Yves le Breton è un influente e temuto inquisitore al seguito di re Luigi IX di Francia, partito verso l’Egitto per la settima crociata. La spedizione, avviatasi bene, conosce una drammatica battuta d’arresto a Mansura, dove una battaglia potenzialmente vittoriosa si trasforma giorno dopo giorno in un’esiziale sconfitta. Tanto da mettere a repentaglio la vita stessa del sovrano francese, preso in ostaggio con i suoi migliori cavalieri. Ad ogni modo, è nel corso delle prime fasi dello scontro che accade qualcosa di strano. Un manipolo di templari si introduce nella tenda del capo dell’esercito avversario, alla ricerca di qualcosa. Si capisce rapidamente che quella stessa cosa è anche oggetto delle attenzioni di un emiro della città assediata. Lo scaltro inquisitore capta subito la presenza di un segreto e si mette all’opera, indagando in loco e trovando alcune monete romane e un frammento di pergamena. Questo è solo il principio di un’avventura complessa e vorticosa, che dal delta del Nilo si svilupperà fino ad Acri e a Gerusalemme, tra battaglie e agguati, interrogatori e sospetti, inseguimenti e trame di palazzo. Il lettore sarà anche obbligato a fare qualche incursione indietro nel tempo, nella Roma di Nerone e delle prime persecuzioni nei confronti dei cristiani. Passo dopo passo, il racconto – che, per il tramite di un enigmatico e risoluto emissario, si arricchisce anche della incombente presenza dell’imperatore Federico II e della correlata suggestione geopolitica – svela le ragioni profonde delle inquietudini che agitano tutti i protagonisti, conducendoci, quasi in una ricerca archeologica, sulle tracce di Ponzio Pilato e della Passione di Cristo, e dunque al cuore di uno dei misteri religiosi più grandi.

Ho acquistato questo libro per tre ragioni: è selezionato nella sestina del premio Bancarella 2022; il suo Autore ha partecipato alla scrittura di un buon romanzo storico di qualche anno fa; al centro della trama è attivo un personaggio che potrebbe ricordare il domenicano Nicholas Eymerich, l’iconico eroe della brillante epopea creata da Valerio Evangelisti, recentemente scomparso. Occorre riconoscere che il contesto della – sfortunatissima – settima crociata è ricostruito in modo tanto avvincente quanto attento. Ne è da sottovalutare la bella caratterizzazione delle diverse figure che animano la scena e che qui sono evidentemente presentate ed esposte ad un primo assaggio di pubblico, in attesa di future prove (che del resto si sono materializzate: dopo questo volume è già stato edito Il tesoro del diavolo, come seconda puntata di quello che vuole essere un vero e proprio ciclo: Le cronache dell’inquisitore). Non si possono nascondere, però, alcuni punti deboli, che in parte hanno molto a che fare con un complessivo senso di deja vu. Che la trama si alimenti di una inchiesta, condotta con i ritmi della spy story, non è cosa nuova e a tratti si ha davvero l’impressione di trovarsi di fronte a un intreccio alla Dan Brown, tuttavia un po’ sbiadito. Come si può dire, d’altra parte, per il personaggio centrale dell’inquisitore, che a ben vedere impallidisce dinanzi all’efficacia, e alla disinvoltura, dello spietato ser Berto, finto mercante e acuto agente segreto della potente mano imperiale. Yves le Breton assomiglia soltanto all’Eymerich di Evangelisti, con un effetto che risulta troppo di maniera, perché certo non ripete la forza spiazzante dell’eroe di Evangelisti, eppure insiste meccanicamente su alcune posture che sollecitano un continuo confronto con l’originale, con il risultato di configurarne una sorta di svolgimento epigonico. Forse, in virtù di un processo paradossale, ma provvidenzialmente inverso, potrebbe succedere che le Breton faciliti, da parte dei molti non iniziati, la scoperta della figura di Eymerich: se fosse così, anche Nel nome di Dio avrebbe i suoi grandi, innegabili meriti.

