Con tutta probabilità questo libro è la lettura più interessante dell’anno, almeno finora. Tra il 2014 e il 2018 un giornalista (Luca Fiori) ha intervistato a più riprese un noto artista (Giovanni Frangi). Dopodiché un critico (Giovanni Agosti, che ha seguito larga parte del percorso di Frangi, sul quale ha anche raccolto una serie di saggi) ha assemblato il testo, corredandolo di numerose immagini. Il risultato – edito alla fine del 2021 – è un volume assai originale: in parte autobiografia; in parte catalogo e “scrigno” iconografico; in parte flusso di coscienza sulla vita e sull’arte in generale. Quest’ultimo aspetto è quello più accessibile, più diretto. Discutendo di influenze, di ispirazioni, di tecniche e di opere (proprie come altrui), Frangi non manca di affrontare temi che definire classici sarebbe riduttivo. Lo fa in qualche passo sintomatico, quando si chiede, ad esempio, che cosa sia il suo mestiere: “l’arte ha un compito o è un’esigenza? Sono solo domande aperte, tutte le risposte sono buone. Come essere o non essere, credi in Dio o non ci credi, piove o non piove, m’ama o non m’ama… Io sono convinto che l’arte abbia una sua fisicità necessaria”. Ma lo fa anche quando si sofferma sul processo creativo: “Io prendo un’idea e la trasformo. Non è importante dove la prendi, dove la vai a cercare, ma dove la porti”. Non sono questi, però, i tratti più accattivanti del volume. Ciò che è meritevole di particolare attenzione – oltre ad alcune formidabili foto, fra cui una (splendida) di Sandro Penna e quella di “uno dei quadri più belli del mondo” (Frangi dixit) – è quanto il comune lettore non può pensare, trovare o immaginare per suo conto, e può, dunque, soltanto apprendere: sulla nascita e sull’evoluzione del percorso del pittore; sui temi prediletti (tangenziali, paesaggi, isole, giardini, ninfee, alberi); sull’importanza dell’atelier, come giusto luogo di lavoro; sul rapporto con galleristi e committenti, e con il critico di fiducia (che altri non è che il curatore del testo); sulle esperienze e sulle esposizioni più importanti (si racconta anche di quella, a suo modo piccola, presso il Mart di Rovereto, dove ho visto un Frangi per la prima volta); sulla relazione con lo zio famosissimo (Giovanni Testori) e sulle tante e notevoli conoscenze (Aldo Busi o Alda Merini, ad esempio); e poi sui quadri e sugli artisti preferiti; e ancora sulla luce e sul colore… Naturalmente tutto questo è avvincente per chi vuole avere esattamente queste notizie (com’è per coloro che sono fan di Frangi, quorum ego). Ma lo dovrebbe essere anche per altri. Perché è una prova di come qualsiasi itinerario di pensiero si nutra sempre di incontri, spazi, interferenze, intersezioni: di eventi in cui solo la forza dell’inatteso consente il passo ulteriore e motiva la buona riuscita dello studium, dell’applicazione costante e intelligente. L’intervista, inoltre, ha il pregio di nobilitare il genere che rappresenta: le testimonianze orali e il loro montaggio illuminano vie d’accesso altrimenti non praticabili. E anche questa, come sanno bene molti storici, è lezione di non poco conto. Detto sommessamente, al termine di questo breve pezzo: anche i giuristi potrebbero guadagnare qualcosa.

Recensioni (di D. Dall’Ombra; di M. Recalcati)

Un’intervista all’intervistatore (da artslife.com)

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Genly Ai è stato inviato dall’Ecumene – enorme alleanza che riunisce più di ottanta mondi – sul pianeta Inverno, così definito perché interessato da una glaciazione pressoché globale. La sua missione è creare un contatto pacifico e convincere i Getheniani (questo il nome che si danno gli abitanti di Inverno) a far parte di Ecumene. È un compito davvero impegnativo, poiché la civiltà di Inverno è molto singolare e spiazzante. Inoltre, mentre l’inviato ha la fisiologia e la sessualità tipiche delle stesse genti che popolano la Terra, i Getheniani, anche se simili agli umani, in certi periodi possono costantemente virare dal genere maschile a quello femminile. Ai loro occhi, pertanto, l’inviato assume le sembianze di qualcosa di strano, di pervertito. Genly, ad ogni modo, si trova sul pianeta Inverno da diverso tempo. In particolare è sbarcato nel regno di Karhide, uno degli “stati” presenti su Gethen. Pur essendo entrato nelle grazie di Estraven, il ministro più autorevole, potente e vicino al re, non è ancora riuscito a persuadere i suoi interlocutori sulla bontà di un dialogo con l’Ecumene. Le cose, tra l’altro, si mettono improvvisamente male. Estraven viene accusato di tradimento e condannato all’esilio. Genly, allora, si rivolge a un’altro stato, Orgoreyn, rivale di Karhide e dotato di un’organizzazione politica del tutto diversa. Ma anche lì la sua missione rimane ostaggio delle dinamiche di potere interne alla classe dirigente, tanto che Genly viene addirittura catturato e costretto, di fatto, a lavori forzati. Tutto sembra perduto, ma Estraven ricompare proprio su Orgoreyn, salva Genly e lo guida in un’epica e lunghissima traversata sul ghiaccio. Comincia un viaggio avventuroso, che costituisce il vero centro del romanzo e, in una sorta di diario in cui le voci dei due protagonisti si alternano, conduce all’epilogo della storia e fa da sfondo a un processo di reciproca e profonda comprensione. Al termine, gli emissari di Ecumene sbarcheranno a Karhide e Genly Ai racconterà le gesta di Estraven alla famiglia e alla tribù che, dopo la condanna del re, lo avevano bandito.

