Chi sono i radical chic “all’italiana”? Di certo non sono quelli che Tom Wolfe aveva battezzato così nel 1970, sul Magazine del New York Times. Sono molto più comuni e avvicinabili di quello che sembra, anche se ne hanno per tutti e per tutto, perché sono interpreti, come i primi, di una visione del mondo. Per spiegarcelo, Daniela Ranieri ce ne presenta alcuni prototipi sulla terrazza romana della sua amica Luciana e li fa interagire, lasciandoli dialogare liberamente di cucina, arte, cultura, letteratura, arredamento, sesso, politica, religione, viaggi… Ogni capitolo è un appuntamento tematico con questa singolare dimensione antropologica e con i commenti – ora seri e quasi scientifici, ora divertiti – che l’Autrice formula in ogni occasione, un po’ per agevolare la comprensione del lettore, un po’ per suscitarne l’ironia. Ma il testo ci aiuta anche a chiarire, tra tanti e inevitabili sorrisi, come e perché sia possibile che nel popolo della sinistra nazionale si siano generate le posizioni sofisticate e oligarchiche, e intimamente contraddittorie e parassitarie, che caratterizzano il complesso, e nient’affatto minoritario, universo degli aristocratici democratici. Grandi conclusioni, alla fine, non sono possibili, ma la climax che cresce lungo tutto il testo esplode in sette pagine definitive, di intensa e dettagliata fisionomia dei radical chic e della loro (disperante) eredità morale e intellettuale. Le ultime righe sono più esplicite che mai: “Sono giustamente duri con chi possiede solo soldi e nessuna cultura e nessuna sensibilità, ma con la stessa durezza dimenticano, disprezzano o ignorano chi non ha nulla di nulla. Hanno capito che la Storia non è affatto finita, e con uno svolazzo della mano e un sorrisetto il più possibile asprigno hanno aggiunto «Purtroppo!»”.

Questo libro è come una quiche da competizione: pietanza raffinata dalla preparazione apparentemente facile, che non sempre riesce bene. In tal caso il risultato è decisamente fragrante, perché la sfoglia tiene la cottura. Daniela Ranieri, infatti, scrive bene; adatta perfettamente lo stile alla materia, composta com’è da un mix di ricercatezze esemplari, tremendi luoghi comuni e vuoti svolazzi da gossip. Siamo di fronte ad una scrittrice col martello (l’allusione nietzscheana non è per nulla casuale, visto il titolo dell’ultimo capitolo…), che, senza indulgere ad una gravitas quanto mai rischiosa, fa satira e ricerca sociologica insieme. Soprattutto, però, la Ranieri, nel suo ritratto impietoso della sinistra borghese, riesce ad essere convincente con totale e irriverente spontaneità, perché sin dall’inizio si confessa essa stessa complice compromessa del mondo che non la persuade più: “la mia mente è una villa in rovina fuori dall’Impero, anzi: l’isolotto rotondo dentro questa, anzi, meglio: la mia mente è un prato di sterpi di ferrovia, lontano, con dentro, semisepolto, qualche reperto, due o tre colonne di templi pagani, il resto incenerito di un sacrificio; alle spalle ha un giardino di un monastero benedettino, e il ventre e la groppa gonfi di catacombe”. La parte migliore dello spettacolo allestito dall’Autrice è quella “Sulla politica, il voto e la rappresentanza”, non solo per il fatto che l’analisi è scopertamente più profonda, ma anche per la ragione che si intravede assai bene l’origine del vuoto pneumatico: se non c’è più differenza tra destra e sinistra, allora anche gli ideali di progresso possono farsi settari e sprezzanti. Viene da pensare, in fondo, che quella radical chic sia una super-filosofia: la dimensione che una larga fila di perdenti ha saputo e vuole ancora costruirsi per cercare di mascherare la propria incapacità di cambiare la società e per ritagliarsi, in un contesto così povero, un posto al sole meno banale di quello che le potrebbe altrimenti spettare.

Un’intervista all’Autrice

Daniela Ranieri ospite di Melog

Recensioni (di Andrea Pomella, Alessandro Gnocchi, Michele Masneri, Francesco Pacifico)

