L’avventura comincia il 23 novembre 1932. L’io narrante è in viaggio, in un trenino diretto verso una stazione sperduta ai confini orientali del Regno, dove approda soltanto a notte fonda. Dopo uno stranissimo assopimento, il giovane “aiutante volontario di cancelleria” ricorda di essere giunto lì, ad Aidussina, oggi Slovenia occidentale e allora limite estremo dell’Italia, per prendere servizio nella locale pretura. Il suo esordio nell’amministrazione, in verità, era già avvenuto a Pontebba, ma c’era rimasto poco: giusto il tempo di conoscere il cancelliere Cadringher, il pretore Zolla Carbonero e lo sbandato Carlo Fohn, nel loro intreccio di nostalgie austriacanti, miserie umane e sventure di confine. Su queste si era ben presto scagliata la furia ordalica dell’Alto Commissario Speciale per la Giustizia, il terribile e inflessibile Mordace, che ottiene anche il trasferimento d’ufficio del nostro eroe. Uno scenario consimile, tuttavia, lo attende anche ad Aidussina, dove si abitua subito a galleggiare, da perfetto impiegato imboscato, e dove diventa complice delle meschinerie del pretore Merdicchione e del cancelliere Semitecolo, passando le sue giornate tra il pokerino pomeridiano nell’ufficio del giudice, gli appuntamenti conviviali nell’animata trattoria della Cermeli e le tante pause di lettura, noia e torpore. La giustizia di Mordace, implacabile, non tarda ad abbattersi anche su questo luogo, e così l’aspirante travèt finisce a Cividale, la provincia perfetta che aveva già cominciato a desiderare da tempo con tanto compiacimento. Le aspirazioni in parte si avverano, e non mancano le occasioni per stringere amicizie e sodalizi e per nuove avventure sentimentali. Ma il Caffè Longobardo non attrae i suoi avventori soltanto per il gioco del biliardo. Presto, infatti, il piccolo funzionario si infatua della bella, irraggiungibile e ambigua Ilde. Complice la sua tendenza ormai naturale allo spregio di ogni regola dell’ufficio, l’aiutante cancelliere si imbatte ancora nelle ire di Mordace e comprende che il suo futuro non può più essere in quella città: non gli resta che fingersi malato di picnolessia e sperare in un’aspettativa, che al fine gli viene concessa. La storia ovviamente non termina a Cividale, perché il sogno d’amore, tanto coltivato, viene amaramente frustrato dalle feroci determinazioni di Ilde, e in quel di Trieste giunge anche il momento della resa dei conti con Mordace e della possibile e salvifica fuga via mare. È così che, sul punto di imbarcarsi come scrivano di bordo alla volta dei mari orientali, il protagonista si chiede, prossimo al puntuale e ricorrente momento di sonnolenza, se riuscirà mai a vedere Singapore o se tornerà al paese natale, tra le onde del Lago Maggiore.

Per il suggerimento di questa lettura devo ringraziare un anziano ma arguto avvocato di Tolmezzo. È un romanzo bellissimo, in effetti; non c’è da stupirsi che nel 1981, anno della sua prima pubblicazione, sia stato salutato da un notevole successo. Il motivo attorno al quale Piero Chiara costruisce la sua storia è tutto autobiografico: il primo attore è proprio l’Autore, che ha vissuto realmente il curioso apprendistato amministrativo descritto nel libro, dal quale ha tratto anche altri memorabili racconti (come Il pretore di Cuvio). Occorre dire che il gustoso e caustico ritratto che in questo testo viene offerto di certa burocrazia e delle sue gerarchie assume i tratti di qualcosa di eterno e invariabile. E in ciò ritroviamo conferma del fatto che l’impiego pubblico sa sempre dare grandi spunti alla migliore letteratura, come ha recentemente ricordato anche Luciano Vandelli. Ma il punto forte di Vedrò Singapore? è la graziosa semplicità con cui riesce a restituire un mondo intero, quello dell’antica e immarcescibile melmosità della provincia, delle sue istituzioni e dei suoi miti. Il protagonista vi scopre, da un lato, il luogo quieto e ideale per l’ingrasso dell’uomo senza grandi ambizioni, dall’altro il palcoscenico di un’educazione morale e affettiva tanto dubbia quanto naturalmente accettata. Non c’è spazio per un giudizio, neanche nei confronti delle autorità fasciste, certo incarnate dal feroce Mordace, che del resto non si palesa come titolare dell’arbitrio o della sopraffazione, bensì come castigamatti del vizio e dell’indolenza. Allo stesso tempo, il viaggio del nostro impiegato non nasconde nulla, neanche il grottesco, perché si tratta di un itinerario che si sovrappone a un processo di crescita e di maturazione che deve comunque compiersi e che si alimenta, così, necessariamente, di tutto ciò che può accadere. Se c’è qualcosa di cui Chiara e il suo personaggio – novello Renzo Tramaglino nel caos sensuale della vita extradomestica – non hanno paura è l’esperienza, anche quando è piccola, subdola o banale; d’altra parte, come dimostra la strana fascinazione del protagonista per la figura di Lunardini, anche in ciò che è dichiaratamente modesto e appartato può nascondersi il segreto della felicità. Vedrò Singapore? merita un ultimo appunto, quello sullo stile. A Chiara – che è, per così dire, un artigiano del mestiere d’artista – bastano poche e giuste parole di buonissimo italiano per costruire una fisionomia, dargli un nome, delineare una situazione, esprimere un’opinione, raffigurare un’azione. Ricorda da vicino Pratolini e Pirandello, ma la freschezza della lingua è spesso vicina a quella di Comisso. Questo romanzo va letto anche per le sue innegabili virtù espressive, come se fosse un manuale di una scrittura forse perduta per sempre.

