione di tecnologie e di idee, veri dispositivi euristici ed efficienti agenti globalizzanti prima che la globalizzazione venisse teorizzata; ovvero, e meglio, prove tangibili e vaganti di un’umanità universale che sempre è esistita e che oggi, davvero, non può più trovarci indifferenti. Ecco, dunque, perché occorre prendersi cura di questi giganti compagni di viaggio: essi sono i custodi di un patrimonio che ci riguarda molto da vicino.

Recensioni (di Fulvio Ervas, Luigi Mascheroni, Alberto Manguel, Nathaniel Philbrick, Rachel Cooke, Doug Johnstone, Jonathan Mirsky)

Il blog dell’Autore

Riascoltare (in formato audiolibro) e rivedere (nel kolossal di John Huston) Moby Dick

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Ci sono libri-antipasto, libri-primo piatto, libri-secondo piatto, libri-frutta e libri-dessert. Ma ci sono anche libri particolarmente nutrienti, che valgono come un pasto intero, e libri che possono fungere da spensierato aperitivo. Povero cuor di donna appartiene a quest’ultima categoria, da assumere prima delle abbuffate estive, per solleticare l’appetito e per anticipare tutti i più classici sapori del giallo italiano. Gli ingredienti del cocktail, infatti, sono misurati a puntino: un’ambientazione intrigante (la città di Roma, in un caldo luglio 1947), un cadavere privo di identità (un misterioso corpo di donna, ritrovato lungo l’Appia Antica), un commissario stanco e smagrito, provato dalla storia e dagli accidenti della vita (l’umanissimo e fragile Achille De Santis), un intrigo da spy story (nel quale non mancano ex nazisti in fuga e partigiani coraggiosi).

Il “povero cuor” del titolo non è di una donna soltanto, ma si può intuire, come una luce di coscienza e di maturità, in molte delle figure femminili del libro: nella donna assassinata, nella prostituta Teresa, nella moglie di De Santis. Di fronte a queste silenziose protagoniste, tutti i personaggi maschili appiattiscono in un paradigma negativo che può differenziarsi caso per caso, ma che è sempre presente e muta solo di gradazione, lambendo anche i profili astrattamente più positivi. Donne e uomini si ricompongono simbolicamente nel finale, in un rinnovato legame d’amore e di tenerezza tra l’esausto investigatore e la sua piccola famiglia. Anche il registro linguistico è accattivante; ricorda il più complesso e famoso esperimento del “pasticciaccio” di Gadda, senza tuttavia ripeterne l’insistente esasperazione. Ne sortisce un romanesco meticcio, che ben si addice ai contorni polverosi e afosi di un’Urbe colpita dalla miseria del dopoguerra e ritratta in tinta espressamente neorealista. Una curiosità: nella collana di cui fa parte il libro (il rosa e il nero), due titoli portano un nome (Elvira) ed un cognome (Seminara) che si ritrovano, separati, anche nella trama di questo giallo; forse che si tratta di un omaggio ad un’altra collega della stessa squadra? Ci piace pensarlo, perché anche la letteratura, e non solo la società civile, ha bisogno di positivi gesti di sorellanza creativa.

Le prime pagine del romanzo

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Ogni tanto la tv ripropone un vecchio e “libero” adattamento cinematografico di Zanna Bianca, quello girato da Lucio Fulci, anno 1973, con Virna Lisi e Franco Nero. La scena finale, nella quale il cane lupo raggiunge a nuoto il battello con cui è salpato il suo inseparabile amico, riesce sempre a commuovermi. Così, immancabilmente, mi torna ogni volta la voglia di rileggere Il richiamo della foresta e di riprovare il gusto che Jack London mi ha sempre assicurato: con tutti gli altri racconti sull’Alaska e sul Grande Nord, ma poi anche con Il lupo dei mari, Martin Eden, Il vagabondo delle stelle e Il tallone di ferro. C’è stato un periodo, effettivamente, in cui London è stato come una febbre. E a vedere che Castelvecchi ha ripubblicato la storica biografia scritta da Irving Stone nel 1938 e comparsa per la prima volta in Italia nel 1979, qualche linea mi è tornata, e non ho potuto resistere.