Si tratta di uno dei libri più famosi di una celebrata “maestra” della letteratura di fantascienza. E non c’è dubbio che contribuisce a dimostrare il motivo di tanta autorevolezza. La Nota dell’autrice, che fa da schietta e lucida premessa, contiene una dichiarazione di poetica: “La fantascienza non prevede; descrive”. Il senso di tale proposizione lo spiega Nicoletta Vallerani nella sua Postfazione: “È  questo che insegna la creazione immaginaria: ipotizzare mondi che potrebbero insegnarci qualcosa sul nostro”. Da un lato, dunque, l’universo di questa scrittrice è – con rigorosa attinenza al mainstream del genere letterario in questione – inequivocabilmente tutto inventato, e lo è meticolosamente. La tecnica di affiancare alla storia vera e propria brevi capitoli con la narrazione di leggende o miti della tradizione getheniana amplifica la sensazione di immersione in una realtà così lontana, eppure quasi afferrabile. Nonostante ciò, il racconto, remotissimo, e collocato per lo più in un tempo futuro ma irriconoscibile, esprime situazioni che non riescono mai ad esserci veramente estranee. La missione di Genly Ai e il suo incontro con Estraven ci parlano direttamente. Svelano, in un crescendo, che nella relazione intersoggettiva le differenze si abbattono e la virtù, il coraggio, l’onore, la paura ci rendono tutti più simili di quanto non possa sembrare. Più di tutto, Le Guin dimostra che – usando sempre le parole di Nicoletta Vallorani – “le categorie che intendiamo come determinanti non lo sono affatto, ed è possibile progettare una cultura che da esse prescinda”. È questo l’umanesimo assoluto della scrittrice americana. Che, sintomaticamente, si distingue dalle trame di palazzo e si alimenta nel confronto con le potenze molto più estreme della natura. Non c’è da dubitare che, nel 1969, anno della sua pubblicazione, questa prospettiva significasse qualcosa di rivoluzionario, specialmente per quelle che oggi si definiscono pacificamente questioni di genere. Letto oggi, La mano sinistra del buio – come è tipico della migliore letteratura – espande la propria forza anche oltre, in numerose e proficue direzioni.

Recensioni (di P. Matarazzo; di M. Morellini; di M. Tagliaferri)

Worlds of Ursula K. Le Guin (di A. Curry)

I libri di Ursula K. Le Guin (da esquire.com)

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A Comisso torno con frequenza, quasi in ogni stagione. Un gatto attraversa la strada offre l’ennesima occasione per riconfermare le ragioni di una passione. Si tratta di una raccolta di racconti, vincitrice del Premio Strega nel 1955. È stata ripubblicata quest’anno da La Nave di Teseo, cui si deve il merito di aver intrapreso una sistematica riedizione delle opere dello scrittore trevigiano. Qui lo possiamo gustare al massimo delle sue abilità di narratore breve. Su queste capacità – vi si soffermano anche Guido Piovene (nel bel testo collocato come postfazione, prima della nota bibliografica di Nico Naldini) e Paolo Di Paolo (nella breve prefazione) – si è detto molto: che a Comisso basta un oggetto, una figura, un animale, un albero, uno sprazzo di mondo per imbastire subito una storia; che le sue storie sono dei proto-sillabari di un’Italia ancora “antica”, schizzi di persone e sentimenti semplici e spontanei, e modelli di certo e nobile riferimento per la scrittura futura dell’amico-allievo Goffredo Parise; e anche che il suo stile, a volte lineare e facilissimo, a volte più espressivo, e a volte ancora sorprendente (specie nelle apparenti anomalie, anche grammaticali, che qua e là si palesano) sembra corrispondere appieno – in un gioco di perfetta armonia tra forma e sostanza – al vitalismo inesauribile, e inesausto, che lo contraddistingue. E si potrebbe continuare. Ciò che più colpisce è la tecnica pittorica. Comisso, che di grandi artisti è stato amico, scrive come se dipingesse, utilizzando parole, frasi e ritmo come se fossero pennellate, istintive, uniche e immodificabili, aliene dalla consuetudine del ritocco ammiccante o ricercato. Quelli dei racconti sono schizzi naturalissimi. Talvolta assumono sembianze allegoriche, perché sintetizzano in modo paradigmatico la fisiologia, o l’esiziale patologia, di pulsioni elementari (come in Occhiali da sole o ne Il sospetto o ne L’ostessa maligna). Talaltra hanno un’implicita intenzione edificante, a suggello di messaggi profondi, ma anche a ritratto di un Paese che oggi non c’è più (esemplari La nuova padrona, Due soldati di regioni lontane, La prova d’amore). Non a caso, in qualche momento, lasciano anche trasparire nostalgia e solitudine, le vere coordinate emotive di questo bellissimo libro (evidenti in Un ingrato destino, L’ozio di Marco, La mano del controllore, Al mare). A tratti, invece, sanno essere ironici e quasi comici, perché ridicolizzano la vanità cui si appigliano certe piccole speranze, specie quando si fondano sul senso della propria, controllata autosufficienza (La disdetta di un timido; L’alpino solitario). Infine (e sono così gli ultimi otto pezzi) si rivelano allegramente libertini, se non licenziosi, in una specie di crescendo istintivo, cui l’Autore stesso non sa resistere. La chiave di volta di questo intreccio è scoperta più che mai: infatti, il racconto che dà il titolo alla raccolta è pienamente rappresentativo del mood dello scrittore. Comisso gioca con la più nota delle superstizioni per mettere nero su bianco, in modo apparentemente divertito, la reiterata frustrazione sensoriale cui è condannato. Meglio (o peggio…): cui non può che essere – o sentirsi sempre – condannato, perché la realtà che lo circonda e le esperienze che essa gli può dare, purtroppo, non sono più quelle di un tempo, né quelle che vorrebbe. È il Paese, certo, che, pur recando ancora tracce visibili di una realtà che fu, sta inesorabilmente cambiando. Soprattutto, però, è la giovinezza, con tutte le sue illusioni, ad essersene andata.