Dai radical chic ai nuovi snob: un pezzo di Alessandro Piperno

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Waltari è l’autore del romanzo storico da cui è stato tratto l’holliwoodiano The Egyptian (1954), di Michael Curtiz, con Edmund Purdom nei panni del medico Sinuhe. Non manca annata in cui il kolossal cinematografico venga ancora riproposto nel palinsesto domenicale di molte emittenti. Eppure, oggi, dell’abilità narrativa dello scrittore finlandese ci si ricorda poco, ed è un bene che Iperborea ne stia ripubblicando le opere più famose: di taglio storico, per l’appunto, com’è anche il caso de Gli amanti di Bisanzio; o di matrice poliziesca, come in Chi ha ucciso la signora Skrof?, e come negli altri gialli in cui compare, da protagonista, il corpulento e scorbutico commissario Palmu. Nella Helsinki degli anni Trenta, alla vigilia della seconda guerra mondiale, Palmu si muove accompagnato dal suo assistente. È un esperto detective della vecchia scuola, un Nero Wolfe nordico, tutto fiuto e intuizioni, che tendo, però, senza comprenderne il motivo, ad immaginarmi come il Jack Frost della vecchia serie tv. I delitti in cui si imbatte – pur se costruiti sullo schema del più classico (e anglosassone) enigma da crime story – sembrano la rappresentazione plastica dei segni dei tempi e di una decadenza morale e sociale ben più diffusa, che l’Autore pare descrivere con sconsolata rassegnazione. Chi ama I Bassotti della Polillo è avvertito: in questo libro non troverà una pari soddisfazione. La trama e le astuzie del narratore sono tutte di maniera, e a prima lettura ne riescono un po’ sviliti sia il puro svago intellettuale (che, come si è detto, non è il fulcro della narrazione), sia la critica dei costumi (che, viceversa, lo sarebbe e che, tuttavia, è quasi ammorbidita o annegata dallo stanco trascinarsi di un commissario troppo mordace e consapevole). Probabilmente, tuttavia, è nella medietas di questi toni il segreto del giallo, perché i suoi colori, le sue immagini, le sue situazioni paiono tutti, e appositamente, usati e abusati, stanchi e prevedibili, inevitabilmente consumati.

Sin dalle prime pagine, del resto, irrompe sulla scena un’umanità piccola, dapprima sullo sfondo degli appartamenti del condominio in cui avviene il fattaccio e poi attorno al cadavere della defunta. La vecchia signora Skrof sembra morta per un tragico incidente, soffocata nella notte dal gas della sua modesta cucina. Ma Palmu non ci casca, poiché alcuni dettagli gli fanno subito comprendere che si tratta di un assassinio, secondo il perfetto e tradizionalissimo cliché della stanza chiusa. A dire il vero, i potenziali colpevoli non mancano; sono anche troppi. Troppe persone, infatti, sono interessate alle ricchezze nascoste della signora Skrof. Quella del commissario, quindi, diventa subito una tipica indagine per sottrazione, in cui gli alibi sono sempre deboli e tanti, quante sono le ingenuità del suo giovane praticante, nel ruolo altrettanto noto della spalla sprovveduta e impacciata. Palmu, nel frattempo, si diverte a giocare con tutti i personaggi come il gatto con il topo, e a smontare progressivamente il palco delle deduzioni più scontate. Chi è, dunque, il colpevole? Sarà stato il sedicente reverendo Mustapää, santone di una setta cui l’acida signora Skrof intendeva donare molte delle sue insospettabili sostanze? O sarà stato suo nipote Kaarle Lankela, aviatore spericolato e paladino del gossip cittadino? O forse l’omicidio è opera dell’altra nipote, la bella, ma infelice, Kristi? E che non ci sia stata, invece, la mano dell’avvocato Lanne, lo storico, e bene informato, consulente di famiglia? Coerentemente con l’intento pedagogico dell’Autore, la verità non emerge da un gioco di virtuosismi logici; la si può intravedere nell’aridità della vita e dei progetti della vittima, dominati, anche post mortem, dalla gelida disciplina del denaro e della sua accumulazione. Come suggerisce Luca Scarlini – che firma la postfazione a questo romanzo – la storia della morte della signora Skrof è una versione finnica, e quasi divertita, di un drammatico meccanismo sociale di “delitto e castigo”. Con la differenza, tuttavia, che, questa volta, la follia di una vendetta tutta personale ha l’ostentata vuotezza di un posticcio gesto dadaista: perché, in una società allo sbando, la povertà di certi rapporti non risparmia neanche i presunti giustizieri e l’enfasi erroneamente romantica delle loro azioni. Così anche quello che sembra un finale un po’ artificioso assume all’improvviso un’intelligenza del tutto insperata.

La riscoperta di Waltari (v. gli articoli da Il Manifesto, La Stampa, Il Giornale, Avvenire)

L’Associazione Mika Waltari

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Björn cambia impiego e si trasferisce in un altro ufficio, dove è convinto di potersi presto distinguere e di scalare la gerarchia interna: sente di essere più sveglio, più metodico e più produttivo dei suoi nuovi colleghi. In una delle sue piccole – e rigorose – pause orarie, entra per sbaglio in una stanza, tra il bagno e l’ascensore. Quel luogo gli è congeniale, ci torna sempre più spesso. Ma il suo comportamento viene percepito come qualcosa di eccentrico, e Björn è convinto che questa diffidenza non sia altro che la prova della sua maggiore professionalità. Perché tutti sostengono che la stanza non esista e che lui sia completamente pazzo; anzi, l’ingresso nella sua (presunta) stanza gli viene anche formalmente interdetto. Decide, così, di passare all’azione e di mettersi in mostra, al punto che quasi riesce a convincere i suoi capi che le indubbie abilità che sta effettivamente dimostrando possono esprimersi al meglio solo nella stanza, solo nel luogo, cioè, che agli altri sembra inesistente. La situazione si fa esplosiva, fino all’epilogo che, sorprendentemente, pur apparendo inevitabile, mette d’accordo tutti; e che, naturalmente, non si può svelare.

