Classico giallo anglosassone, nella migliore tradizione della collana I bassotti, per la quale Polillo Editore propone da tempo, come si dichiara nella prima pagina, una “piccola biblioteca” di titoli presi prevalentemente dall’“età dell’oro del mistery”, tra il 1920 e il 1940. An Oxford Tragedy (1933) è il volume n. 105, a testimonianza di un successo che non si è esaurito e che conosce, nel pubblico, una certa fedeltà.

La miscela è quella consueta alla “buona cucina” della letteratura investigativa britannica: un delitto improvviso, diverse persone sospette, un poliziotto tanto metodico e professionale quanto lento e “scarso” di intuizioni, un indagatore d’occasione ma colto, raffinato e acuto, e capace, pertanto, di sciogliere da solo l’enigma e di farlo, innanzitutto, proprio in base all’uso esclusivo delle sue straordinarie capacità intellettuali.

Tuttavia, questo breve saggio della prosa di Masterman (che, come si apprende dalla scheda riportata nel risvolto del libro, fu autore di molte pregevoli “imprese”, ma di soli due gialli) non convince solo per il gusto cerebrale che si può provare nel tentare di seguire le elucubrazioni di Ernst Brendel, un visiting professor viennese che casualmente si trova ospite nel college in cui il misfatto viene compiuto (forse si può anche azzardare che lo sbocco finale della trama non è poi così sorprendente od originale).

La dote principale del romanzo, in realtà, consiste nella bella e pacata raffigurazione dell’ambientazione accademica, nella descrizione dei personaggi che la animano, nell’idea davvero riuscita di dare all’io-narrante le sembianze di un vecchio docente, Francis Wheatly Winn, Vicerettore e Tutore Anziano. A questo non si possono non attribuire i lineamenti, l’umanità e la “nobiltà” del meraviglioso Mr. Chips, interpretato da Robert Donat nel pluripremiato e “storico” film di Sam Wood (Goodbye, Mr. Chips!, 1939). Mr. Chips, certo, non insegnava in un college universitario. Ma Francis Wheatley Winn non può che avere, per chi legge, le stesse sembianze.

Questa volta, dunque, ad essere difficilmente dimenticabile non è l’investigatore; il vero “eroe” della storia è una tipica figura, compassata, bonaria e premurosa, di studioso e di insegnante, il cui profilo emana efficacemente tutta l’aura delle migliori tradizioni inglesi. Di queste tradizioni, del resto, Masterman è stato un vero alfiere, e piace pensare che abbia preso ampi spunti proprio dalla sua esperienza personale.

L’inizio di Goodbye, Mr. Chips!

Quali altri “bassotti” leggere? Tre (facili) indicazioni (ma solo per cominciare a prendere il vizio):

1. D.L. Sayers, Il segreto delle campane (n. 16)

2. M. Gilbert, C’è un cadavere dall’avvocato (n. 19)

3. J. Townsley Rogers, La rossa mano destra (n. 31)

Per continuare nel genere “accademico”…:

– T. Kyd, Assassinio all’Università (n. 43)

– M. Innes, Morte nello studio del rettore (n. 59)

– T. Fuller, Delitto ad Harvard (n. 73)

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Non è la prova migliore di Heinichen; forse è quella più scialba. Ma è anche quella più recente. Merita, allora, una segnalazione, perché, per chi non l’abbia ancora fatto, deve essere lo stimolo per leggere i sei titoli precedenti, tutti di ottima fattura e, tutti, magnificamente evocativi e coinvolgenti (I morti del Carso, A ciascuno la sua morte, Morte in lista d’attesa, Danza macabra, Le lunghe ombre della morte, La calma del più forte).

Le storie di questo scrittore tedesco, “trapiantato” in quel di Trieste e lì felicemente soggiornante e integrato, oltre che innamorato del fascinoso entroterra friulano, sono realmente avvincenti e saporite. Sono presentate come appartenenti al genere noir, e i titoli, in effetti, sembrano spiegare chiaramente il motivo di questa attribuzione.

Nonostante ciò è difficile attribuire ai casi e alle indagini del commissario Proteo Laurenti un’etichetta consolidata e univoca come quella. C’è del poliziesco e del giallo, infatti, ma c’è anche del “romanzo d’appendice”, talvolta del comico, e forse del reality e del pop.

