In un’isola vive un vecchio pescatore. Ma non è una favola per bambini. È il contesto di un’oscura, tragica rappresentazione, nella quale la voce narrante si rivolge direttamente al protagonista del racconto, per rendergli del tutto cosciente il suo inevitabile e irredimibile destino di dannato. Il vecchio, infatti, non è un personaggio positivo. Dopo la scomparsa della moglie, maltrattata e picchiata per tutta la vita, e infine morta per una grave malattia, segue pervicacemente una routine che lo ha portato a un abbrutimento definitivo. Pesca in astiosa solitudine nelle acque che ha contribuito a inquinare; beve e bestemmia nella bettola in cui si riuniscono i relitti umani dell’isola, ormai svuotata della sua originaria comunità; odia, ricambiato, tutti i suoi vicini, il parroco e il sindaco, e naturalmente anche i turisti, che irrompono sgraditi e chiassosi nel fine settimana; disprezza anche gli unici parenti che gli sono rimasti e che, non a caso, vivono sulla terraferma. L’Autore – la voce narrante – lo aiuta a capire il perché della sua condizione: lo guida, cioè, in un processo di riflessione, che ripercorre, in crescendo, episodi salienti del suo passato e gli rivela in questo modo, passo dopo passo, la sua violenza e il suo egoismo, le grandi colpe di cui si è macchiato e la ragione assoluta – di giustizia quasi divina – dell’esperienza di costante consunzione in cui la vecchiaia lo costringe a sopravvivere.

Un primo modo di leggere questo libro è immaginare che la voce narrante non sia quella dello scrittore, ma quella di Dio, che chiede a Caino dov’è suo fratello. Di quale delitto si è macchiato il vecchio? Perché è condannato a vagare disperatamente per l’isola, reietto tra i reietti, allo stesso modo di come Caino è stato condannato a vagare errabondo sulla terra? Va osservato che l’isola, per Frizziero, è innanzitutto l’Isola; un’entità maiuscola, che ha una dimensione universale, a significare il confine compiuto del mondo nel quale il vecchio / l’uomo è costretto e su cui può colpevolmente consumarsi nel suo odio. Da questo punto di vista, nel romanzo c’è un che di infernale, nel senso dantesco. Si può anche intravedere un altro modo di leggere la storia dell’Isola, dietro i cui pochi, riconoscibili lineamenti pare di scorgere un’isola vera e propria, quella di Pellestrina, nella laguna veneta. L’isola, quindi, riflette anche un’altra immagine, tutta reale: di un arcipelago in stato di graduale abbandono e spopolamento; un luogo di occasioni e di esperienze perdute, la cui umanità, lasciata a se stessa, non può che tradurre, nei pensieri nostalgici, nelle aspirazioni retrospettive e nei gesti ripetuti di ogni giorno, un radicale svuotamento morale. Sensazioni che nulla hanno a che fare con quelle che dall’insularità aveva ricavato Paolo Barbaro, in racconti carichi di suggestione. In questo scenario, poi, a guardar bene, il soggetto negativo non è soltanto il vecchio. Anche gli altri attori non si distinguono, incarnando le stereotipiche deformazioni di un paesone triste, in disarmo sociale ed economico, rispetto alle quali persino il vecchio manifesta un qualche senso critico. Tempo fa, con stile e tono molto diversi, Francesco Maino ci ha raccontato lo sgretolamento di un pezzo di Veneto, altrettanto afferrabile; oggi Sandro Frizziero – che con questo lavoro corre giustamente per il Campiello – ci offre un’altra istantanea del comune decadimento, sempre amara e non meno disperante.

Recensioni (di G. De Rinaldis; di G. Mecca; di F. Ottaviani)

La presentazione del libro, firmata da Tiziano Scarpa

Con l’Autore, sui luoghi del romanzo

Condividi:
 

