Nell’agile pamphlet sono raccolti, a mo’ di capitoli, cinque diversi saggi. Il primo è quello più lungo, ed è anche il più rilevante, rispetto al quale gli altri possono essere considerati come approfondimenti di punti specifici. In esso si discutono alcuni profili di crisi della filosofia, comuni, del resto, ad altri ambiti del sapere o, precisamente, della sua dimensione accademica: l’aumento dei “pensatori” nella società industrializzata e di massa, e con essa l’aumento delle produzioni scientifiche e, pertanto, del materiale da conoscere e dominare intellettualmente; il conseguente prodursi di una trasversale istanza di specialismo e di professionismo, che rendono il filosofo un artigiano, “un normale ricercatore che controlla un’area di studio circoscritta e si propone di contribuire ad essa”; le connesse difficoltà di comunicazione dei risultati o degli orizzonti delle ricerche nei confronti di altre discipline e del pubblico colto in generale, con naturale diminuzione dell’influenza culturale del pensiero filosofico e con ulteriore perdita di legittimazione dell’intero settore. Esiste un modo per evitare questa sorta di impressione sul duro presunto tramonto degli studi filosofici (ma, si potrebbe dire, di quelli umanistici in generale?). Per Marconi la chiave di volta è fatta di diversi profili teorici e di altrettante azioni da intraprendere all’interno della comunità scientifica di riferimento. Di che cosa si tratta?

Anche se i ragionamenti di Marconi – che complessivamente sembrano animati da un sano buon senso – si muovono sul crinale di dibattiti interni al discorso filosofico (e soprattutto della dialettica, sempre vivace, tra filosofia analitica, ermeneutica e storia della filosofia), alcune delle indicazioni che emergono nel libro possono essere utili per un proficuo esame di coscienza da parte di tutti gli accademici. Cerco di riassumerle, in parte generalizzandole, in parte traducendone il tenore anche per i professionisti delle social sciences: 1- alla scarsa conoscenza pubblica di determinate ricerche si può rimediare con la buona divulgazione scientifica, che non necessariamente è nemica della serietà degli argomenti; 2- le rivendicate specificità di alcuni approcci metodologici possono essere smussate nella comune reciproca accettazione del valore obiettivo di molte delle rispettive indagini; 3- il rigore dell’attitudine specialistica è carico di implicazioni positive e non rinunciabili, ma lo specialista deve conservare anche dimestichezza con uno sguardo sintetico, non può smettere di discutere i presupposti delle sue convinzioni, né può dimenticare che esiste una domanda sociale nei suoi confronti; 4- posto il rigetto di qualsiasi tentazione qoeletica (“in passato è già stato detto tutto…”), la considerazione storica dei problemi e dei temi oggetto dello studio è, quanto meno, un formidabile serbatoio di esperienze, di ragionamenti, di tecniche, che, al di la della loro eventuale attualità, fungono da irrinunciabile palestra per ogni ricercatore. Al netto delle tante precisazioni con cui l’Autore accompagna e contestualizza queste ammonizioni, si può ben dire che ce n’è per tutti; ovviamente anche per i giuristi…

Recensioni (di Elisa Caldarola, di Leonardo Caffo, di Alfredo Vernazzani, di Pierluigi Fagan, di Federico Vercellone, di Guido Vitiello)

L’Autore a Fahrenheit

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Ricordo di aver visto questa fotografia molto tempo fa, sulla prima pagina dell’inserto domenicale del Sole 24 Ore. Non saprei citare il numero esatto e il periodo, ma questo è un dato, tutto sommato, irrilevante. L’unica cosa certa che rammento è la didascalia che era stata abbinata all’immagine: “filosofo al lavoro”. E in effetti l’uomo ritratto al lavandino, intento a pulire le stoviglie di casa, è Paul Feyerabend (1924-1994), uno dei maggiori filosofi della scienza, autore, tra l’altro, di Contro il metodo (1975, ed. it. 1979) e di La scienza in una società libera (1978, ed. it. 1981)

Spesso siamo erroneamente portati a pensare non solo che il lavoro intellettuale non abbia nulla a che fare con la quotidianità della “vita reale”, ma anche che le cose banali che ci circondano e che ci obbligano a confrontarci con semplici operazioni di routine non siano “serie” e costituiscano, anzi, degli impicci per qualsivoglia approfondimento di pensiero. La fotografia qui sopra è imperdibile perché ci ricorda, innanzitutto, che questa prospettiva è decisamente errata.

Ma la fotografia è imperdibile perché ci dice anche qualcosa di più, giovandosi, a proposito, con Feyerabend, di uno dei testimonial più credibili di questo valore aggiunto: non è forse vero che le idee migliori ci arrivano spesso in modo laterale od obliquo? Non è forse vero, cioè, che la Serendipity esiste e che non è affatto sbagliato creare o assecondare le condizioni affinché essa possa esprimersi al meglio? Probabilmente, ricordarsi, ogni tanto, di essere uomini necessariamente alla presa con incombenze non così “nobili” può fornirci l’occasione giusta, può darci, in altre parole, il contesto adeguato per la generazione di nuove e felici intuizioni.

Giulio Giorello e la Serendipità: una conferenza

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