Non è, quella di Heinichen, una Trieste solo immaginifica o sognante; è una città mitteleuropea che, pur parlando sempre attraverso i suoi miti e le sue innegabili peculiarità di confine, rimane comunque italiana, immersa nelle vicende sociali, economiche e politiche del nostro Paese. Queste sono viste, a loro volta, con la lente di un narratore germanico che, quasi sorprendentemente, coglie bene i vizi del Belpaese e i correlati stereotipi, ma attribuisce degenerazioni e corruzione anche ad altre nazioni e perfino all’Europa dell’allargamento. Forse sono queste le ragioni del successo che questi romanzi hanno avuto in Germania, per il cui pubblico sono stati scritti e concepiti, e poi “ridotti” anche in altrettanto fortunate fiction televisive.

A dire il vero, il successo non è mancato neanche in Italia. Heinichen è, ormai, una delle maggiori attrazioni di Trieste. Così come lo sono le figure incisive e “simpatiche” in cui si risolvono tanti dei suoi personaggi: l’ironica assistente Marietta, l’anziano e scorbutico medico legale Oreste John Achille Galvano, la piccola ma tenace ispettrice Pina Cardareto e, prima di lei, il fedele Sgubin, i figli di Laurenti e la bellissima moglie Laura, l’avvenente procuratrice croata Ziva Ravno o la bella e giovanissima Gemma. Non mancano, ovviamente, i “cattivi”, su tutti il terribile Drakic. Né difettano i luoghi simbolici e i riti, piccoli o grandi, di una città comunque misteriosa, abilmente calati nella topografia in cui si trova immersa tutta l’azione quotidiana del singolare poliziotto, un po’ padre, un po’ farfallone, un po’ perdigiorno, un po’ segugio.

Di Nessuno da solo, invece, si possono solo dire quattro cose: 1) L’avversario è Raffaele Raccaro, ricco e spregiudicato imprenditore; 2) La lettura suscita una insopprimibile voglia di caffè; 3) La penna dell’Autore regala ai fans un duplice ma fuggevole incontro tra Heinichen stesso e Laurenti, nell’androne di un bellissimo palazzo; 4) Il finale quasi tronco promette una ennesima e avvincente avventura.

La presentazione del nuovo libro (naturalmente… in Questura!)

Un documentario (in tedesco) su Heinichen e Trieste, in quattro parti: I, II, III, IV

Il sito dell’Autore

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È un libro di viaggio, composto con una scrittura chiara e schietta. Il motivo che ne consiglia la lettura consiste nel fatto che questo tascabile si occupa di uno dei tipici “viaggi per eccellenza”. Si tratta dell’attraversamento ferroviario dell’Asia sulla linea Transiberiana (9289 Km e sette fusi orari, da Mosca a Vladivostok), uno di quei viaggi, cioè, che sono ormai entrati nell’immaginario collettivo (l’omologo d’oltreoceano, ad esempio, è l’attraversamento degli Stati Uniti sulla mitica Route 66) e che consentono di stimolare sensi, immaginazione e conoscenze (in primis letterarie, visto che la Siberia è la Russia per antonomasia, quella profonda di cui hanno scritto i giganti Dostoevskij e Pasternak, ma anche quella dei gulag, di cui ci hanno raccontato Solzenicyn o Salamov).

È un libro, quindi, per chi ha sempre meditato, in cuor suo, di mettersi avventurosamente sulle orme del capitano Michele Strogoff, indimenticabile personaggio di Giulio Verne, impegnandosi in una “traversata” che si risolve, in verità, in un “lasciarsi attraversare” da emozioni diverse, da città sperdute, da culture e lingue differenti. E da una lentezza (il treno mediamente viaggia a non più di 60 Km/h) che riconcilia, quasi sorprendentemente, con un’acuita sensibilità ai cambiamenti, non solo del paesaggio, ma anche delle città, delle cose e delle persone, che ci appaiono sospese tra un passato davvero remoto di cui essere ancora alfieri, la Rivoluzione d’Ottobre che tutto ha permeato e spunti improvvisi di futuro.

I primi due capitoli (La Russia vista dal finestrino e Come oasi nel deserto) integrano un vero e proprio diario, tanto essenziale quanto autentico. Possono arricchire utilmente guide (come sempre c’è la Lonely Planet…) o appunti personali (magari raccolti sul web), per poter prepararsi ad affrontare di persona il lungo viaggio e per immaginare, in anticipo, quali possono essere i tempi e i passa-tempi, le scomodità e le curiosità, le tipologie dei compagni di viaggio, le tappe e i luoghi più significativi, le loro “storie” brevemente appuntate nei loro intrecci con il presente e con la “storia” da cui sono stati frequentemente travolti.

