Qual è l’incredibile storia degli spartiti di Antonio Vivaldi? Federico Maria Sardelli, fedele e appassionato interprete del Prete Rosso, ne ha ricavato un racconto gustoso e divertente. Si comincia nella Venezia del Settecento, dalle astute e occulte manovre con cui il fratello di Antonio cerca di sottrarre i preziosi manoscritti alle avide mani dei tanti creditori che pongono sotto assedio la casa familiare, dimora del Maestro da poco scomparso in quel di Vienna. Quindi si salta nel Monferrato, ai primi anni Venti del Novecento, quando i manoscritti ricompaiono nel lascito che un anziano marchese genovese indirizza ad un vicino convento di gesuiti. Il rettore della casa intende venderli subito, per destinarne il ricavato alla costruzione di una nuova chiesa. È così che comincia l’affare Vivaldi, perché la necessaria stima del valore dei testi porta il tutto nelle mani della Biblioteca nazionale di Torino, del suo attento direttore, Luigi Torri, e del professor Alberto Gentili. Che tuttavia si accorgono che il corpo degli spartiti a loro giunti è soltanto parziale, e che se vogliono salvarli devono comunque favorirne l’acquisto e la successiva donazione da parte di qualche filantropo. L’avventura, dunque, continua: da un lato, con la ricostruzione delle provvidenziali operazioni di Torri e Gentili, dall’altro, con la narrazione dei complicati passaggi patrimoniali che da Venezia avevano portato a Genova, e poi diviso, l’intero compendio vivaldiano.

Si tratta di una lettura curiosa e godibile, non solo perché permette di rievocare il fortunoso e sorprendente itinerario di accadimenti che hanno accompagnato il destino delle opere di Vivaldi. C’è un quid pluris: la sferzante ironia dell’Autore, non a caso allevata per anni al servizio del Vernacoliere; un’abilità che qui viene esercitata con garbo ed efficacia davvero inusuali. Ne escono ritratti esilaranti e impietosi, come quelli di certi uomini di chiesa, poco attenti alla cura delle anime e molto solleciti dinanzi alle lusinghe del denaro e del potere. Naturalmente non si salvano neanche i nobili, i padroni, i più ricchi, quasi sempre incapaci di avvertire l’importanza della cultura, se non quando si riveli fonte di ulteriore e facile guadagno o prestigio. E tra gli accusati c’è anche l’amministrazione statale, che, in mancanza di un reale sostegno economico da parte di chi governa il Paese, pare sorprendentemente condannata ai successi e alle intuizioni occasionali dei suoi più illuminati funzionari. Sono solo fatalità, del resto, visto che anche gli eroi di questa storia non godranno mai degli allori che meritano, anzi. Da quest’ultimo punto di vista, quella degli spartiti vivaldiani è vicenda paradigmatica, perché tutta vera. La satira di Sardelli, così, diventa definitiva nell’ultimo capitolo, nel quale, in sei epiloghi, il romanzo si chiude senza alcuna redenzione, con una galleria di personaggi ed episodi negativi, e con il trionfo dell’avarizia, della prevaricazione razzista, della retorica e dell’arroganza. Vengono prese in giro, certo; ma c’è anche tanta amarezza, come se la sorte delle migliori avventure nazionali fosse sempre e invariabilmente la stessa.

Recensioni (di Leonetta Bentivoglio; di Tommaso Rossi)

Un documentario su Vivaldi (in quattro puntate: I, II, III, IV)

L’Istituto Italiano Antonio Vivaldi

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Le strade che percorriamo usualmente potrebbero raccontarci storie che non ci aspettiamo. Un tempo quelle strade erano al centro del mondo, forse di più di quanto non lo siano oggi. Intersecavano importanti itinerari di commercio, attraversavano confini di regni e di imperi, aprivano la via a viaggi lunghissimi e talvolta transoceanici. È su queste rotte che Malaguti colloca le avventure dei suoi umili perteganti tesini, in un Settecento che ci appare talmente complesso e glocale da poter stupire il più attento osservatore contemporaneo. E così anche Pieve Tesino, la Valsugana e la città di Bassano del Grappa riemergono in una vicenda che, senza concedere troppo alla fantasia, si rivela presto degna di Wikileaks e dei più pericolosi intrighi internazionali.

Sebastiano Gecele, come tanti suoi conterranei del Tesino, vende in tutta Europa le stampe prodotte dalla rinomata ditta della famiglia Remondini. Ma questa attività lo porta anche nel Nuovo Mondo, dove impara a conoscere che il suo piccolo commercio può anche veicolare messaggi pericolosi, dal potente significato politico. Lo smercio di una stampa, in particolare, un’allusiva raffigurazione del giudizio universale, lo mette nei guai, ed è costretto a sparire, abbandonando la sua già lontana famiglia. A distanza di qualche anno, il figlio Antonio, che si sta apprestando ad affrontare lo stesso mestiere del padre sotto la guida del vecchio Grimo, va alla ricerca di Sebastiano, in una missione che gli farà scoprire un grande amore, e dalla quale dipenderanno le sorti dei Remondini e delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Venezia, il Papato e le Corone di Spagna e di Francia.

Questo secondo romanzo rappresenta un momento di crescita per Paolo Malaguti, che si cimenta con un genere diverso da quelli sperimentati finora con ottimi riscontri. Tuttavia la cifra di questo Autore è rimasta intatta, e la ritroviamo, in particolare, nella contaminazione linguistica tra italiano e dialetto locale, nella preferenza per il tema storico e per il punto di vista dei più piccoli protagonisti, nell’amore per la profonda semplicità della cultura contadina e nella predilezione per il rapporto padre-figlio e per quella delicatissima fase della vita che segna il principio della maturità. Da quest’ultimo punto di vista, I mercanti di stampe proibite ripete da vicino lo schema de Sul Grappa dopo la vittoria. Ma non è mancanza di originalità, e qualunque lettore può presto accorgersi del sincero e spontaneo affetto che lo scrittore prova per situazioni e figure che, proprio in quanto esemplari, continuano a suscitare naturalmente anche la nostra simpatia.

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