Ciascuno cerca i rimedi che meglio gli si addicono: i presìdi, come direbbe qualcuno. Anche i libri lo possono essere. In generale, nel senso che lo può essere la lettura in sé e per sé; o in particolare, per gli effetti specifici che può avere la ripresa di certi testi o la frequentazione periodica di un autore. Il mio rimedio, il presidio per eccellenza, è William Faulkner. È la mia penicillina, l’antibatterico che devo assumere periodicamente, preferibilmente nella calura estiva, chiudendo ogni tanto gli occhi e immaginandomi in qualche parte della sua mitica contea di Yoknapatawpha. Di Faulkner, negli anni, ho letto (e riletto) tantissimo. Questa antologia ancora mi mancava. Se Yoknapatawpha potesse avere, oggi, una sua perfetta serie tv, questi racconti – assemblati per Adelphi da Mario Materassi (che ne ha firmato la puntuale postfazione) – ne potrebbero essere gli undici magnifici episodi. Sono tutti diversi, naturalmente. Però sono percorsi da un comune e amaro gusto comico, o meglio satirico, pur annegando, come sempre in Faulkner, in un cocktail di tragico e di epico. 

Un corteggiamento, Foglie rosse e Capelli sono, forse, i pezzi migliori. Il primo è la storia di una sfida che due improbabili e determinatissimi “contendenti” intraprendono e spingono quasi fino all’estremo, per rimanere poi beffati in una maniera a suo modo classica. Il secondo è la descrizione di una fuga disperata e di un destino drammatico, quello che deve invariabilmente toccare allo schiavo nero di un capotribù indiano, che è morto e che non può, tuttavia, essere sepolto se non in compagnia di tutte le sue cose. Il terzo è paragonabile ad una sorta di exemplum “di provincia”, un racconto pedagogico, sia pur in modo sotterraneo, sulla tenacia inspiegabile di un uomo apparentemente mediocre e invisibile, ma capace di una trascinante forza di redenzione (lo stesso personaggio – che è un barbiere – compare anche in Settembre arido, cronaca terribile e fulminante di un gratuito e spietato linciaggio). Sempre esemplare è anche Scandole per il Signore, una parabola ficcante sull’esiziale povertà che si nasconde in ogni pretesa puramente individuale di superiorità etica. La mia Nonna Millard, il Generale Bedford Forrest, e la battaglia di Harrykin Creek va letto assieme a Muli in cortile. Entrambi sono divertenti, ma, in un certo senso, l’uno è l’opposto dell’altro, visto che nel primo l’anacronismo della old culture sudista viene messo apertamente alla berlina, mentre nel secondo è quello stesso attaccamento a contrapporsi all’amoralità di un tempo tanto nuovo e progredito quanto barbaro. Il senso di un cortocircuito inevitabile tra due mondi antitetici, con esiti addirittura diseducativi, è molto ben rappresentato in Sarà bello (geniale l’assunzione della prospettiva infantile da parte del narratore). Ne Gli uomini alti lo stesso cortocircuito si rivela come la principale ragione del mancato coinvolgimento del Sud nelle trasformazioni socio-economiche e politiche del Novecento americano, viste come fattori intempestivi di spiazzante disorientamento (l’incontro e il dialogo tra un saggio sceriffo e un giovane e ingenuo funzionario federale strappa più di qualche sorriso). 

La raccolta è singolare e importante perché, oltre a confermare la straordinaria bravura dello scrittore, rivela in modo evidente la proiezione universale, e salvifica, del pessimismo faulkneriano. È un sentimento che, nell’immediato, si radica nella fatalistica ricognizione dello scacco insuperabile della guerra civile e della maledizione che ha instillato tanto negli uomini che l’hanno vissuta quanto nelle generazioni successive (la “cappa” è palpabile specialmente nell’atmosfera western di Vittoria in montagna). Ma quello di Faulkner è uno sguardo che coinvolge biblicamente tutta l’umanità, della cui degenerazione, miseria e grettezza (come in Strascico della morte) le mille storie del Grande Sud – del “cielo” definitivamente “caduto” – non possono che essere la migliore occasione espressiva e, al contempo, il più efficace e provvidenziale sermone.

Condividi:
 