Recensione (di R. Carnero)

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Sono quattro i testi che compongono questo libro. Nel primo l’Autore gioca con i ricordi e con la tormentata vita sentimentale del giovane Stendhal. Ne ripercorre il tragitto durante la campagna d’Italia, al seguito di Napoleone. Si sofferma sul senso immediato di scoperta e su quello successivo, di endemico smarrimento, che lo scrittore prova, sia visitando il campo della battaglia di Marengo, sia di fronte alla reiterate insoddisfazioni amorose. Di questo racconto assume un valore centrale la rievocazione, quasi onirica, di un breve voyage, che Stendhal intraprende fino a Riva del Garda, al seguito di una delle sue numerose amanti. Nel secondo pezzo, invece, Sebald ricostruisce due peregrinazioni autunnali, da lui stesso compiute nel 1980 e nel 1987. In un caso narra del percorso che da Vienna, dopo una passeggiata in un borgo vicino con il poeta Ernst Herbeck, lo ha portato dapprima a Venezia, guidato sulle orme di Casanova da un misterioso veneziano di nome Malachio, e poi a Verona, dalla quale tuttavia è presto fuggito in treno verso il Brennero, assalito dall’inquietudine che alcune coincidenze sembrano avergli comunicato. Nel viaggio successivo, Sebald torna sui propri passi, ma svolge anche alcune digressioni: a Padova, a vistare la cappella degli Scrovegni; sulle tracce di Kafka, da Desenzano e lungo la costa orientale del Lago di Garda, fino a Limone, dove è ospite di una magnetica albergatrice e smarrisce il passaporto; e a Milano, dove si reca al consolato tedesco per ottenere nuovi documenti. A Verona soggiorna felicemente alla Colomba d’Oro, rivede i luoghi che lo avevano spaventato e si intrattiene a lungo con un cronista locale, alla ricerca della ragione delle sue originarie paure, per poi concludere con il ricordo del libro di Franz Werfel su Verdi, donato dallo stesso scrittore ad un Kafka oramai morente. Il terzo testo del volume è tutto su Kafka, in particolare su di un suo misterioso ed erratico itinerario, che nel 1913 lo ha visto partire da Vienna per Trieste, e poi risiedere per un qualche tempo a Venezia, ripartendo infine per Desenzano e Riva del Garda. Sebald si sofferma sul soggiorno di Kafka in una clinica sul lago e alla raffigurazione di un fatto tragico accaduto proprio allora sovrappone una storia inventata dallo stesso Kafka, dalla quale estrapola tutto lo struggimento dello scrittore per la sua esiziale incapacità di trovare l’amore. L’ultimo brano di Vertigini è intitolato Ritorno in patria ed è il prodotto di una reverie, che vede l’Autore raggiungere il suo paese natale, in Baviera, ai confini con l’Austria, e fermarsi nella medesima locanda in cui la sua famiglia ha vissuto per diversi anni. L’occasione gli offre la possibilità di scolpire biografie e disavventure di tanti e diversi personaggi del borgo, e di ricordare alcuni momenti salienti della sua formazione infantile. Il finale rientro in Inghilterra, a Londra, è motivo di nuove, portentose visioni e di una conclusiva conflagrazione, in cui esistenza individuale e universalità si confondono definitivamente.

