È complesso valutare con obiettività questo romanzo. Affrontare la Resistenza e le sue pagine “difficili” non è cosa indolore; specialmente se nelle pieghe di quelle pagine l’Autore si propone di scovarne le ombre, di rappresentarle senza paura, di ribadire comunque, proprio attraverso di esse, l’importanza di quell’esperienza e le ragioni che l’hanno sostenuta.

Si tratta, però, di un romanzo importante ed originale. Così come per altri versi era significativo, e ciò nonostante è stato quasi dimenticato, Le ragioni del sangue di Alessandro Gennari. Ma questa volta la virtù della narrazione non consiste tanto nel guardare a viso aperto il dramma e lo sconcio della guerra civile, bensì nel raffigurare la durezza della scelta partigiana come opzione oggettiva di riscatto personale. Valerio Varesi lascia le nebbie “consolidate” e fortunate del Commissario Soneri, protagonista di un genere forse fin troppo facile, per addentrarsi in un’oscurità che afferra anche le ossa e che lo rivela come solido scrittore “a tutto tondo”.

Gli eroi della trama sono sostanzialmente due, due partigiani divenuti tali per sottrarsi ad una condizione dalla quale desideravano soltanto scappare. Bengasi è il nome di battaglia di un ex militare, fuggito dal carcere durante un bombardamento e finito a comandare, solo per ardore di battaglia, le azioni sconsiderate di un gruppuscolo di patrioti affiliato alla brigata Garibaldi. Jim è il nome di battaglia di un ex galeotto, liberato dalla milizia fascista, ma a condizione che si infiltrasse nelle linee dei partigiani e ne svelasse i movimenti e le posizioni. Entrambi non credono a nulla, se non ad un brutale istinto di autoconservazione. Ma il primo scopre l’amore, e con esso riesce a dare per la prima volta un senso al proprio coraggio e, così, anche alla condanna con cui la ragione militare e politica lo travolge. Il secondo, che per timore di essere scoperto esegue la dura sentenza, rivela del tutto la sua pochezza e decide, fedele al suo pseudonimo, di immolarsi in un gesto apparentemente fine a se stesso ma capace di proiettarlo, e quindi paradossalmente di “salvarlo”, in una causa che pensava di non aver mai voluto, né potuto, abbracciare.

La cornice del racconto, che si svolge nel Parmense, sull’Appennino emiliano, ha tutti gli ingredienti del più classico e riuscito racconto sulla guerriglia della Liberazione. Il paesaggio è piccolo, ma al contenpo sembra grande, disorientante, misterioso,” padrone” e aggrovigliato di presenze incombenti. Le vite e le persone sono povere e disperate, ma esprimono anche la saggezza inconsapevole di una dignità decisamente superiore. Il conflitto mondiale e le sue dinamiche complesse sono certo presenti e avvolgenti, ma il fulcro di ogni esperienza non può che essere la relazione di uomini e di cose ancor più concreti e sospesi. I ruoli fissi non mancano, ma il commissario politico, Ilio, e l’agente inglese, Holland, risultano verosimilmente coscienti e presenti, ben radicati in una “montagna” leggendaria. La gioventù è, come sempre in questo genere di storie, dilagante e spietata, eppure appare comunque portavoce di una ricchezza inesauribile e piena di speranza.

Il vero messaggio “storico” è affidato alle parole dell’anziana Dora, che compare quasi alla fine, come se, voce del popolo offeso, fosse l’unica e legittima interprete di tutte le drammatiche vicende di quel periodo: «di santi e di diavoli ce n’è un po’ dappertutto. Per i neri c’è l’obbligo di arruolarsi e tutt’al più l’onore per quelli che ci credono. Ai partigiani, invece, non gliel’ha comandato nessuno di andarsi a cercare le schioppettate. Anche loro non sono tutti puliti, ma quei ragazzi che si fanno scannare per evitare che in futuro ci si scanni ancora, loro sì che meritano».

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