Ogni tanto ci si imbatte in un libro geniale. Forse non ci voleva neppure molto a pensarlo. Ma esiste sul serio e offre soddisfazioni notevoli. Soprattutto ci si diverte. L’Autore sceglie alcune delle poesie più note della tradizione scolastica italiana e le sottopone all’indagine meticolosa di un radar originale, penetrante e dissacrante. Non si avvale della lente della critica o della filologia. Utilizza soltanto il filtro paradossale e impertinente di un realismo assoluto e quasi “scientifico”, che prende i testi alla lettera. È così, ad esempio, che scopriamo che, in Davanti a San Guido, era davvero assai difficile che Carducci riuscisse a vedere i famosi cipressi dal finestrino di un treno in corsa nel buio di un tardo pomeriggio invernale. Tanto più era fisicamente insostenibile che i cipressi gli venissero incontro. Ancor più inverosimile è ciò che racconta Leopardi ne La ginestra: perché le pendici del Vesuvio non sono per nulla aride, né lo sono mai state. Del tutto assurda, poi, la situazione in cui Foscolo (In morte del fratello Giovanni) afferma di volersi immaginare, “seduto” a mo’ di acrobata su di un loculo verticale. Anche La spigolatrice di Sapri, di Mercantini, descrive uno scenario improbabile: innanzitutto perché sui terreni salmastri, vicino al mare, non ci poteva essere alcuna spigolatrice, visto che non è certo il contesto adatto per la coltivazione dei cereali; poi perché la stessa spigolatrice afferma di aver traguardato a Ponza una bandiera tricolore, quando l’isola dista 240 chilometri e il suo porto è pure nascosto dietro un’altura. L’analisi del Giuramento di Pontida è ancor più radicale: Berchet, infatti, dice di aver visto i cittadini di venti città, anche se è chiaro che le città fondatrici della Lega lombarda erano solo cinque; dice anche di averli visti stringersi la mano… ma come è immaginabile che ci siano state 40 miliardi di strette di mano? Gli esempi potrebbero continuare ancora: l’irriverenza di Piancastelli non si accontenta di “sezionare” e “smontare” altri grandi classici carducciani, leopardiani o foscoliani, e si spinge a “bacchettare” anche Manzoni, Pascoli e Montale. Alla fine, curiosamente, l’ostinata irriverenza dell’Autore può produrre nel lettore due effetti positivi e tra loro apparentemente opposti. Perché non c’è dubbio – da un lato – che questo volumetto contribuisca meritoriamente a scuotere l’albero tuttora pietrificato delle letture che generazioni di studenti sono stati costretti a sorbirsi. Un tale esercizio decostruttivo – però – lungi dallo stimolare un allontanamento dalla poesia ne indica una speciale via d’accesso, rivelandone in modo efficace il proverbiale straniamento: lo scollamento necessario, che le consente, per questo solo, di dire al meglio ciò che altrimenti potremmo soltanto registrare e descrivere.

Recensione (di Luca Sancini)

Le poesie “rilette” da Piancastelli: Ugo Foscolo, In morte del fratello Giovanni; Ugo Foscolo, Alla sera; Ugo Foscolo, A Zacinto; Ugo Foscolo, Dei sepolcri; Giosuè Carducci, Davanti a San Guido; Giosuè Carducci, Piemonte; Giosuè Carducci, Pianto antico; Giosuè Carducci, Il bove; Giosuè Carducci, La canzone di Legnano; Giosuè Carducci, San Martino; Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto; Eugenio Montale, Spesso il male di vivere; Eugenio Montale, Prima del viaggio; Giovanni Pascoli, La quercia caduta; Alessandro Manzoni, Marzo 1821; Alessandro Manzoni, Natale; Alessandro Manzoni, Il conte di Carmagnola (coro dell’atto II); Giacomo Leopardi, Il sabato del villaggio; Giacomo Leopardi, La quiete dopo la tempesta; Giacomo Leopardi, Alla luna; Giacomo Leopardi, L’infinito; Giovanni Berchet, Il giuramento di Pontida; Luigi Mercantini, La spigolatrice di Sapri.

Condividi:
 

L’interrogativo che si pone questo saggio è semplice: siamo certi che il Socrate che conosciamo corrisponda davvero al Socrate realmente esistito? Platone e Senofonte ne hanno tramandato un’immagine che sembra costruita su misura: in tutto e per tutto adeguata al padre di un pensiero che avrebbe dovuto essere – come del resto è stato – programmaticamente anticonvenzionale. Dunque non poteva che incarnarsi in un uomo di umili origini, brutto d’aspetto e integralmente dedito alla ricerca e alla pratica di una vita fondata esclusivamente sulla saggezza. E destinato ad una morte iconica. Forse Socrate è stato anche questo, in effetti; ma forse così è stato solo da un certo momento della sua vita. L’Autore del libro, un classicista di stanza ad Oxford, prova infatti a rimescolare le carte, valorizzando fonti minori o tradizionalmente poco considerate. Il suo scopo – come recita il sottotitolo – è ritrovare la “giovinezza perduta del padre della filosofia occidentale”. Ne risulta il ritratto di un uomo proveniente da una famiglia benestante, cresciuto secondo i migliori dettami del suo tempo; di un soldato valoroso ed esperto, che anche perciò ha avuto la possibilità di frequentare l’élite intellettuale e politica, e che ha amato più donne (non solo l’antipatica Santippe). Anzi, Socrate avrebbe appreso la traiettoria cui orientare il suo magistero filosofico proprio da una misteriosa e affascinante figura femminile, Aspasia, cortigiana di crescente successo, poi diventata nientemeno che la consorte di Pericle.