Di Sebald, forse, tutti conoscono Austerlitz, il romanzo più rappresentativo. Molti avranno sentito parlare anche de Gli anelli di Saturno. O di Storia naturale della distruzione. Sono grandi libri, che hanno dato al loro Autore visibilità e riconoscimento internazionali. Vertigini non è da meno. Anzi, le prose che vi sono raccolte si possono dire esemplari del particolare metodo Sebald. Da un lato, è un metodo che per lo scrittore funziona un po’ come il metodo Stanislavskij per un attore. Sebald fiuta una via, un’occasione di redenzione, e la percorre con certosina pazienza e abbandono, come se fosse un copione, fidandosi degli indizi che gli possono dare le vite e le storie altrui. Il punto è che Sebald non si limita alla rappresentazione: si cala in quegli indizi, se ne lascia attraversare, si immedesima fino alla vertigine (per l’appunto), che è la porta per la comprensione di un grado di verità altrimenti non verbalizzabile, né (probabilmente) pensabile. Da un altro punto di vista, ma coerentemente con questa tendenza all’immersione esistenziale, il metodo Sebald è anche un metodo panletterario. Lo scavo della lettura e della scrittura impone lo scavo nello sguardo, sicché ogni soggetto letterario, potenzialmente, diventa medium dell’invenzione e della correlata esperienza redentrice. E ciò perché nel soggetto è possibile immaginare di ripercorrerre i tratti e di ricostruire la memoria della realtà, e dunque, così facendo, così fantasticando, di maturare le competenze necessarie a ricomporre la propria. L’esperienza diventa tanto più vertiginosa quando i livelli di lettura si sovrappongono, alludono l’uno all’altro, strizzano l’occhio all’osservatore e lo attraggono – in un gioco di allusioni e di richiami reciprocamente magnetici – nell’occhio di un ciclone. Che, da letterario, diventa concretissimo, perché è la concretezza delle emozioni ad averlo alimentato. In Vertigini i rimandi sono evidenti, molteplici e ammalianti: Stendhal e l’amore, in Italia e a Riva del Garda; Kakfa e la malattia, in Italia e a Riva del Garda; Sebald che viaggia come Stendhal e Kafka, e si stordisce di digressioni, di dettagli, di immagini, di oggetti (che, nel metodo Sebald, sono tipicamente riprodotti nel testo); Sebald nuovamente, che ripete il suo viaggio, perché, a quel punto, vuole “controllare meglio” i “fugaci ricordi” e “riuscire magari a mettere per iscritto qualcosa al riguardo”; e poi il ritorno a casa, quella delle origini lontane e in parte dolorose, e, nelle ultime pagine, quella che lo ha accolto, straniero a se stesso, alla sua stirpe e alla sua nazione. Ecco, leggere un libro di Sebald dà la sensazione che ci si possa conoscere e salvare ubriacandosi di letteratura. Sensazione bellissima.

Il culto di W.G. Sebald (di L. Coppo)

Sebald, l’ultimo romantico (di M. Freschi)

“Il ricordo ci dà le vertigini” (di V. Punzi)

“L’improvvisa incursione dell’irrealtà” (di C. Angier)

Un documentario su Sebald

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Il protagonista di questo romanzo è l’ultimo rampollo dei Cimamonte, un’antica casata nobiliare. È un giovane adulto che ancora non sa che cosa fare veramente della sua vita. Decide di vendere il palazzo avito e lasciare la città di Berua. Si trasferisce a Vallorgana, la vicina località montana da cui la gloriosa storia di famiglia ha preso le mosse nel XIII secolo e in cui si trova ancora una grande villa. La gente del paese lo chiama Duca, anche se a rigore il suo titolo sarebbe quello di Conte. Per quanto cerchi un dialogo diretto e ispirante, e liberatorio, con la natura che lo circonda, il Duca è inquieto, attratto com’è, in modo irresistibile, dalle vicende della sua stirpe. Da un lato questo sentimento è risvegliato dalla lettura assidua di vecchie carte che sono stipate in un misterioso studiolo e di una suggestiva Chronica, che ripercorre alcuni secoli di avventure, soprusi e disgrazie dei Cimamonte. Ma, oltre a ciò, nel Duca la tensione, quasi violenta, a riscoprirsi degno e risoluto discendente di una stirpe mai domita è risvegliata anche dalle temibili manovre di Mario Fastreda, un allevatore particolarmente influente. A nulla vale la presenza saggia di Nelso Tabiona, fido e abilissimo boscaiolo. Né pare determinante, almeno in prima battuta, l’apparizione della bella e intelligente Maria, che pure stimola, nel Duca, sensazioni insperate. Fastreda, del resto, condiziona e controlla tutto il paese, e ha occupato proditoriamente una parte dei boschi dello stesso Duca. È così che si scatena rapidamente una vera e propria faida, in un crescendo di emozioni ed eventi, di macchinazioni e accuse, di scoperte e colpi di scena, fino a quella che si potrebbe definire l’illuminazione conclusiva: che dà ragione di un antagonismo apparentemente inspiegabile e apre la via, per il Duca, ad un futuro che è tanto segnato quanto definitivamente scelto.

Matteo Melchiorre è, da tempo, un autentico aedo dei luoghi, della loro energia pedagogica. Sa quanto siano importanti, se non – addirittura – esistenzialmente decisivi. Il suo percorso di scrittore – da La banda dell’autostrada Fenadora-Anzù a La via di Schenèr fino a Storie di alberi e della loro terra (il testo più bello) – lo prova appieno e Il Duca ne è una conferma ulteriore, forgiata, questa volta, in una forma letteraria forse più riconoscibile e meglio spendibile. Occorre chiarire subito che, a rigore, proprio la forma letteraria in questione penalizza un po’ il valore del libro. Ha la tipica progressione lineare che induce il lettore ad attendersi evoluzioni e sorprese, che però sono, rispettivamente, lente e talvolta prevedibili (come lo è quella che porta il Duca a capire chi è veramente Fastreda: già prima della metà del libro, il sospetto emerge di forza propria). Nonostante ciò Il Duca è romanzo che si distingue per tre virtù. La prima è la lingua. Non vi sono invenzioni particolarmente eclatanti, ma l’incrocio tra la costanza di un tono assai compassato e stilisticamente nobile e la diffusa contaminazione con espressioni italianizzate della tipica parlata della Valbelluna (il luogo dell’Autore) esalta il tempo magico del racconto. La seconda virtù è il modo con cui si propongono il bosco, la montagna, gli elementi (come la tempesta Vaia, ad esempio). Non sono idealizzati, sono rappresentati nella loro normale ambivalenza: se diventano riferimenti, per così dire, morali, ciò accade per via delle interazioni – positive o negative – cui uomini e donne possono dare sostanza. La terza virtù de Il Duca è che la sua pubblicazione conclama di per sé il consolidamento, nel salotto buono dei bestseller, di una famiglia di solidi scrittori veneti di terra (come Matteo Righetto, Paolo Malaguti e, per l’appunto, Matteo Melchiorre), che sul motivo delle radici sanno costruire i più vari percorsi narrativi, senza mai allontanarsi dallo spirito che li muove.

Recensioni (di R. Barilli; di L. Oliveto)

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Questo libro è un racconto di viaggio, anche se non si tratta di un reportage o di un diario di bordo. Lo si potrebbe definire un originale romanzo di tarda formazione, che per di più (pur nella lingua un po’ datata della traduzione nobile di Luciano Bianciardi) si legge d’un fiato, assai piacevolmente. Nel 1960 John Steinbeck, all’età di cinquantotto anni, attrezza un piccolo camper – subito battezzato Ronzinante, come il famoso destriero di Don Chisciotte – e parte alla volta di una “circumnavigazione” degli Stati Uniti, accompagnato da Charley, il suo barboncino. Il grande scrittore, che due anni dopo vincerà il Nobel per la letteratura, dichiara di intraprendere l’avventura per ristabilire un contatto con il paese. Non gli interessano più di tanto i luoghi notevoli, le attrazioni turistiche o i dati socio-economici. Gli preme semplicemente mettersi alla prova e si prepara meticolosamente. Vuole andare, abbracciare gli States, capire dove e come stanno la sua America e la gente che la abita, ricavare energia e ritrovare se stesso. Ed effettuare un bilancio in presa diretta, specchiandosi nelle arterie e nel sangue della nazione, come se fossero i propri. Per questa ragione si sofferma sulla strada, sulle persone che incontra casualmente e sui dialoghi che ha occasione di fare. Ha estremo bisogno di un rapporto franco con tutto ciò che vede, e la scrittura, semplice e diretta, lo lascia trasparire benissimo. Il tono complessivo, dunque, è familiare e Charley, assieme al lettore, è il confidente, il complice, la spalla perfetta. Quali sono i risultati di questa esperienza? 

Già l’eccitazione della partenza rende Steinbeck reattivo ed energico, al punto da fargli affrontare la furia degli elementi. Poi gli si risveglia ben presto la sicurezza nelle proprie capacità inventive e manuali: ad esempio, la scoperta, semplice ma ingegnosa, di un metodo per lavare i panni all’interno del suo camper rende Steinbeck particolarmente fiero. Ci sono alcune tappe, inoltre, che lo segnano particolarmente. A Yellowstone, ad esempio, si riconcilia con la grande natura della sua patria; e nella nativa California comprende pienamente le inutili frustrazioni della nostalgia senile. Infine la stessa velocità con cui lo scrittore compie l’ultima parte del percorso tradisce che la voglia di ritornare è forte, e lo è perché il tempo della prova può dirsi positivamente esaurito. Tuttavia, se questi sono gli esiti personali dell’avventura, l’analisi sull’America pone Steinbeck, in prima battuta, di fronte ad una vera e propria frattura. Le grandi autostrade lo stordiscono, cerca sempre di bypassare le città. Anche l’economia del consumo di massa lo disorienta. Più di tutto, però, ciò che avverte in modo sensibile è la mutazione antropologica del popolo americano, che egli continua a percepire come entità reale e potenzialmente sincera, e che, al contempo, si dimostra trascinato in un futuro di benessere standardizzato e spersonalizzante. Lo feriscono anche i duri conflitti di cui è testimone a New Orleans, in un momento in cui la lotta per i diritti civili della gente di colore si fa aspra e le reazioni opposte si rivelano ottuse e quasi grottesche. Nonostante ciò, Steinbeck rimane ottimista e si conforta del suo (riconfermato) senso pratico. Dopo l’ultima pagina, in definitiva, sembra di capire che l’insospettabile e anziano camperista abbia riacquistato un’incrollabile fiducia. Morale della favola: per vedere ogni cosa in una differente prospettiva (se stessi, gli altri, il proprio paese) non c’è niente di meglio che sceglierei un amico e mettersi tenacemente on the road.

Recensioni (di A. Armano; di E. Sassi)

The National Steinbeck Center

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A p. 67 di questo volume si può leggere quanto segue: “In una buona libreria trovi sempre quel che non stavi cercando; bisogna vivere ogni visita con curiosità, lasciando che la tua capacità di stupirsi ti assalga ed esca allo scoperto. Mai capiti coloro che entrano con in testa un titolo, lo chiedono e non si peritano neanche di dare un’occhiata al resto. Sono un posto, le librerie, in cui conviene abbassare la guardia”. L’osservazione – da sottoscrivere in toto – suggerisce esattamente quale debba essere lo spirito con cui avvicinarsi a Gli introvabili. L’Autore è un vero libraio, che non ha fatto altro che predisporre per il lettore una piccola ma suggestiva visita portatile in una sorprendente libreria emotiva, tanto personale quanto arricchente per chiunque. Gizzi, infatti, ha messo in fila una galleria di titoli – alcuni effettivamente irreperibili e “perduti”, altri tuttora acquistabili online, altri ancora ristampati soltanto di recente – che per lui sono stati importanti: perché letti in un certo momento; perché testimoni di un sodalizio amicale o professionale; o perché compagni e guide ispiratrici di viaggi significativi. Le singole scelte e i brevi capitoli che le raccontano non sono quasi mai banali (forse i più prevedibili sono quelli su Luigi Ghirri e Aldo Capitini). Innanzitutto mi paiono belle e meritevoli di approfondimento alcune riscoperte apparentemente idiosincratiche (John Steinbeck viaggiatore o Giorgio Soavi interprete di Giacometti). Sembrano ficcanti anche i consigli che, dietro il semplice invito alla lettura, suonano come consapevoli e attualissime riproposte intellettuali ed esistenziali (le poesie di e.e. cummings, ad esempio, o la testimonianza a tutto tondo della coppia Pietro Consagra-Carla Lonzi). Non mancano pezzi, infine, che, per tono e misura, sono riusciti di per sé: per lo più non si tratta di mere recensioni, né di ricordi vagamente retorici, ma di prove di scrittura in cui il libraio stesso dimostra una certa capacità narrativa (e così è per il testo sulla Storia della boxe di Alexis Philonenko, per quello sull’Afghanistan di Alighiero Boetti e per quello sulla preziosa traiettoria editoriale di Franco Maria Ricci). Al di là degli specifici contenuti, ciò che rende Gli introvabili un libro da acquistare, conservare e frequentare con costanza, è il magnetismo che esprimono i percorsi contenuti nei capitoli: vi ci si può immergere con estrema facilità, nel tempo di una pausa caffè o di una colazione, riemergendo serenamente distratti e incuriositi, e avvinti dal desiderio di sfogliare la pagina successiva e trovare, come in una matrioska (sembra alludere a questa immagine anche la copertina), un’altra irresistibile sollecitazione.

Recensioni (di A. Briganti; di D. Gabutti; di L. Mascheroni; di S. Zangrando)

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Yves le Breton è un influente e temuto inquisitore al seguito di re Luigi IX di Francia, partito verso l’Egitto per la settima crociata. La spedizione, avviatasi bene, conosce una drammatica battuta d’arresto a Mansura, dove una battaglia potenzialmente vittoriosa si trasforma giorno dopo giorno in un’esiziale sconfitta. Tanto da mettere a repentaglio la vita stessa del sovrano francese, preso in ostaggio con i suoi migliori cavalieri. Ad ogni modo, è nel corso delle prime fasi dello scontro che accade qualcosa di strano. Un manipolo di templari si introduce nella tenda del capo dell’esercito avversario, alla ricerca di qualcosa. Si capisce rapidamente che quella stessa cosa è anche oggetto delle attenzioni di un emiro della città assediata. Lo scaltro inquisitore capta subito la presenza di un segreto e si mette all’opera, indagando in loco e trovando alcune monete romane e un frammento di pergamena. Questo è solo il principio di un’avventura complessa e vorticosa, che dal delta del Nilo si svilupperà fino ad Acri e a Gerusalemme, tra battaglie e agguati, interrogatori e sospetti, inseguimenti e trame di palazzo. Il lettore sarà anche obbligato a fare qualche incursione indietro nel tempo, nella Roma di Nerone e delle prime persecuzioni nei confronti dei cristiani. Passo dopo passo, il racconto – che, per il tramite di un enigmatico e risoluto emissario, si arricchisce anche della incombente presenza dell’imperatore Federico II e della correlata suggestione geopolitica – svela le ragioni profonde delle inquietudini che agitano tutti i protagonisti, conducendoci, quasi in una ricerca archeologica, sulle tracce di Ponzio Pilato e della Passione di Cristo, e dunque al cuore di uno dei misteri religiosi più grandi.

