Le prose di Zanzotto non sono inferiori alle poesie. È un dato acquisito che i brevi saggi contenuti in questo libro avvalorano ancora una volta. Però c’è un dettaglio importante: i piccoli articoli del volume provano ulteriormente che quella che il grande autore veneto vi conduce non è l’illustrazione di una poetica nel senso comune del termine. È il tentativo di spiegare l’“irruzione dell’inatteso” (così la chiama), che, in generale, sta al principio della letteratura e che, nello specifico, genera e perpetua l’intimo rapporto dell’autore stesso con il suo paesaggio. È una relazione erotica, in primo luogo, di stampo classico. Come tale è assunzione imprevista di un fattore costitutivo del cosmo e, al contempo, fonte del “necessario appoggio” che, nell’agnizione e nella decifrazione di quel fattore, Zanzotto trova nel dialetto (epifania situata del logos). È una sorta di liebender Kampf (Karl Jaspers chiamava così la ricerca della verità filosofica…), ma con risultati inattesi e personalissimi, che scaturiscono, avvinti alla lingua madre, da una specifica armonia di natura, di uomini e di insediamenti, di esperienze e di vissuti in un certo modo ricomposti. Difendere un paesaggio, dunque, equivale a garantirsi l’accessibilità ad un imprinting e ad un linguaggio originari e, allo stesso tempo, a proteggere un equilibrio antropologico. Ecco: questo è il piccolissimo, ma importante, dettaglio che dischiudono gli interventi zanzottiani raccolti con cura da Matteo Giancotti, cui si deve anche un’incisiva e bella introduzione.   

I brani – che non seguono una traiettoria cronologica – sono ordinati in cinque parti: Una certa idea di paesaggio; Mio ambiente natale; Un’evidenza fantascientifica; Quasi una parte integrante del paesaggio; Tra viaggio e fantasia. Le prime tre sono concepite per dare l’idea di una progressione. Si passa, innanzitutto, dall’emozione di uno sguardo panico, e quindi antico, così come tradotto anche dalla grande pittura veneta tra Quattrocento e Cinquecento, alla rassegna di alcune località notevoli – e ispiranti – del Veneto di montagna, di collina e di laguna (a quest’ultimo proposito, Venezia, forse è un saggio magistrale dell’uso sapiente di un microscopio potentissimo, applicato ai tessuti apparentemente disomogenei di un ecosistema davvero unico al mondo). Si prosegue, poi, da questa topografia quasi sacra, alla constatazione preoccupata di uno sviluppo economico e urbanistico miracoloso eppure regressivo, di fronte al quale continuare ad interrogarsi, come per percorrere una strada di civismo dell’osservazione: “Bisogna capire che salvare il paesaggio della propria terra è salvarne l’anima e quella di chi l’abita”. La quarta parte è dominata da una sorta di zen della campagna, tra la figura del contadino Nino e un omaggio al poeta Luciano Cecchinel, uno dei più autorevoli sodali di Zanzotto. L’ultimo capitolo, invece, è fatto di itinerari e di visite sentimentali, nelle quali la realtà non è mai tanto ricca e autentica come quella che si può implementare per via di immaginazione e di intuizione. Segue, in appendice, la trascrizione di un documentario video girato per la Rai sul Quartier del Piave.      

Zanzotto riesce ad attirare e a sedurre anche nella lunghezza e nella ricercatezza delle frasi. I periodi ci avviluppano come se fossero felci, salici, ortensie, come se si trattasse, cioè, della verzura più disparata. Infiorescenze verbali e significati si affastellano, in un pensiero che si chiarisce solo nel corso del suo articolarsi e scoprirsi per iscritto: un po’ perché si compiace nella tentazione dell’analisi metalinguistica, un po’ perché i suoi frutti non possono mai essere veramente predefiniti. Né mancano diffusi e sofisticati riferimenti alla tradizione (a Petrarca su tutti). Chi ritiene che Best Thinking sia sinonimo di Writing Clearly è avvisato: in Luoghi e paesaggi non troverà pane per i suoi denti. E (pure) non troverà motivi di spensierata e bucolica distrazione. Non si può dire, tuttavia, che Zanzotto sia scrittore dalla formulazione involuta o noiosa. La questione si può riassumere così: poiché è lo sguardo che cattura le parole, allora, a seconda del caso, e senza che vi sia premeditazione, le parole possono essere sottilmente evocative – con la semplicità e con l’opportunità disarmanti dell’espressione dialettale, ad esempio – o tremendamente scolpite – quando il dubbio de intivarghe o no (come direbbe il Nostro) si fa più forte ed esige, in definitiva, il ricorso alla più azzeccata, densa e stratificata delle locuzioni colte. Se la ricerca si scopre nobile all’improvviso, è legittimo che anche la lingua si armi di raffinato cesello.

Recensioni (di Niccolò Scaffai, di Giulio Ferroni, di Raoul Bruni, di Silvio Ramat, di Bianca Garavelli)

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Ieri Linkiesta.it ha pubblicato un racconto di Jack London. Non l’ho ancora letto, in verità. Ero impegnato a finire La pelle dell’orso, che comincia con un tono da vecchia storia di montagna e termina, però, con immagini degne del grande cantore del Klondike e della forza severa della natura. Non sono molte pagine, pertanto decido di onorare subito il regalo ricevuto. Con buona soddisfazione. Ora, da qualche parte, in rete, vedo che Matteo Righetto è definito come il più americano dei nostri scrittori. Forse è vero. Le buie foreste e le mitiche vette dolomitiche che fanno da scenario a questo breve romanzo non profumano solo di Rigoni Stern o di Buzzati; c’è anche un pizzico del miglior Lansdale, quello de In fondo alla palude. Alla tipica novella invernale, da stufa e tisana calda, si accompagna uno spunto epico, che, anziché falsare il contesto, attribuisce alla scrittura una tinta decisamente vera e i ritmi di una sceneggiatura potenzialmente assai efficace.

L’azione si svolge nell’ottobre del 1963, nel bel mezzo della terra ladina. Il protagonista è il giovanissimo Domenico, che vive nel piccolo borgo di Colle Santa Lucia e viene coinvolto dal padre Pietro in una pericolosa caccia all’orso. Pietro è animato da un’insopprimibile voglia di riscatto; il figlio spera che, dopo la scomparsa prematura della madre, l’avventura lo possa finalmente legare al padre, divenuto scontroso e violento. E così accade, visto che la ricerca dell’enorme e diabolico plantigrade li affiata. Domenico scopre cose che non sapeva e si commuove, Pietro si comporta da vero padre e gli fa conoscere anche l’eccentrica e anziana figura di Pepi Zelger. Finché non arriva il momento che durante la caccia si fa lentamente attendere: lo scontro con la furia del terribile e grande carnivoro. Quello che succede da questo momento in poi è la parte americana del libro, tutta da scoprire, e senza che vi sia un epilogo lieto. Anche i giorni – le date – in cui i fatti si verificano acquistano all’improvviso un significato fondamentale. Domenico, così, si ritroverà immediatamente adulto, provato e sgomento, di fronte alla durezza della natura e di un destino tristissimo, certo, ma ancor più solo, scosso e disperato per la testarda stupidità degli uomini.

Si potrà dire che il libro è un po’ furbo, visto che gioca con le emozioni semplici e fortissime che solo alcuni eventi sono in grado di comunicare. Tuttavia bisogna anche riconoscere che siamo spesso assuefatti alle invenzioni più ricercate e che la grande letteratura non sta solo nel registro più difficile. Inoltre l’Autore è riuscito, simultaneamente, in tante e diverse cose: rievocare un mondo popolare affascinante e forse scomparso; descrivere colori, odori e suoni del bosco in modo particolarmente evocativo; collegare la favola alla storia, sulle orme di una tradizione italiana di tutto rispetto; sovrapporre la narrazione di un classico momento iniziatico alla rievocazione di un fatto collettivo tanto drammatico quanto decisivo per la formazione di un’intera identità territoriale. Non è poco.

Recensione (di Ferdinando Camon, di Paolo Perazzolo, di Roberto Alfatti Appetiti)

Il sito dell’Autore

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Di Ferretti conosco bene qualche spezzone musicale, gli attimi di una vita che egli stesso, a partire da Reduce e Bella gente d’Appennino, dice di aver superato. Di questi due libri, al tempo, ho avuto solo una semplice notizia, non li ho letti; e così approfitto di quest’ultimissima pubblicazione per provare a capire. Mi pongo allora, in modo scontato, la domanda che tanti si fanno: come è possibile che lo storico frontman dei CCCP Fedeli alla linea si dica oggi “montano italico cattolico romano”? Dal punk sovietico e rivoluzionario Ferretti, che ha militato anche in Lotta Continua, è passato alla devozione religiosa più osservante; ha partecipato al meeting di CL e si è spinto a frequentare Atreju; ha rotto ogni legame con i suoi ex compagni del CSI e si è ritirato in quota, nell’antico borgo natio; ha abbandonato gli orizzonti progressivi della trasgressione e della liberazione per assumere ritmi e modelli di monaco benedettino, dedicandosi ai cavalli e lavorando a Sāgā, “opera equestre” e sua ultima produzione musicale. Che dire, dunque, di tutte queste mutazioni?  

In primo luogo bisogna riconoscere che i cavalli c’entrano, eccome. A Barbarico, infatti, l’Autore avrebbe preferito il titolo “pensieri della stalla”. E non è una postura di understatement bucolico. È l’immagine dell’adesione sincera ad un canone primitivo, fatto di confini precisi, di emozioni semplici, di gesti lenti e rituali. Ed è parte, poi, di quella che ci viene descritta come una ricerca più vasta, alla riscoperta di una religiosità radicale, che non si nutre solo di ambizioni ascetiche o di illuminazioni intellettuali: Ferretti cita e rielabora il magistero papale, e la prosa talvolta assume il tono del catechismo più dogmatico. In questa visione è naturale che il passato diventi qualcosa di sbagliato, da giudicare con durezza, assieme a tutto ciò che il relativismo avrebbe prodotto nella politica, nella sensibilità collettiva, nella cultura. Qui, a dire il vero, la difficoltà di comprendere Ferretti si fa ancora più forte. Le sue non sono solo le parole di un conservatore. Questo Ferretti sembra complice di un irrazionalismo quasi codino, che in più punti accarezza con semplicismo disarmante posizioni decisamente ruvide (ad esempio in tema di aborto). A stupire, del resto, è anche qualche ardito accostamento, che suscita l’impressione, qua è là, di una generale confusione: onore al merito per la citazione de La prima radice di Simone Weil, ma pensare che una pari ammirazione possano suscitare i romanzi di Buttafuoco è davvero complesso…

C’è tuttavia, in Barbarico, anche un Ferretti pienamente comprensibile e convincente, che forse può dare qualche possibilità di spiegarsi anche all’altra sua dura controfigura. Così è quando parla, dolcemente, di sua madre, o quando rievoca la quiete delle giornate piovose, trascorse nella lettura, e le escursioni (ancora a cavallo) nei paesi ormai disabitati sul crinale tra Toscana ed Emilia. In queste pagine, passo dopo passo, ci si avvede che Ferretti, soprattutto in seguito agli scuotimenti di una terribile malattia, ha scelto coerentemente una via artistica completamente alternativa a quella precedente, con un “capriccio” di Parmigianino post-moderno: che, nel suo caso, si isola sui monti e nella fede per meditare, trovare la fonte più pura e fissare in un’acquaforte gli irriducibili contrasti delle sue spontanee ed innate intuizioni estetiche, che lo vogliono sempre sull’orlo delle estremità più acuminate. Da questo punto di vista, il Nostro può ancora dirsi Fedele alla linea (come recita anche il titolo del recente film di Germano Maccioni). E Barbarico è il diario di un artista a tutto tondo, la cui vita si mette a nudo, e le cui contraddizioni – o metamorfosi, palesate con rarissima onestà – non sono altro che angoli di un personale e raffinato atelier. Questo Ferretti incute rispetto e merita una visita, forse più di una, anche a costo di mal sopportarne il doppio così spinoso.

Recensioni (di Paolo Giordano e di Camillo Langone)

Sull’opera equestre di Ferretti (da lastampa.it, ilsussidiario.net, tracce.it)

Due interviste all’Autore (da lettera43.it e da ilfattoquotidiano.it)

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I motivi per leggere questo poliziesco possono essere due. Innanzitutto si avvicina l’inverno, e quindi non c’è niente di meglio di un romanzo ambientato in luoghi in cui il freddo è senz’altro uno dei protagonisti. Oltre a ciò, non si tratta del solito giallo nordico: la trama è intrigante, ma il punto di forza è la capacità di incuriosire il lettore sulla storia, sui costumi, sulle condizioni attuali e sulla rappresentanza istituzionale della popolazione di etnia Sami, ossia di quelli che noi definiamo come Lapponi. È questo antichissimo e misterioso “popolo delle renne” a prestare alle pagine del romanzo tutto il suo innegabile fascino. Non mancano, in verità, alcuni elementi scontati: la critica per le storiche politiche di assimilazione forzata condotte dagli stati scandinavi; il mito di una cultura profondamente semplice e incontaminata; l’accusa alle tendenze xenofobe dei partiti di ultra-destra e alle spregiudicate operazioni industriali e commerciali poste in essere dalle multinazionali minerarie. Tuttavia, la magia dell’ambientazione regge, e così possiamo salutare il debutto di un nuovo team investigativo.

Klemet e Nina formano una delle tante pattuglie della polizia delle renne, che, come espressione volta a tutelare la minoranza Sami, non ha confini, e quindi può muoversi tra Norvegia, Svezia e Finlandia, per prevenire e dirimere i conflitti tra gli allevatori di questi particolari e vaganti capi di bestiame. Lui è un Sami, ed è un poliziotto esperto; lei è della Norvegia meridionale, ed è al suo primo incarico artico. Gli eventi li portano ad indagare su due fatti indipendenti ma pressoché concomitanti: il furto di un rarissimo tamburo rituale da un museo di Kautokeino; la morte violenta di Mattis Labba, un solitario e ambiguo allevatore della zona. Alcuni sospetti sono troppo facili e rischiano di riacutizzare il dolore di una discriminazione ancora imperante. Le reticenze dell’anziana Berit e l’ostinato silenzio del solitario Aslak non semplificano le cose. Nel frattempo, arriva sul posto un geologo francese, e le sue trame sembrano infittire i nodi da sciogliere, intrecciandosi con i disegni non certo nobili del vecchio Karl Olsen. È la memoria del popolo Sami, custodita nel prezioso tamburo, a mettere i due partner sulla strada giusta, aiutati dalle tracce di una vecchia spedizione scientifica, dai caratteristici joik del vecchio zio Ante e dall’expertise di una ricercatrice a dir poco granitica. La conclusione è quasi matematica, nel senso che si lascia facilmente attendere ben prima della fine del libro, con una chiusura che è lieta solo in apparenza e che ripete ancora una volta un’inarrestabile e tragico destino di sopraffazione, sgomento e abbandono.

Un recentissimo convegno sui diritti delle popolazioni indigene

Il “caso della diga di Alta” (di cui si parla anche nel romanzo)

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Il poeta che è unanimemente riconosciuto come una delle voci più importanti della scena letteraria dell’ultimo secolo si è cimentato anche con la prosa, in particolare in un “pugno” di brani molto suggestivi, dal sapore quasi antico. Ripubblicati pochi anni prima della sua scomparsa, questi pezzi minori di Zanzotto possono rivelare l’esistenza di un “dietro le quinte” che invoglia a rileggerne i versi più noti con rinnovata soddisfazione. Grande capacità riflessiva, serena attitudine all’indagine introspettiva, tenace amore per le immagini del paesaggio, nostalgia per una semplicità perduta da ritrovare nella più viva prossimità alle epifanie di una natura sempre toccante: i racconti raccolti in questo piccolo volume – che risalgono al periodo 1942-1954 – recano tracce sensibili di quelli che sono i luoghi più ricorrenti del grande autore di Pieve di Soligo.

Degli scritti che si presentano sotto il titolo Le signore, si ha l’impressione di tornare al piccolo mondo di Fogazzaro, condito, però, di intuizioni ironiche e talvolta moraleggianti, come quelle che si potrebbero attingere dalla grande tradizione che accomuna Čechov a Maupassant. La scomparsa di Ciankì e il successivo Ero farfalla sono piccoli capolavori di dolce sarcasmo (e pare quasi che si voglia quasi fare il verso all’ipotetica montagna incantata della piccola borghesia italiana). Degli altri testi: Sull’altopiano è una vivida e perfetta rassegna di emozioni tanto pacate ed elementari quanto traboccanti; Parlami ancora reca la testimonianza di una madeleine veneta per eccellenza, tanto povera quanto essenziale; Autobus nella sera sembra riprodurre un quadro di Hopper in salsa neo-realista; Segreti della pioggia e Idea dell’autunno sono canti di un Lucrezio moderno; 1944: FAIER è un inno alla memoria e alla storia dei più umili, e un monito per la loro custodia…

Una pagina segue l’altra senza difficoltà, fino alla fine, in un alternarsi di prose che sono disordinate solo in apparenza e che si chiudono nel brevissimo Il vigneto, spontanea rappresentazione del tempio segreto in cui sempre ci piace immaginare Zanzotto, alla ricerca delle sue Muse. Letta oggi, l’ultima frase di questo racconto, e così di tutto il libro, diventa, per il grande poeta, il migliore degli autoritratti: “Ero raccolto e folto in me, mi perdonavo, mi lasciavo dire sì, mi accoccolavo nel vivere, mi accucciavo inerme nel vivere, ma esso continuava come a darmisi dall’esterno e dal mio intimo, ed ero portato fuori, comportato da tutto e nulla, nel verde, nell’inaccessibile dei colli, nel loro socchiudersi senza fine”.

Recensioni (di Sergio D’Amaro, Domenico Cacopardo, Giuliano Gramigna – ma, in quest’ultimo caso, sull’edizione Neri pozza…)

Ritratto di Zanzotto (a cura di Marco Paolini, regia di Carlo Mazzacurati, 2009)

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Scopro Jim Harrison in un documentario mandato in onda su Rai5: è la versione italiana di un programma francese, e François Busnel intervista questo splendido ceffo leggendario, da scrittore di foresta, lago e prateria. Prendo il primo dei titoli disponibili in libreria e mi immergo in una lettura che non sopporta interruzioni. Nulla di avvincente, in verità; è soltanto, e tremendamente, profondo. Forse è un giudizio banale, ma ormai abbiamo occhi e orecchie troppo sofisticati, e ciò che Harrison vuole fare è, come suggerisce anche il volume, riportarci sulla terra, in un punto cui tutti, prima o poi, dobbiamo passare.

È diviso in quattro parti, una per ciascuna delle voci che prendono la parola esprimendosi in prima persona. Al centro delle riflessioni c’è Donald, che inaugura la narrazione mettendoci subito di fronte ad una situazione difficile: ha quarantacinque anni e il morbo di Gehrig, sta per morire, e deciderà di farlo. La sofferenza è nuda, ma lo sono anche l’anima e la memoria, quella personale e quella della sua gente, perché Donald è mezzo finlandese e mezzo indiano, di etnia chippewa. Il secondo a prendere la parola è K, il nipote, atletico, selvaggio, ma anche sensibile e intelligente, vicinissimo allo zio e ancora un po’ allo sbaraglio; di fronte alla morte, di fronte alla prematura scomparsa del padre, di fonte all’amore che prova per la cugina Clare, la figlia di Donald. La terza voce appartiene a David, il fratello di Cynthia, la moglie di Donald, e il figlio del ricco signor Burkett, per il quale Donald e il padre Clarence facevano alcuni lavori di casa. È una voce naïf, piena di interrogativi, cronicamente depressa, alla costante ricerca di un’espiazione artificiosa, e distrutta dalla terribile figura del padre, che a sua volta ha distrutto la vita di Vera, la donna messicana di cui è innamorato. Chiude il libro Cynthia, in un crescendo di consapevolezze sul suo rapporto con Clare, sul rapporto tra Clare e la memoria di Donald, sul suo essere madre e donna, sull’assoluta e disarmante dimensione dell’esistenza.

Non è un romanzo facile. Oso confessare che la prima parola che mi è venuta in mente tra una riga e l’altra è panpsichismo, che è nozione, però, troppo europea per fare al caso nostro. Tutto fuorché facile, quindi. La seconda parola, invece, è stata Nordamerica, perché è vero che pensando a Harrison il pensiero va a Hemingway e a Faulkner (ma la critica sugli ideali fondativi della radice USA e sui suoi sogni così erroneamente concreti e così volatili fa quasi pensare anche a Caldwell e a Dreiser). Il fatto è che questo scrittore, a cui piace parlarci di orsi, di boschi, di vento, di spiriti, di tende e di nativi americani – a proposito: indimenticabile la figura di Flower, zia di Donald –, è estremamente e naturalmente colto, perché attinge alla ricchezza di un ordine primordiale che è oltre i pericoli della corruzione morale e che sembra contenere ogni cosa e ogni esperienza. Non abbiamo soltanto bisogno di natura, ma anche di aedi e di racconti che ce la rendano ancora una volta il comune e fatale paradiso perduto. Harrison fa al caso nostro. Chapeau!

Recensioni (di Christian Verzeletti, Sergio Pent, Will Blythe)

A pranzo con Jim Harrison

Due lunghe interviste: su The Paris Review e Outsideonline.com

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Il fascino di questa baleneide è grandissimo. Dopo una tigreide altrettanto avvincente, Einaudi rende disponibile al pubblico italiano un ulteriore e ottimo pezzo di non-fiction su uno degli animali più misteriosi e affascinanti del mondo. Nel testo, certo, la presenza di Melville è ingombrante. Ma si tratta di uno spontaneo e mitico riferimento obbligato, che Hoare sa dipanare abilmente come filo rosso di innumerevoli e interessantissime divagazioni: letterarie, storiche, antropologiche, economiche, naturalistiche… Da Nantucket alle Azzorre, da Cape Code all’Australia, si viene condotti, a colpi di pinna, sui ponti delle navi baleniere, tra le pagine di Hawthorne e Thoreau, nelle profondità degli oceani, lungo le viuzze dei piccoli grandi porti del New England e dello Yorkshire, all’interno delle misteriose e bizzarre stanze di collezioni e musei più o meno famosi. La suggestione è totale, tanto che la lettura – specialmente se compiuta tra gli scogli, in una breve ma intensa pausa agostana – non può che suscitare un’impressione simile a quella provata dall’Autore al suo primo contatto con il mammifero gigante: ”La balena mi ha respirato addosso: è come un battesimo” (p. 30).

Questo bel libro è adatto, in primo luogo, a tutti coloro che siano attratti dalla curiosità di sapere quali e quante risorse potevano essere estratte dal corpo di una balena: bastano poche pagine per capire perché i cetacei sono stati per lungo tempo il grande motore delle esplorazioni e dei commerci più redditizi e arditi. Ma le sorprese per il lettore comune sono molteplici: le balene non sono tutte uguali, sono capaci di performances estreme, possiedono un complessissimo sistema di comunicazione e di caccia, sono assai longeve, tendono a dare un forte significato ai legami familiari e di gruppo. Soprattutto, poi, hanno sempre esercitato, per l’uomo, un’irresistibile forza magnetica e un efficacissimo fattore di circolazione di tecnologie e di idee, veri dispositivi euristici ed efficienti agenti globalizzanti prima che la globalizzazione venisse teorizzata; ovvero, e meglio, prove tangibili e vaganti di un’umanità universale che sempre è esistita e che oggi, davvero, non può più trovarci indifferenti. Ecco, dunque, perché occorre prendersi cura di questi giganti compagni di viaggio: essi sono i custodi di un patrimonio che ci riguarda molto da vicino.

Recensioni (di Fulvio Ervas, Luigi Mascheroni, Alberto Manguel, Nathaniel Philbrick, Rachel Cooke, Doug Johnstone, Jonathan Mirsky)

Il blog dell’Autore

Riascoltare (in formato audiolibro) e rivedere (nel kolossal di John Huston) Moby Dick

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A volte sono le situazioni a rammentarci tutta l’importanza di certe parole. E ciò può valere anche per alcuni versi, di cui ricordarsi proprio nei luoghi e nei gesti da cui essi volevano deliberatamente scaturire. Per chi li ha scritti, sono il prodotto più sincero di spazi e di momenti precisi. Sono il frutto, ad esempio, della fatica di percorrere un sentiero e di sperimentare in questo modo i movimenti sincronici e coordinati della camminata, e quindi anche della poesia, come ritmo congeniale di un equilibrio psico-fisico e come piena compartecipazione al destino delle cose. “La lirica è natura” – scrive Paola Loreto all’inizio di Attraversata in quota (p. 66) – “La stessa che mi abita / se metto con cura / un passo dietro l’altro”. È proprio vero. Questo libro si può capire solo affrontando la salita, il sudore e il contatto con tutto ciò che ci viene incontro nel percorso e che, forse, a sua volta, non si può comprendere, se non per mezzo di rapide intuizioni, magari con l’aiuto di questa limpida guida sentimentale alla montagna e alle sue altitudini, geografiche e mentali.

È una questione di direzioni, di scenari, di obiettivi, di motivazioni, di tutto ciò che è utile per il quotidiano Corpo a corpo (p. 72) cui siamo chiamati: “Perché quando procedi con fatica / su un sentiero che si inerpica sul monte / spezzato dal vento sferzante, / i capelli appiccicati alla fronte / e le dita intirizzite, / sei vicina alla vita”. La montagna è come una palestra, dove potersi misurare, ricostruire, ritrovare e temprare; un posto personale ma anche universale ed immutabile, del quale provare nostalgia e nel quale avvertire meraviglia, comunicandole con voce semplice e pulita; uno strumento per orizzontarsi e per gridare all’amore, almeno Fin che c’è (p. 95), visto che “La fine arriva sempre inaspettata / e non c’è verso di prepararsi: / si può solo star pronti a disfare il distacco, la fitta, il delitto”. Nel frattempo, resta la vetta, il punto d’arrivo, che è sempre la nuova scoperta, e che nello stesso tempo si rivela come metafora di un intenso dire di sì, a tutta la vita, a tutte le sue cose, belle o brutte, al senso immediato, intrinseco e spontaneo del viaggio, dell’ascesa e delle sue tappe.

Recensioni (di Gabriele Gabbia, Ottavio Rossani, Maurizio Cucchi)

Il sito dell’Autrice

Formula alchemica

Fondamentale

è come ti issi

sul piede

quando hai fatto

il passo.

Quanto peso porti

avanti e in alto.

Quanto equilibrio

domini. L’agilità

che elargisci. La fuga.

Fai leva sulle punte o

appoggi anche il calcagno.

Interrompi la corsa o

è uno il circolo del moto

il cerchio dei movimenti?

Alterni gambe e braccia:

mani che stringono

manopole, petto

che si alza e abbassa

a un ritmo eguale

di elastico ben teso

ma non esasperato

mai senza fiato.

Non c’è un uomo con te.

Non esiste la stessa ratio

peso/muscolatura

a ripeterti, identico,

altrove. È non c’è

calcolo, misurazione

che tenga del tutto:

che ti preveda

che ti programmi

che dica il vero.

Sei un organismo:

un individuo che sale

leggero o meno.

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Una bella copertina griffata, che allude ad un gioco di sovrapposizioni, di colori e di orizzonti: così si presenta questa raccolta di 43 poesie, tutte volute nel segno, a ciascuna corrispondente, di 43 avverbi, realmente esistenti o frutto della più fervida fantasia, e costruiti per concludersi sempre in “-mente” (da Fanciullesca mente a Amorosa mente). L’artificio, da solo, esige già un plauso: non è un vezzo, infatti; non è, cioè, un vero artificio. È un rimando costante e strutturale, dall’intuizione alla sedimentazione, dallo svolazzo arguto al progetto meditato. L’Autore non vuole piacere “e basta”. Vuole innescare fiaccole di pensiero, aprire porte di comunicazione con mondi e universi alternativi, con possibilità di vita che non sono nascoste e che si attingono direttamente dalle più scontate assonanze, dai più comuni battiti del cuore, dai suoni e dalle parole più semplici. La chiave sta nel lasciarsi coinvolgere da ciò che ci circonda, e nell’interrogarsi, un po’ smarriti, come nel bel mezzo di un volo imprevedibile di storni, così bene evocato nel pezzo che dà il titolo all’intero volume.

Le scorribande di questo libro, ad ogni modo, garantiscono anche istanti di sano divertimento. Ma è bene ribadire che in Francescotti la letizia e la facilità della scrittura non si accompagnano al disimpegno. La ricerca dell’associazione, dell’immagine suggestiva, non riduce mai lo spazio della riflessione; essa apre, invece, anche al lettore, la strada di una traccia da seguire, di una sollecitazione altra, da scoprire, coltivare e non dimenticare. Può trattarsi della via per riappropriarsi di un antico rapporto, con la natura come con gli uomini; può essere l’itinerario di un bilancio, lo schema di un conto personale che finisce per specchiarsi inevitabilmente anche nei nostri pensieri; e può risolversi anche in un moto di indignazione o in un gesto d’affetto o, ancora, in una dolce rimembranza. Comunque sia, la lingua segue ed incentiva tutte le direzioni, con una naturalezza che, anche in questi componimenti, pure scritti in lingua italiana, sembra il più limpido effetto del lungo e spontaneo esercizio nella lingua madre, del quale il poeta trentino è da tempo un riconosciuto maestro.

Una recensione (di Lilia Slomp Ferrari)

La poesia civile di Renzo Francescotti (di Silvano Demarchi)

Ordinata mente

Hanno una gentilezza smemorata

questi villini Liberty

dietro gonne e crinoline di siepi

a difendere il loro riserbo.

Sono le ore del diserbo.

In fuga per poco i cinguettii

hanno lasciato il posto a voci metalliche:

come di picchi i versi dei becchi

di forbici e cesoie.

All’ombra di cappelli di paglia

dietro occhiali di protezione

concentrati

gli occhi di maschio e femmine

a geometrizzare cespugli e chiome

a fare guerra allo scompiglio

ordinatamente

a ridurre a un ordine antropico

il disordine della natura

scultori che scolpiscono

l’impatto vegetale riducendolo

al bassorilievo e al tuttotondo.

Nell’ordine c’è tregua?

Romba in alto il caos del mondo.

—-

Fuor-di mente

Lo scarto dice il dizionario è

l’eliminazione di ciò che non serve

la carta da gioco rifiutata

l’oggetto non riuscito o ormai inservibile.

Invece io amo lo scarto

del cavallo che avverte il pericolo

del calciatore che salta l’avversario

della gazzella inseguita dal ghepardo

che scartando si salva la vita

l’idea scartata non funzionale al sistema

gli uomini scartati globalmente

esiliati ad ultimi

lo scarto delle molecole che fluttuano

in un’organizzazione nuova.

Tutto questo io amo

fuordimente.

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Ho scelto di leggere questo recentissimo libro di Moresco per tre ragioni: 1) L’incipit: “Sono venuto qui per sparire, in questo borgo abbandonato e deserto di cui sono l’unico abitante”. È una tentazione che talvolta si fa strada anche nel mio animo; e anche il gruppo di case diroccate descritto nelle righe immediatamente successive corrisponde ad una suggestiva combinazione di due diversi luoghi cui penso spesso proprio come improbabili, e per questo perfette, sedi di rifugio. Perché non provare ad immergervisi sin d’ora? 2) La prosa di quest’Autore: ero rimasto ammaliato, ma anche travolto, da Canti del caos. Mi sono sempre chiesto come poter rivivere la stessa intensità, senza però correre il rischio di riuscirne completamente soverchiato. Ecco la soluzione: la dimensione molto più contenuta di quest’ultimo pezzo invita ad un’esperienza potenzialmente assai più proporzionata e non meno profonda. Perché, quindi, non dedicargli un pomeriggio? 3) Il titolo: nella sua semplicità ha evocato subito immagini familiari e riflessioni avvolgenti, ma anche un enigma da risolvere, un punto lontano da mettere a fuoco, un tema ricorrente e dominante che se ne sta sempre acceso e che richiama attenzione, silenzio e rispetto, ma anche un sorriso curioso; come quando ci si ritrova, da bambini e forse anche oggi, di fronte alle candele che stanno in chiesa di fronte ad un altare. Perché, allora, non capire come va a finire?

Pur sorretto da queste motivazioni – che per ogni comunissimo lettore appartengono al novero di quelle incrollabili – sono rimasto un po’ deluso. Il problema non è la linearità estrema della storia, che è tale soltanto per chi si accontenti di un’impressione totalmente superficiale: la storia, in sostanza, non è solo quella di un uomo che, nel buio di un luogo immerso nel bosco, vede una piccola luce all’orizzonte, cerca di capire quale ne sia fonte, scopre che si tratta di un misterioso bambino e si trova quasi affascinato dal contatto con il mistero della morte che gli si palesa allorché viene a sapere che quel bambino altro non è che un fantasma. La storia è tutta nel palco in cui si rappresenta, nell’abbraccio di una natura aggrovigliata e piena di vita e di domande che restano quasi sempre senza risposte; di una natura che, alla Lucrezio, solo l’immaginazione può sondare nel modo più corretto, così come è vero che anche l’esperienza umana vi è pienamente immersa e si nutre di nessi e di abissi razionalmente non spiegabili. L’ambiguità e il carattere allusivo, ma irrisolto, del finale proprio questo vogliono mettere in scena. Tutto ciò – l’effetto complessivo, intendo – è pienamente riuscito e degno, quindi, della più grande stima.

Eppure devo registrare che La lucina ha un grosso punto debole. Nonostante lo stile sia perfettamente adeguato alla materia e al senso che si vuole comunicare, ciò rischia di continuare ad ingenerare l’idea che Moresco sia solo “un grande maestro della scrittura”, come vuole ribadire anche la quarta di copertina (che peraltro si macchia anche del “crimine” di richiamare troppo facilmente Leopardi e il Piccolo principe: è vero che la tradizione letteraria, in Moresco, è il fondamento primo; ma l’uso pubblicitario di alcuni riferimenti, in questo caso, è troppo astuto ed ammiccante). Come si è detto, invece, c’è dell’altro in questo libro, e anche se al cospetto di una vicenda letteraria che non è più agli esordi e che si è ormai composta, anzi, di migliaia di pagine occorre riconoscere che l’Autore nutre ancora troppa fiducia nel potere seduttivo della parola. Il suo tema è molto più secco e cerebrale; non è il soggetto di un dipinto rinascimentale, è il frutto di un sofferto lavoro di incisione, con il quale il dialogo è sempre aperto, sempre immutato, sempre classico. Moresco è un autore antico: quando il verso seguirà il pensiero, potremo acclamarlo di tutto cuore.

Nota di lettura su La lucina (di Silvana Farina)

Una recensione (di Laurent Lombard)

L’Autore presenta la sua opera in libreria e a “Che tempo che fa”

Un’intervista radiofonica (di Rossana Maspero)

Antonio Moresco in dialogo con Walter Siti: parte 1, parte 2, parte 3 e parte 4

Un approfondimento su Moresco

Attualità di Moresco (di Luca Cristiano)

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