Cherchez la femme, quindi? Qualcuno, a prima lettura, si è espresso anche così. Tuttavia non è vero che il testo si può ridurre a questa conclusione. Nell’interpretazione di alcuni passi – anche noti – del Simposio di Platone Armand D’Angour suggerisce percorsi interessanti, come quello che finisce per indicare in Aspasia la misteriosa Diotima di cui Socrate stesso narra nel corso dell’indimenticabile banchetto. Sono curiosi anche i brani in cui si racconta di alcune battaglie o quelli in cui si ricostruiscono i legami tra Socrate e alcuni esponenti della sofistica e della scuola di Elea. Un problema, però, sussiste. È quello tipico delle letture eminentemente congetturali, che in questo caso, purtroppo, non possono che essere tali e lasciare spazio a rappresentazioni tanto verosimili quanto lo sono quelle alternative. Certo, l’Autore è assai onesto: la sua ricostruzione della vita di Socrate è collocata nella postfazione, in carattere corsivo; giusto per segnare la distanza tra i tasselli raccolti lungo la strada e il loro assemblaggio, che non può essere supportato da altre prove. Ma anche quei tasselli sono di per sé scarni e l’argomentazione complessiva, non a caso, risulta ridondante e ripetitiva, e a tratti punteggiata da un tono un po’ troppo compiaciuto. Alla fine, pur di fronte a una ricerca stimolante, non si può che rivalutare la scanzonata, e spesso sottovalutata, sincerità di Luciano De Crescenzo, che, forse con minore scienza, ci ha già consegnato immagini e insegnamenti ben più efficaci.

Recensioni (di D. Abbiati; di P. Stothard; di T. Whitmarsh)

L’Autore presenta il suo libro

Condividi:
 

Andrés “Pibe” Rivarola è un giovane uomo che nella Buenos Aires dei primi anni Trenta sta cercando una propria strada e fatica a trovarla. Alle spalle ha già una serie di fallimenti e ora vive a pensione dall’antipatica doña Norma. Il Gorrión – suo amico – è in un brutto guaio: deve una bella somma di denaro ad alcuni trafficanti, da cui ha ricevuto a credito la droga che regolarmente vende a Bernabé Ferreyra, fenomenale goleador del River Plate. Il fatto è che il campione non paga più, perché ha abbandonato la città e se ne è tornato in campagna, alla casa materna, per spuntare dalla società un ingaggio più elevato. Andrés allora decide di attivarsi per provare a far tornare Bernabé, ma finisce in una curiosa carambola di incontri e di eventi imprevisti e pericolosi. Da un lato l’avventura gli dà l’occasione di frequentare la fascinosa Raquel Glazier, di cui è innamorato, apparentemente senza essere corrisposto. Dall’altro lato, però, si ritrova strumento di manovre che non riesce del tutto a comprendere. Di mezzo c’è anche la misteriosa morte di una bellissima ragazza, figlia di un eccentrico e decaduto esponente politico di destra. Il quale insiste di voler fare di tutto per la patria – come nel titolo del libro – e che con questo slogan, tuttavia, riprende sia un motto della Guardia Civil spagnola dell’epoca franchista, sia il nome di un movimento rivoluzionario di sinistra, che opererà soltanto cinquant’anni dopo: con questo simbolico anacronismo la satira dell’Autore si rivela definitiva. L’intricata vicenda, ad ogni modo, farà maturare Andrés ulteriormente e gli procurerà il tanto agognato posto di lavoro. Il romanzo termina con un “(continua)”, che fa pensare che, forse, potremo saggiare il Pibe in altre storie altrettanto improbabili e pittoresche. O forse no. Perché quella chiusa fa parte essa stessa del pastiche che l’Autore ha messo giocosamente in scena.