I capitoli successivi sono, invece, delle brevi ma efficaci istantanee: su come e dove si può dormire (ma non si tratta di indicazioni turistiche, bensì di impressioni sulle esperienze e sulle curiosità che offrono le molteplici e caratteristiche strutture ricettive che si possono incontrare: Una yurta per stanza); sulle immagini di Lenin e della Rivoluzione (che persistono come riferimenti culturali, tradizionali e quasi familiari: Lenin: testimone di nozze); sulle icone che non si possono trascurare (non le opere pittoriche, ma Santi, eroi e navigatori dello spazio); sui musei e sulle peculiarità naturalistiche e faunistiche (Guerra e rivoluzione); sulla Repubblica di Tuva (Om Mani Padme Hūm, vale a dire “Salve o Gioiello nel Fiore di Loto”, il più diffuso tra i mantra del buddismo); sul lago Baikal (Il mare della Siberia); sul cibo che si può acquistare durante il viaggio (Cucina casalinga alla fermata del treno); sulla situazione demografica e sulle impressioni finali degli altri viaggiatori (Cittadini ex sovietici e cittadini del mondo).

Non ci resta che fare qualche prenotazione e attendere di metterci al finestrino…

L’Autore presenta il suo libro

Specialisti della Transiberiana

Immagini di viaggio

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Jake Epping è un insegnante di una scuola del Maine e viaggia indietro nel tempo, “rapito” da una missione da compiere: cambiare alcuni eventi del passato. In verità, è Al Templeton, gestore di un fast food e strano mentore di Jake, a rivelargli quale sia il misterioso passaggio per il viaggio e gli accorgimenti da seguire, ma solo per una finalità precisa, quella di migliorare l’andamento della storia, mutandone il corso in un solo e specifico punto, la morte di John Fitzgerald Kennedy. Al, infatti, è malato e non può realizzare questo sogno. Tuttavia Jake ha anche l’opportunità di migliorare la vita di due persone, salvandole da eventi terribili, e, poiché il “buco” che gli consente di andare indietro lo porta al settembre del 1958, pensa di avere margini utili per farcela.

Eppure, il tempo non vuole essere modificato. La fatica che Jake deve affrontare, infatti, è enorme e i rischi sono continui, crescono quanto più ci si avvicina alla realizzazione effettiva della trasformazione voluta. In caso di errore, poi, la possibilità di ritentare è sempre disponibile, ma tornare nel passato significa cancellare, ogni volta, tutto ciò che si è fatto. Jake è determinato, e sa anche che deve limitare al minimo i suoi sforzi, pena “l’effetto farfalla”, una concatenazione di modificazioni, anche impercettibili, che rischiano, però, di dare al futuro una fisionomia del tutto imprevedibile. Riesce nel suo intento di salvare le esistenze di Harry Dunning e di Carolyn Poulin e si trasferisce in Texas, per capire se è vero che proprio Lee Harvey Oswald ha ucciso il Presidente e, in caso positivo, per impedirglielo, se del caso anche uccidendolo.

Della trama – che si sviluppa in ben 768 pagine – non è opportuno dire altro, se non che Jake si innamora e scopre una dimensione davvero consona alla sua personalità, così lontana dal suo vero passato personale ma così vicina, al contempo, alla vita già percorsa. Jake si realizza, così, in una dimensione in cui dovrebbe essere solo un estraneo; è combattuto se restare o meno definitivamente nel passato; rischia la vita in più occasioni e avverte che con il passato, così come con il futuro, non si può mai scherzare e che, probabilmente, è meglio riportare tutto all’origine, facendo sempre tesoro delle esperienze vissute, anche se irrimediabilmente perdute. Perché, in fondo, tutto è destinato a ripetersi, in meglio ma anche in peggio.

Jake avverte la verità, con una specie di intuizione degna del miglior Nietzsche, in un attimo immenso in cui si sente davvero felice: “È la totalità, pensai. Un’eco tanto vicina alla perfezione da non poter dire quale sia la prima voce e quale il ritorno della voce-fantasma. Per un momento tutto mi fu chiaro, e nei momenti in cui accade, vedi quant’è sottile il mondo. Non lo sappiamo tutti quanti, in cuor nostro? È un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita” (p. 559). Che senso ha, dunque, alterare questo complesso palcoscenico?

Gli affezionati lettori di King troveranno nel libro molta della tensione che ne caratterizza lo stile inconfondibile, e saranno anche felici, per una parte del romanzo, di tornare nel passato dello stesso scrittore, nei luoghi e tra i motivi inquietanti di IT, sua grande opera. Oltre a ciò, tuttavia, chi avrà il coraggio di affrontare la mole del romanzo avrà l’occasione di compiere un viaggio negli States più profondi, con colonne sonore, immagini e luoghi davvero mitici. E i più attenti si accorgeranno che, se è vero che il protagonista è costantemente inseguito da assonanze e da strani presentimenti, perché il passato insegue sempre una legge di intrinseca armonizzazione, anche King vuole infonderci un senso di pesante ed opprimente déjà vu, utilizzando platealmente pezzi di storie o di film già noti (Ritorno al futuro vi dice qualcosa?), oppure nomi letterari e cinematografici altrettanto celebri e classici (qual è, ad esempio, lo pseudonimo che il protagonista sceglie nel passato?).