È una storia semplicissima, ambientata in una qualunque amministrazione pubblica. È scandita in capitoli molto brevi ed è raccontata, passo dopo passo, dallo stesso protagonista. Ed è la cronaca unilaterale, e paradossalmente lucida, di un processo di inabissamento conclamato e irrimediabile: quella di Björn è una patologia, il dato risulta evidente sin dalle prime pagine; si tratta solo di capire quale può esserne l’esito. Da questo punto di vista, lo sguardo di Karlsson è asettico e acutissimo. Da un lato, mette in luce l’egotismo assurdo di una personalità che vive le reazioni di chi la circonda come la manifestazione di una studiata strategia mobbizzante. Concepito in tal modo, il libro esprime una visione che è tutt’altro che politicamente corretta e che va ben al di là degli stereotipi – e dell’abbondantissima letteratura – sul carattere alienante delle dinamiche burocratiche. Dall’altro lato, però, il romanzo evidenzia anche le ambiguità in cui può incorrere chi è chiamato a rivestire ruoli di responsabilità, tra la necessità di governare e comprendere le aspettative di chi è normale e la possibilità di sfruttare cinicamente le eccentricità delle risorse potenzialmente più pericolose. La stanza è un’ottima prova anche dal punto di vista tecnico: al termine della lettura ci si accorge che, nel dipanarsi della vicenda, anche i vuoti sono significativi, specialmente i “non detti” delle prime pagine, che si torna volentieri a riscoprire. Proprio alla fine, infatti, ci tormenta un interrogativo: perché Björn ha cambiato lavoro? Secondo il suo “ex capo”, si trattava di “fare un passo avanti”. Forse è ciò che è veramente – e sinistramente – accaduto…

L’inizio del romanzo

Recensioni (da ilfattoquotidiano.it e da The literary Tree)

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Ho deciso di accostarmi a questo libro in occasione di un viaggio a Napoli. Di Rea avevo già letto lo splendido L’ultima lezione. La solitudine di Federico Caffè scomparso e mai più ritrovato. Anche Mistero napoletano mi ha colpito, lasciandomi, tuttavia, un senso di sottile e ambivalente inquietudine, e che nonostante ciò direi comunque positivo. Rea riesce ad intrecciare con efficacia il viaggio sentimentale, l’indagine giornalistica e il saggio socio-politico, facendo perno, però, sulla ricostruzione dolorosa di una tragedia personale e familiare. Il racconto della drammatica traiettoria di Francesca Spada, giornalista della sede partenopea de L’Unità, e della sua doppia e tumultuosa relazione, con il partito comunista e con Renzo Lapiccirella, colto e irregolare compagno della medesima redazione, diventa così il pretesto per raccontare della Napoli degli anni Cinquanta, delle gabbie costrittive di un PCI ancora avvinto dallo stalinismo, della militarizzazione forzata di una città in tal modo condannata a non conoscere più un vero e proprio sviluppo. Si tratta di uno scorcio appassionante, in cui si rievocano le divisioni tra la frangia amendoliana del partito e le proposte destabilizzanti del cd. “Gruppo Gramsci”, tra le tesi di un meridionalismo forse un po’ troppo ambiguo e quelle di un approccio più radicale, teso a porre nuovamente al centro dell’attenzione la questione dell’unità dello Stato come questione della garanzia presupposta di qualsiasi rivoluzione democratica della società nazionale.