Tutto per la patria è una galleria variopinta di personaggi, molti anche reali, assemblati a bella posta per trasmettere un certo gusto. È reale il calciatore, Bernabé Ferreyra, detto La Fiera, un vero prodigio del gol. Sono reali anche Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Victoria Ocampo e Roberto Arlt: grandissimi protagonisti della scena letteraria del tempo, che non hanno bisogno di presentazioni. Sono tutti ritratti di striscio, però, con una felice intuizione parodistica. Gli eroi di Caparrós evidentemente non sono gli intellettuali. L’eroe è lo squattrinato Rivarola, il figlio di immigrati, che ha una costante fame di popolo, di strada, di vita. Per questo sogna di riportare il tango al suo ruolo di autentica e profonda voce della gente. Dunque di fargli dire la verità, missione non semplice in un paese che soffre dei tanti mali della tipica caricatura dello stato sudamericano: la politica costantemente attraversata da pulsioni radicalmente opposte; l’affarismo più basso elevato a chiavistello per l’apertura di tutte le porte; la polizia largamente e irrimediabilmente corrotta; e la stampa sempre impegnata a svolgere un ruolo teoricamente fondamentale e materialmente ipocrita. L’inizio del libro assomiglia un po’ all’inizio di Conversazione nella Cattedrale di Mario Vargas Losa: anche il Pibe, come Santiago Zavala, si chiede quando e come il suo paese si sia perso. Ma Caparrós non ambisce all’approfondimento quasi psicanalitico cui ricorre il maestro peruviano. Gli basta dimostrare che anche la farsa può condurre, con stile molto più umile, a risultati comparabili.

Recensione (di S. Tedeschi)

Condividi:
 

Napoleone crolla e al Congresso di Vienna, tra il 1814 e il 1815, si gettano le basi della Restaurazione, cominciando dalle spartizioni territoriali. Ma c’è un punto, sulle carte topografiche, in cui la matita dei negoziatori ha tracciato un confine incerto. È un piccolo spazio di 3,4 Km², tra la Prussia e il regno olandese; una terra di nessuno, che non è così facile da attribuire, perché è appetita da entrambi gli stati. Vi si trovano una ricca miniera di zinco e, soprattutto, uno stabilimento industriale, che lavora quel minerale in modo innovativo e incredibilmente efficiente. Comincia qui la storia – tutta vera – del territorio neutrale di Moresnet, destinato a restare tale, conteso presto anche dal Belgio, per un secolo intero, finché sarà travolto e cancellato dalla prima guerra mondiale. Nel frattempo, però, Moresnet sperimenta i problemi e le possibilità dovuti all’ambiguità del suo singolare regime. L’Autore di questo libro ne fa una divertita e romanzata rassegna. È ben vero che gli abitanti di Moresnet non hanno più una cittadinanza certa e che per loro è difficile anche sposarsi. E poi c’è il dilemma della legge applicabile e del giudice cui rivolgersi in caso di controversie. Tuttavia Moresnet è una sorta di paradiso fiscale, che se consente il contrabbando e altre manovre speculative sui più vari tipi di merci, non impone troppe tasse, neanche agli operai più poveri. E le autorità che dovrebbero vigilare sono lontane e svogliate. Ciò che è chiaro è che, ad un certo punto, pur facendo discutere a lungo politici e giuristi di tutta Europa – c’è anche chi ritiene che il suo vero cuore sia l’azienda che ne sfrutta i giacimenti minerari e che dunque abbia una singolare natura commerciale – Moresnet potrebbe diventare qualsiasi cosa: un nuovo Principato di Monaco, ad esempio, meta ideale per i più ricchi giocatori d’azzardo di tutto il mondo; o un piccolo e tranquillo Stato in formazione, con propri fantomatici e preziosi francobolli, ma senza l’oppressione di un vero Governo. Perfino gli esperantisti ci mettono gli occhi, dandogli un inno ufficiale e immaginando che proprio lì la loro lingua universale possa radicarsi e accreditarsi definitivamente. Già censita da Graziano Graziani nel delizioso Atlante delle micronazioni, ma parimenti riscoperta anche da altri scrittori, la vicenda di Moresnet non è soltanto un curioso accidente; è una lezione spassosa ed efficace sugli elementi costitutivi dello stato, sul rapporto centrale tra fatto e diritto, e sul ruolo fondamentale del controllo delle risorse economiche come fattore agglutinante per originali soluzioni istituzionali. Leggere questo libro permette di comprendere, ancora una volta, che le idee e le esperienze maturate dalla statualità nel corso della sua storia plurisecolare offrono una lente assai utile per comprendere tante questioni presenti.