Anche se compilata da un indiscusso maestro del genere (Stone è stato biografo di Michelangelo, van Gogh, Freud, Darwin, Lincoln…), questa vita di London è stata scritta nel rispetto di uno stile eccessivamente aneddotico, che si addiceva soprattutto alla temperie culturale e al pubblico per cui è stata concepita. Eppure il suo valore è lampante: sia perché essa ha senz’altro costituito la base irrinunciabile di tanti lavori successivi, come quello, altrettanto interessante e molto più recente, di Dyer; sia perché Stone ha avuto accesso ai ricordi diretti di chi è stato più vicino al grande scrittore, riuscendo così, quasi ordinando le voci di un coro, ad abbracciarne il tratto distintivo sin dalle prime pagine: ”Sempre estremista, il suo incerto equilibrio lo spinse continuamente a fare ogni cosa meglio e più potentemente di ogni altro” (p. 56).

In tutto ciò che ha passato – dal vagabondaggio alla fabbrica, dalla pesca di frodo ai tanti lavori occasionali, dai viaggi avventurosi e quasi impossibili alle ore di studio e di scrittura instancabili, dalle continue difficoltà economiche ai tanti episodi di una cronica instabilità affettiva – London ci viene sempre descritto come uomo divorato dalle passioni più autentiche, alla ricerca di un rimedio per una condizione che ha sempre avvertito come sbagliata e cui ha cercato tenacemente, e tragicamente, di porre rimedio. È da questo sentimento, forse, che scaturisce anche l’adesione al socialismo, che come è stato ricordato da Valerio Evangelisti, era sincera e forte, seppur motivata, psicologicamente, da pulsioni intrinsecamente contraddittorie e, alla fine, autodistruttive. Stone coglie perfettamente questa prospettiva, e quando arriva a giudicare London, in assoluto, come uno dei più grandi autori del Nordamerica e dei migliori figli della insopprimibile potenza e fecondità letteraria di quel continente, non possiamo che pensarla allo stesso modo. Con un po’ di fantasia, però, vorremmo dire di più: che con London la letteratura americana, cresciuta nelle profondità del XIX Secolo, ha attraversato il 42mo parallelo tenendosi aggrappata alla coda della grande balena malvagia di Melville ed è emersa, vicino a Dos Passos, in un Novecento pronto ad esplodere con tutta la forza che oggi sappiamo essergli stata propria. Dite voi se questa è poca cosa…

The World of Jack London

The Jack London Online Collection

Jack London, un film del 1943

Il tallone di ferro (in rete)

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Il Brujo è un vecchio zoppo, che oltre tutto è privo di un occhio e vive da barbone, in una foresta del profondo Ecuador, riverito e temuto come uno stregone. Il giovane Sauro, italiano ex turista alla deriva, vivacchia in un villaggio lì nei pressi e si mantiene scrivendo per la tv locale i sottotitoli di vecchi programmi trash del suo Bel Paese. I due interagiscono quasi per caso, e il primo racconta presto la sua vita al secondo, e alla sua strana ed improvvisa compagna d’ascolto, l’eccentrica e disinibita Martina. Così il Brujo, alias Prudencio Picassent, alias Nesto Bordesante, antico fenomeno del calcio uruguagio, svela al suo uditorio gli episodi salienti, i segreti dolorosi e le tante peripezie di una esistenza passata tra la pampa e i campi da calcio, ma anche tra vizi e successi che negli anni Trenta solo un talento cristallino e un forte profilo guascone potevano dischiudere ad un orfano, in Sudamerica come nell’Italia fascista. Il resto è lo svolgimento scanzonato di un racconto che attraversa il secondo conflitto mondiale e che si interrompe sul più bello nel modo più naturale e spontaneo, come se si trattasse di una vicenda normale e vera.