Ho acquistato questo libro per tre ragioni: è selezionato nella sestina del premio Bancarella 2022; il suo Autore ha partecipato alla scrittura di un buon romanzo storico di qualche anno fa; al centro della trama è attivo un personaggio che potrebbe ricordare il domenicano Nicholas Eymerich, l’iconico eroe della brillante epopea creata da Valerio Evangelisti, recentemente scomparso. Occorre riconoscere che il contesto della – sfortunatissima – settima crociata è ricostruito in modo tanto avvincente quanto attento. Ne è da sottovalutare la bella caratterizzazione delle diverse figure che animano la scena e che qui sono evidentemente presentate ed esposte ad un primo assaggio di pubblico, in attesa di future prove (che del resto si sono materializzate: dopo questo volume è già stato edito Il tesoro del diavolo, come seconda puntata di quello che vuole essere un vero e proprio ciclo: Le cronache dell’inquisitore). Non si possono nascondere, però, alcuni punti deboli, che in parte hanno molto a che fare con un complessivo senso di deja vu. Che la trama si alimenti di una inchiesta, condotta con i ritmi della spy story, non è cosa nuova e a tratti si ha davvero l’impressione di trovarsi di fronte a un intreccio alla Dan Brown, tuttavia un po’ sbiadito. Come si può dire, d’altra parte, per il personaggio centrale dell’inquisitore, che a ben vedere impallidisce dinanzi all’efficacia, e alla disinvoltura, dello spietato ser Berto, finto mercante e acuto agente segreto della potente mano imperiale. Yves le Breton assomiglia soltanto all’Eymerich di Evangelisti, con un effetto che risulta troppo di maniera, perché certo non ripete la forza spiazzante dell’eroe di Evangelisti, eppure insiste meccanicamente su alcune posture che sollecitano un continuo confronto con l’originale, con il risultato di configurarne una sorta di svolgimento epigonico. Forse, in virtù di un processo paradossale, ma provvidenzialmente inverso, potrebbe succedere che le Breton faciliti, da parte dei molti non iniziati, la scoperta della figura di Eymerich: se fosse così, anche Nel nome di Dio avrebbe i suoi grandi, innegabili meriti.

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Qual è il segreto di Yasmina Reza e del suo successo? Basta prendere Felici i felici per scoprirlo facilmente (mi sono fidato, a suo tempo, di un consiglio e ho fatto bene ad assecondarlo). Ma anche leggere Serge è un buon modo per capire. Anzi, forse è un modo per capire ancora meglio. La storia narrata, infatti, è una non storia per eccellenza: è un segmento di comune vita quotidiana di una famiglia francese di origine ebraica, una rassegna continua e scoppiettante di tic e cliché assai ordinari e forse anche prevedibili. Jean Popper è la voce protagonista. È il fratello di Nana e di Serge. Sia pur diversamente, i tre si avviano verso – e in parte percorrono già – la mezza età. Si direbbe con alterne sfortune. Jean è il più solitario. Ha una relazione instabile con Marion, al cui figlio Luc si è affezionato, forse perché un po’ più originale di tanti altri ragazzi. Nana è sposata con un tale Ochoa, il non plus ultra del low profile e oggetto costante dell’ironia più salace dei due fratelli, specialmente di Serge, il primogenito. Il quale, tuttavia, non è certo un modello di virtù e di successo. Alle spalle ha un matrimonio fallito e molte e improbabili avventure imprenditoriali. Pure la bella ed energica Valentina lo ha mollato. Quando i tre fratelli sono insieme, la complicità si alterna inevitabilmente alla litigiosità. È un clima elettrico, che si accende ed esplode in modo quasi definitivo durante uno straniante viaggio ad Auschwitz, dove i tre vengono letteralmente trascinati da Josephine, figlia di Nana. E dove Serge litiga con Nana e, sia pur a distanza, con il nipote Victor, mentre a Parigi va in scena la scomparsa dell’anziano cugino Maurice, attorniato da un circolo eccentrico e petulante di parenti, amici e badanti. Al ritorno non accadono cose così significative, la crisi è comunque conclamata.

Come si diceva, non ci sono, in questo romanzo, un inizio e una fine in senso proprio, una progressione. Non lo si può leggere per il gusto della trama. Quello che, però, vale in Serge, come in altri lavori della Reza, non è che cosa si racconta, ma come lo si fa, e questa scrittrice lo sa fare in modo assai efficace. Al punto che ciò di cui si tratta veramente emerge in modo molto più forte di quanto non sarebbe altrimenti. A questa Autrice, infatti, riescono tre cose contemporaneamente: rappresentare con leggera acutezza – e talvolta con comicità – le piccole sorti, le invidie sorde e le idiosincrasie quotidiane di una qualsiasi enclave famigliare; lanciare feroci strali satirici sul carattere fondamentalmente patetico delle nostre affannate esistenze, degli invariabili riti che le percorrono e dei luoghi comuni che le travolgono; salvare e addirittura promuovere questa inguaribile fragilità, come se fosse l’unica chiave per restituirci un po’ di consapevolezza e farci provare una dose altrettanto salutare di empatia. Ma il punto è questo: il ritratto complessivo è sempre animato da uno stile che alterna vivacità e sguardo profondo, e che fotografa le cose e le emozioni con brio e naturale dimestichezza. È un vero inno alla forza catartica della migliore e più fluida scrittura: accordandosi a quella, al suo tono complice e mai banale, è possibile abbandonarsi e sentire davvero un moto rigenerante. C’est la vie, ci dice Yasmina Reza, e il messaggio non è per nulla rassegnato; invita, viceversa, a vivere con spontaneità e intelligenza. Alla fine, dunque, tutto pare riuscito in questo romanzo, visto che persino l’editore sceglie per il volume la veste più appropriata, un’iconica ed elegante tappezzeria di Cesare Tacchi. Tanto di cappello.

Recensioni (di A. Benini; di D. Pizzagalli; di G. Soncini)

Un’intervista all’Autrice

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Dieter Müller è un ex professore universitario di filosofia della storia. È il 1948 e si trova in Argentina. È riparato lì nel 1944, dopo aver insegnato per anni a Friburgo, l’Università di Martin Heidegger, suo Maestro. È stato il grande pensatore, l’autore di Essere e tempo, a folgorarlo e condurlo sulla via degli studi filosofici. Ma allo stesso tempo Heidegger – che nel 1933, sia pure per un solo anno, era diventato rettore abbracciando esplicitamente l’ideologia del nuovo regime e in particolare della sua fronda più estrema – ha posto Dieter anche sulla via del nazionalsocialismo. Anzi, Dieter ne è certo: i presupposti teoretici della nuova ideologia risuonavano pienamente già nell’opera del Maestro. E di ciò lo stesso Dieter scrive al figlio in una lunga lettera, che compone la prima parte di questo originale romanzo, e che è destinata ad essere letta postuma. Al termine di essa, il suo autore si toglierà la vita, sparandosi un colpo di pistola e utilizzando a tale scopo la vecchia Luger che suo padre aveva utilizzato sul fronte del primo conflitto mondiale. Dieter, infatti, venuto a contatto con un gruppo di irriducibili nazisti in fuga, si accorge all’improvviso degli orrori indicibili dell’Olocausto, di cui avrebbe dovuto sapere da tempo, e dei quali dunque si sente inevitabilmente corresponsabile. Nella seconda parte del libro, il figlio di Dieter – Martin… come il tanto ammirato mentore del padre – narra del suo incontro con Heidegger, vent’anni più tardi, e rievoca il silenzio e l’estraneità del filosofo di fronte al suo racconto, in cui, oltre a riportare la tragica fine di Dieter, offre una drammatica raffigurazione delle tormentate vicende argentine del peronismo e dei golpe militari, e sfida Heidegger alla presa d’atto dell’insostenibile abissalità politica della sua posizione intellettuale.

In questo libro Feinmann, scrittore argentino famoso e assai particolare, scomparso di recente, affronta il noto caso Heidegger. Che periodicamente torna a galla, come è effettivamente accaduto anche in Italia, più volte, e pure qualche anno fa, con la pubblicazione di uno studio molto rilevante. Franco Volpi e Antonio Gnoli lo sottolineano nella Postfazione (di cui si può leggere un estratto online): Feinmann mette il dito nella piaga, invitandoci a rispondere a una questione complessa. Come accettare che un pilastro della filosofia del Novecento sia stato così tanto, e ostinatamente, contiguo a una delle pagine più nere di quel Secolo e della Storia tutta? Ma si potrebbe dire anche di più: può essere davvero considerato un pilastro un filosofo tanto contiguo? Sono domande forti anche per i giuristi, che spesso si sono misurati, e continuano a misurarsi, e a scontrarsi, con il caso Schmitt. Va o non va letto e studiato tuttora questo penetrante e terribile giurista tedesco? Si può apprezzare la profondità di un’esperienza scientifica pur condannando senza appello il cinismo, l’opportunismo e la convinta indifferenza di una traiettoria umana e professionale? L’ombra di Heidegger non offre risposte. Da un certo punto di vista fa qualcosa di meglio, perché suscita la sensazione viscerale che non sia possibile non formulare degli interrogativi e che il solo fatto di porseli possa avere un valore esistenziale e deontologico irrinunciabile, per ogni individuo come per ogni studioso.

Recensioni (di M. Caneschi; da 2000battute)

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