La storia prende avvio a Venezia, nel 1565. Giovanni è anziano, ma quando viene a sapere che al cimitero di San Zaccaria stanno riesumando i cadaveri corre subito sul posto, per continuare a celare il segreto che Gregorio Eparco, il suo vecchio precettore bizantino, gli aveva consegnato. Si tratta di un libro, che era stato nascosto proprio sotto la testa del defunto maestro e che nessuno avrebbe mai dovuto leggere. Ora la curiosità di Giovanni è tanta, e così la lettura ha inizio. È una sorta di diario, tenuto dallo stesso Eparco nei mesi e nei giorni che hanno preceduto la caduta di Costantinopoli, nel 1453, ad opera dell’esercito turco guidato da Maometto II. Gregorio racconta moltissime cose: di quanto fosse grande la Città; dei mercanti genovesi e veneziani che vi risiedevano; della sua amicizia con Malachia Bassan, un arguto ebreo veneziano, socio in affari; delle strategie che l’ultimo imperatore, Costantino XI Paleologo, ha cercato di mettere inutilmente in atto per evitare ciò che a tutti sembrava ormai inevitabile; della potenza, della determinazione e della crudeltà degli assedianti; dei tanti coraggiosi, greci e non, che hanno cercato di opporvisi; della sensazione imminente e tragica di un crollo generale, delle difese della Città come di un’intera civiltà. Soprattutto, però, Gregorio racconta della missione di cui si sente improvvisamente investito: salvare dal prossimo saccheggio le dieci più sacre reliquie della cristianità, da sempre custodite a Costantinopoli e celate agli appetiti di qualsiasi invasore. Con l’aiuto e la freddezza di Malachia la ricerca comincia, tra antiche pergamene, spedizioni notturne e timori sempre crescenti. L’esito di tanti sforzi è ciò che il lettore insegue fino alla fine, nelle ultime righe, quando, sorprendentemente, dopo quasi seicento pagine di racconto, si sente ancora la voglia di continuare a leggere e di saperne di più.

Con questo romanzone – che vuole espressamente porsi quale prologo di nuove avventure – Paolo Malaguti ha compiuto il processo che si intuiva sin dal suo debutto e che era emerso in modo molto chiaro specialmente nell’opera seconda: lo scrittore cercava una dimensione, un respiro e una tecnica adeguati alla propria ispirazione, e adesso, con tutta probabilità, le ha (felicemente) trovate. Qualcuno direbbe che La reliquia di Costantinopoli è un grande affresco storico. In parte lo è, sicuramente, per lo sforzo ricostruttivo, per la cura dei particolari, per l’attenzione alla caratterizzazione dei personaggi, alla cui umanità minuta l’Autore si dimostra particolarmente attento. Altri, al contempo, potrebbero sentire la tentazione – e sarebbe la cosa più semplice da fare – di collocare Malaguti tra Ben Kane e (perché no) Umberto Eco: come a dire “tra le gesta degli antichi e i segreti dei Templari”. E qualcosa di vero c’è anche in questa valutazione. A ben vedere, tuttavia, il quadro non sarebbe del tutto corrispondente alla realtà. Lo spazio di Malaguti, innanzitutto, non è l’affresco, è l’arazzo; e non si tratta di un arazzo come ce lo immaginiamo comunemente. Forse la sua trama, la sua estensione e i suoi disegni si avvicinano a quelli della famosa tessitura di Bayeux, che non ha solo lo scopo di stupirci, ma vuole darci il senso di un’epopea gloriosa che trascorre, che si è consegnata a testimoni che spesso non ne sono del tutto coscienti e che promette di arrivare intatta fino ai giorni nostri. Ciò che vi si racconta, quindi, non è soltanto cosa da thriller medievale. Certo, c’è il divertimento; e c’è anche il gusto per l’intrattenimento di un pubblico che è pronto ad apprezzare tutte le astuzie narrative di genere (dal collaudatissimo escamotage del “manoscritto ritrovato” al cliché del tesoro scomparso). Come per Gregorio Eparco, però, anche per Malaguti il mandato è altro, e del tutto peculiare, oltre che attuale: salvare la tradizione, farcene apprezzare le movenze profonde, farla rivivere – “nella confusa caducità dei tempi presenti” (p. 194) – attraverso le complesse interazioni socio-culturali di cui essa si è sempre nutrita e da cui possiamo ancora abbeverarci, perché i suoi segni ci sono incredibilmente vicini. Se a questo fine serve essere lunghi, minuziosi, quasi lenti nel procedere, allora ben venga anche la mole di libri come questo: alle pietre angolari di un solido progetto narrativo può convenire una certa stazza; e in questa confidiamo anche per la tenuta dell’edificazione futura.

Una recensione (di Nicolò Menniti-Ippolito)

La presentazione del libro (alla libreria “Palazzo Roberti” di Bassano del Grappa)