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Qual è il segreto di Yasmina Reza e del suo successo? Basta prendere Felici i felici per scoprirlo facilmente (mi sono fidato, a suo tempo, di un consiglio e ho fatto bene ad assecondarlo). Ma anche leggere Serge è un buon modo per capire. Anzi, forse è un modo per capire ancora meglio. La storia narrata, infatti, è una non storia per eccellenza: è un segmento di comune vita quotidiana di una famiglia francese di origine ebraica, una rassegna continua e scoppiettante di tic e cliché assai ordinari e forse anche prevedibili. Jean Popper è la voce protagonista. È il fratello di Nana e di Serge. Sia pur diversamente, i tre si avviano verso – e in parte percorrono già – la mezza età. Si direbbe con alterne sfortune. Jean è il più solitario. Ha una relazione instabile con Marion, al cui figlio Luc si è affezionato, forse perché un po’ più originale di tanti altri ragazzi. Nana è sposata con un tale Ochoa, il non plus ultra del low profile e oggetto costante dell’ironia più salace dei due fratelli, specialmente di Serge, il primogenito. Il quale, tuttavia, non è certo un modello di virtù e di successo. Alle spalle ha un matrimonio fallito e molte e improbabili avventure imprenditoriali. Pure la bella ed energica Valentina lo ha mollato. Quando i tre fratelli sono insieme, la complicità si alterna inevitabilmente alla litigiosità. È un clima elettrico, che si accende ed esplode in modo quasi definitivo durante uno straniante viaggio ad Auschwitz, dove i tre vengono letteralmente trascinati da Josephine, figlia di Nana. E dove Serge litiga con Nana e, sia pur a distanza, con il nipote Victor, mentre a Parigi va in scena la scomparsa dell’anziano cugino Maurice, attorniato da un circolo eccentrico e petulante di parenti, amici e badanti. Al ritorno non accadono cose così significative, la crisi è comunque conclamata.

Come si diceva, non ci sono, in questo romanzo, un inizio e una fine in senso proprio, una progressione. Non lo si può leggere per il gusto della trama. Quello che, però, vale in Serge, come in altri lavori della Reza, non è che cosa si racconta, ma come lo si fa, e questa scrittrice lo sa fare in modo assai efficace. Al punto che ciò di cui si tratta veramente emerge in modo molto più forte di quanto non sarebbe altrimenti. A questa Autrice, infatti, riescono tre cose contemporaneamente: rappresentare con leggera acutezza – e talvolta con comicità – le piccole sorti, le invidie sorde e le idiosincrasie quotidiane di una qualsiasi enclave famigliare; lanciare feroci strali satirici sul carattere fondamentalmente patetico delle nostre affannate esistenze, degli invariabili riti che le percorrono e dei luoghi comuni che le travolgono; salvare e addirittura promuovere questa inguaribile fragilità, come se fosse l’unica chiave per restituirci un po’ di consapevolezza e farci provare una dose altrettanto salutare di empatia. Ma il punto è questo: il ritratto complessivo è sempre animato da uno stile che alterna vivacità e sguardo profondo, e che fotografa le cose e le emozioni con brio e naturale dimestichezza. È un vero inno alla forza catartica della migliore e più fluida scrittura: accordandosi a quella, al suo tono complice e mai banale, è possibile abbandonarsi e sentire davvero un moto rigenerante. C’est la vie, ci dice Yasmina Reza, e il messaggio non è per nulla rassegnato; invita, viceversa, a vivere con spontaneità e intelligenza. Alla fine, dunque, tutto pare riuscito in questo romanzo, visto che persino l’editore sceglie per il volume la veste più appropriata, un’iconica ed elegante tappezzeria di Cesare Tacchi. Tanto di cappello.

Recensioni (di A. Benini; di D. Pizzagalli; di G. Soncini)

Un’intervista all’Autrice

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Dieter Müller è un ex professore universitario di filosofia della storia. È il 1948 e si trova in Argentina. È riparato lì nel 1944, dopo aver insegnato per anni a Friburgo, l’Università di Martin Heidegger, suo Maestro. È stato il grande pensatore, l’autore di Essere e tempo, a folgorarlo e condurlo sulla via degli studi filosofici. Ma allo stesso tempo Heidegger – che nel 1933, sia pure per un solo anno, era diventato rettore abbracciando esplicitamente l’ideologia del nuovo regime e in particolare della sua fronda più estrema – ha posto Dieter anche sulla via del nazionalsocialismo. Anzi, Dieter ne è certo: i presupposti teoretici della nuova ideologia risuonavano pienamente già nell’opera del Maestro. E di ciò lo stesso Dieter scrive al figlio in una lunga lettera, che compone la prima parte di questo originale romanzo, e che è destinata ad essere letta postuma. Al termine di essa, il suo autore si toglierà la vita, sparandosi un colpo di pistola e utilizzando a tale scopo la vecchia Luger che suo padre aveva utilizzato sul fronte del primo conflitto mondiale. Dieter, infatti, venuto a contatto con un gruppo di irriducibili nazisti in fuga, si accorge all’improvviso degli orrori indicibili dell’Olocausto, di cui avrebbe dovuto sapere da tempo, e dei quali dunque si sente inevitabilmente corresponsabile. Nella seconda parte del libro, il figlio di Dieter – Martin… come il tanto ammirato mentore del padre – narra del suo incontro con Heidegger, vent’anni più tardi, e rievoca il silenzio e l’estraneità del filosofo di fronte al suo racconto, in cui, oltre a riportare la tragica fine di Dieter, offre una drammatica raffigurazione delle tormentate vicende argentine del peronismo e dei golpe militari, e sfida Heidegger alla presa d’atto dell’insostenibile abissalità politica della sua posizione intellettuale.

In questo libro Feinmann, scrittore argentino famoso e assai particolare, scomparso di recente, affronta il noto caso Heidegger. Che periodicamente torna a galla, come è effettivamente accaduto anche in Italia, più volte, e pure qualche anno fa, con la pubblicazione di uno studio molto rilevante. Franco Volpi e Antonio Gnoli lo sottolineano nella Postfazione (di cui si può leggere un estratto online): Feinmann mette il dito nella piaga, invitandoci a rispondere a una questione complessa. Come accettare che un pilastro della filosofia del Novecento sia stato così tanto, e ostinatamente, contiguo a una delle pagine più nere di quel Secolo e della Storia tutta? Ma si potrebbe dire anche di più: può essere davvero considerato un pilastro un filosofo tanto contiguo? Sono domande forti anche per i giuristi, che spesso si sono misurati, e continuano a misurarsi, e a scontrarsi, con il caso Schmitt. Va o non va letto e studiato tuttora questo penetrante e terribile giurista tedesco? Si può apprezzare la profondità di un’esperienza scientifica pur condannando senza appello il cinismo, l’opportunismo e la convinta indifferenza di una traiettoria umana e professionale? L’ombra di Heidegger non offre risposte. Da un certo punto di vista fa qualcosa di meglio, perché suscita la sensazione viscerale che non sia possibile non formulare degli interrogativi e che il solo fatto di porseli possa avere un valore esistenziale e deontologico irrinunciabile, per ogni individuo come per ogni studioso.

Recensioni (di M. Caneschi; da 2000battute)

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Il libro – lo si può leggere anche qui, in lingua originale – si articola in quattro parti, che sono collegate, ma possono anche essere lette ciascuna indipendentemente dall’altra, pur al costo di perdere l’implicita progressione del discorso. Nella prima parte Fowles rievoca l’importanza che gli alberi hanno avuto nella sua formazione. È un ragionamento apparentemente strano, ma in fondo semplice. Contrappone la maniacale attenzione del padre per la potatura delle piante del giardino di casa alla sua, opposta, predilezione per l’abbandono e la spontaneità delle crescite vegetali. Non è soltanto un modo, tutto naturalistico, per rappresentare l’attrito del proprio conflitto educativo. La prospettiva scelta da Fowles è specchio di uno scontro tra diverse visioni del mondo, quella dell’Autore e quella condivisa dai più (come da suo padre), e così riassumibile: “Nessun frutto per chi non pota; nessun frutto per chi mette in dubbio la conoscenza; nessun frutto per chi si nasconde tra gli alberi mai toccati dall’uomo; nessun frutto per i traditori della causa umana”. Nel secondo testo l’Autore racconta di un viaggio a Uppsala e di aver voluto visitare il famoso giardino di Linneo. Il ricordo lo spinge meditare sul rapporto tra il suo modo di scrivere e la natura, ma anche tra la conoscenza scientifica della natura e quella artistica, che, nonostante siano comunque differenti, paiono cedere entrambe alla stessa, ingannevole tentazione: “la nostra cultura ci impone di avere fiducia soltanto in ciò che viene riferito, formulato pubblicamente, editato, ciò che viene collocato in una prospettiva chiaramente artistica o chiaramente scientifica. Una delle lezioni più profonde che dobbiamo imparare è che la natura, per sua natura, resiste a questo. Si aspetta di essere vista in un altro modo, nel suo presente individuale e dalla prospettiva del nostro presente individuale”. Di qui alla conclusione il passo è breve: la natura soffre la nostra “dipendenza a trovare una ragione, una funzione, un vantaggio quantificabile”; il suo unico scopo, invece, è “essere, sopravvivere”. Nel terzo e nel quarto capitolo i nodi vengono al pettine. Se è vero che occorre dismettere una concezione strettamente funzionale della natura, è altrettanto vero che l’ostinazione a evitare di sperimentarne una dimensione esistenziale (confinata nel mitico o nel leggendario) ce la allontana sempre di più, spingendoci a scoprire mondi che, viceversa, possano essere chiaramente pensati come utilizzabili o fruibili: “Considerare i boschi e le foreste da una prospettiva meramente scientifica, economica, topografica o estetica, senza comprendere che la loro più grande utilità non sta nelle cose concrete che producono, nel legno e nei frutti, e neppure nel loro fascino paesaggistico o nell’interesse che potrebbero avere come soggetto per un artista, spiega la velocità crescente con cui stiamo fuggendo nello spazio cosmico, lontano dalle altre forme di vita su questo pianeta”. Il fatto è – e Fowles prova a dimostrarlo, rievocando, quasi fosse un’iniziazione, la gita compiuta in una delle foreste più antiche e incontaminate di Inghilterra – che la natura non si può addomesticare mai, e che, se essa può avere un qualche ruolo, lo si deve individuare nella capacità di svelarci il senso di “inalienabile alterità” (di sostanziale irriducibilità, diremmo) che è proprio di “ognuno di noi, umano e non umano”. È così che, lungi dal costituire soltanto una “prigione”, questa condizione, questo rapporto tra l’uomo e la natura, può diventare, al fondo, un’autentica occasione di “redenzione”. Più che sulle tracce di mago Merlino, Fowles ci riporta al pensiero presocratico, in particolare a quello di Eraclito. L’albero, in poche parole, potrebbe essere il miglior commento moderno al frammento 41: “Esiste una sola sapienza: riconoscere l’intelligenza che governa tutte le cose attraverso tutte le cose”.

Recensioni (di P. Beech; di I. Crouch; di T. Fratus; di S. Mariani; di M. Nifantani)

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L’io narrante di questa nuova storia di Pardini è un giornalista, che vive in presa diretta lo strano e progressivo aggravarsi di una drammatica crisi, prima locale e poi globale. Un misterioso uccello, di specie mai vista, attacca gli uomini, per cavarne gli occhi e cibarsene. L’Accecatore – così viene presto chiamato – colpisce chiunque e ovunque, senza preavviso. In tutto il mondo le autorità cominciano a prendere alcune misure, tra cui quella di obbligare i cittadini a indossare speciali occhiali protettivi. Le ipotesi sull’origine del flagello sono molte, le più disparate, ma lungi dal risolversi il caso si complica. Le istituzioni e i loro gangli più segreti si attivano e si fanno anche minacciosi, preoccupati più di salvare se stessi che le persone. Agli attacchi dell’Accecatore, inoltre, si aggiungono le incursioni terribili di altri uccelli, che non risparmiano nulla e nessuno, e che paiono riprodursi costantemente e inesorabilmente. Sono dei veri e propri Assalitori, dinanzi ai quali si cerca di proteggere case, persone e spazi pubblici con reti metalliche e inferriate. Laddove risulti necessario per salvare gli uomini colpiti da improvvisi assedi, non si esita a sacrificare bovini, maiali o animali domestici, appositamente raccolti per ogni evenienza. Anche il narratore, alla fine, barricato nella sua abitazione, deve fare i conti con l’insolita e fatale mostruosità: “Gli uccelli hanno cominciato ad entrare, li ho di fronte, mi sono a petto. Debbo impugnare le armi. Mio Dio, aiutami”.

A leggere L’Accecatore non si può non pensare al Covid-19, anche se le immagini evocate da Pardini hanno un tenore molto più biblico di quello che si può registrare nelle cronache quotidiane di questi ultimi due anni. Anziché letterario, tuttavia, l’accostamento che riesce immediato è cinematografico: L’Accecatore richiama inevitabilmente alla memoria Gli uccelli di Hitchcock, con il duplice senso di inspiegabile catastrofe e crash psicologico che sa comunicare quel famoso film. Ma con una certa differenza, non secondaria. Il masterpiece del maestro del brivido poggia tutto sulla non razionalizzabilità di un evento, sulla rappresentazione di qualcosa di letale, crescente e suscettibile di farci letteralmente impazzire. Il romanzo di Pardini, invece, aggiunge qualcosa. Mette innanzitutto in scena un processo di tragico adattamento collettivo, in cui la serietà del rischio non sembra fronteggiata in un rigurgito di ritrovata coralità sociale, risultando piuttosto ribaltata su di una serie di iniziative variamente autoreferenziali e per ciò solo insufficienti. In tale quadro, di sproporzionata ed egoistica frammentazione, il protagonista-narratore è destinato a ritrovarsi solo, fino alla fine, come sono condannati ad esserlo tutti, soprattutto quando la natura si dimostra nella sua veste di forte e implacabile matrigna. Eppure in Pardini è sempre l’uomo ad essere manchevole. E in effetti, anche in quest’ultima prova – che Pequod ha il merito di seguire, sia pur con qualche piccolo difetto di editing – è implicito un dolente richiamo alla necessità, tanto più in situazioni di emergenza così complessa, di riscoprire un’essenziale, e animale, spirito di comunità di specie. L’alternativa è la folle, impari e disperante lotta individuale.

Una recensione (di B. Di Monaco)

Un’intervista all’Autore

Un ritratto di Pardini (di D. Bregola)

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Ennio Guarneri vive a Milano, ama il body building ed è un ex poliziotto. Era entrato nel corpo da giovanissimo e aveva anche avuto modo di diventare presto ispettore. Poi il suo personale senso di giustizia – l’idea, cioè, che la giustizia non segua necessariamente i percorsi della legge e che, quindi, debba essere veicolata per altre vie – lo ha indotto a cooperare con alcuni colleghi per praticare saltuari e sostanziali “tagliandi” a figure spregevoli, ma capaci di farla sempre franca. Un giorno è stato colto sul fatto e costretto alle dimissioni. Nel bel mezzo del limbo in cui la nuova vita di disoccupato sembra farlo galleggiare decide di prendere lezioni private dalla sua vecchia maestra, per ripetere le elementari. Una mattina, casualmente, mentre si trova in riva al Ticino, sventa un’esecuzione e uccide il killer, facendo fuggire la vittima. La storia comincia proprio da qui. Perché è da quel momento, in effetti, che Ennio finisce in una spirale pericolosissima, che decide di raccontare giorno per giorno in un diario privato. L’uomo che ha ucciso era il fratello del capo di una spietata organizzazione nigeriana, il cui scopo è di fare giustizia dei “mercanti di uomini” e di quanti si siano macchiati di gravi crimini nei confronti dei migranti. Uno strano personaggio, un investigatore privato – finito, forse, allo stesso modo nelle grinfie dell’organizzazione – fa sapere a Ennio che c’è una sola via per sperare di salvarsi dalla rappresaglia del capo: mettersi al suo servizio come sicario. Di fronte a questa sorta di inaccettabile e tragica “proposta contrattuale” Ennio entra in crisi, tanto più che, proprio in quel momento, si innamora perdutamente e la sua vita sembra riacquistare un senso. Che fare? 

Gli sviluppi successivi non si possono rivelare, anche se occorre anticipare che la via d’uscita non sarà semplice e che, in ogni caso, il protagonista, se potrà salvarsi, lo farà grazie a un aiuto che aveva programmaticamente escluso. Guarneri, infatti, non ne uscirà da solo, e forse, alla fine, troverà un nuovo potenziale amico. Ma liberarsi dal vizio della solitudine non è così facile, specie per chi sembra esservi condannato da sempre. Del resto anche l’epilogo è tutt’altro che pienamente positivo, visto che Guarneri dovrà comunque affrontare due perdite molto importanti. In questo libro, che si potrebbe ascrivere al genere noir, Montanari riesce a intrecciare una trama quasi, e scopertamente, banale (che ben si addice allo stereotipo del tipico thriller metropolitano) con una traiettoria esistenziale particolarmente solida e paradigmatica (e che all’apparenza potrebbe dirsi del tutto sproporzionata rispetto alle esigenze di quella stessa trama). Non è dato sapere se questo genere di costruzione corrisponda a un espediente calcolato. Eppure il risultato convince: tanto distrae e annoia l’avventura per così dire principale, quanto attrae e fa riflettere l’evoluzione laterale della dimensione personale del protagonista, in un gioco incrociato di salite e discese narrative. Con l’effetto che, alla fine, è quella dimensione ad essere veramente al centro del romanzo. Come si finisce per intuire al termine della lettura, il cuore della storia e già del tutto riassunto nell’immagine panoramica di apertura, nello sguardo impaurito di un cormorano ferito, che dinanzi alle inspiegabili e temibili insidie del mondo, separato dai suoi compagni e rimasto fatalmente da solo, può soltanto soccombere.

Recensioni (di R. De Marco; di G.P. Serino)

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Non è facile esprimersi su questo libro. Anche il suo Autore l’ha definito un “oggetto narrativo non identificato”: qualcosa di sconosciuto e indecifrabile, che a ogni pagina si avvicina sempre di più e va scoperto con cautela, passo dopo passo. E che forse si capisce soltanto arrivati alla fine, quando ci si ritrova curiosi di ricominciare. La raccolta comprende cinque racconti, che andrebbero riletti a ritroso, visto che l’ultimo – l’Epilogo – fornisce la mappa delle ispirazioni che sono alla base degli altri e che, nella finzione, vengono stimolate e collegate da un’occasionale conversazione con un anonimo giardiniere. Partiamo dal fondo, dunque, perché è così che si può apprezzare la singolare regressione proposta al lettore.

Il quarto racconto – il più lungo – è quello che in questa edizione italiana dà il titolo al volume ed è diviso in più capitoli. È il pezzo apparentemente più prevedibile. Narra dell’irruzione nella scienza contemporanea delle teorie che hanno sconvolto il modo di ricostruire le leggi che governano la materia, e lo fa con la rievocazione, a tratti anche suggestiva, di spezzoni di vita, e di intima dis-avventura speculativa, di alcuni dei più grandi fisici del Novecento, in particolare di Heisenberg e Schrödinger. Il tema dominante sembra quello – di per sé un po’ scontato – del nesso tra solitudine, patologia e genialità. È una sinergia che viene sviluppata anche nel terzo racconto, Il cuore del cuore, che segue la traiettoria esistenziale incrociata di due matematici famosi, incompresi e fatalmente impazziti, Shinichi Mochizuchi e Alexander Grothendiek. Questo fil rouge colora l’andamento complessivo della raccolta di un senso tragico e incombente, prodotto di una verità ineffabile eppure calcolabile, al cui cospetto il destino individuale dello scienziato, uno scopritore sconcertato, si mescola indissolubilmente con quello collettivo di una società tanto normale quanto potenzialmente aperta a qualsiasi conseguimento, anche il più terribile. Da questo punto di vista, ben più interessante, il secondo testo – La singolarità di Schwarzschild – è decisamente più chiaro e si occupa dello studioso che ha intuito e teorizzato l’esistenza dei buchi neri, e che è morto nel primo conflitto mondiale per effetto dei gas venefici. Blu di Prussia, infine, è il primo lavoro ed è senz’altro il più convincente, il punto di arrivo della climax rovesciata in cui si dispone il contenuto del volume. Approfondisce gli intrecci quasi sorprendenti che hanno portato alla sconvolgente invenzione di un veleno, il cianuro, che da fonte di un originale e fortunato pigmento, scoperto nel Settecento in modo del tutto casuale, è stato industrializzato nel Novecento per la produzione di un pesticida fortissimo e del tristemente famoso Zyklon B, massivamente utilizzato negli stermini perpetrati all’interno dei lager nazisti.

Di che cosa vuole parlarci, in definitiva, Labatut? Non certo – o non solo – di Heisenberg e delle grandi svolte epistemologiche connesse alla formulazione del principio di indeterminazione: a prescindere dalla recente divulgazione di Carlo Rovelli, il meglio, sul punto, lo ha sempre dato in prima persona il grande fisico tedesco, in un’opera facilmente reperibile che dovrebbe essere letta da tutti. Quando abbiamo smesso di capire il mondo non è neppure un’ennesima versione in prosa della rappresentazione degli intensi e tragici, e premonitori, dibattiti in cui si sono arrovellati i più grandi fisici della prima metà del Novecento: a ciò ha già provveduto da tempo Michael Frayn, con Copenaghen. In questa prospettiva, Labatut non vuole neanche tornare sul luogo del delitto su cui si è soffermato Leonardo Sciascia nel suo ineguagliabile La scomparsa di Majorana: la rinuncia dello scienziato più profondo è un motivo che viene affrontato, ma nel libro dello scrittore cileno manca l’accelerazione morale che dovrebbe suggerire all’umanità una potenziale opzione di reversibilità generale. Che non è, tuttavia, quella distorta e “pazza” dello scienziato che, nel farsi incosciente distruttore di se stesso, si rende distruttore consapevole di un ordine a sua volta letale, come avviene nella bellissima Manhunt, la serie su Unabomner disponibile online per Netflix. A tutte queste variazioni Labatut aggiunge una cornice, uno spazio che disegna come contorno obbligato, per mettere in scena un’orribile discesa negli inferi. Da un lato è lo spettacolo – dalla biblica ineluttabilità – su ciò che può significare, per l’uomo e per la sua irresistibile vocazione tecnologica, la caduta nella conoscenza più estrema. Dall’altro, però, è anche la dimostrazione che ciò che si nasconde dietro l’orrore di cui l’uomo è capace non è questa conoscenza, ma l’incontrollabile ambizione normalizzante che vorrebbe dominarla.

Recensioni (di P. Beltrame; di D. Coppo; di E. Franzin; di G.I. Giannoli; di R. Precht)

Interviste all’Autore (di M. Moca; di F. Pellas)

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Simon Sunderson è un forte e dedito bevitore, assomiglia moltissimo a Robert Duvall ed è un ex poliziotto del Michigan, fresco di pensione. Decide di dare la caccia ad un ambiguo santone, il Grande Capo, che si sposta di stato in stato e si fa chiamare in molti modi, anche Re Davide. Sunderson sospetta che questo personaggio approfitti della sua setta per abusare di ragazze adolescenti, ma gli mancano le prove decisive. Ne segue le tracce fino in Arizona, dove si reca per andare a trovare la madre ultra-ottantenne. Si fa aiutare da Mona, una giovane hacker che abita accanto a lui e che gli sollecita sensazioni contrastanti: da un lato, ne è irresistibilmente attratto; dall’altro, prova sentimenti paterni. Sunderson, infatti, dopo il divorzio da Diane, è rimasto solo, ed è costantemente in cerca di avventure e di relazioni umane più o meno solide. Le uniche cose che paiono dargli equilibrio sono la pesca al salmerino, le lunghe camminate nella natura più selvaggia e la compagnia dell’amico Marion, che fa il preside di una scuola ed è di origini indiane. La cultura e le tragiche vicissitudini dei nativi americani hanno sempre affascinato Sunderson, che ha un passato di brillante laureato in storia. Ora ritiene che queste conoscenze gli possano essere utili per il caso, e che – complici le suggestioni prodotte dallo studio di un fortunato saggio accademico: Sunderson acquista e legge molti libri – lo possano aiutare a capire il sincretismo religioso e la psicologia distorta di Re Davide e dei suoi accoliti. Proprio qui si manifesta il vero cuore del romanzo e della ricerca di Harrison. La detective story è solo un pretesto, destinato a sciogliersi tra vagabondaggi, piccole peripezie e qualche intermezzo erotico, con un epilogo tanto scontato quanto casuale e addirittura goffo. Quello che conta, invece, è il viaggio, il disorientamento, con la dinamica autoriflessiva generata nell’anziano protagonista e nella sua lotta con i fantasmi personali e con quelli della nazione bianca. Sunderson-Harrison fa i conti con la vecchiaia, con la sua biografia e con quella del Paese, e così facendo si immerge e si perde nel paesaggio e si spoglia del proprio io, cercando di mettersi in contatto con le radici dell’America per integrarsi in un ordine spontaneo e istintivo. La caccia all’uomo, quindi, diventa una caccia rituale, iniziatica, animata anche da simboliche opposizioni letterarie: tra una consolidata immagine posticcia (il mito suggestivo ma artefatto dei Classici americani di D.H. Lawrence) e un’esperienza di fiduciosa adesione alla natura primigenia e avvolgente delle cose (seguendo i passi di Gary Snyder). Questo Harrison è lo stesso di Ritorno sulla terra. Chi ha amato quelle atmosfere, amerà mettersi anche sulle orme del Grande Capo.

Recensione (di P. Dexter)

Un profilo dell’Autore

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Qualche anno fa, con Il tempo degli stregoni, Wolfram Eilenberger ha illustrato l’itinerario speculativo di quattro giganti della tradizione filosofica novecentesca (Benjamin, Cassirer, Heidegger e Wittgenstein). Non lo ha fatto in modo didascalico. Ha mescolato le carte: ha isolato un decennio (1919-1929) e all’interno di ogni capitolo, dedicato volta per volta a uno specifico torno di anni, ha alternato spezzoni di biografia a opere di ciascuno dei suoi campioni. Ne ha seguito i pensieri e le vicissitudini, osservandoli in vitro, nell’impasto di vita e teoria, e nella fase in cui sono diventati ciò per cui vengono ancor oggi ricordati. Con Le visionarie Eilenberger compie la stessa operazione su quattro protagoniste assolute: Hannah Arendt, Simone de Beauvoir, Ayn Rand e Simone Weil. E questa volta si concentra su un altro decennio, particolarmente drammatico: 1933-1943. L’effetto è ancor più convincente, oltre che coinvolgente. Lo è senz’altro per l’efficacia delle singole ricostruzioni. È difficile, in effetti, capire la Arendt senza il racconto del suo originario scavo sul rapporto tra ebrei e cultura nazionale. Al contempo, è essenziale, per comprendere l’Autrice del Secondo sesso, assistere allo snodarsi progressivo della vita libera di Simone de Beauvoir e al singolare ménage costruito con Sartre e con le loro giovani frequentazioni. Lo stesso si può dire per l’importanza del significato quasi iniziatico della sofferenza e del rapimento costante cui si sottopone Simone Weil, o per la centralità della prolifica, assorbente ostinazione di Ayn Rand, per la quale il teatro e il romanzo altro non sono che i veicoli migliori per immettere nel sogno americano le proiezioni libertarie che soltanto chi è fuggito dalla Rivoluzione d’Ottobre poteva concepire con tale determinazione. 

Le visionarie è un libro riuscito non solo perché raccoglie medaglioni molto espressivi. Il suo punto forte consiste nell’aver portato ad un grado di perfezionamento ulteriore l’approccio seguito ne Il tempo degli stregoni: affiancare idee e identità apparentemente distanti, e parlarci così di ciò che le accomuna, dello spirito di un momento storico cruciale e dell’interazione tra questo spirito e l’esistenza individuale. C’è qualcosa di hegeliano in questa impostazione; nulla di più adatto, in verità, per guardare alle matrici delle più significative letture critiche sulle grandi ideologie del Novecento. In un passaggio del libro – in cui si esplica con chiarezza quale sia l’elemento che per l’Autore avvicina visioni tanto diverse – il metodo affiora chiaramente: “Colui o colei che abbraccia la filosofia oscilla tra due figure opposte: l’Asociale, portatore di idee devianti, e il Profeta di una vita autentica, di cui è possibile scovare e decifrare le tracce anche nel trionfo della falsità. In ogni caso, questo schema permette di definire il ruolo che all’inizio degli anni trenta Ayn Rand – e con lei la Weil, Arendt, de Beauvoir – assume con sempre maggiore consapevolezza. Non si tratta di una scelta esplicita. Semplicemente, esse si accorgono della propria radicale diversità. E condividono una certezza di fondo: che a essere bisognosi di cura non sono loro ma gli altri. Se possibile: tutti gli altri” (p. 80). È un punto di vista che costituisce tuttora il lascito più influente delle grandi donne di cui Eilenberger tratta, e che rappresenta la bussola non solo per orientarsi tra le pagine di un saggio davvero molto affascinante, ma anche per ragionare un po’ meglio sui rapporti tra identità e discorso pubblico nell’epoca attuale.

Recensioni (di A. Ambrosio; A. Benini; C. Consoli; D. Gabutti)

Un’intervista all’Autore

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Quanto è importante trovare casa? E quanto è difficile sistemarla alla bisogna? In questo libro Katharina von Arx – la giramondo e giornalista svizzera divenuta famosa come “viaggiatrice leggera” – racconta la sua personale ricerca, dall’infanzia alla maturità, quando finalmente, in quel di Romainmôtier, si imbatte in un maniero quasi abbandonato e si propone assieme al marito, reporter e scrittore, di abitarlo e ristrutturarlo. La storia delle avventure (e disavventure) che la coppia deve affrontare per compiere una tale impresa è il cuore, tutt’altro che romantico, del volume. Si tratta del resoconto, un po’ tragicomico, delle più classiche difficoltà di qualsiasi refurbishment, aggravate dalla circostanza che l’immobile viene ben presto dichiarato monumento di interesse nazionale, con tutto ciò che ne consegue sulla tipologia, sull’entità e sui costi (elevatissimi) degli interventi. Albert, un manovale, formula la massima universalmente nota che si è soliti usare per fronteggiare l’immancabile scoramento dei proprietari: “Per fare ordine bisogna cominciare dal disordine”. E di disordine ce n’è tanto. Pagina dopo pagina, passiamo dai complicati rapporti con i sospettosi e invidiosi vicini e paesani a quelli con i puntigliosi e implacabili esperti, storici e architetti; dalle peripezie di ogni singola lavorazione agli espedienti che di volta in volta Katharina cerca di mettere in atto per far fronte ai tanti debiti o per contribuire in prima persona alle opere di muratori e artigiani; dalle insidie di improbabili speculazioni edilizie ai ricorrenti momenti di tensione e scoramento che la coppia impara a sperimentare. Alla fine, però, il castello, che avrebbe potuto rimanere per sempre nel cassetto, sostituito da un vero e proprio buco nero finanziario, riemergerà dal passato come la suggestiva casa del priore, perno sempre più vivo di un borgo medievale in graduale e fortunata rinascita. Qualcuno potrebbe vedere in questa vicenda un caso esemplare della tortuosità che spesso devono affrontare le esperienze pubblico-privato di recupero e valorizzazione di beni particolarmente significativi. Ma ciò che del libro si lascia meglio apprezzare è il tono disincantato, divertito, con cui l’Autrice, rievocando una traiettoria esistenziale che parte da lontano, riesce a dimostrare che le case e gli oggetti che le riempiono sono molto di più di ciò che appaiono. Ci danno l’occasione di dare una necessaria proiezione materiale al nostro io ovvero, come direbbe qualcuno (E. Coccia, Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità, Torino, 2021), compongono “una macchina pampsichistica di animazione universale, un meccanismo che rivela che dentro ogni cosa c’è (…) uno spazio di animismo involontario”. Che è un altro modo – sorprendentemente casalingo – per rammentarci, con Talete, che tutto è pieno di dei.

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