Direttamente dalla soundtrack del libro: Glen Miller, In The Mood

La presentazione del romanzo dalla voce del suo Autore

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Prima di Natale è d’uopo accostarsi ad una tipica strenna natalizia, ad un titolo “buono per tutti i gusti” (e quindi per tutti i regali…). Perché non ricorrere, allora, all’inossidabile Piero Angela?

L’ultimo lavoro di questo perfetto divulgatore professionista non si propone di spiegarci quando e come è comparso l’uomo sulla terra, o quando e come è nato l’universo, oppure come è fatto e come funziona il nostro corpo. Le questioni sono altre e strettamente attuali: che cosa dovrebbe fare davvero la politica? Qual è il suo compito migliore? Come si possono fronteggiare le sfide della crisi e delle correlate necessità di crescita e di sviluppo? In qualche modo, per chi è stato fedele spettatore di Quark, Superquark e affini, la risposta di Angela è scontata. Perché si tratta della risposta di un vero amante della ragione e delle scoperte che essa consente e che ci permettono di arricchire la nostra esperienza e di aprirci prospettive sempre nuove.

Per Angela, infatti, la politica non dovrebbe soltanto occuparsi di litigare rumorosamente sui modi con cui la ricchezza viene distribuita, cercando, per questa via, di conservare o di ottenere i propri privilegi e il consenso di chi glieli concede; la politica dovrebbe occuparsi di produrre la ricchezza collettiva e, per fare ciò, di “curare” la manutenzione e l’aggiornamento del software cui si devono le idee che consentono quella produzione e che la spingono verso risultati sempre migliori e competitivi. Le difficoltà italiane, del resto, vengono ricondotte proprio alla sottovalutazione persistente della cultura scientifica, della ricerca e della scuola, ossia delle energie che permettono l’avviamento e il funzionamento di tutto quel complesso ecosistema artificiale in cui si risolvono le istituzioni sociali ed economiche.

È una lettura chiara, molto facile, corredata da analogie interessanti, metafore accattivanti, dati e argomenti noti ma spesso dimenticati o volutamente ignorati, esempi illuminati e suggerimenti quasi ingenui eppure assai evidenti. Sembra esserci, a prima lettura, almeno un punto debole: la scienza e la tecnologia sono date sempre e comunque per “assodate”; la politica non è altro che una meta-tecnica, uno strumento tanto fondamentale quanto correlato, si potrebbe dire, ad una sua intrinseca vocazione maieutica, quella di spingere gli uomini a valorizzare al meglio il loro meglio, e questo meglio viene indicato sempre nel superamento del confine. In verità questa impressione è solo apparente; Angela non pensa che esista un approccio epistemologico di “serie A” e che solo esso dovrebbe essere perseguito. Semplicemente, ci ricorda che senza le innovazioni e le rivoluzioni dell’ingegno la nostra vita sarebbe ancora radicalmente differente, difficile, anzi precaria, e che occorre risvegliare continuativamente quest’intima consapevolezza, per non rischiare di perdere la splendida possibilità di pensare anche cose, altrettanto vitali, che non sono scientifiche o tecnologiche.

Chi è Piero Angela?

Una recente presentazione del libro

Il sito di Superquark

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Intenso, complesso e, soprattutto, sentito: sono questi, in estrema sintesi, i tre caratteri fondamentali del saggio di Bencivenga, comparso già qualche anno fa in altra veste editoriale (Feltrinelli, 1992). Si tratta, è bene dirlo subito, di caratteri che ben si addicono ad una riflessione molto impegnata ed ambiziosa, che si apre con una vera e propria dichiarazione di intenti: «In questo libro voglio offrire un’idea articolata e coerente di essere umano e di società, non perché mi auguro che diventi la base di un nuovo pensiero unico ma invece come risposta positiva al non-pensiero che ci circonda, e al disorientamento e alla disperazione che il non-pensiero causa anche nelle persone migliori» (p. 6).

Lo svolgimento del programma è davvero denso e per Bencivenga non può che passare attraverso il confronto con Kant e la rivisitazione della concezione più comune e diffusa della soggettività e del modo con cui essa si pone in relazione con il mondo.