Recensioni (di Renzo Montagnoli; di Luigi Fattorini)

L’introduzione al libro (di Mauro Novelli)

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Anche con questo libro, forse, il “caso Silone” potrebbe tornare a far parlare di sé. Accade ciclicamente da tempo, specialmente da quando, nel 2000, è stata pubblicata la ricerca che ha individuato i documenti che proverebbero i legami tra il giovane militante comunista e la polizia. È proprio su questa ricerca che, almeno in parte, si fonda il lavoro di Renzo Paris, che sembra ricostruire i primi trent’anni dello scrittore di Pescina sulla falsariga della tesi che ne vuole ormai assodata una profonda ambiguità: personale, politica, morale e financo sessuale. In quest’ultima ricostruzione, d’altra parte, il rapporto tra Secondino Tranquilli, il vero nome di Silone fino al 1947, e il misterioso Guido Bellone, il commissario che ne riceveva le missive, è catalogato come “amicizia amorosa”. Il pericolo, quindi, su Silone, è che si riaccenda la polemica tra i difensori del “santino” e i “colpevolisti”, o che si discuta, ancora, sulle ragioni politiche del suo distacco dal PCI, dall’Internazionale e dall’Unione Sovietica. Ma chi volesse soffermarsi su questi profili – che pure innervano profondamente il testo, unitamente a quelli relativi ai rapporti tra Silone e altri importanti dirigenti comunisti: Gramsci, Togliatti, Longo… – rischierebbe di non accorgersi che si tratta di un romanzo e che il suo Autore lo ha immaginato, innanzitutto, come un viaggio sentimentale, non come il frutto di una nuova indagine storiografica. Valutare il lavoro di Paris al di fuori del clima introspettivo che lo avvolge significa non accorgersi della cifra particolare di questo racconto, che certo può suscitare critiche più o meno forti, e che, nonostante ciò, ha un obiettivo molto diverso da quello di stabilire una verità.

Le direttrici su cui si muove l’Autore sono tre: – la ricostruzione dello shock subito da Secondino, che già aveva perso il padre, dopo la morte della madre nel terribile terremoto del 1915: questa via consente a Paris di ripercorrere le orme di un orfano ridotto in stato di estrema povertà, dalla Marsica a Roma, alla ricerca di una nuova figura paterna (da don Orione a Guido Bellone) e di una famiglia altrettanto nuova (dalla chiesa al partito); – la decifrazione del carattere inevitabile, e allo stesso tempo anormale, di un processo frantumato e confuso di formazione della personalità: ciò al fine di dimostrare una sorta di originario e condizionante spaesamento interiore, tra la necessità di convivere con le difficoltà quotidiane e l’innata aspirazione a sfogare tutte le proprie energie in un impegno di riscatto personale e sociale; – la connessione tra l’esigenza di ricomporre questo dissidio e l’uscita dal partito comunista, con la riscoperta delle ragioni religiose della propria vocazione e con l’avvio, mediante la stesura di Fontamara, dell’esperienza letteraria, da intendersi come luogo privilegiato per l’autoanalisi permanente del proprio percorso personale e degli ideali che l’hanno motivato. In proposito, l’accento del romanzo viene a cadere proprio sull’influenza determinante che sulla nascita del Silone-scrittore avrebbe avuto la terapia psicanalitica seguita a Zurigo. Occorre evidenziare, ad ogni modo, che, lungo questi itinerari, Paris si muove con la sensibilità dell’artista, del poeta: non cerca conforto soltanto in documenti più o meno attendibili, ma si abbevera alla lettura diretta delle opere di Silone, lasciandosi spesso tentare da una sorta di confusione di ruoli e intrecciando la vita di Secondino con la propria. Questo tentativo di abbraccio empatico è il valore aggiunto della proposta di Paris, perché ci spiega che anche la letteratura pura ha le sue ragioni e che spesso queste non coincidono con quelle della storia, bensì con quelle ben più indecifrabili del nostro animo di lettori.

Recensioni (di F. La Porta, di O. La Stella, di G. Pollicelli)

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Agata vive a Padova ed è la figlia di un importante costruttore. È inquieta: forse è perché sta finendo l’università; forse lo studio della letteratura araba ha risvegliato in lei il bisogno di una ricerca; o forse sente la necessità di chiarire quale sia il suo posto rispetto a ciò che il padre già desidera per lei. Decide allora di fare un breve viaggio a Damasco con un’amica, sulle tracce di Ibn Arabi, un antico poeta sufi, e ciò che accade in questo viaggio promette all’improvviso di cambiarle la vita; in una moschea, quasi avvinta da una versione orientale della sindrome di Stendhal, ne ha come il presentimento. Si innamora di Faruq, un giovane tassista di nobile famiglia decaduta, e lo aiuta a trovare un lavoro in Italia, facendolo assumere come manovale in una delle ditte di famiglia. Lui è un ex dottorando ed è affascinato da un sogno continentale fatto di civiltà, razionalità e democrazia. Lei è colpita dalla sua dirittura morale e dal fascino di un’eleganza rispettosa e mai volgare. Ma la storia d’amore si scopre tormentata, come se le loro due traiettorie fossero destinate a non correre lungo la medesima orbita. Faruq scopre che il Veneto e l’Italia non sono come se li aspettava; Agata capisce quali siano state le ragioni, spesso discutibili, della fortuna economica di suo padre. La fine del romanzo è diversa da quella che ci si può attendere, perché Agata e Faruq, se da un lato devono moltissimo a questa loro intensa esperienza, dall’altro hanno imparato che entrambi devono affrontare il contesto che più amano se vogliono davvero contribuire a cambiarlo.