La verità, però, spunta solo sullo scenario storico e geografico che fa da contorno alla trama, perché il Brujo,  il protagonista con cui interagisce Sauro, alter ego dell’Autore, è pura invenzione, come lo sono le identità dietro le quali ha vissuto tutte le sue avventure. Il bello di questo esordio – che ha vinto il Premio “Parole nel Vento” 2013 – sta tutto qui: la voce della fantasia è lasciata libera di scorrere, senza infingimenti e senza gabbie, e con un risultato finale di sincero appagamento, che tale dev’essere stato anche per lo scrittore. Non è un romanzo “alla Soriano”, non ci sono lezioni o morali da assumere o da contemplare, se non quelle elementari che soltanto i puri e semplici accadimenti possono insegnare. Se dovessimo tentare un raffronto, allora oseremmo evocare un felice disimpegno made in Salgari, augurandoci la stessa prolifica continuità. Anche se tempi e intrecci sono assai diversi, ed anche se Marelli dimostra una spiccata sete d’ironia, che quasi lo porta, al termine del romanzo, a fare il verso a se stesso. Per ora, ad ogni modo, c’è senso del ritmo, della fabula e del suo intrinseco incanto: e tanto basta a riconoscere i segni di una credibilità letteraria a tutto tondo.

Recensioni (di Nicola Fiorita e di Antonio D’Orrico)

Un’intervista all’Autore

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Le strade che percorriamo usualmente potrebbero raccontarci storie che non ci aspettiamo. Un tempo quelle strade erano al centro del mondo, forse di più di quanto non lo siano oggi. Intersecavano importanti itinerari di commercio, attraversavano confini di regni e di imperi, aprivano la via a viaggi lunghissimi e talvolta transoceanici. È su queste rotte che Malaguti colloca le avventure dei suoi umili perteganti tesini, in un Settecento che ci appare talmente complesso e glocale da poter stupire il più attento osservatore contemporaneo. E così anche Pieve Tesino, la Valsugana e la città di Bassano del Grappa riemergono in una vicenda che, senza concedere troppo alla fantasia, si rivela presto degna di Wikileaks e dei più pericolosi intrighi internazionali.

Sebastiano Gecele, come tanti suoi conterranei del Tesino, vende in tutta Europa le stampe prodotte dalla rinomata ditta della famiglia Remondini. Ma questa attività lo porta anche nel Nuovo Mondo, dove impara a conoscere che il suo piccolo commercio può anche veicolare messaggi pericolosi, dal potente significato politico. Lo smercio di una stampa, in particolare, un’allusiva raffigurazione del giudizio universale, lo mette nei guai, ed è costretto a sparire, abbandonando la sua già lontana famiglia. A distanza di qualche anno, il figlio Antonio, che si sta apprestando ad affrontare lo stesso mestiere del padre sotto la guida del vecchio Grimo, va alla ricerca di Sebastiano, in una missione che gli farà scoprire un grande amore, e dalla quale dipenderanno le sorti dei Remondini e delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Venezia, il Papato e le Corone di Spagna e di Francia.

Questo secondo romanzo rappresenta un momento di crescita per Paolo Malaguti, che si cimenta con un genere diverso da quelli sperimentati finora con ottimi riscontri. Tuttavia la cifra di questo Autore è rimasta intatta, e la ritroviamo, in particolare, nella contaminazione linguistica tra italiano e dialetto locale, nella preferenza per il tema storico e per il punto di vista dei più piccoli protagonisti, nell’amore per la profonda semplicità della cultura contadina e nella predilezione per il rapporto padre-figlio e per quella delicatissima fase della vita che segna il principio della maturità. Da quest’ultimo punto di vista, I mercanti di stampe proibite ripete da vicino lo schema de Sul Grappa dopo la vittoria. Ma non è mancanza di originalità, e qualunque lettore può presto accorgersi del sincero e spontaneo affetto che lo scrittore prova per situazioni e figure che, proprio in quanto esemplari, continuano a suscitare naturalmente anche la nostra simpatia.

Il blog dell’Autore

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