Il modello dell’io logicamente indipendente, primario ed autoreferenziale, di matrice cartesiana, è la causa prima di un radicato infantilismo politico, tanto sterile quanto pericoloso: esso ci porta, al massimo, a “tollerare” le diversità, e può svilupparsi in fenomeni di totale assimilazione progressiva del pensiero e dell’identità individuali, ma può anche alimentare episodi reattivi di virulenta riaffermazione di fondamentalismi religiosi o di localismi pseudo-culturali. L’unica alternativa credibile è l’accettazione faticosa e “drammatica” di un’identità necessariamente ed intrinsecamente plurale e differenziata, educata ed “allenata” ad essere sempre tale, essa stessa teatro e comunità di opzioni sempre diverse che dialogano tra loro.

Il punto di svolta, sul piano delle scelte politiche, consiste nell’imparare l’altro e, al contempo, nel diventarlo, scoprendosi così, quasi paradossalmente, come motivo ed occasione di tutela sia di quell’identità, sia della propria. In questa prospettiva, la società deve farsi integralmente scuola, «in cui non si arrivi mai a mettere la situazione sotto controllo, in cui non ci si lasci mai in pace, soddisfatti dalla competenza raggiunta, in cui ognuno sia per l’altro una costante provocazione: un constante invito a imparare di più, a chiedere di più a sé stesso, ad allargare le frontiere sempre solo temporanee del proprio soggetto» (p. 137). Né sono escluse, in questa mutazione di orizzonti – che Bencivenga definisce “copernicana” – altre interessanti, e sia pur delicate, conseguenze: «Per secoli, l’oggetto della politica è stato quel che uomini e donne hanno. (…) La rivoluzione concettuale che propongo ha come conseguenza che l’essere dell’uomo (e della donna) diventa il tema politico fondamentale, e una certa forma d’essere l’obiettivo politico qualificante» (pp. 137-138).

Nonostante l’Autore si proponga di fornire, in questo modo, una nuova possibilità per il pensiero politico di sinistra, il messaggio che illustra e i temi che pone non hanno un destinatario inevitabilmente specifico e connotato. Per tutti i cittadini, ma anche per i giuristi, e in particolare per gli studiosi della Costituzione e dell’azione dei pubblici poteri, la prospettazione esigente di cui parla Bencivenga può funzionare molto efficacemente quale ottica con cui guardare, con uno sguardo diverso ed altro, alle ragioni del pluralismo che la tradizione giuridica occidentale si propone di promuovere e di difendere, e ai difficili equilibri che il perseguimento di questa finalità sempre ripropone.

Da leggere prima di (o assieme a) questo libro: La filosofia come strumento di liberazione

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È complesso valutare con obiettività questo romanzo. Affrontare la Resistenza e le sue pagine “difficili” non è cosa indolore; specialmente se nelle pieghe di quelle pagine l’Autore si propone di scovarne le ombre, di rappresentarle senza paura, di ribadire comunque, proprio attraverso di esse, l’importanza di quell’esperienza e le ragioni che l’hanno sostenuta.

Si tratta, però, di un romanzo importante ed originale. Così come per altri versi era significativo, e ciò nonostante è stato quasi dimenticato, Le ragioni del sangue di Alessandro Gennari. Ma questa volta la virtù della narrazione non consiste tanto nel guardare a viso aperto il dramma e lo sconcio della guerra civile, bensì nel raffigurare la durezza della scelta partigiana come opzione oggettiva di riscatto personale. Valerio Varesi lascia le nebbie “consolidate” e fortunate del Commissario Soneri, protagonista di un genere forse fin troppo facile, per addentrarsi in un’oscurità che afferra anche le ossa e che lo rivela come solido scrittore “a tutto tondo”.

Gli eroi della trama sono sostanzialmente due, due partigiani divenuti tali per sottrarsi ad una condizione dalla quale desideravano soltanto scappare. Bengasi è il nome di battaglia di un ex militare, fuggito dal carcere durante un bombardamento e finito a comandare, solo per ardore di battaglia, le azioni sconsiderate di un gruppuscolo di patrioti affiliato alla brigata Garibaldi. Jim è il nome di battaglia di un ex galeotto, liberato dalla milizia fascista, ma a condizione che si infiltrasse nelle linee dei partigiani e ne svelasse i movimenti e le posizioni. Entrambi non credono a nulla, se non ad un brutale istinto di autoconservazione. Ma il primo scopre l’amore, e con esso riesce a dare per la prima volta un senso al proprio coraggio e, così, anche alla condanna con cui la ragione militare e politica lo travolge. Il secondo, che per timore di essere scoperto esegue la dura sentenza, rivela del tutto la sua pochezza e decide, fedele al suo pseudonimo, di immolarsi in un gesto apparentemente fine a se stesso ma capace di proiettarlo, e quindi paradossalmente di “salvarlo”, in una causa che pensava di non aver mai voluto, né potuto, abbracciare.