Recensione (di L. Fazzini)

Condividi:
 

È la Russia il paese terribile in cui Andrej – alter ego dell’Autore – intende tornare per qualche mese, dopo essere migrato negli Stati Uniti con i suoi genitori al tempo del crollo dell’Unione Sovietica, quando era ancora piccolo. Ha terminato il dottorato da poco e la fidanzata lo ha lasciato, e si ritrova esposto, così, più che mai, ad una naturale e forte incertezza sul futuro. Perché, dunque, non ascoltare suo fratello Dima e passare un po’ di tempo a Mosca, per accudire la nonna Seva? Del resto è un aspirante slavista: un’immersione diretta nell’attualità della cultura che studia non può che fargli bene. E potrebbe anche approfittarne per giocare un po’ a hockey, sua grande passione. Ma la Russia – tra nuovi ricchi e “stato di polizia” – pare proprio un paese inguaribilmente terribile. Mosca è al centro di un processo di fortissima gentrificazione ed è percorsa da un mix di violenza diffusa e poco repressa e di repressione poco violenta quanto diffusa. Baba Seva è messa molto più male di quanto Andrej pensava; è anche molto sola e nel suo vecchio appartamento non c’è la connessione Internet, che a lui, però serve per restare in contatto con i corsi universitari cui sta facendo da assistente. Suo fratello Dima, poi, ha un piano molto chiaro per liberarsi dell’immobile e strappare un buon prezzo, indipendentemente dalla considerazione della salute della nonna. Come se non bastasse, fraternizzare con gli hockeisti della periferia moscovita non è cosa facile e, nel frattempo, la chance di essere assunto come docente in un buon college pare sfumare, a favore di un odiato e arrogante collega. Nonostante ciò, Andrej – che nel frattempo si innamora, e per giunta corrisposto, della bella dottoranda Julija – si affeziona alla nonna e alla sua storia difficile, e stringe amicizia con un gruppo di attivisti neocomunisti e oppositori di Putin, tra cui militano anche la sua nuova compagna e il di lei ex marito. Prende coraggio, alimenta la sua coscienza politica ed è pronto a restare in Russia per sempre, anche se una serie di eventi un po’ pericolosi, un po’ fortuiti e in parte un po’ fortunati lo convincono che, in fondo, la sua strada è quella che lo riporterà in America. Un paese terribile è un libro riuscito per molti aspetti. Per l’empatia che facilmente suscita: sa essere leggero, ironico e divertente, e a tratti è profondo e commovente. Ma anche per la bella immersione socio-culturale che permette di sperimentare, nella storia, nelle incrostazioni e nelle vene, vecchie e giovani, di un paese tuttora percorso da contraddizioni e da energie fortissime, in positivo come in negativo. Più di tutto, però, Gessen riesce a comunicare la singolare e forse paradossale propensione per lo spiazzamento che ogni giovane aspirante studioso, per essere autenticamente tale, deve sentire. Da questo punto di vista, il romanzo ha una morale chiara, che qualcuno potrebbe definire buonista e che, tuttavia, coglie nel segno: ci vuole tanto cuore per vivere davvero ciò che si studia.

Recensioni (di Luigi De Biase; di Boris Fishman; di Marcel Theroux; di Ettore Ventura)

Conversazione con l’Autore

Condividi:
 