Una “pillola” sulla caduta di Costantinopoli

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François insegna letteratura francese in un’importante università parigina ed è specializzato nel diciannovesimo secolo. È il massimo esperto dell’opera di Huysmans, al quale ha dedicato i lavori che gli hanno meritato la cattedra. La sua quotidianità di accademico e di scapolo si divide tra le lezioni, la scrittura di qualche articolo per una rivista specialistica e i pasti precotti, consumati in solitudine nel suo centralissimo appartamento. In questo quadro socialmente autoreferenziale, l’unica variazione è il rapporto con la giovane Myriam, l’ultima delle sue tante avventure. Quella di François, evidentemente, è una condizione di autentico galleggiamento, se non di noia. Ma i tempi in cui vive – in un futuro prossimo e non molto lontano rispetto al presente – paiono scossi da evoluzioni inaspettate. In Francia le elezioni presidenziali sono imminenti e si respira l’aria di un conflitto del tutto inedito. Il Fronte Nazionale è cresciuto ed è dato per vincente, ma il partito della Fratellanza musulmana sta superando la sinistra, accreditandosi per il secondo turno come unico concorrente, magari in soprendente alleanza con i liberali e con la Gauche. È il momento della paura e del riposizionamento, per una fetta consistente della società civile e soprattutto per gli intellettuali e per lo stesso François, che devono fare i conti con i possibili vantaggi che può comportare lo schierarsi dalla parte del presumibile vincitore. Sarà poi così brutto vivere in un regime favorevole all’Islam? Mentre il paese è attraversato da disordini e pericoli di vario genere, anche per effetto delle azioni di guerriglia di un fantomatico Movimento identitario, il nostro docente vaga nella provincia francese e cerca riparo in Huysmans, provando a ripercorrerne la strada di decadenza e redenzione. Ma anche Myriam lo lascia, per trasferirsi in Israele con la sua famiglia (dato il clima non del tutto favorevole per gli ebrei, a prescindere da quale sarà il vincitore delle elezioni), e l’aridità dell’esistenza di François non ha altro sviluppo se non quello della dolce resa nelle braccia del più forte, quelle di una nouvelle vague islamica che si sta appropriando sin d’ora di tutte le istituzioni culturali e formative. La sottomissione si fa irresistibile.

È il romanzo che più ha fatto discutere in questo primo scorcio d’anno: un po’ per la tragica coincidenza tra l’uscita in libreria e l’assalto armato alla redazione di “Charlie Hedbo”; un po’ per la prospettiva quasi profetica sul modo in cui la società colta dell’Occidente potrebbe ben presto arrendersi ad un’egemonia di matrice musulmana. Sono nuances che hanno assicurato al testo curiosità e successo, e che hanno subito consegnato l’Autore ad un rigoroso programma di protezione. Tuttavia Houellebecq si può capire solo con Houellebecq, e il fulcro di questa sua ultima storia non è tanto nell’impostazione distopica (di per sé affascinante), bensì nella costruzione del debosciato protagonista e nella scelta del parallelo con l’eroe letterario del decadentismo francese (peraltro significativamente incompiuto: François non riesce a convertirsi). Lo sguardo critico del romanzo – che, se si vuole, rispetto ai precedenti, può anche apparire più deludente, privo, cioè, del consueto sale che rappresenta, in uno con la sua ferma determinazione à la Céline, la cifra inconfondibile di Houellebecq – è sempre lo stesso, ancora una volta: la vacuità e l’abiezione che si nascondono nell’insensibilità di vite dominate dal benessere e dalla presunzione. È solo, dunque, per una pura (anche se azzeccata) coincidenza “fantastorica” che la sottomissione in parola ha a che fare con il timore (oggi senz’altro serpeggiante) per il successo, a forti tinte identitarie, di un nuovo paradigma socio-politico. Questa diversa sottomissione, infatti, non va confusa con il presagio di un dominio islamico sull’Europa; essa deriva dallo stato di esiziale abbandono cui è predisposto un individuo già privo di personalità, eppure convinto di una sua superiorità razionale. A duecento anni dalla morte di de Sade, l’impressione che la sottomissione di Houellebecq sia innanzitutto il frutto della medesima e cronica patologia del soggetto moderno, quale messa in scena dallo spietato Marchese, è confermata dalla lucida descrizione che ne fa uno degli interlocutori di François, il preside Rediger: che, non a caso, pur riconoscendo che i suoi nuovi “correligionari” musulmani “potrebbero giudicarlo blasfemo”, affronta di proposito la prospettiva erotica e masochistica, e si spinge in un confronto tra la sottomissione dell’uomo a Dio “come la contempla l’Islam” e la sottomissione della donna all’uomo “come la descrive Histoire d’O” di Pauline Réage (alias di Dominique Aury). Ecco, quindi, “l’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta”. Non è dei migliori, questo Houellebecq, certo; ma non c’è niente di male nel dire che, talvolta, un buon libro si può rivelare anche sotto la forma del più stagionale dei bestseller.

Recensioni (di Alessandro Baricco, di Fabrizio Sinisi, di Giuseppe Rizzo, di Emmanuel Carrère)

Un’intervista all’Autore

Un’intervista al traduttore

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Nella Gerusalemme di fine 1959, Shemuel Asch, giovane e goffo intellettuale socialista, sta lavorando a una tesi di dottorato su “Gesù in una prospettiva ebraica”. È in difficoltà: non riesce ancora a capire quale possa essere questa prospettiva, che tuttavia lo affascina; la ragazza lo ha lasciato, per sposarsi con un suo ex; e ancora, come se ciò non bastasse, la ditta del padre è fallita, così la sua famiglia non può più aiutarlo a pagarsi gli studi e l’alloggio. Decide, allora, di abbandonare la ricerca e di rispondere a un annuncio che ha letto in un caffè. Si trasferisce in una vecchia casa ai confini della città, dove deve badare a un anziano, malato e loquace signore, Gershom Wald, tenendogli compagnia, e dove conosce Atalia Abrabanel, che vive con il vecchio e che sembra custodire molti e grandi misteri. Le cose, in effetti, stanno proprio in questo modo. Perché Atalia è la figlia di colui che gli israeliani considerano un grande traditore, dell’uomo, cioè, che si era opposto alla creazione del nuovo Stato. Il padre Shaltiel sognava la convivenza pacifica tra ebrei e arabi; per questo era stato trattato come i cristiani avevano trattato Giuda, l’apostolo prediletto dal Cristo e il più infedele al contempo, la figura su cui Shemuel, il dottorando in crisi, medita incessantemente. Ma ciò che più lo assilla – stretto tra la preoccupazione per le sorti del suo tormentato Paese e la valenza decisiva dell’interpretazione del ruolo di Giuda – è il fascino di Atalia, la sua triste e cinica bellezza, di cui è destinato a conoscere fino in fondo la sensuale profondità e le drammatiche ragioni. Come nei migliori racconti filosofici, la risposta a tutti gli interrogativi di Shemuel viene sulla strada del deserto e sta nell’individuazione dell’unico interlocutore possibile, se stesso.