La cornice del racconto, che si svolge nel Parmense, sull’Appennino emiliano, ha tutti gli ingredienti del più classico e riuscito racconto sulla guerriglia della Liberazione. Il paesaggio è piccolo, ma al contenpo sembra grande, disorientante, misterioso,” padrone” e aggrovigliato di presenze incombenti. Le vite e le persone sono povere e disperate, ma esprimono anche la saggezza inconsapevole di una dignità decisamente superiore. Il conflitto mondiale e le sue dinamiche complesse sono certo presenti e avvolgenti, ma il fulcro di ogni esperienza non può che essere la relazione di uomini e di cose ancor più concreti e sospesi. I ruoli fissi non mancano, ma il commissario politico, Ilio, e l’agente inglese, Holland, risultano verosimilmente coscienti e presenti, ben radicati in una “montagna” leggendaria. La gioventù è, come sempre in questo genere di storie, dilagante e spietata, eppure appare comunque portavoce di una ricchezza inesauribile e piena di speranza.

Il vero messaggio “storico” è affidato alle parole dell’anziana Dora, che compare quasi alla fine, come se, voce del popolo offeso, fosse l’unica e legittima interprete di tutte le drammatiche vicende di quel periodo: «di santi e di diavoli ce n’è un po’ dappertutto. Per i neri c’è l’obbligo di arruolarsi e tutt’al più l’onore per quelli che ci credono. Ai partigiani, invece, non gliel’ha comandato nessuno di andarsi a cercare le schioppettate. Anche loro non sono tutti puliti, ma quei ragazzi che si fanno scannare per evitare che in futuro ci si scanni ancora, loro sì che meritano».

Il blog sull’Autore

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Arriva anche il tempo della perplessità… Cioè, arriva anche per un grande autore. In fondo, anche Stephen King ha vissuto stagioni difficili. Sta avvenendo la stessa cosa anche per Giorgio Faletti? Mi rendo conto che ci sono troppi “anche”… ma come resistere all’interrogativo più spontaneo: anche lui è un po’ in crisi?

Certamente Faletti non è King, questo va detto. Però è vero che Faletti, nel corso di questi ultimi anni, ha collezionato successi notevoli, raccogliendo un pubblico sempre più numeroso di aficionados. Eppure, l’ultima prova “breve” non convince. E forse è proprio la brevità, che dovrebbe invece rappresentarne l’ultima ed agognata conquista, a mettere in difficoltà un approccio narrativo finora fortunato.

Con ordine, si può dire, in primo luogo, che mentre il personaggio principale (Silvano Masoero, detto “Silver”) è interessante e convincente, meno ficcante è la trama in cui questo ex pugile corrotto si trova ad agire: la piaga del “calcio-scommesse” è troppo complessa, anche dal punto di vista sociale, per poter trovare uno specchio fedele nel racconto pedagogico di Faletti. Anzi, è proprio l’intento chiaramente pedagogico ad essere reso in modo non pienamente verosimile, poiché Il Grinta, il figlio del protagonista e l’idolo di una piccola squadra che sta per affrontare il big match per la promozione, difficilmente potrebbe rendersi autore, in una vita reale, del gesto finale che lo riabilita. Non si tratta, si badi, di una valutazione cinica o pessimistica; si tratta, viceversa, di un rilievo che si spiega nell’ambito di una riflessione sull’economia complessiva del romanzo, che presenta, già di per sé, profili poco credibili (ivi compreso lo stratagemma, in sé e per sé avvincente, di cui è autore l’“eroe” di questa storia).

In secondo luogo, poi, lo spazio delle poche pagine e del tempo assai ristretto in cui si svolge l’azione mal si addice alla tecnica che è propria del Faletti-scrittore, ossia alla “astuta” capacità di punteggiare il discorso con valutazioni / massime / considerazioni tanto suggestive quanto, a rigore, non del tutto essenziali per la riuscita della storia. È, questo, il punto di forza di un linguaggio e di un tono che hanno catturato molti lettori e che, sicuramente, costituiscono parte del “segreto” di Faletti. Vero è che il “segreto”, sulla “breve” distanza di 143 pagine, è troppo “grande” per non essere apertamente svelato e per non sembrare artificioso e sproporzionato.

Che dire ancora? Forse anche i passi falsi aiutano; anzi, è proprio il protagonista del romanzo, Silvano Masoero, ad insegnarcelo! Quindi non si può che augurare a Faletti di riconquistare il consueto passo che gli si addice.

Una recensione (invece) entusiastica di Antonio D’Orrico… a onore della par condicio!