I viaggi servono e questo libro ne è la prova. Infatti non è un libro di viaggio. È il racconto di un itinerario personale, che così trova il suo compimento. Non c’è dubbio che le tappe di questo itinerario si radicano fisicamente nel sito lontano, e prima mai visto, di cui l’Autrice narra, esplorandone pezzi di storia e di topografia, e raffigurandone la gente e i protagonisti. Nello stesso tempo, tuttavia, il libro coltiva ragioni di ricerca familiari e più intime: tornare sui luoghi – oggi completamente assorbiti dall’abbandono e dalla vegetazione – in cui il nonno, militare italiano, è stato internato durante la seconda guerra mondiale; e offrire, per questa via, un doveroso tributo alla dura esperienza di molti connazionali. Ma anche di tutte le displaced persons che il conflitto ha spazzato via o costretto in quei luoghi. Dopodiché la Kaliningrad che Valentina Parisi vuole scoprire, naturalmente, è anche la Königsberg prussiana di Kant e dell’efficiente e florida cantieristica pesante del Reich, rasa al suolo, tuttavia, dai massicci bombardamenti degli alleati e poi investita dall’occupazione sovietica. È soprattutto quest’ultima città che l’Autrice percorre, nel suo essere stata macinata dal tentativo, rimasto incompiuto, della sua completa e profonda riedificazione, secondo un ordine e una morfologia in ipotesi coerenti con le ideologie del nuovo regime. Sicché il volume – animato anche da un apparato fotografico più che evocativo – alterna il viaggio nella memoria personale e collettiva con alcune istantanee, molto efficaci, delle tante epoche e delle molteplici, tragiche, e talvolta anche curiose, vicende che hanno punteggiato la città di K. Tra tutti questi piccoli, o grandi, scavi ve ne sono almeno tre, che sono meritevoli di un’immediata menzione: il colloquio con un’anziana signora originaria di Königsberg, strappata alla sua casa e oggi residente a Berlino, e ancora tenacemente aggrappata al ricordo della sua Heimat perduta; il capitolo sui “poeti tra le rovine”, in cui giganteggia la presenza di Brodskij, con le sue disavventure e con i racconti di chi lo ha conosciuto e cercato; e la singolare vicenda dell’ippopotamo del grande zoo di K., sopravvissuto alle bombe e curato dalle attenzioni dell’esercito russo. Ma alla fine ciò che della lettura più rimane è la sensazione di una forte esigenza individuale, che stimola l’esplorazione di una zona di silenzio e il superamento di un momento di frattura: a dimostrazione, ancora, che è nel filtro della letteratura e della storia che gli spazi e la memoria diventano chance imperdibili per trasformare i bisogni individuali in occasioni di riflessione e ritrovamento.

Recensioni (di P. Melissi; di A. Orfini; di F. Ricapito; di J. Turini)

La Prefazione di F.M. Cataluccio

Condividi:
 

Non è un libro nuovo, risale ai primi anni Duemila ed è stato più volte ristampato. È un poliziesco, il primo di una serie di successo, tutta dedicata alle avventure dell’ispettrice Camilla Cagliostri. L’Autore è uno scrittore di autentico pedigree, uno dei cantori più prolifici e apprezzati delle tante leggende e storie della Bassa padana, materia nella quale ha dato il meglio di sé. Qui è alla prova di un genere diverso, anche se i luoghi – in questo caso, Modena e i suoi immediati dintorni – sono sempre quelli prediletti. Ma il giallo merita una segnalazione non per questa ragione. Né per la particolare originalità dell’intreccio, che si dipana, piuttosto, secondo un copione abbastanza prevedibile: due giovani donne vengono uccise da un killer misterioso, e poi ne viene uccisa anche una terza, che pare non avere alcun legame con le prime; gli inquirenti brancolano nel buio, ma l’ispettrice – che è la classica figura tenace, intelligente e anticonformista, oltre che dotata di un certo fascino – segue un’intuizione che la porta a scavare nel passato scolastico delle prime due vittime e a scoprire tutti i danni, e tutte le vendette, che le dinamiche adolescenziali possono talvolta suscitare e ingigantire oltremodo. Tuttavia la vicenda non finisce a questo punto, perché c’è la terza vittima, e il dato interessante del romanzo non è neanche il colpo di scena sull’identità del colpevole (anche a questo riguardo è tutto chiaro e comprensibile ben prima del finale), bensì la reazione di Camilla. Che in parte corrisponde ulteriormente ad un facile stereotipo della letteratura di genere (la giustizia per mezzo dell’ingiustizia); in parte fa sì che il senso della storia intera venga completamente rovesciato e che la sua protagonista, quasi per magia, ne risulti nuovamente caratterizzata, e per di più in modo improvvisamente intrigante. Per tale via si capisce anche a che cosa si deve il titolo, dal momento che ciò che l’Autore vuole proporre è una lezione molto esplicita sull’ossessione del controllo, e che, nelle sue indagini, a causa di quell’ossessione, Camilla si è davvero persa nella nebbia. Anzi, ci si fa l’idea che forse Camilla è così perché già da tempo è persa nella nebbia, per altre circostanze che hanno a che fare col suo passato familiare e che un qualsiasi lettore, al termine del libro, non può che voler superare in compagnia dell’eroina ora conclamata, nel corso di una successiva avventura. Non va, dunque, lodato uno scrittore capace di simili piccole astuzie?

