Andrés “Pibe” Rivarola è un giovane uomo che nella Buenos Aires dei primi anni Trenta sta cercando una propria strada e fatica a trovarla. Alle spalle ha già una serie di fallimenti e ora vive a pensione dall’antipatica doña Norma. Il Gorrión – suo amico – è in un brutto guaio: deve una bella somma di denaro ad alcuni trafficanti, da cui ha ricevuto a credito la droga che regolarmente vende a Bernabé Ferreyra, fenomenale goleador del River Plate. Il fatto è che il campione non paga più, perché ha abbandonato la città e se ne è tornato in campagna, alla casa materna, per spuntare dalla società un ingaggio più elevato. Andrés allora decide di attivarsi per provare a far tornare Bernabé, ma finisce in una curiosa carambola di incontri e di eventi imprevisti e pericolosi. Da un lato l’avventura gli dà l’occasione di frequentare la fascinosa Raquel Glazier, di cui è innamorato, apparentemente senza essere corrisposto. Dall’altro lato, però, si ritrova strumento di manovre che non riesce del tutto a comprendere. Di mezzo c’è anche la misteriosa morte di una bellissima ragazza, figlia di un eccentrico e decaduto esponente politico di destra. Il quale insiste di voler fare di tutto per la patria – come nel titolo del libro – e che con questo slogan, tuttavia, riprende sia un motto della Guardia Civil spagnola dell’epoca franchista, sia il nome di un movimento rivoluzionario di sinistra, che opererà soltanto cinquant’anni dopo: con questo simbolico anacronismo la satira dell’Autore si rivela definitiva. L’intricata vicenda, ad ogni modo, farà maturare Andrés ulteriormente e gli procurerà il tanto agognato posto di lavoro. Il romanzo termina con un “(continua)”, che fa pensare che, forse, potremo saggiare il Pibe in altre storie altrettanto improbabili e pittoresche. O forse no. Perché quella chiusa fa parte essa stessa del pastiche che l’Autore ha messo giocosamente in scena.

Tutto per la patria è una galleria variopinta di personaggi, molti anche reali, assemblati a bella posta per trasmettere un certo gusto. È reale il calciatore, Bernabé Ferreyra, detto La Fiera, un vero prodigio del gol. Sono reali anche Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Victoria Ocampo e Roberto Arlt: grandissimi protagonisti della scena letteraria del tempo, che non hanno bisogno di presentazioni. Sono tutti ritratti di striscio, però, con una felice intuizione parodistica. Gli eroi di Caparrós evidentemente non sono gli intellettuali. L’eroe è lo squattrinato Rivarola, il figlio di immigrati, che ha una costante fame di popolo, di strada, di vita. Per questo sogna di riportare il tango al suo ruolo di autentica e profonda voce della gente. Dunque di fargli dire la verità, missione non semplice in un paese che soffre dei tanti mali della tipica caricatura dello stato sudamericano: la politica costantemente attraversata da pulsioni radicalmente opposte; l’affarismo più basso elevato a chiavistello per l’apertura di tutte le porte; la polizia largamente e irrimediabilmente corrotta; e la stampa sempre impegnata a svolgere un ruolo teoricamente fondamentale e materialmente ipocrita. L’inizio del libro assomiglia un po’ all’inizio di Conversazione nella Cattedrale di Mario Vargas Losa: anche il Pibe, come Santiago Zavala, si chiede quando e come il suo paese si sia perso. Ma Caparrós non ambisce all’approfondimento quasi psicanalitico cui ricorre il maestro peruviano. Gli basta dimostrare che anche la farsa può condurre, con stile molto più umile, a risultati comparabili.

Recensione (di S. Tedeschi)

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