Le chiavi di lettura di questo romanzo sono diverse, eppure tra loro comunicanti. Un primo motivo è quello che intreccia il discorso sulla fondazione dello Stato di Israele e sull’azione della classe politica che l’ha realizzata con l’enigma del significato della figura di Giuda negli avvenimenti della morte di Gesù e della nascita del cristianesimo. Seguendo un canone tanto famoso quanto obliquo, Giuda viene rappresentato come l’autore di un tradimento necessario, tanto provvidenziale quanto capace – in prospettiva ebraica, per l’appunto – di concretare l’evento da cui è sorta e prosperata un’ideologia nuova e irresistibile, ma eccessiva. Eccessiva e, quindi, degenerata quanto lo sono l’origine e la sorte sempre e irrimediabilmente conflittuali di uno Stato che non riesce a evitare la violenza e che, nel dialogo con gli altri popoli medio-orientali, non sa ripercorrere la chance che Gesù aveva proposto alla sua gente. Da questo punto di vista, Oz si conferma, innanzitutto per il suo Paese, una voce risolutamente critica e controcorrente: è agli israeliani di oggi che parla, a quella società complessa e multiculturale che, ora più che mai, cessata l’età eroica del sionismo militante e della sua vincente espressione laburista, è attraversata da forti e pericolose radicalizzazioni identitarie. E che, come Shemuel, deve cominciare a farsi delle domande, senza attendere che una soluzione giunga improvvisa dall’esterno. Esiste, poi, anche un’altro livello narrativo, ben più sofisticato, tutto racchiuso nel faticoso e ingenuo rapporto tra il giovane dottorando e Atalia. È il piano, o il campo, del risentimento, che alla seconda impedisce di amare davvero, e che non si rivolge solo contro coloro che hanno mandato a morire il giovane marito, poiché la sua genesi è, per prima cosa, nella percezione dell’indifferenza del padre. Qui la lezione di Oz si complica, nonostante il nesso con la rievocazione di Giuda sia strettissimo: è sempre il mistero dell’amore a farla da padrone, e in questo secondo caso si comprende che non può mai trattarsi di un istinto esclusivamente intellettuale, né di una pulsione unilaterale, bensì di una pratica concreta, che si alimenta di una relazione di ascolto reciproco e di una dimensione emotiva e corporea fragile e incommensurabile. Va detto che, soprattutto per il lettore europeo, l’ultima fatica del grande scrittore israeliano può non sembrare all’altezza delle opere precedenti. Tuttavia è solo un’impressione, dovuta alla sublimazione in immagini estremamente semplici di un’interrogazione profonda, personale e collettiva, nella quale ogni personaggio è molto al di là di ciò che apparentemente incarna. Ci sono tanti libri che, per risultare appaganti, esigono di essere letti almeno due volte. Per lo più è un difetto; nel caso di Giuda è il marchio di una fabbrica che si conferma particolarmente affidabile.

Un’intervista all’Autore

Oz presenta il libro

Recensioni (di Sivan Kotler, di Paolo Perazzolo, di Giulia Maselli)

Un ritratto di Oz

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When he had asked his friends to stay aware
and gone in the night a little way away
to think on his life and about what was to come,
the man was suddenly overcome by fear
and his heart grew sorrowful and heavy.

The hills are white, the gardens white with frost.
An icy wind cuts in along the quay
and chills the earliest Holy Week in years;
and during the longeurs of these final days of Lent
what am I reading? Poetry from the wars.

The hour is at hand. The orders have come in.
Somewhere a room whose threshold I must cross
has been prepared: an oxytocin drip 
waits with the gas and air and suture tray
beside a snow-white bed. Let this cup pass.

Il tema pasquale intrecciato con ironia all’eterno struggimento di ogni poeta… Una poesia imperdibile, from Ireland!

L’Autrice e il suo sito

La raccolta da cui è tratta la poesia: Profit and Loss (2011)

Una recensione a Profit and Loss

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Prima avvertenza: è meglio se si riesce ad andarci in auto. È vero che per chi arriva in treno c’è l’apposita fermata in esatta corrispondenza del piccolo omonimo comune, raggiungibile senza disagi sulla tratta Milano-Pavia. Però, anche se si viene sbalzati dalla ferrovia in sorprendente prossimità del lunghissimo muro di cinta del monastero, possono presentarsi alcune difficoltà, specialmente per chi si muove con trolley, borse o valigie varie. C’è un percorso pedonale, teoricamente assai suggestivo, proprio lungo il muro; ma il terreno fangoso e le frequentazioni faunistiche del vicino canale potrebbero non costituire la migliore delle accoglienze. // Seconda avvertenza: la Certosa è ben connessa a tutte le vie di comunicazione. Eppure, salva la locale stazione dei Carabinieri, praticamente inglobata nell’ingresso, gli immediati dintorni del pur enorme complesso architettonico paiono colpiti dalla più classica delle desolazioni con cui sono costretti a convivere moltissimi dei patri monumenti. Escluderei da questo insopprimibile senso di disfacimento la stretta contiguità del monastero con il più famoso e storico stabilimento della Galbani (eh si, proprio quello del Bel Paese…). È un raffronto che suscita più di qualche rilievo, per nulla negativo (da una fabrica all’altra…).     

La visita: traguardati dal binario, i pinnacoli della Certosa spuntano in una leggerissima foschia. Ma non ci si sente nel XIV Secolo, anche se la posa della prima pietra risale all’agosto del 1396. I silos dell’industria del formaggio incombono e l’idea, oggi, è che, dietro l’alta parete di mattoni che protegge gli antichi poderi dei monaci, si stia innalzando un’eccentrica e avveniristica Metropolis padana. All’entrata del cortile antistante alla chiesa, Quattrocento, Cinquecento e Seicento si lasciano finalmente raggiungere, come in successione, anche se in rigoroso ordine inverso (prima il Seicento, per gli edifici che fanno da contorno al cortile, poi il Cinquecento, per il cortile stesso, quindi il Quattrocento per l’imponente struttura della chiesa). La facciata è policroma, anche se domina il bianco; è maestosa e connotata da un’unicità che è complice con quella dello sguardo inevitabilmente stupito di ogni singolo visitatore. Si comprende facilmente la stratificazione di stili, idee e lavorazioni, frutto di un cantiere secolare. Le immagini e le storie scolpite impongono attenzione, specialmente attorno al portale. È una fioritura di decorazioni, affiancate l’una all’altra.

Per entrare si passa dalla chiesa (S. Maria delle Grazie: il nome di tutto il complesso è Gratiarum Chartusia, da cui il GRA-CAR che si trova impresso in più luoghi e in più elementi della costruzione). Si deve attendere il proprio turno. La visita dura circa mezz’ora e la guida – che altri non è se non un monaco cistercense di origine brasiliana – finisce il proprio giro e torna a prendere il gruppo, che nel frattempo si è spontaneamente accalcato davanti al cancello che separa il transetto, il coro e l’altare dalla navata centrale. Nell’attesa il visitatore non trova alcun genere di supporto esplicativo. Il vuoto non disturba, fa rima con l’imponenza e l’incidenza dei volumi tardo-gotici, davvero sorprendenti e paralizzanti. E invita alla scoperta disorientante degli affreschi e delle vetrate. Ma i poli d’attrazione sono effettivamente nel transetto: il monumento funerario di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este; il sepolcro di Gian Galeazzo Visconti; il trittico in avorio. Da subito si capisce che l’illustrazione guidata corrisponde ad un testo recitato, imparato a memoria, concepito per essere ripetuto meccanicamente e, forse, di per sé poco interessante. È quasi una preghiera, un perdurante atto di riconoscenza agli Sforza e ai Visconti (finanziatori dell’opera), oltre che a Dio: nel centro del magnifico coro il monaco ci invita in modo disarmante alla recita collettiva del Padre Nostro. Capisco, tuttavia, che la visita di natura intimamente devozionale ha una sua precisa finalità e che, peraltro, colpisce veramente il piccolo pubblico dei turisti. E intuisco, allo stesso modo, che, se al posto del simpatico monaco brasiliano ci fosse un preparatissimo storico dell’arte, la comitiva non sarebbe altrettanto sopraffatta dalla dimensione della cosa. Il punto è che il rapporto con un bene culturale ha anche bisogno di ispirazione e di riverenza, e non solo se si tratta di un monumento di interesse religioso. La lezione ha una portata generale, per nulla scontata: nel patrimonio artistico c’è da comprendere e da approfondire, ma c’è anche da restarne avvolti. I due profili si sorreggono a vicenda.  

Il vero trionfo è nei due chiostri. Il primo, quello piccolo, che offre la vista più suggestiva alla cupola che sovrasta la chiesa e ai contrafforti che la sorreggono; e il secondo, quello grande, che fino al 1947 ospitava le celle dei certosini e che è il più autentico regno del silenzio. Del primo mi colpisce la raffinatezza del cotto lombardo, articolato in molteplici forme scolpite su tutti gli archi, oltre che sullo splendido fontanile laterale, cui i monaci si recavano per lavarsi. Il secondo è immerso nel pallido sole di dicembre, con un placido gatto che ne sorbisce il tepore vicino ad una della innumerevoli colonne: è come la piazza verde di una città ideale, uno spazio assoluto sul quale si affacciano, ad intervalli regolari, le casupole seriali dei monaci. In un angolo si può sbirciare sull’enorme distesa di campi recintati in dotazione al convento. La guida ripete compìta le regole e l’organizzazione della vita di ogni certosa (v., ad esempio, la semplice presentazione dei certosini di Serra San Bruno); poi si viene fatti entrare in una delle celle, raccolte e complete, con camino, studiolo e piccolo orto-giardino. 

I pensieri che mi vengono subito in mente sono apparentemente un po’ dissociati: devo rileggere Altissima povertà di Agamben; ho una voglia improvvisa della mia consueta quiete domestica. Così produco una riflessione forse troppo prosaica, ma tanto personale quanto sincera: in fondo, quando sono a casa, mi riposo e mi ricostruisco, e ciò non solo perché trovo un momento di pausa, ma anche perché posso informare lo spazio che mi circonda alle mie più spontanee e semplici esigenze, in senso alternativo a quella che è la vita che normalmente conduco all’esterno. Per questa ragione apprendo che la casa è, nella mia esperienza, lo specchio di un quotidiano e laico bisogno certosino. La visita termina nello shop della struttura, gestito dai cistercensi, attuali custodi della Certosa (ma lo sono stati anche in altre epoche, come è accaduto anche per i carmelitani). Ci scappa l’acquisto di una tisana confezionata sul posto e si esce nuovamente nel cortile di fronte alla facciata della chiesa, evitando (si sta facendo tardi…) l’attigua gipsoteca, che è gestita dalla locale Soprintendenza per i beni architettonici e il paesaggio (e che si trova nell’antica Foresteria, poi Palazzo Ducale, residenza estiva dei Visconti). La nebbia comincia ad addensarsi; da queste parti è un copione pressoché fisso e molto suggestivo. Si riparte con l’immagine della Madonna del Garofano, ritratta nella Sala del Lavabo: un piccolo “santino” a mo’ di cartolina, per ricordare la leggerezza di questa visita imperdibile.

Il sito della Certosa

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Di Ferretti conosco bene qualche spezzone musicale, gli attimi di una vita che egli stesso, a partire da Reduce e Bella gente d’Appennino, dice di aver superato. Di questi due libri, al tempo, ho avuto solo una semplice notizia, non li ho letti; e così approfitto di quest’ultimissima pubblicazione per provare a capire. Mi pongo allora, in modo scontato, la domanda che tanti si fanno: come è possibile che lo storico frontman dei CCCP Fedeli alla linea si dica oggi “montano italico cattolico romano”? Dal punk sovietico e rivoluzionario Ferretti, che ha militato anche in Lotta Continua, è passato alla devozione religiosa più osservante; ha partecipato al meeting di CL e si è spinto a frequentare Atreju; ha rotto ogni legame con i suoi ex compagni del CSI e si è ritirato in quota, nell’antico borgo natio; ha abbandonato gli orizzonti progressivi della trasgressione e della liberazione per assumere ritmi e modelli di monaco benedettino, dedicandosi ai cavalli e lavorando a Sāgā, “opera equestre” e sua ultima produzione musicale. Che dire, dunque, di tutte queste mutazioni?  

In primo luogo bisogna riconoscere che i cavalli c’entrano, eccome. A Barbarico, infatti, l’Autore avrebbe preferito il titolo “pensieri della stalla”. E non è una postura di understatement bucolico. È l’immagine dell’adesione sincera ad un canone primitivo, fatto di confini precisi, di emozioni semplici, di gesti lenti e rituali. Ed è parte, poi, di quella che ci viene descritta come una ricerca più vasta, alla riscoperta di una religiosità radicale, che non si nutre solo di ambizioni ascetiche o di illuminazioni intellettuali: Ferretti cita e rielabora il magistero papale, e la prosa talvolta assume il tono del catechismo più dogmatico. In questa visione è naturale che il passato diventi qualcosa di sbagliato, da giudicare con durezza, assieme a tutto ciò che il relativismo avrebbe prodotto nella politica, nella sensibilità collettiva, nella cultura. Qui, a dire il vero, la difficoltà di comprendere Ferretti si fa ancora più forte. Le sue non sono solo le parole di un conservatore. Questo Ferretti sembra complice di un irrazionalismo quasi codino, che in più punti accarezza con semplicismo disarmante posizioni decisamente ruvide (ad esempio in tema di aborto). A stupire, del resto, è anche qualche ardito accostamento, che suscita l’impressione, qua è là, di una generale confusione: onore al merito per la citazione de La prima radice di Simone Weil, ma pensare che una pari ammirazione possano suscitare i romanzi di Buttafuoco è davvero complesso…

C’è tuttavia, in Barbarico, anche un Ferretti pienamente comprensibile e convincente, che forse può dare qualche possibilità di spiegarsi anche all’altra sua dura controfigura. Così è quando parla, dolcemente, di sua madre, o quando rievoca la quiete delle giornate piovose, trascorse nella lettura, e le escursioni (ancora a cavallo) nei paesi ormai disabitati sul crinale tra Toscana ed Emilia. In queste pagine, passo dopo passo, ci si avvede che Ferretti, soprattutto in seguito agli scuotimenti di una terribile malattia, ha scelto coerentemente una via artistica completamente alternativa a quella precedente, con un “capriccio” di Parmigianino post-moderno: che, nel suo caso, si isola sui monti e nella fede per meditare, trovare la fonte più pura e fissare in un’acquaforte gli irriducibili contrasti delle sue spontanee ed innate intuizioni estetiche, che lo vogliono sempre sull’orlo delle estremità più acuminate. Da questo punto di vista, il Nostro può ancora dirsi Fedele alla linea (come recita anche il titolo del recente film di Germano Maccioni). E Barbarico è il diario di un artista a tutto tondo, la cui vita si mette a nudo, e le cui contraddizioni – o metamorfosi, palesate con rarissima onestà – non sono altro che angoli di un personale e raffinato atelier. Questo Ferretti incute rispetto e merita una visita, forse più di una, anche a costo di mal sopportarne il doppio così spinoso.

Recensioni (di Paolo Giordano e di Camillo Langone)

Sull’opera equestre di Ferretti (da lastampa.it, ilsussidiario.net, tracce.it)

Due interviste all’Autore (da lettera43.it e da ilfattoquotidiano.it)

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Questo romanzo racconta la vita di un uomo santo, in un genere che mescola con grazia, fantasia e memoria storica, la leggenda popolare, il profilo agiografico, la cronaca medievale, la favola antica e l’apologo edificante. Vodolazkin sembra volersi congiungere alla tradizione formativa dei Racconti di un pellegrino russo, per additare ai suoi contemporanei quale può essere la strada per ritrovare la grande anima di un popolo sempre tormentato e per trarne una rinnovata fonte di ispirazione. Ma questo scrittore, così colto e particolare, non si rivolge soltanto ai compatrioti. La sua prosa simbolica e pedagogica suscita sicura ammirazione anche da parte di chiunque desideri cogliere i segreti e le risorse delle più grandi esperienze spirituali, che sono tali se sorgono sulle gambe di un’umanità vissuta senza risparmio, con autentica pienezza.      

Lauro è il compiersi di un processo evolutivo. Lo vediamo bambino, in un piccolissimo villaggio della Russia settentrionale del XV secolo, quando ancora si chiama Arsenio ed è rimasto orfano a causa di una terribile pestilenza. Viene allevato dal saggio nonno Cristoforo e impara i detti dei grandi uomini del passato e le virtù curative delle erbe. Conosce anche la giovanissima Ustina, e se ne innamora, ma una terribile tragedia gliela strappa. Comincia da lì un viaggio di solitudine e penitenza, di sperimentazione di un amore assoluto. La sua sorprendente ed istintiva abilità di guaritore lo accompagna, prima a Belozersk e poi a Pskov, e Arsenio nel frattempo diventa Ustino, in ricordo della sua unica amata, abbracciando così il destino di tanti altri folli in Cristo (gli jurodivye). Dopo un apostolato estremo e miracoloso, conosce un giovane italiano, giunto in Oriente alla ricerca della fine del mondo animato da una fede sincera e da stupefacenti doti di veggente. I due partono in carovana per Gerusalemme, attraversano terre sconosciute e dalla Polonia scendono fino a Venezia, per imbarcarsi con altri pellegrini e approdare a Giaffa. La sventura, tuttavia, sembra abbattersi ancora su Arsenio, che dopo molto tempo, però, torna quasi a casa, al monastero di San Cirillo, dove assume il nome di Ambrogio, l’amico italiano che l’ha dolorosamente abbandonato. È sempre, e ancora, il Medico, visitato da poveri e ricchi, e impegnato nei ritmi più sacri della religiosità ortodossa. La fede lo accoglie in tutto e per tutto, diventa Lauro e la natura lo abbraccia, per una finale manifestazione liberatoria che, dopo un’ultima prova, lo rivela e lo consacra nell’accettazione estrema della sua vita e dell’amore che lo ha sempre animato.             

Il protagonista di questo libro colpisce al cuore, per la capacità di compassione e per il desiderio di redenzione che lo avvolgono, ma anche per l’incrollabile determinazione con cui decide ogni volta di darsi completamente alla natura e alla vita, e di far tesoro di qualsiasi avvenimento. Il mistero di questa forza, forse, sta nelle parole dell’Angelo Custode, cui Arsenio si rivolge curioso in un momento di disperazione: “Gli Angeli non si stancano, rispose quello, perché non risparmiano le loro forze. Se dimentichi che le tue forze sono limitate, anche tu non ti stancherai. Sappi, Arsenio, che può camminare sulle acque soltanto colui che non teme di annegare”. È una lezione di coraggio, quindi, di fiducia e tenacia, e si aggiunge ad un altro grande insegnamento, che matura allo stesso modo durante le lunghe peregrinazioni per la Terrasanta: lo spostamento nello spazio arricchisce l’esperienza e comprime il tempo. Sicché, come accade in taluni passaggi di questa storia quasi fantastica, si può arrivare a credere veramente di poter coltivare la sapienza, prevedere il futuro e condividere, con ciò, le culture di uomini tanto diversi. Se proprio lo vogliamo e lo crediamo, possiamo assaggiare l’eternità e i suoi paradossi già in questa nostra avventura terrena.

Un intervento dell’Autore: come imparare a parlare con i santi

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I motivi per leggere questo poliziesco possono essere due. Innanzitutto si avvicina l’inverno, e quindi non c’è niente di meglio di un romanzo ambientato in luoghi in cui il freddo è senz’altro uno dei protagonisti. Oltre a ciò, non si tratta del solito giallo nordico: la trama è intrigante, ma il punto di forza è la capacità di incuriosire il lettore sulla storia, sui costumi, sulle condizioni attuali e sulla rappresentanza istituzionale della popolazione di etnia Sami, ossia di quelli che noi definiamo come Lapponi. È questo antichissimo e misterioso “popolo delle renne” a prestare alle pagine del romanzo tutto il suo innegabile fascino. Non mancano, in verità, alcuni elementi scontati: la critica per le storiche politiche di assimilazione forzata condotte dagli stati scandinavi; il mito di una cultura profondamente semplice e incontaminata; l’accusa alle tendenze xenofobe dei partiti di ultra-destra e alle spregiudicate operazioni industriali e commerciali poste in essere dalle multinazionali minerarie. Tuttavia, la magia dell’ambientazione regge, e così possiamo salutare il debutto di un nuovo team investigativo.

Klemet e Nina formano una delle tante pattuglie della polizia delle renne, che, come espressione volta a tutelare la minoranza Sami, non ha confini, e quindi può muoversi tra Norvegia, Svezia e Finlandia, per prevenire e dirimere i conflitti tra gli allevatori di questi particolari e vaganti capi di bestiame. Lui è un Sami, ed è un poliziotto esperto; lei è della Norvegia meridionale, ed è al suo primo incarico artico. Gli eventi li portano ad indagare su due fatti indipendenti ma pressoché concomitanti: il furto di un rarissimo tamburo rituale da un museo di Kautokeino; la morte violenta di Mattis Labba, un solitario e ambiguo allevatore della zona. Alcuni sospetti sono troppo facili e rischiano di riacutizzare il dolore di una discriminazione ancora imperante. Le reticenze dell’anziana Berit e l’ostinato silenzio del solitario Aslak non semplificano le cose. Nel frattempo, arriva sul posto un geologo francese, e le sue trame sembrano infittire i nodi da sciogliere, intrecciandosi con i disegni non certo nobili del vecchio Karl Olsen. È la memoria del popolo Sami, custodita nel prezioso tamburo, a mettere i due partner sulla strada giusta, aiutati dalle tracce di una vecchia spedizione scientifica, dai caratteristici joik del vecchio zio Ante e dall’expertise di una ricercatrice a dir poco granitica. La conclusione è quasi matematica, nel senso che si lascia facilmente attendere ben prima della fine del libro, con una chiusura che è lieta solo in apparenza e che ripete ancora una volta un’inarrestabile e tragico destino di sopraffazione, sgomento e abbandono.

Un recentissimo convegno sui diritti delle popolazioni indigene

Il “caso della diga di Alta” (di cui si parla anche nel romanzo)

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Talvolta accade che non si entri in libreria “a colpo sicuro” e che, originariamente convinti di acquistare comunque qualcosa nei confini di una certa materia o di un certo genere, si finisca per non trovare quella cosa ed afferrare il primo titolo capace di evocare una qualche suggestione positiva, giusto per evitare che la delusione abbia il sopravvento. Anche L’occhio di Galileo ha seguito questa sorte: la mano lo ha agguantato rapidamente, d’istinto, semplicemente perché il riferimento al grande scienziato ha risuscitato il piacere, fresco e leggero, ma non banale, di una lettura fatta qualche anno fa (si trattava de Le galline pavàne di Galileo di Gian Paolo Prandstraller).

Il libro dell’astrofisico Luminet, però, non ha come protagonista Galileo (che pure compare nella copertina). Il personaggio principale è Johannes Kepler (1571-1630), Giovanni Keplero, uno degli altri “Costruttori del cielo”, ossia uno dei grandi scienziati – oltre a Galileo e Keplero, anche Copernico, Tyco Brahe e Newton – cui l’Autore francese ha deciso di dedicare l’omonimo ciclo di profili biografici, ora in corso di traduzione italiana con il sostegno del Segretariato Europeo per le Pubblicazioni Scientifiche. La sorpresa non indispettisce, poiché, salvo qualche iniziale ed evidente difficoltà di “decollo” narrativo, questo gradevole romanzo storico tratteggia un affascinante ritratto del famoso mathematicus imperiale, della sua vita e del suo carattere, delle sue ricerche e delle sue opere, della sua famiglia e dei suoi diversi interlocutori politici. Può valere anche come un godibile ripasso di fisica e di geografia astronomica, tanto per ricordarsi, ad esempio, come e perché sono così importanti le leggi di Keplero, e quali siano le acquisizioni che esse hanno consentito rispetto alle tesi di Copernico, Brahe e Galileo.

La storia di Keplero è tutta abilmente orchestrata dallo scrittore francese. L’espediente di individuare l’io narrante nella figura di John Askew, un immaginario diplomatico inglese, consente di avere l’occasione per descrivere la cornice storica e di evidenziare come il progresso delle scienze sia sempre stato al centro di snodi e di interessi politici ed economici di primaria importanza, oltre che di grandi conflitti religiosi. Proprio a quest’ultimo riguardo, poi, è altrettanto riuscito il modo, indiretto ma insistito, con cui si cerca di raffigurare quali e quanti siano stati i condizionamenti che le autorità confessionali del tempo hanno potuto esprimere nei confronti del dialogo accademico e dei suoi maestri. Tuttavia, ciò che meglio può coinvolgere il lettore è la sovrapposizione costante tra le traversie familiari di Keplero (che, come Galileo, viveva davvero in tempi difficili…) e lo sviluppo di un itinerario spirituale mai domo: di sperimentazione, di confronto e di riflessione parimenti continui, di insolita tenacia intellettuale e morale, di vocazione pura e destinata a compiersi in un tenace disegno di studio, sempre ed ancora rinnovato, dalle “fondamenta” dei lavori giovanili all’ambiziosissima Harmonices Mundi, capace di spaziare sino alla musica.

È questo, d’altra parte, il precipitato della lettura: è l’idea che il metodo scientifico possa serbare sempre ed ancora grandissime scoperte, a condizione che si voglia raccogliere il “testimone”, che si voglia, cioè, seguire la passione, il rigore, la pazienza, ma anche la curiosità e la creatività che la ricerca richiede a tutti i suoi adepti. L’immagine che chiude il romanzo – quella di John Askew, che, dopo aver raccontato tutta la storia al piccolo Isaac Newton, gli regala il bastone che era di Keplero e, prima di lui, di Brahe – è molto di più che una mera invenzione letteraria.

Pillole di storia dell’astronomia

Un carteggio accademico tra ‘500 e ‘600…

Harmonices Mundi di Keplero

Jean-Pierre Luminet al Festival della Scienza

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Su questo racconto si devono subito chiarire due cose: 1) conoscere Joseph Roth soltanto per La marcia di Radetzky, per La cripta dei cappuccini o per Giobbe è un delitto, perché sono senza dubbio le novelle, i pezzi più brevi e apparentemente più facili, a confermare l’Autore austriaco come un vero maestro; 2) l’occasione per apprezzare questa singolare bravura è sempre buona, nel senso che anche le estemporanee iniziative editoriali promosse dai quotidiani possono condurci a riscoperte meravigliose e, con ciò, a qualche prelibatase e, con ciò, a qualche gustosa “degustazione” letteraria. Infatti Il capostazione Fallmerayer (1933), già comparso nelle raccolte più eleganti di Adelphi e di Passigli, non perde certo il suo fascino nella leggerissima edizione stampata per Il Sole 24 Ore nella serie I libri della domenica (edizione nella quale viene accostato, come nelle precedenti occasioni, anche ad un altro capolavoro, il racconto intitolato Lo specchio cieco, del 1925). È un concentrato di perfezione e di equilibrio, ma anche di significati molteplici e nascosti.

In una prosa essenziale, ma soppesata con attenzione certosina, Roth ci descrive, al principio, la vita ordinaria e monotona di un capostazione austriaco, Adam Fallmerayer. Per lui si tratta di giornate sempre uguali, passate a compiere sempre le stesse azioni, in un’atmosfera senza accenti. Anche la moglie e le due figlie gli sembrano quasi toccate in sorte. La felicità di questa famiglia non è “quella dei ricchi”, non è quella del “Sud”, di quel luogo meraviglioso verso il quale si dirigono i treni velocissimi che in quella stazione non si fermano mai, di quei posti nei quali anche loro hanno la possibilità, ma solo per una breve vacanza premio, di soggiornare e di capire che, in verità, i “ricchi” portano il “Sud” in qualsiasi luogo si trovino. Poi, tutto d’un tratto, in questo clima malinconico irrompe l’evento, e qui comincia la seconda parte del racconto. Perché proprio uno di quei velocissimi treni, diretti al Sud, deraglia rovinosamente, poco distante dalla stazione di Fallmerayer. Questi si precipita, quasi timoroso, per offrire il suo aiuto, ma rimane bloccato ed incapace di reagire. Tuttavia, sempre all’improvviso, deraglia egli stesso: viene letteralmente colpito, tra le persone che viaggiavano sul treno e che sono state portate in salvo, da una donna, una contessa russa, che cerca di assistere e di cui finisce segretamente per innamorarsi. Dopo qualche giorno, passato lo shock dell’incidente, la donna riparte per raggiungere il marito, ma nella casa di Fallmerayer le sue tracce sono ormai indelebili e le cartoline di ringraziamento che giungono alla stazione non fanno che renderle ancor più visibili. Passa così del tempo, l’Impero austro-ungarico entra in guerra, è il primo conflitto mondiale e Fallmerayer viene destinato al fronte orientale, in Russia: il deragliamento interiore non può che prendere definitivamente la strada cui era destinato sin dal principio. Il capostazione coglie ogni opportunità disponibile per studiare il russo e per ritrovare la nobildonna Anja Waleska, con la quale fugge fino a Monte Carlo, in un susseguirsi di piccole e grandi vicende, descritte da Roth con il senso di un’estrema naturalezza, sino ad un epilogo parimenti inevitabile.

Al termine, preso dallo stupore per la sensazione di felice compiutezza che la novella mi ha lasciato, mi accorgo che le interpretazioni e le letture “colte” di questo ineguagliabile pezzo della narrativa mitteleuropea sono moltissime. Alcuni, stimolati dal nome del protagonista (Adam), vi scorgono un’allegoria di stampo biblico, quasi che il “deragliamento” di Fallmerayer corrisponda alla “caduta” del peccato originale. Altri, sulle suggestioni del ritrovamento di un’ulteriore ed inedita versione del racconto tra le carte di Marlene Dietrich, favoleggiano sul finale alternativo che in essa è contemplato e sul fatto che, forse, Roth, pur non rinunciando all’esito drammatico, avrebbe dissipato ogni dubbio sull’esistenza di sentimenti autentici. Altri ancora, poi, analizzano i minimi dettagli della novella, cercando di trarne conferme sull’interpretazione complessiva del pensiero socio-politico dello scrittore, ad esempio immaginando che lo studio della lingua russa da parte di Fallmerayer sia un gesto di simbolica affermazione dell’austro-slavismo di cui Roth si era fatto portavoce. D’altra parte, e sempre restando al filone socio-politico, si potrebbe anche pensare che, come in una sorta di fosca ma acuta premonizione, il mediocre capostazione di provincia altri non sia che la “figura” di una piccola borghesia ineluttabilmente travolta dagli sconvolgimenti del Secolo e dal sogno “impossibile” e “irrazionale” di trovare sorti nuove e “più grandi” di quelle realisticamente consegnatele dalla Storia. Non manca, tra l’altro, chi evidenzia il sottile e continuo gioco di rimandi tra l’opera di Roth e altre grandi opere della letteratura continentale, come se si potesse constatare, anche in questo piccolo gioiello, la ricorrenza di immagini e di stilemi di per sé significanti: Fallermayer si innamora di una nobildonna russa, così come il giovane Castorp, ne La montagna incantata di Thomas Mann, si invaghisce di madame Chauchat, consorte di un funzionario russo.

A mio giudizio, tuttavia, il fascino del racconto non risiede unicamente in questo suo singolare spessore, bensì in ciò che rende possibile una tale fecondità, e quindi nell’aura che l’Autore ha costruito con voluta sapienza. È come un’onnipresente enigmaticità, unita, però, ad un senso di scivolamento complessivo che, allo stesso modo, pervade ogni pagina. A ben vedere, quest’aura è quella di un disagio palpabile, che si avverte dall’inizio alla fine, quando si rivela assumendo i contorni definitivi di una sconfitta, dell’unica certezza effettivamente disponibile. Ebbene, la magia è tutta qui: comprendere che la grande letteratura ci arricchisce e ci sazia comunque, anche quando vuole decifrare il fato individuale e collettivo, e quindi anche quando può scuoterci e intimorirci.

Una suggestiva puntata di Pickwick (da Rai.tv), sulle orme di questo racconto, ma non solo…

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