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Succede sempre più spesso che la lettura di incoraggianti recensioni sia la base di promesse altissime che difficilmente vengono mantenute. Eppure, il nuovo libro del giovanissimo Giorgio Fontana, pur rappresentando, purtroppo, una delle tante conferme di questa constatazione, rimane comunque un’ottima e confortante “prova d’artista”.

Il disorientamento e il disappunto derivano dalla sola considerazione della storia che questo libro si propone di narrare. In una battuta: si tratta di un tema tanto significativo quanto “troppo facile”.

Doni, p.m. presso la Procura Generale di Milano, è una figura esperta, che ha sempre lavorato con diligenza, guidato da una stella polare fissa ed immutabile: fare le cose per bene, anche tra tanti colleghi mediocri, anche nel ricordo di un amico e magistrato prematuramente e drammaticamente scomparso. Ora, però, Doni deve affrontare il caso Ghezal e sostenere in appello l’accusa nei confronti di un immigrato apparentemente coinvolto in un tragico caso di cronaca nera. Ma una giovane giornalista freelance, un po’ ingenua e un po’ spiantata, non ci sta e cerca di avvicinarlo e di convincerlo a non fidarsi totalmente delle risultanze processuali. In Doni il dubbio si fa strada, allargandosi alle certezze, molto fragili, della sua vita privata, del suo rapporto con la moglie e con la figlia, del suo microcosmo fatto di abitudini e di sicurezze fin troppo fragili, borghesi e stereotipate. I conti con la vita sono ancora tutti aperti e la città viene in soccorso. Guidato dall’insistenza della giornalista, Doni indaga e scopre un’altra Milano, medita su se stesso e sulle ragioni del suo impegno quotidiano, anche se rischia di mettere a repentaglio la sua carriera e l’orto conchiuso di una tranquillità familiare solo formale…

Come si vede, si tratta di una situazione classica, quella dell’uomo di legge che si interroga sul rapporto tra la sua opera di interpretazione della legge e di applicazione di una “tecnica” e la “vita” che lo circonda, che è complessa, che non riesce a ridursi in fattispecie astratte e nella quale, nonostante ciò, l’umanità esige sempre molte risposte. Ma tutto questo è, come si diceva, un po’ troppo banale. Così come è banale l’idea che la crisi personale sia un’occasione per provare a ridare un senso ai propri affetti.

Il romanzo, invece, è vincente nello stile e nella scrittura, nelle descrizioni di Milano, nell’asciuttezza e nella freschezza di parole che sono sempre adeguate, calzanti, espressive ma misurate, nella definizione psicologica dei personaggi; ma anche in alcune intuizioni felici, come quella sulle “armi leggere”, verso cui la giovane giornalista invita anche il navigato p.m., come a significare che esiste un livello di coscienza civile, e per ciò solo eminentemente “giuridica”, che nasce certo dal fare ciascuno il proprio mestiere, ma dal farlo, innanzitutto, con animo sempre aperto e sensibile, senza timori e senza ruoli predefiniti. Con un attitudine che è accessibile, quindi, ad ogni cittadino.

In questo specifico punto, precisamente, Giorgio Fontana colpisce l’obiettivo, perché connette la dimensione pubblica a quella privata, in un andirivieni propriamente “salutare”, per noi tutti e, naturalmente, per il suo stesso personaggio, nel quale, credo, si debba riporre ancora un po’ di fiducia, dandogli tempo per crescere e dimostrare tutte le sue virtù.

Il blog dell’Autore

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Ci sono libri appassionanti e libri che, pur essendo appassionati, sono semplicemente, ma decisamente, utili. Il recente ritratto di Matteotti, comparso nella collana “Storica” di Longanesi diretta da Sergio Romano appartiene senz’altro ad entrambe le categorie. E si tratta, evidentemente, di una collocazione di tutto rilievo.

La passione si avverte direttamente dalla lettura ed è testimoniata da quello che può essere, in qualche modo, l’unico difetto del libro, ossia un certo ripetersi di concetti e di argomentazioni, a sigillo ricorrente di quanto l’Autore sente ciò che scrive. Viceversa, l’utilità del lavoro svolto da Gianpaolo Romanato si apprezza a tutto tondo, oggettivamente, e si esprime su tre livelli distinti.

Il primo livello si intravede da sé, perché ha a che fare con l’indubbia statura del soggetto, cioè del politico e dell’uomo che, forse più di ogni altro, è rappresentativo del pantheon di tutti coloro che si sono strenuamente opposti, fino alla fine, al fascismo. Riproporlo nuovamente non è una semplice occasione per rianimare il dibattito storiografico in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Su questo piano il saggio è ampiamente meritevole, poiché esce volutamente dalla tradizionale prospettiva mitologica, per disegnare un’immagine il più possibile realistica e contestualizzata di una personalità tanto vibrante quanto complessa. Da questo punto di vista, anzi, la decisione di soffermarsi, prevalentemente, sulla vita e sulla carriera politica di Matteotti, piuttosto che sul delitto che ne ha segnato la fine, è pienamente condivisibile. Così come è condivisibile la scelta di non tacere alcuna notizia, anche quelle più imbarazzanti e compromettenti.

Questo approccio ci consente di comprendere dove e quando si radica la biografia del personaggio, dove e quando matura, in Italia, la consapevolezza dello spirito sia radicale e riformista, sia rivoluzionario, e, allo stesso tempo, dove e quando si radica buona parte della storia del socialismo italiano e delle lotte, violentissime, che lo hanno visto protagonista e che nel “biennio rosso” (1919-1920) hanno fatto da incubazione per lo sviluppo del fascismo. Questo stesso approccio, poi, ci consegna immagini apparentemente contraddittorie, e per questo molto vive e credibili, del Matteotti politico intransigente, iperattivo ed instancabile, avvolto da un fervore quasi calvinista, per dirla alla Gobetti, ma anche del Matteotti marito lontano, dubbioso e malinconico, sul punto dell’abbandono di ogni impegno pubblico, così come del Matteotti uomo di mondo, colto e poliglotta, amante dell’arte, del teatro e della buona società.

Un secondo livello, su cui apprezzare la bontà del saggio, è quello della ricostruzione delle idee, del pensiero politico di Matteotti. Ne emerge una figura irriducibile, caratterizzata da una sorprendente unicità.

Nella sua lotta politica, Matteotti ci appare in crescente ed integrale dissidio con le altre formazioni politiche della sinistra (i socialisti massimalisti e i comunisti, da Matteotti chiamati espressamente in “correità” rispetto al fascismo), con la timidezza degli autorevoli, e sia pur ammirati, del riformismo socialista (Turati), e, più profondamente, con tutti coloro che, esponenti del trasformismo storico, hanno sempre strumentalizzato a loro favore le regole del consenso (Giolitti). Per altro vero, Matteotti ci appare anche sospeso e diviso egli stesso, tra la necessità di non perdere i consensi dell’elettorato contadino del Polesine, incline ad azioni spesso eccessive, e la necessità di difendere, a fronte del clima di crescente ed esasperata violenza ed intimidazione, la legalità, lo stato di diritto, la sopravvivenza dei diritti civili e l’importanza del ruolo del Parlamento come unica istituzione che può arginare la sopraffazione fascista e il degrado morale che la supporta.

In sostanza, la figura di Matteotti ci viene restituita nella sua storica esemplarità, come immagine, cioè, drammatica di una classe politica, allora del tutto minoritaria, che ha cercato fino all’ultimo di interpretare la crisi successiva al primo conflitto mondiale non tanto come luogo dell’eccezione e della rottura di ogni equilibrio, bensì come luogo per la sperimentazione, in situazione d’emergenza e di conflitto, di un’inedita azione rigenerante ed evolutiva; come luogo, in altri termini, di consapevolezza estrema di quelli che sono i problemi storici di uno Stato e di quelli che possono essere i modi migliori per affrontarli.

Il terzo livello che evidenzia tutte le virtù del libro è il grado di connessione, altissimo, tra il messaggio di Matteotti e la ricognizione delle costanti difficoltà del sistema politico italiano e della società civile di cui esso è espressione.

Ad esempio, la fiducia di Matteotti nell’importanza del partito e della sua funzione di tramite tra la società e il governo del Paese potrebbe sembrare, ai meno avveduti, un profilo vecchio, oltre che superato. Ma se si pone attenzione al fatto che per Matteotti avere fiducia nel partito significa concepire la lotta politica come competizione tra idee e tra programmi, piuttosto che tra singoli o tra gruppi di persone, allora la bontà dell’intenzione emerge in tutta la sua perdurante urgenza.

Essa si traduce in obiettivi che tuttora non possono che essere condivisi: promuovere la politica italiana al di fuori delle dinamiche corporative, dei conflitti di interessi, degli opportunismi; riconoscere che la cornice degli organi costituzionali è l’indiscusso ambito nel quale muoversi ed ipotizzare soluzioni anche molto diverse, ma pur sempre rispettose di una comune ed indispensabile grammatica democratica; denunciare ed isolare con forza i persistenti tentativi di confondere l’interesse dei singoli o dei pochi con l’interesse generale. In questo senso, Matteotti è, ancor oggi, un italiano diverso.

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