È un libro raffinato, ed è uno dei rari casi in cui la veste editoriale segue in modo molto coerente il significato e l’atmosfera del testo. La sagoma dell’immagine in quarta di copertina è già di per sé più che allusiva: è il profilo di una delle prospettive più suggestive dello skyline patavino, nella quale le cupole della Basilica del Santo si sovrappongono ai tanti campanili; è il teatro perfetto per il “Medio Occidente”, per una terra, cioè, che sta in Veneto come in Siria, che non ha più le virtù della sua grande tradizione, e che, al contempo, sembra assumere i vizi delle società orientali contemporanee. La storia di Agata ha un duplice senso, uno di andata e uno di ritorno: il primo rimanda al processo possibile di scoperta di un’identità personale nelle differenze culturali, quelle tra lei e Faruq, così lontani e così vicini; il secondo richiama un risultato finale di maturazione, che nell’acquisita coscienza di una fragilità individuale e di una provenienza familiare e sociale non immediatamente rimediabili, non sa solo di sconfitta e potrebbe preludere, anzi, ad una graduale riscoperta delle origini e ad una resistenza ragionevole nel presente. Tuttavia la vicenda di Agata è anche quella di Faruq, del suo amore per lei e per la sua patria, e della sua repentina scoperta sui forti limiti di un rigore disincarnato e sradicato. Ciò che colpisce, nella narrazione, è anche il sentimento dei luoghi, che portano l’Autore ad annotare l’insopportabile stridore tra la grazia di alcuni spazi cittadini e la provincialità asfittica di chi li abita, tradendo in tal modo un grande affetto per un Veneto tutto zanzottiano. Quello di Beppi Chiuppani è un racconto da Shahrazād del Terzo Millennio: è una novella generativa, vuole indicare una via, e il suo stile è lento e invita all’abbandono, perché, giustamente, tutte le migliori agnizioni si nutrono di parole e di immagini semplici, che qualcuno potrebbe anche definire, semplicisticamente, buoniste. Ma così non è.

PS: Un buon libro suscita sempre la voglia di leggerne almeno un altro. Medio Occidente mi stimola a riprenderne almeno tre: le Lettere persiane di Montesquieu (un classico da rileggere con un nuovo sguardo); Il mondo e l’Occidente di Toynbee (una rilettura freschissima, da frequentare ancora); e Il rancore di Aldo Bonomi (prezioso suggerimento di un amico, che torna in tal modo attualissimo).

La postfazione al libro (di Raffaello Palumbo Mosca)

Una recensione (di Luca Menichetti)

Il sito dell’Autore

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La bella Clara Salvemini, fascinosa rampolla di un ricco palazzinaro pugliese, viene trovata morta: le circostanze della sua scomparsa sono misteriose. Qualcuno sa che non si è trattato di un suicidio, e sembra saperlo anche il padre Vittorio, che cerca di mettere a tacere ogni cosa. Le sue preoccupazioni sono tutte per l’azienda, implicata in delicate indagini giudiziarie e amministrative sulla discussa realizzazione di un grande complesso edilizio. La moglie Annamaria pare quasi indifferente. Ruggero e Gioia, gli altri due figli, reagiscono in modo diversamente equivoco: il primo è un brillante e precoce oncologo di fama internazionale, ed è egoisticamente seccato dall’accaduto; Gioia è ancora una ragazzina, e il suo dolore si confonde morbosamente con il dispiacere di non trovarsi lei stessa al centro dell’attenzione. C’è anche l’altro figlio, Michele, quello più strano e più difficile, quello introverso e un po’ matto, che se ne è andato da Bari e vive a Roma, e che torna nella grande villa di famiglia proprio in occasione del lutto. È lui a mettersi alla ricerca della verità – tra “figuri” più o meno degradati…. – riuscendo così a scoprire, passo dopo passo, che la morte dell’amata Clara nasconde segreti ancor più oscuri e indicibili. Alla fine resteranno soltanto macerie.