Condividi:
 

L’Autore di questo libro è un giovane studioso, aspirante accademico e traduttore. Si è messo in pausa e ha intrapreso il percorso di formazione professionale previsto in Francia per diventare carpentiere. Ha passato dieci anni tra cantieri e tetti d’Oltralpe (ma non solo), meditando sul valore dell’esperienza artigiana e sugli insegnamenti culturali che se ne possono trarre per la vita di oggi: il distillato di questo lungo tirocinio è raccolto nei 13 brevi capitoli in cui si articola il volume, ciascuno dedicato a una vicenda simbolica dell’esperienza accumulata sulle impalcature. Il repertorio delle acquisizioni è vario: l’importanza del tatto, in primo luogo, che “porta a una meravigliosa estensione del mondo”; poi il valore dell’opera realizzata secondo “criteri di qualità oggettivi”, che consente di “uscire dal sé” e di maturare un migliore rapporto con le imperfezioni; quindi le virtù di assimilazione e di incorporazione della conoscenza che sono sottese ad ogni “saper fare”; e così anche la natura strutturalmente collettiva di questo tipo di sapere, che “non è quello di un solo operaio”, ma è “tutta l’esperienza di cui questa persona ha a sua volta beneficiato, vale a dire quella dell’insieme della professione”. Lochmann in definitiva esalta il patrimonio che i saperi artigiani rappresentano per tutti, poiché costituiscono una protezione solida ed efficace nei confronti del “rischio di sostituzione”, che nell’età (ormai prossima?) dell’intelligenza artificiale può travolgere ogni lavoratore. Ad emergere è il fatto essenzialmente politico che si realizza nella trasmissione e nella valorizzazione del know-how artigiano, che non è per nulla estraneo alle innovazioni più moderne e che, piuttosto, sa veicolarle utilmente nel corpo sperimentato delle tecniche più tradizionali.

Nel breviario di Lochmann – lo si può intendere anche in questo modo – alcuni riferimenti ideali sono molto visibili, e più volte citati: tanto Richard Sennett e un po’ di Zygmunt Bauman, ad esempio. Altri, invece, sono più criptici, ma nondimeno influenti: se è vero, come afferma l’Autore, che nel gesto del taglio del legno si può intravedere un atto che produce “simmetria” e che come tale appone “un segno quantomai caratteristico dell’Umanità”, allora non c’è dubbio che nel retroterra di questa stessa affermazione si nasconde anche una buona parte di Rémy Brague. Ciò non significa che il già letto che vi si può abbondantemente trovare non renda il libro uno strumento potenzialmente prezioso. Alla fine, per tutti i motivi illustrati da Lochmann, una dose di vie solide (o di “vita solida”, come recita l’originale francese del titolo) è realmente opportuna e fruttuosa per tutti. Non solo, ovviamente, per tenere i piedi per terra (e ora apprendiamo che, per fare questo, li si può tenere anche per aria). C’è dell’altro. Lochmann, figura a più dimensioni, ci rivela di essere concentrato più che mai sul problema – davvero cruciale – della trasmissione culturale e sull’esercizio difficile che ne fa la maggiore esperienza, la traduzione: un grande lavoro artigianale, esso stesso; una pratica che proprio gli studiosi dovrebbero sempre saper affrontare e frequentare con costanza e applicazione. Non c’è pensiero, infatti, senza connessioni con un contesto, né c’è studio senza la messa in opera di una tecnica che consenta l’assimilazione. La traduzione è il campo in cui contesti e tecniche interpretative sono decisivi, e il suo percorso, non a caso, è comparabile ad un progetto, simile a quello che si segue anche in un cantiere. L’invito a farsi carpentieri, pertanto, vale anche come l’invito a farsi traduttori, e viceversa. Ed è qui – per tutto ciò che esplicitamente non racconta – che l’Autore de La lezione del legno si fa interessante e originale.

Condividi:
© 2026 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha