Il libro – lo si può leggere anche qui, in lingua originale – si articola in quattro parti, che sono collegate, ma possono anche essere lette ciascuna indipendentemente dall’altra, pur al costo di perdere l’implicita progressione del discorso. Nella prima parte Fowles rievoca l’importanza che gli alberi hanno avuto nella sua formazione. È un ragionamento apparentemente strano, ma in fondo semplice. Contrappone la maniacale attenzione del padre per la potatura delle piante del giardino di casa alla sua, opposta, predilezione per l’abbandono e la spontaneità delle crescite vegetali. Non è soltanto un modo, tutto naturalistico, per rappresentare l’attrito del proprio conflitto educativo. La prospettiva scelta da Fowles è specchio di uno scontro tra diverse visioni del mondo, quella dell’Autore e quella condivisa dai più (come da suo padre), e così riassumibile: “Nessun frutto per chi non pota; nessun frutto per chi mette in dubbio la conoscenza; nessun frutto per chi si nasconde tra gli alberi mai toccati dall’uomo; nessun frutto per i traditori della causa umana”. Nel secondo testo l’Autore racconta di un viaggio a Uppsala e di aver voluto visitare il famoso giardino di Linneo. Il ricordo lo spinge meditare sul rapporto tra il suo modo di scrivere e la natura, ma anche tra la conoscenza scientifica della natura e quella artistica, che, nonostante siano comunque differenti, paiono cedere entrambe alla stessa, ingannevole tentazione: “la nostra cultura ci impone di avere fiducia soltanto in ciò che viene riferito, formulato pubblicamente, editato, ciò che viene collocato in una prospettiva chiaramente artistica o chiaramente scientifica. Una delle lezioni più profonde che dobbiamo imparare è che la natura, per sua natura, resiste a questo. Si aspetta di essere vista in un altro modo, nel suo presente individuale e dalla prospettiva del nostro presente individuale”. Di qui alla conclusione il passo è breve: la natura soffre la nostra “dipendenza a trovare una ragione, una funzione, un vantaggio quantificabile”; il suo unico scopo, invece, è “essere, sopravvivere”. Nel terzo e nel quarto capitolo i nodi vengono al pettine. Se è vero che occorre dismettere una concezione strettamente funzionale della natura, è altrettanto vero che l’ostinazione a evitare di sperimentarne una dimensione esistenziale (confinata nel mitico o nel leggendario) ce la allontana sempre di più, spingendoci a scoprire mondi che, viceversa, possano essere chiaramente pensati come utilizzabili o fruibili: “Considerare i boschi e le foreste da una prospettiva meramente scientifica, economica, topografica o estetica, senza comprendere che la loro più grande utilità non sta nelle cose concrete che producono, nel legno e nei frutti, e neppure nel loro fascino paesaggistico o nell’interesse che potrebbero avere come soggetto per un artista, spiega la velocità crescente con cui stiamo fuggendo nello spazio cosmico, lontano dalle altre forme di vita su questo pianeta”. Il fatto è – e Fowles prova a dimostrarlo, rievocando, quasi fosse un’iniziazione, la gita compiuta in una delle foreste più antiche e incontaminate di Inghilterra – che la natura non si può addomesticare mai, e che, se essa può avere un qualche ruolo, lo si deve individuare nella capacità di svelarci il senso di “inalienabile alterità” (di sostanziale irriducibilità, diremmo) che è proprio di “ognuno di noi, umano e non umano”. È così che, lungi dal costituire soltanto una “prigione”, questa condizione, questo rapporto tra l’uomo e la natura, può diventare, al fondo, un’autentica occasione di “redenzione”. Più che sulle tracce di mago Merlino, Fowles ci riporta al pensiero presocratico, in particolare a quello di Eraclito. L’albero, in poche parole, potrebbe essere il miglior commento moderno al frammento 41: “Esiste una sola sapienza: riconoscere l’intelligenza che governa tutte le cose attraverso tutte le cose”.

Recensioni (di P. Beech; di I. Crouch; di T. Fratus; di S. Mariani; di M. Nifantani)

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