Questo romanzo è il fresco vincitore del premio Strega 2015. Si potrebbe definire come un “Twin Peaks all’italiana”, nel quale al carattere visionario delle ambientazioni alla Lynch si sostituiscono l’uso ostinato di uno stile sofisticato e la ricostruzione feroce di luoghi e personaggi naturalmente perduti. In questi effetti Lagioia è assai bravo: riesce a moltiplicarne la forza espressiva in uno schema narrativo che alterna in modo ipnotizzante voci e punti di vista, e che vuole trasmettere al lettore il senso di un giro di vite progressivo, l’impressione in un gorgo amorale che si fa via via più profondo e che si manifesta con violenza solo nelle ultime pagine. Lo scrittore, quindi, va senz’altro lodato: è un rondista sui generis – dei nostri tempi, diremmo – che crede fortemente nelle capacità nobilitanti e ordinanti della parola, ma in funzione eticamente rivoluzionaria. Nel suo tragico racconto, infatti, l’unica cosa pulita è proprio ciò che alcune critiche hanno voluto giudicare in modo troppo severo, ossia la contorsione del linguaggio, così pervicacemente letterario; ma per l’Autore è chiaro che è la disciplina della cultura il pilastro sulla base del quale ridare un senso ad una società degradata. Meno convincenti, invece, sono i profili che animano la trama, in primo luogo perché corrispondono apertamente a prospettive molto sperimentate e forse ormai scontate: l’intreccio tra sesso, droga, affari e poteri forti; l’aridità di una classe sociale senza scrupoli, che si è arricchita ad ogni costo, e di un Paese che non riesce mai ad emanciparsene; la disgregazione di una famiglia priva di amore, in cui ciascuno cerca di salvare soltanto se stesso; la purezza del personaggio debole, guarda caso il figliastro, il più sensibile e intelligente, condannato tra i reietti perché vittima di un sopruso originario, ma destinato ad un inutile riscatto finale. Soprattutto, però, l’aspetto un po’ delicato del libro è che il carattere magico e tenebroso del linguaggio non si salda del tutto a quella che avrebbe dovuto essere la conseguente raffigurazione di un’ambiguità altrettanto complessa. Sicché il cliché rischia di rimanere tale, senza diventare epico. Ma Lagioia non è Lynch, evidentemente, e non è neanche Stephen King o Joe R. Lansdale. Per poterlo apprezzare occorre essere ancora troppo colti e raffinati, e il romanzo rischia di dimostrare l’esatto opposto di ciò che – politicamente, forse – avrebbe voluto veicolare: non basta la parola (purtroppo) per fare la morale.

Recensioni (di Luca Illetterati, di Marilù Oliva, di Davide Zizza, di Matteo Bianchi)

Un’intervista all’Autore

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Ferencs Ernesto Balla è un ufficiale dell’esercito austriaco, di madre trentina e padre ungherese. Ha studiato letteratura balcanica a Vienna ed è un vero poliglotta; a casa Wittgenstein è sempre ospite gradito. Ha prestato giuramento per l’Austria felix, multiculturale e multietnica, ma la Grande Guerra sembra essere finita presto per lui: è stato ferito sul fronte russo e ha perso del tutto l’uso di un braccio. Poteva andargli decisamente peggio, perché il colpo era diretto al cuore, e soltanto il cappuccio della sua fedele penna Elmo lo ha salvato, deviando il colpo sul gomito. Eppure il suo destino deve ancora realizzarsi proprio nel bel mezzo del conflitto, perché, per le sue spiccate doti linguistiche, viene reclutato dal servizio segreto dell’Impero per infiltrarsi nell’alto comando italiano, spacciandosi per il tenente Vittorio Bottini, morto poco dopo la cattura sull’Ortigara. Comincia così, per Balla, una nuova vita di spia, dietro le linee nemiche, dove diventa presto uno dei collaboratori più fedeli del servizio informazioni italiano, del quale segue tutte le trame, specialmente dopo la disfatta di Caporetto. L’azione si svolge nelle immediate retrovie del fronte, alle porte dell’Altopiano di Asiago, tra Breganze e Marostica: Ferencs/Vittorio si integra perfettamente nella compagine del nemico, tanto da legarsi ad altri commilitoni, per i quali comincia a provare anche un po’ di ammirazione; e ha anche il tempo di innamorarsi, prima di lanciarsi nelle fasi più concitate della cruciale battaglia del Solstizio, per provare a mutarne le sorti già segnate.

Per chi mastichi un po’ di tedesco, e conosca il mondo piccolo di Bassano del Grappa, lo pseudonimo dietro il quale si cela l’Autore è fin troppo facile da decifrare, tanto più che il romanzo sembra il fresco diversivo di chi pratica assai bene la storia, le strategie, i retroscena e i teatri del primo conflitto mondiale, specialmente quelli della Pedemontana veneta. Tuttavia il libro merita attenzione anche al di là dell’inevitabile gossip su chi può averlo scritto. Le vicende di Balla/Bottini ci mettono, infatti, in comunicazione con alcuni dei più suggestivi punti cardinali di un territorio che ancora oggi porta i segni di tante battaglie. Ci invitano a visitarlo, a riscoprirlo con una rinnovata perizia, e anche a conoscerne, e frequentarne, alcune gloriose curiosità, come la fabbrica delle penne Montegrappa (ché quella di Balla/Bottini oggi si chiamerebbe così) o l’intramontabile Osteria Madonnetta (di Marostica, luogo sacro dell’eroico editore e dei suoi tanti amici) o lo stupefacente Archivio Storico Dal Molin (“pozzo senza fondo” per tanti giovani e vecchi studiosi e appassionati) o, ancora, il prezioso Museo Hemingway e della Grande Guerra (per essere scortati, anche con Dos Passos, sui campi di battaglia italiani, sotto la guida dell’imperdibile – e forse oggi introvabile – volume di Giovanni Cecchin). La scrittura di Paul Schachtbrunnen non è quella di Anne Perry, e l’impresa editoriale è veramente opera di un ardito, ma i lettori ne riusciranno compensati da alcune ore di autentico svago. Conclusivamente, vale per tutti l’invito che lo stesso tenente Balla avrebbe formulato nel suo idioma ufficiale: viel Spaß beim Lesen!

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Al pari di Giovanni Lindo Ferretti – ma con una traiettoria del tutto diversa da quella del carismatico frontman del suo vecchio gruppo – Massimo Zamboni, che anche da ex CCCP resta sempre  fedele alla linea, rivela doti narrative non comuni. In questo testo ripercorre e approfondisce, riscoprendolo egli stesso, un momento cruciale e drammatico della storia della sua famiglia: la morte del nonno Ulisse, squadrista ucciso il 29 febbraio 1944 dai GAP di Reggio Emilia. È difficile immaginare uno “scavo” più sofferto per chi non ha certo coltivato una corrispondente eredità, avendo maturato convinzioni del tutto opposte. Tuttavia la volontà di capire prevale e, tra materiali d’archivio, rievocazioni storiche e racconti popolari, Zamboni canta una lunga genealogia di creature emiliane, di universi contadini, di fortune e ambizioni individuali e collettive. Chiarire la cornice lo aiuta a inquadrare la vicenda che lo riguarda da vicino; a comprendere meglio la crescita di un ceppo familiare che con il sudore e le bestie si è arricchito e urbanizzato; a leggere le tensioni sociali nelle quali quella prosperità è stata coinvolto sin dalla fine dell’Ottocento; a interpretare l’oscura ma elementare mescolanza di ragioni ideali e vendette private in cui, a partire da quelle primitive tensioni, i tanti protagonisti della guerra di Liberazione si sono trovati immersi quasi per un destino immutabile. D’altra parte l’eco dello sparo che ha causato la morte del nonno per mano del gappista “Muso” si è fatta sentire ancora quando quello stesso partigiano è stato assassinato, molti anni dopo, da un altro gappista, anch’egli a sua volta condannato a un orizzonte di sogni, rancori e atti inevitabilmente violenti.

“L’inquietudine è questo: ricercare, senza tregua, il nome che avevi”. Con una frase di Anna Maria Ortese, Zamboni sintetizza efficacemente la ragione del suo racconto e lo stato d’animo che ne ha attraversato la stesura. È qualcosa di più, questo libro, di un tuffo nel passato e nella memoria familiari. È lo spicchio amaro di un’autobiografia collettiva, che vuole fare i conti con alcune delle pagine più nere dell’identità nazionale e che non si accontenta di tracciare di una linea assoluta tra bene e male, né, però, rifiuta di individuarne coscientemente il rispettivo campo d’elezione. Il problema, infatti, non consiste nel modo con cui i vincitori si sono imposti sui vinti: la letteratura è ampia, da Fenoglio in poi, e quanto al cd. “triangolo della morte” c’è già stato, tra gli altri, l’ottimo romanzo di Alessandro Gennari. Zamboni ambisce ad un livello diverso, che contempla il mettersi in discussione in prima persona e che, sia pur per il tramite di un’indagine quasi intimistica, proietta l’italianissimo e verghiano tema della roba nell’analisi del carattere socio-economico della guerra civile e dei suoi tanti e dolorosi strascichi. La via è quella di un’anamnesi molto esigente; non trova tregua nell’attribuzione di una colpa, perché non sarebbe un’operazione sufficiente: al fondo la questione è quasi genetica ed è proprio il canto delle origini ad indicare il punto cui riannodarsi utilmente. C’è qualcosa, in particolare, della gloriosa epopea di una civiltà contadina presto sconvolta dalle tempeste del Novecento, che va custodito comunque e che consente, se coltivato, di interrompere l’eco di qualsiasi sparo. È il grande giacimento di una padanità apparentemente perduta, così lontana e così, sempre, incombente, nella quale Zamboni si addentra da consumato esploratore, alla ricerca di un personale e sofisticato elisir di nuova vita e di buona letteratura.

Recensioni (di Marco Belpoliti, di Camillo Langone, di Andrea Cortellessa)

Direttamente dal testo: tre estratti

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Chi è Matteo Renzi? Ci hanno provato in tanti, finora, a capirlo, ad analizzarne il DNA sociale, politico e culturale, a ricostruirne la fisionomia e la genealogia. Di certo Renzi è uno che si trova perfettamente a suo agio in quello che volgarmente si chiama agone mediatico, sia perché non ci sono rivali (e neppure intervistatori…) degni di questo nome, sia perché ha l’abilità del boxeur: “è reattivo, facondo, sciolto, mai a corto d’idee”; e poi schiva le domande più rognose e attacca, col destro e col sinistro. Questa, per Claudio Giunta, è la chiave giusta. Per comprendere Renzi occorre analizzarne la strategia comunicativa. Perché il Matteo Nazionale “parla male, ma bene”. In che senso? In primo luogo, riesce a capitalizzare a suo favore tutti i più vecchi e infondati stereotipi, ma sempre ammiccanti e auto-assolutori, sul “Primato degli Italiani”; in secondo luogo, la sua innata “indole pop” e il suo entusiasmo neo-futurista si esprimono in una “affettuosa relazione con (…) tutte le cose che si trovano sotto il cielo”, suscitando empatia e compartecipazione. Del resto, Renzi “non vuole cambiare l’esistenza” degli italiani, anche perché “quasi tutti hanno troppo da perdere per volere davvero una rivoluzione”. Vuole solo spronarli a seguire collettivamente alcuni binari. Il suo ottimismo, spinto e concitato, da overachiever, si esprime con un linguaggio contaminato da più stili, che non distingue mai, ma unifica “e unificando, inevitabilmente, semplifica”; anche perché gli “è estranea, cattolicamente estranea, l’idea di conflitto”. Eppure non si può dire che sia populista: Renzi non è quello che “ascolta le parole che salgono dalla pancia dell’elettorato e le ripete”; Renzi “descrive l’elettorato attribuendogli virtù che quello in realtà non possiede; lo lusinga”. Da dove deriva, in definitiva, la sua energia? Dall’essere, forse, un seguace naturale di Napoleon Hill, intriso, per di più, dall’inesauribile afflato motivazionale dello scoutismo; o, ancor più semplicemente, un “quarantenne che conserva la mentalità, la frenesia, il linguaggio, la determinazione di quando aveva venticinque anni”, e che pertanto può essere, a seconda di ciò che la fortuna vorrà riservargli, “uno di quelli che si schiantano facendo bungee jumping” o “un condottiero”.

Quanto a contenuti, il pamphlet è molto divertente e raffinato. Quanto ad approcci, perfeziona il metodo analitico già anticipato in Una sterminata domenica e ne costituisce, se si vuole, una pillola aggiornata. Non è altro che un nuovo appuntamento con la filologia sociale 2.0 che quella prima raccolta ha inaugurato con ottimi riscontri. Essere #matteorenzi è anche ricco di spunti semi-seri particolarmente azzeccati: come quello sul confronto Renzi-Berlusconi (nel secondo, per Giunta, “c’è sempre stato qualcosa di teneramente passé“); o come quello sul rapporto tra Renzi, la cultura e gli intellettuali (“infatti venera, sentimentalmente, la Cultura, ma disprezza gli intellettuali, un po’ perché non capisce e non ama le sottigliezze, un po’ (ma soprattutto) perché detesta i mediatori”). Il pregio del libro, comunque, si apprezza specialmente nell’onestà della valutazione complessiva che il suo Autore dedica simultaneamente al proprio (s)oggetto di studio e a se stesso. Quando talvolta assume posizioni critiche ineccepibili e molto severe – come se dovesse interpretare il ruolo di un novello Adorno, scandalizzato dalla pochezza della cultura nazional-capitalistica che lo circonda -, Giunta si traveste da “amico snob”, facendoci comprendere che il giudizio negativo su Renzi è tanto fondato quanto troppo sofisticato e lontano dalla materia viva della gente. Perché è vero che, dietro questo fenomenale impasto di individualismo e buonismo, proprio la classe dei coetanei quarantenni “vede saltar fuori tutta un’atroce Italia in cartongesso”, la solita e tragica immagine della “Repubblica democratica fondata sulla Fuffa”; tuttavia, è altrettanto vero che – “come non ha mai veramente capito quel deficiente dell’amico snob” – le cose “cambiano più a forza di entusiasmo che a forza di minuti ragionamenti”. Ed è questo che dà ragione di un appeal così rischioso e così seducente.

Recensioni (di Carlo Pizzati, Annalisa Andreoni, Claudio Cerasa, Nello Barile)

Le prime pagine del saggio

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Il 2 dicembre 2014 Giampaolo Rugarli è scomparso e il giorno dopo il Corriere della sera, Repubblica, La Stampa e Il Fatto Quotidiano gli hanno dedicato il classico coccodrillo. Per chi non ne ha mai sentito parlare, gli scrittori si scoprono anche così, ed è finita, come tante altre e analoghe volte, che l’indomani ho ordinato La troga (1988), romanzo in tre atti (con prologo ed epilogo). Ma che cos’è questa troga? Anche il commissario Pantieri – il protagonista – non lo sa; gliene ha parlato un’insolita vecchina, poi trovata morta nel Tevere, e da quel momento gli sembra che la strana parola sia sulla bocca di tutti. La confusione è tanta, Pantieri si sente solo con i ricordi della sua infanzia; d’altra parte è rimasto vedovo e ora convive con l’eccentricità disarmante del giudice Biraghi. Non gli resta che provare a indagare, in una Roma umida e fangosa, colpita senza tregua dalla pioggia, ma anche da indecifrabili eventi: misteriosi attentati, apparizioni improvvise di dirigibili, febbri sconosciute, diffuse e letali, delitti più o meno celebri. È soprattutto dalla morte del dottor Gruvi, illustre primario e figlio della vecchina scomparsa, che Pantieri comprende che i tentacoli della troga sono pericolosissimi e che lui stesso è in pericolo. Le insidie, infatti, lo perseguitano e provengono da ogni dove: dal volgarissimo procuratore Conti, che pare volerlo incastrare; dalla sua ex fiamma Mirella Janca, che è diventata una prostituta; e dal marito di lei, il temibile latitante De Fiore. Oltre a ciò, non sa capacitarsi delle strane fotografie trovate nell’armadio della moglie defunta e dei bizzarri comportamenti del suo coinquilino, trasferitosi d’emblée nella nuova villetta di Lavinio. E nel frattempo le morti eccellenti non mancano e Lauro Grato Sabbioneta, il morigerato ma potente leader politico, viene rapito e spedisce ex captivitate sorprendenti missive pubbliche, che ne rivelano un’immagine insospettabile e depravata. Tra un pericolo e l’altro, ivi compresa una rocambolesca e fortunosa fuga dal carcere in cui è stato arbitrariamente rinchiuso, Pantieri giunge alla soluzione dell’enigma e alla scoperta, angosciante, dell’identità reale di Raimondo di Turenna, pseudonimo del grande capo della troga.

Con La troga Rugarli, ex bancario divenuto scrittore di successo soltanto in età matura, consegna alla storia della letteratura nazionale tre cose: 1. un commissario perspicace e saggiamente normale, quasi la reincarnazione del credibilissimo Ciccio Ingravallo di gaddiana memoria (ma collocata in una Gotham City degli Anni di Piombo); 2. l’immagine di un’Italia grottesca e irrimediabilmente compromessa, perché geneticamente consegnata alla doppiezza e all’ambizione fini a se stesse di un’intera classe dirigente (accecata dalla mistica dell’intrigo e dall’art pour l’art del potere per il potere); 3. un modello di stile sofisticato e ironico, ricco di immagini folgoranti e di una terminologia finemente cesellata, avvolgente e disorientante (come il magma stagnante che vuole rappresentare). Ammiratore di Sciascia e stimato da Volponi, l’Autore non e dei più semplici e per questo è stato anche aspramente criticato: la difficoltà della sua prosa, in effetti, può ubriacare molti lettori. Tuttavia non si tratta di un disordine inespressivo. L’abilità narrativa di Rugarli sta tutta nella riproduzione della malìa delle grandi favole, come è La troga stessa, sia pur nel suo pessimismo, e come anche la chiusura del libro vuole visibilmente suggerire. Al termine della sua perigliosa vicenda, di fronte a una deriva generale e pressoché inarrestabile, Pantieri e la sua donna si rifugiano in una antica dimensione rurale, nella quale non c’è altra ragione per sperare che non sia quella del racconto da Mille e una notte. Non è un caso che a Rugarli riesca anche di giocare, in modo civilmente blasfemo, con la memoria del caso Moro. Ecco: La troga è una delle tante, se non infinite, variazioni sul tema del grande e irriducibile, e inafferrabile, mostro nazionale, che macina ogni cosa, che alimenta la terribile e ammiccante complicità degli stessi italiani, che non può essere eliminato e che, anzi, può essere soltanto domato dalla ricerca di un racconto finalmente diverso.

Recensioni (di Alfredo Giuliani; di Alfio Squillaci)

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Un noto slogan pubblicitario interroga i telespettatori chiedendo loro se gli piaccia “vincere facile”. A chi non piacerebbe? Dopo la lettura di questo saggio, confezionato sulla base del testo di una conferenza replicata in più occasioni, si può dire che la cosa piace anche a Salvatore Settis. Perché Se Venezia muore ha tutto per strizzare l’occhio ad un pubblico sensibile, colto e attivo, e quindi anche per convincerlo – e radicarlo ulteriormente – sulla bontà delle tesi che vi sono sviluppate. Che si tratti di interrogativi forti, infatti, e su piano teorico largamente fondati, non c’è dubbio. Per quale motivo una città così ricca di tradizioni gloriose e di testimonianze artistiche e culturali altrettanto preziose dovrebbe abbracciare un modello omologante e globale di sviluppo urbano? Per quale ragione dovrebbe assecondare la propria trasformazione in un parco di divertimenti accerchiato da vistose quanto inutili vestigia di cemento? Perché dovrebbe perdere i suoi abitanti e la sua memoria? E perché la comunità locale dovrebbe smarrire la coscienza del proprio diritto alla città, consegnandone le sorti a committenze e progettisti completamente sradicati? In definitiva, l’analisi pare davvero convincente – “sounds good”, si direbbe – al punto che il capoluogo lagunare assurge plasticamente a prototipo perfetto di un caso che può riguardare, ormai, tante altre città storiche e che si presta, dunque, a simboleggiare in modo suggestivo i capisaldi delle nobili battaglie che l’Autore ha dimostrato di voler condurre finora (da Paesaggio Costituzione Cemento a Azione popolare. Cittadini per il bene comune).

A ben pensarci, però, l’approccio proposto da Settis – che sulle chiare e dichiarate orme di Henri Lefebvre, rilancia senza infingimento i toni impegnati di un classico del pensiero marxista degli anni Settanta – rappresenta ancora tutti i limiti di chi è forte nella pars destruens e debole, se non muto, nella pars construens. Non si può, certo, credere, ad esempio, che il rimedio alle tendenze degeneranti dell’architettura contemporanea possa consistere nella formulazione di un “giuramento di Vitruvio”, sul calco di quello, più noto, di Ippocrate. Ma soprattutto, di fronte alle tesi di Settis, non si può resistere all’impressione che, per far sì che i cittadini si riapproprino del loro spazio e dei relativi tesori, sia indispensabile presupporre che essi si diano tuttora come corpo autocosciente, con l’eventualità che i loro progetti si rivelino molto meno virtuosi di ciò che dall’alto della critica si può soltanto supporre. D’altra parte è assai evidente – e tanto più lo è nel caso veneziano – che di una simile collettività vi è poca traccia e che il più delle volte essa assume le fisionomie di un corpo tanto sfaccettato e frammentato quanto conservatore, nostalgico e campanilistico (giacché, come è noto, anche il riferimento alla storia, alla civiltà e alla loro tutela può scivolare nel più comodo degli alibi come della più inutile delle pose). Allo stesso tempo, è inevitabile riconoscere che la vita di una città passa per mutazioni costanti, che possono alimentarsi anche soltanto di sovrapposizioni, riusi o camouflages, ma che, come tali, ambiscono comunque a cercare identità nuove, potenzialmente molto distanti dal canone originario. I molti e curiosi nomi delle calli e dei campi di Venezia continuano a tradire un brulichio di esperienze, di vicende, di commerci e di mestieri, sovrapposti e mai del tutto compiuti. La città, in sostanza, non può nutrirsi soltanto di grandi speranze, poiché ruota, ancora e sempre, attorno ad un’insopprimibile esigenza di concretezza e di futuro effettivamente afferrabili. Se proprio si vuole percorrere la strada di una riscoperta reticolare della città, allora, rispetto alla (pur) condivisibile (ma astratta) istanza di (un?) bene comune, meglio affidarsi ad una diversa microfisica del potere e alla resistenza di tanti piccoli fatti, come sta avvenendo con successo in altrettanti Comuni italiani. Il tempo della retorica può anche aspettare.

Un’intervista all’Autore

Un’altra lettura del saggio

Per continuare a riflettere sul tema: P. Maddalena, Il patrimonio, bene comune degli italiani. Proprietà collettiva, proprietà privata e interesse pubblico (2014); P. Berdini, Le città fallite. I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano (2014); S. Marini (Edited by), Future Utopia (2015).

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Nella penisola italica del Terzo Millennio, la trama del nuovo Satyricon segue un canovaccio simile a quello utilizzato nel I sec. d.C. da Petronio. Giuseppe, giovane letterato in attesa di un fantomatico posto da ricercatore in un ateneo del Nordest, viene coinvolto in una serie di improvvise e mirabolanti peripezie. Comincia tutto per avventura, sulla strada di una festa in collina, alla quale Giorgio, suo collega, e Lucia, promettente e avvenente laureanda, sono stati invitati assieme al loro mentore, il brillante Prof. Colòt (anche se lui stesso, “appena può dice Còlot, più Mitteleuropa, gli pare”). Da quel momento in poi niente è come potrebbe essere. Un casolare si rivela un (vero) casino; c’è una bimba cinese che sembra impazzita; irrompono i suoi parenti, improvvisamente violenti e determinati, e un vassoio d’oro spunta dal nulla. Prende avvio così un viaggio periglioso, con molti colpi di scena e incontri grotteschi, dalla Pedemontana veneta a Bologna, da Roma alla Sardegna. Naturalmente, come era accaduto allo sventurato Encolpio, anche Giuseppe è colpito nella sua virilità, abbrutito da un surreale incantesimo. E naturalmente, anche in questa versione, il Satyricon è campionario di figure equivoche e spregiudicate, caricature del peggio della società che ci circonda: un gruppo di aspiranti giovani intellettuali, tanto svegli quanto cinici e alienati, e passibili di comparire a buon diritto nell’Apocalisse da camera di Andrea Piva; un mercante d’arte volgare e disposto a tutto; una setta allucinata di pazzi erotomani; uno zio ricco, losco e pervertito; un rispettabile e avido dottore di provincia; una schiera di avvenenti donne mature, tatuate, siliconate e scatenate; un imprenditore di grasso successo, eccessivo e ignorante comme il faut; un professore glamour e avvitato nei suoi sogni più fatui… Un pizzico di redenzione, alla fine, fa capolino, ma si propone, come tutto ciò che è accaduto, in forma di accidente benvoluto ma privo di senso, e veicolato da una sacerdotessa fedele e improbabile al contempo.

Se Petronio aveva inscenato una satira impietosa nei confronti delle scuole di retorica del suo tempo, Villalta – che da tempo dirige un apprezzato festival letterario – rappresenta in modo smaliziato un aperto j’accuse rivolto alla sterilità del mondo accademico. È chiaro, in realtà, che è il contesto sociale, economico e morale a fungere da bersaglio, in molte delle sue emanazioni più trash e macchiettistiche, e così anche nella sua sete inestinguibile di facile e inappagante guadagno. Ma il dito è puntato risolutamente sull’incapacità di del ceto pensante nazionale e delle sue avanguardie, che, anziché interpretare il ruolo di traino consapevole che gli sarebbe congeniale, accettano la logica più disperante delle cose e godono egoisticamente nel lasciarvisi fagocitare in forma febbrile. La voce della verità è consegnata a Giuseppe-Encolpio, che talvolta, anche nell’ingenuità con cui vive la sua sventura, si dimostra parzialmente cosciente: “La verità è che non c’è più furore. Non ci sono più i furori che trascinano le vite dentro un destino”. D’altra parte, nelle alterazioni emozionali della plastificazione, di una quotidianità temporizzata e agita dall’esterno, e degli artifici materiali e sensoriali più spinti, “nessuna divinità ci porta via” e “nessuna parola di alito e argilla” ci può più soccorrere. Quando è il racconto collettivo a venire meno, quando la storia stessa volge al termine senza plausibili spiegazioni razionali, allora non c’è spazio che per la più autoreferenziale delle finzioni, perché, alla fine, “se vogliamo davvero diventare noi stessi (…), dobbiamo inventarci tutto”. Tuttavia, queste invenzioni, le uniche possibili, tradiscono solo un senso di frustrante emulazione di ciò che è impossibile raggiungere, restando incatenate alla replica ciclica di trame da rotocalco o da tv spazzatura. Non è un caso, in proposito, che a questo romanzo manchi un vero, e maximus, Trimalcione: perché, nel quadro di una completa decadenza, al Satyricon degli anni 2000 la tagliente genialità dei classici può farsi solo desiderare e i personaggi possono esclusivamente sperare di realizzare sogni meramente proibiti. In definitiva, nonostante le premesse di copertina non fossero le migliori (nel 2014 era già uscito un altro romanzo con lo stesso titolo…), il libro è gradevole e l’Autore riesce a convincerci, oltre che sul piano dell’inventio, con una prosa sorniona, leggera e vorticosa.

L’Autore parla del suo libro

Recensioni (di Gian Paolo Polesini, Stefano Fornaro, Ida Bozzi, Alessandro Banda)

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