Tutta la narrazione, però, è funzionale ad un unico scopo: comprendere le ragioni del suicidio di Francesca, e quindi riviverne il carattere, le ambizioni, i desideri e l’istinto quasi romantico per un comunismo ribelle e anticonformista. Nell’affresco di Rea, che l’ha conosciuta e ne è stato amico, l’epilogo della storia di Francesca ha la forma di un sacrificio estremo al Moloch di un’organizzazione che l’ha sempre rifiutata, e anche di un assurdo atto d’amore per la salvezza politica di Renzo e dei loro figli. In definitiva, Francesca muore da sconfitta e da eroina allo stesso tempo, e choc e commozione sono inevitabili, perché preparati sin dall’inizio da un’indagine talmente intima e sofferta da suscitare la partecipazione più acuta. In questa prospettiva, la scelta di articolare il discorso come se si trattasse di un diario è particolarmente azzeccata. Ma la sorpresa più grande è che la lettura stimola la più universale nostalgia per tutti i sogni civili e sentimentali della giovinezza; anche di chi, pur non avendo vissuto i dolori, i timori e le grandi speranze del dopoguerra, può accorgersi all’improvviso di aver conosciuto il sua, personale, eroe e di aver sperimentato il sapore amaro di una sconfitta morale e sociale apparentemente ineluttabile. Mistero napoletano, comunque, può essere anche una formidabile fonte di riflessione: su figure geniali e pressoché mitologiche, come Renato Caccioppoli, e sull’esistenza di una napoletanità alternativa ad ogni stereotipo e mitteleuropea, possibile faro, mai realmente acceso, di una comunità intellettuale nazionale che ha sempre e fin troppo amato il potere e l’istituzione.

Una vecchia recensione di Erri De Luca

Per continuare a seguire il racconto di Ermanno Rea: Il caso Piegari

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Imi ha trascorso la sua infanzia nell’orfanotrofio del piccolo paese di Landor, in Ungheria, al confine con l’Austria. Ora ha coronato il suo sogno, quello di vivere e lavorare a Londra, dove è riuscito ad impiegarsi come factotum in una filiale della Proper Coffee, una grande catena di caffetterie. Mentre le vite degli altri orfani continuano a scorrere nel consueto clima di semplicità e di dolore che sempre fa da contorno alle loro paure e alle loro speranze, Imi comincia a conoscere meglio la grande “piramide” aziendale in cui lavora. Dapprima ne è entusiasta, essendo disposto ad accogliere con stupore tutte le piccole cose che a Landor non ha mai potuto sperimentare. Poi conosce Jordi, un collega spagnolo un po’ più smaliziato, e sperimenta la pochezza, l’ipocrisia e la vuotezza delle relazioni umane che alla Proper Coffee vengono incentivate con fredda determinazione. Conosce anche Morgan, un commesso iraniano di una vicina libreria. Ed è proprio la sensibilità di questo nuovo amico a salvare Imi dal disastro annunciato che può facilmente sortire dall’incontro tra la sua naturale ingenuità e le meschinerie dell’ambiente lavorativo. Morgan, infatti, fa entrare in scena un pezzo grosso, un premio Nobel che riuscirà a mettere in campo tutto il suo peso e a preparare l’atteso lieto fine.

Per questo libro Nicola Lecca va ringraziato, anche se per motivi che sono diametralmente opposti. Da un lato, perché il romanzo è scritto in modo pulito ed efficace, e perché lo schema e le intenzioni lineari che lo animano sono tali, a ben vedere, soltanto in apparenza: l’epilogo è felice, ma lo è anche in conseguenza dell’ambigua affermazione di una legge implacabile (quella per cui la forza si vince solo con la forza…); inoltre, le insospettabili opportunità dell’educazione sentimentale offerta dall’orfanotrofio si contrappongono con efficace senso malinconico all’istintiva volontà di allontanarsene e di tornare in un mondo spietato e comunque infelice; e poi ci si può imbattere in una libera rivisitazione della bella frase di Seneca, secondo cui “Non esiste vento favorevole per le barche alla deriva”; v. Lettere a Lucilio, lettera 71, “Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est”). Tuttavia La piramide del caffè è anche il prototipo scoraggiante di parte rilevante del novelism contemporaneo di successo: troppo pulito; troppo volutamente e scopertamente profondo; troppo fedele alla replica di cliché ad emozione pressoché assicurata (come quello “cinematografico”, alla Scoprendo Forrester, in cui finisce per annegare pure l’azione filantropica della scrittrice Margaret Marshall). Anche per questa constatazione occorre rendere omaggio all’Autore, perché, in effetti, il volume è paradigmatico di una scrittura di superficie che, se per un verso sa farsi anche allusiva di ben più complessi profili, dall’altro accetta di solleticare il palato del lettore-consumatore anziché di appassionarlo in una (minima e) necessaria fatica. In questa prospettiva, La piramide del caffè stimola voglie molto più sofisticate, e perciò merita l’attenzione che si deve ad un piacevole e rapido aperitivo.

Recensioni (di Sciltian Gastaldi, di Cesare Cavalieri, di Vincenzo Mazzaccaro)

La home page dell’Autore

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Capita a tutti di ricevere libri in regalo. Per chi legge molto, questo genere di letture può destare l’idea di un incosciente tempismo: la tentazione di rompere le gerarchie meticolosamente imposte alle diverse pile sul comodino si fa forte, tanto da aprire un piccolo spiraglio per un’avventura impensata e per il ribaltamento di altri e ben più intimi ordini. Non accade sempre, ma talvolta è così: anche un volume imprevisto può rispondere ai bisogni di un certo momento. Così è stato per Poco meno di Dio, che, se non fosse per l’aura che ancora circonda il nome del piccolo editore che lo ha licenziato, può rischiare di apparire come un perfetto esemplare dell’ambizione – il più delle volte sbagliata – che rode tanti aspiranti scrittori. Non che il libro difetti di alcune classiche mancanze (si perdoni il gioco di parole, ma questo può essere un buon modo per alludere elegantemente ai soliti fattacci di refusi, spezzoni sovrabbondanti, eccessi biografici…); il punto è che tutti abbiamo bisogno, qua e là, di qualche facile parabola per immaginarci nei panni del protagonista e godere dell’illusione di una chance corroborante. Quello che conta, in questo romanzo, non è lo spaccato – certamente godibile e verosimile, come frutto privilegiato della scienza privata dell’Autore – della quotidianità della vita di corsia e dei rapporti umani e professionali negli ospedali e nella piccola e media borghesia del Nordest. La cosa buona è la favola.

Mauro Alberti è un chirurgo quarantenne di un ospedale di provincia. Si è falsamente convinto di aver perso la brillantezza e la motivazione che lo avevano lanciato come talento precoce. Ormai pensa di doversi adattare alla situazione, in un clima che sembra premiare soltanto cinismo e arrivismo. Una vacanza senza meta, tra i monti dell’Appennino, lo porta in un paese un po’ isolato, e lì succede qualcosa che a Mauro cambia la vita, grazie all’intervento (tecnicamente) provvidenziale di una donna semplice e concreta. Non se ne accorge subito, però; per rendersene conto deve sperimentare tutte le tentazioni dell’improvviso successo che lo travolge al rientro e che lo porta vicino ai tanti giri – e ai tanti piccoli e grandi intrallazzi – degli alti papaveri della sanità e dell’accademia. È un po’ come se il Diavolo cercasse di ghermirlo nel modo più subdolo: non a caso, come nel bel racconto di Cazotte (a proposito: da leggere e rileggere…), la figura seducente e maledetta prende le forme di un altra donna, la giovane e spregiudicata Giolisa, la cui conquista assume sia il valore di una simbolica revanche, sia la possibilità di imboccare pericolosamente una direzione assai rischiosa. Pure la ex moglie, rivistolo nei panni del vincitore, torna a farsi sotto. Tuttavia Mauro, colpito dalle miserie che un lutto improvviso gli para di fronte, torna sui suoi passi e si avvantaggia della posizione raggiunta fino a quel momento per assecondare con serena decisione il futuro appagante che qualcosa gli aveva fatto intuire nella lontana e indimenticata pausa appenninica.

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Esistono libri che non si possono raccontare, neanche parzialmente. Non tanto per le ovvie difficoltà che qualsiasi opinione avrebbe riguardo a storie di cui non si possono rivelare il finale o i colpi di scena che le animano. Talvolta è già la struttura che non si può comunicare, e altre volte ancora è complesso comprendere se il traduttore sia stato davvero in grado di rendere linguaggio, espressioni, ambiguità e doppi sensi. Palahniuk si diverte a fabbricare congegni narrativi di questo tipo, che tanto stordiscono e interrogano il lettore, quanto lo rendono semplicemente afasico dopo l’ultima pagina. Se poi ci si imbatte in questo Invisible Monsters – che, per essere chiari, è venuto prima, nella stesura, della fortunata apparizione di Fight Club (1996) e dei tanti successivi romanzi di successo – si capiscono sia il motivo dei tanti rifiuti che gli editori avevano opposto al giovane e sconosciuto scrittore, sia la ragione del radicamento di un vero mito letterario in larga parte del pubblico. Perché non si tratta, semplicemente, di un cocktail per stomaci forti; si tratta di un torcibudella emotivo dal sapore quasi psichedelico, come se Palahniuk si fosse divertito – cosciente o incosciente, che cosa importa? È il risultato quello che conta… – a miscelare Fëodor Dostoevskij, Philip Dick, Thomas Pynchon e Johnathan Swift, con qualche anticipazione, tra il drammatico e il grottesco, del contemporaneo J.T. Leroy. Sembra troppo, ma per questo Autore l’eccesso è una virtù, cifra ineludibile di ogni sub-cultura pop contemporanea.

La protagonista è Shannon McFarland, una modella brutalmente sfigurata da un colpo di fucile. L’avvio del romanzo, però, ci getta subito nel bel mezzo di un altro momento tragico, sulla scena di un clamoroso delitto che costituirà il finale della storia e che, quindi, necessita una spiegazione. Così la voce di Shannon, per farci capire, ci guida avanti e indietro nel tempo, miscelando spezzoni di vita presente e di esperienza passata: nella clinica in cui è stata ricoverata dopo l’incidente; nel suo lavoro di top model di seconda categoria; nelle periodiche visite a casa dei genitori ossessionati dalla scomparsa dell’altro figlio omosessuale; nelle uscite con la ricca collega, e amica, Evie, e con il fidanzato poliziotto, Manus; nel lungo girovagare tra gli Stati Uniti con la Principessa Brandi Alexander, transgender conosciuta in clinica, e con il loro eccentrico e mutante accompagnatore, tutti a caccia di medicinali e droghe di vario genere, da ingerire o vendere nei vicoli della grandi città. La narrazione si trasforma gradualmente in confidenza e confessione, e la verità si palesa, sorprendente, passo dopo passo, in un palcoscenico in cui gli attori – in primis i compagni di viaggio di Shannon – non sono ciò che dicono di essere. In superficie, li vediamo tesi alla disperata e dolorosa ricerca di una realizzazione fisica e psicologica artificiale e mai compiutamente disponibile; nel sottosuolo, li intuiamo anche lucidi interpreti di un destino paradossalmente condiviso e assecondato fino all’estremo, impossibile, e forse comune e programmato, traguardo. La lente di Palahniuk ci trasporta in un caleidoscopio di perversioni: nella famiglia e nel rapporto di coppia; nella moralità plastica della fashion society e delle addictions spersonalizzanti che finisce per ingenerare; nel disastro antropologico di un’umanità semplicemente nuda, e forse riscattabile, anche oltre l’indicibile, grazie a un gesto illusorio di amore altrettanto nudo e spietato. In verità, ciò che alla fine impressiona di più è la rappresentazione severa di un universo di relazioni dominate da un formidabile e invincibile egotismo.

Recensioni (di D. Marinacci, D. Montella, M. Lomunno, Z. Masud, G. Santini, L. Appia, S. Ghega, C. Bucolo, J. Greenya)

Il fan site dedicato a Palahniuk

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Nell’agile pamphlet sono raccolti, a mo’ di capitoli, cinque diversi saggi. Il primo è quello più lungo, ed è anche il più rilevante, rispetto al quale gli altri possono essere considerati come approfondimenti di punti specifici. In esso si discutono alcuni profili di crisi della filosofia, comuni, del resto, ad altri ambiti del sapere o, precisamente, della sua dimensione accademica: l’aumento dei “pensatori” nella società industrializzata e di massa, e con essa l’aumento delle produzioni scientifiche e, pertanto, del materiale da conoscere e dominare intellettualmente; il conseguente prodursi di una trasversale istanza di specialismo e di professionismo, che rendono il filosofo un artigiano, “un normale ricercatore che controlla un’area di studio circoscritta e si propone di contribuire ad essa”; le connesse difficoltà di comunicazione dei risultati o degli orizzonti delle ricerche nei confronti di altre discipline e del pubblico colto in generale, con naturale diminuzione dell’influenza culturale del pensiero filosofico e con ulteriore perdita di legittimazione dell’intero settore. Esiste un modo per evitare questa sorta di impressione sul duro presunto tramonto degli studi filosofici (ma, si potrebbe dire, di quelli umanistici in generale?). Per Marconi la chiave di volta è fatta di diversi profili teorici e di altrettante azioni da intraprendere all’interno della comunità scientifica di riferimento. Di che cosa si tratta?

Anche se i ragionamenti di Marconi – che complessivamente sembrano animati da un sano buon senso – si muovono sul crinale di dibattiti interni al discorso filosofico (e soprattutto della dialettica, sempre vivace, tra filosofia analitica, ermeneutica e storia della filosofia), alcune delle indicazioni che emergono nel libro possono essere utili per un proficuo esame di coscienza da parte di tutti gli accademici. Cerco di riassumerle, in parte generalizzandole, in parte traducendone il tenore anche per i professionisti delle social sciences: 1- alla scarsa conoscenza pubblica di determinate ricerche si può rimediare con la buona divulgazione scientifica, che non necessariamente è nemica della serietà degli argomenti; 2- le rivendicate specificità di alcuni approcci metodologici possono essere smussate nella comune reciproca accettazione del valore obiettivo di molte delle rispettive indagini; 3- il rigore dell’attitudine specialistica è carico di implicazioni positive e non rinunciabili, ma lo specialista deve conservare anche dimestichezza con uno sguardo sintetico, non può smettere di discutere i presupposti delle sue convinzioni, né può dimenticare che esiste una domanda sociale nei suoi confronti; 4- posto il rigetto di qualsiasi tentazione qoeletica (“in passato è già stato detto tutto…”), la considerazione storica dei problemi e dei temi oggetto dello studio è, quanto meno, un formidabile serbatoio di esperienze, di ragionamenti, di tecniche, che, al di la della loro eventuale attualità, fungono da irrinunciabile palestra per ogni ricercatore. Al netto delle tante precisazioni con cui l’Autore accompagna e contestualizza queste ammonizioni, si può ben dire che ce n’è per tutti; ovviamente anche per i giuristi…

Recensioni (di Elisa Caldarola, di Leonardo Caffo, di Alfredo Vernazzani, di Pierluigi Fagan, di Federico Vercellone, di Guido Vitiello)

L’Autore a Fahrenheit

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Ad aprire il lungo racconto in cui si snodano le oltre 550 pagine de Il figlio è la voce del centenario Elli McCullogh, registrata a futura memoria nel 1936. Per tutti è “il Colonnello”, in Texas una figura quasi mitologica, il capo riconosciuto di un clan familiare altrettanto famoso, ricco e temuto. La sua è la storia delle origini, del tempo in cui è stato rapito bambino da una banda di indiani comanche, delle tante terre di cui è entrato in possesso e di come ha costruito la sua immensa fortuna. Questa voce si alterna alla narrazione di ciò che nel 2012 ricorda l’anziana pronipote Jeanne Anne, colta negli ultimi istanti della sua vita. Si ripercorrono, così, in un susseguirsi di flashback, le esistenze di altri personaggi, ma anche l’educazione solitaria e l’apprendistato sentimentale di una donna di successo, destinata a guidare la florida azienda dei McCullogh dall’era del bestiame a quella del petrolio. Jeanne, tuttavia, è ultimo baluardo di un ceppo che è andato via via indebolendosi e che ha maturato ormai la certezza di scomparire. Alla voce del Colonnello e alla storia di Jeanne si frappongono, come un fastidioso contrappunto, anche numerosi estratti, presi tra il 1915 e il 1917, del diario di Peter, il terzo figlio di Elli, la mela marcia o, per meglio dire, “la Grande Onta”. Perché Peter, in effetti, è sempre stato del tutto estraneo al nerbo della sua stirpe, incarnandone la coscienza critica, lo scrupolo mai assimilato. Proprio in Peter si deve ravvisare l’incubatore del seme che causerà la naturale estinzione della splendida progenie. Questo verrà dal mondo dei morti e dei vinti, quasi per un’insopprimibile inclinazione, per suggellare tragicamente il superamento di un’epopea familiare a lungo ritenuta invincibile e per riaffermarne paradossalmente tutti gli agghiaccianti presupposti.

MeyerIl figlio porta con sé il fascino violento e avventuroso della Frontiera, della leggendaria fondazione del Texas, delle lotte per i pascoli e dei conflitti con i nativi, con i messicani e con la più antica proprietà ispanica, della Guerra di Secessione e della costituzione della potente oligarchia terriera che saprà capitalizzare le scoperte tecnologiche della fine del XIX Secolo e che condurrà gli Stati Uniti nella battaglia mondiale per le risorse petrolifere. Soprattutto, però, questo romanzo mette in scena l’essenziale fisiologia di un sopruso socio-culturale, di una conquista che non si è posta alcun limite e che, come tale, ha formato la dura e spietata spina dorsale di un intero carattere nazionale. Le parole di Toshaway, guerriero comanche, sono eloquenti: “Non sono per niente pazzo. Pazzi sono i bianchi. Vogliono essere ricchi, proprio come noi, ma non ammettono a se stessi che ti arricchisci solo a spese degli altri. Pensano che quando non vedi le persone che stai derubando, o non le conosci o non ti somigliano, non è proprio come rubare”.

Ma Il figlio va anche oltre. La sua, infatti, è una sferzante condanna dell’etica individualista ed egoista che ha forgiato un certo spirito nordamericano, di una fame nella cui sfrenata ambizione si devono intravedere sia le ragioni di successi imprenditoriali tanto significativi, sia le cause di un imminente e inarrestabile declino. In quest’ottica si può affermare che Meyer ha voluto essere senz’altro epico. Sarebbe sbagliato, tuttavia, paragonarlo – come pure molti fanno – a Faulkner o a McCarthy. Meyer è molto più situato, molto più statunitense, molto meno vicino all’afflato profondamente universale degli altri e più autentici classici, che pure hanno un’indiscutibile base territoriale di partenza. Ciò non significa che Il figlio non sia un’opera di valore; tutt’altro. Forse, a tratti, Meyer si può confondere addirittura con Steinbeck. E forse qualche spezzone sa anche di Jack London: non certo, però, di quello di Zanna Bianca e dei racconti del Grande Nord, bensì dell’altro London, e cioè di quello dell’impegno socio-politico, arricchito, in aggiunta, da un pizzico di Dickens. La sua prospettiva, dunque, pur risultando antropologica e psicologica, ci sembra prevalentemente confinata, e il suo scopo dichiaratamente pedagogico e, a suo modo, diversamente patriottico. Perché se il cittadino americano continuerà a credere che fagocitare i suoi simili sia indispensabile – questa è la morale – non potrà che perire della stessa drammatica sorte.

Recensioni (di Caterina Bonvicini, di Roberto Concu, di Francesco Longo, di Luca Crovi, di Livia Manera, di Antonio Scurati, di Silvio Bernelli)

Altre recensioni in english (dal sito dell’Autore)

Tre film (a mo’ di esempio) sull’epopea texana: La valle dell’Eden (1955), Il Gigante (1956; è citato anche nel romanzo…), Comanche (1956)

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Marcello è un vulcanico e disordinato presidente di una cooperativa sociale di Fano, che impiega malati psichiatrici, ex tossicodipendenti e detenuti in semilibertà provenienti dal carcere di Fossombrone. La figlia Manuela lavora all’Università di Damasco, dove sta scrivendo una tesi di dottorato sulle figure enigmatiche dell’ebreo errante e del “verdeggiante” (Al-Khidr). Sta per tornare a casa, ma non solo per rivedere il padre e per cercare di ricomporre la separazione de facto che lo divide dalla moglie Olga. La giovane studiosa ha una missione, che le è stata affidata dal Patriarca della Chiesa Melchita: recuperare una copia dell’Horologium, ossia del Kitab Salat al-Sawa’i, il primo libro in lingua araba ad essere stato stampato in Occidente, nel 1514. Il compito è molto pericoloso; ci sono tante e misteriose forze che intendono impadronirsi ad ogni costo della preziosa cinquecentina. Una copia del volume si troverebbe proprio nel porto marchigiano, nel luogo, cioè, d’origine della prima edizione, di fattura formalmente veneziana, ma uscita, in realtà, dai torchi fanesi di Gershom Soncino, che si era avvalso, a sua volta, dei caratteri mobili appositamente predisposti da Francesco Grifo. Non senza fatica, e incappando più volte nella maggiore rapidità dei suoi ignoti concorrenti, Manuela, con l’aiuto dei genitori, dell’anarchico Leonardo, del semilibero Cenerentolo e di altri collaboratori della cooperativa, segue le tracce dell’antica comunità ebraica del territorio. Dopo aver fatto importanti scoperte, e dopo aver saggiato il sapore amaro della delusione, la dottoranda raggiunge un obiettivo insperato e riesce anche a rappacificare Marcello e Olga.

Il romanzo ha molti punti deboli: per un plot che muove da un’antica vicenda tipografica non è il massimo avere così tanti refusi; e sono troppe, forse, anche le suggestioni narrative che l’Autore ha voluto inserire in un solo libro, nel quale ci sono, in effetti, svariati personaggi e diverse digressioni, così che l’impressione finale è che il testo sia eccessivamente lungo e che qualche trovata finisca per risultare quanto meno ingenua (così pare, ad esempio, nonostante l’assonanza con un famoso modello volponiano, per lo stratagemma di consegnare la voce del narratore ad un ciclomotore). A conti fatti, però, i pregi superano i difetti. In primo luogo, perché quelle digressioni – storiche, artistiche, geografiche, folcloristiche e talvolta anche culinarie – sono sempre astutamente accattivanti: Il piombo e l’orologio, di fatto, è una buonissima introduzione per chiunque voglia intraprendere un viaggio nelle Marche e intrattenervisi con quel po’ di curiosità che è sempre il miglior ingrediente di ogni vacanza riuscita. Ma il libro riporta anche alcuni “scorci” sulla ricchezza e sul pluralismo dello scenario politico-religioso del Mediterraneo tra il XV e il XVI Secolo. Soprattutto, il libro è una dimostrazione concreta di quanto nel nostro Paese la storia locale sia sempre un prezioso patchwork di stratificazioni culturali, idee, accadimenti, e di come ogni città e ogni singolo borgo continuino a conservarne tracce ancora visibili e possano, così, fungere da potenti veicoli di divulgazione e di formazione. Oltre a ciò, occorre confessare che suscita molta simpatia anche il modo con cui Michele Gianni ci descrive la semplicità e la genuinità dei suoi eterogenei personaggi e dei loro sentimenti, regalando così un buon motivo di riflessione su quali possano essere i significati e i risultati del lavoro di instancabili operatori e della partecipazione attiva di categorie svantaggiate ed emarginate. Il romanzo, per l’appunto, è il primo di una collana che un editore molto particolare ha voluto promuovere per consolidare la sua missione di promozione letteraria e teatrale di una nuova socialità. Anche solo per questo, Il piombo e l’orologio è un libro da acquistare e da leggere, magari cominciando a programmare una lunga visita alle tante località in cui è ambientato.

Recensione (di Virgilio Dionisi)

Il Carnevale di Fano

Il “Miracolo dell’ostia profanata” (sull’opera di Paolo Uccello, ripresa in copertina)

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