François insegna letteratura francese in un’importante università parigina ed è specializzato nel diciannovesimo secolo. È il massimo esperto dell’opera di Huysmans, al quale ha dedicato i lavori che gli hanno meritato la cattedra. La sua quotidianità di accademico e di scapolo si divide tra le lezioni, la scrittura di qualche articolo per una rivista specialistica e i pasti precotti, consumati in solitudine nel suo centralissimo appartamento. In questo quadro socialmente autoreferenziale, l’unica variazione è il rapporto con la giovane Myriam, l’ultima delle sue tante avventure. Quella di François, evidentemente, è una condizione di autentico galleggiamento, se non di noia. Ma i tempi in cui vive – in un futuro prossimo e non molto lontano rispetto al presente – paiono scossi da evoluzioni inaspettate. In Francia le elezioni presidenziali sono imminenti e si respira l’aria di un conflitto del tutto inedito. Il Fronte Nazionale è cresciuto ed è dato per vincente, ma il partito della Fratellanza musulmana sta superando la sinistra, accreditandosi per il secondo turno come unico concorrente, magari in soprendente alleanza con i liberali e con la Gauche. È il momento della paura e del riposizionamento, per una fetta consistente della società civile e soprattutto per gli intellettuali e per lo stesso François, che devono fare i conti con i possibili vantaggi che può comportare lo schierarsi dalla parte del presumibile vincitore. Sarà poi così brutto vivere in un regime favorevole all’Islam? Mentre il paese è attraversato da disordini e pericoli di vario genere, anche per effetto delle azioni di guerriglia di un fantomatico Movimento identitario, il nostro docente vaga nella provincia francese e cerca riparo in Huysmans, provando a ripercorrerne la strada di decadenza e redenzione. Ma anche Myriam lo lascia, per trasferirsi in Israele con la sua famiglia (dato il clima non del tutto favorevole per gli ebrei, a prescindere da quale sarà il vincitore delle elezioni), e l’aridità dell’esistenza di François non ha altro sviluppo se non quello della dolce resa nelle braccia del più forte, quelle di una nouvelle vague islamica che si sta appropriando sin d’ora di tutte le istituzioni culturali e formative. La sottomissione si fa irresistibile.

È il romanzo che più ha fatto discutere in questo primo scorcio d’anno: un po’ per la tragica coincidenza tra l’uscita in libreria e l’assalto armato alla redazione di “Charlie Hedbo”; un po’ per la prospettiva quasi profetica sul modo in cui la società colta dell’Occidente potrebbe ben presto arrendersi ad un’egemonia di matrice musulmana. Sono nuances che hanno assicurato al testo curiosità e successo, e che hanno subito consegnato l’Autore ad un rigoroso programma di protezione. Tuttavia Houellebecq si può capire solo con Houellebecq, e il fulcro di questa sua ultima storia non è tanto nell’impostazione distopica (di per sé affascinante), bensì nella costruzione del debosciato protagonista e nella scelta del parallelo con l’eroe letterario del decadentismo francese (peraltro significativamente incompiuto: François non riesce a convertirsi). Lo sguardo critico del romanzo – che, se si vuole, rispetto ai precedenti, può anche apparire più deludente, privo, cioè, del consueto sale che rappresenta, in uno con la sua ferma determinazione à la Céline, la cifra inconfondibile di Houellebecq – è sempre lo stesso, ancora una volta: la vacuità e l’abiezione che si nascondono nell’insensibilità di vite dominate dal benessere e dalla presunzione. È solo, dunque, per una pura (anche se azzeccata) coincidenza “fantastorica” che la sottomissione in parola ha a che fare con il timore (oggi senz’altro serpeggiante) per il successo, a forti tinte identitarie, di un nuovo paradigma socio-politico. Questa diversa sottomissione, infatti, non va confusa con il presagio di un dominio islamico sull’Europa; essa deriva dallo stato di esiziale abbandono cui è predisposto un individuo già privo di personalità, eppure convinto di una sua superiorità razionale. A duecento anni dalla morte di de Sade, l’impressione che la sottomissione di Houellebecq sia innanzitutto il frutto della medesima e cronica patologia del soggetto moderno, quale messa in scena dallo spietato Marchese, è confermata dalla lucida descrizione che ne fa uno degli interlocutori di François, il preside Rediger: che, non a caso, pur riconoscendo che i suoi nuovi “correligionari” musulmani “potrebbero giudicarlo blasfemo”, affronta di proposito la prospettiva erotica e masochistica, e si spinge in un confronto tra la sottomissione dell’uomo a Dio “come la contempla l’Islam” e la sottomissione della donna all’uomo “come la descrive Histoire d’O” di Pauline Réage (alias di Dominique Aury). Ecco, quindi, “l’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta”. Non è dei migliori, questo Houellebecq, certo; ma non c’è niente di male nel dire che, talvolta, un buon libro si può rivelare anche sotto la forma del più stagionale dei bestseller.

Recensioni (di Alessandro Baricco, di Fabrizio Sinisi, di Giuseppe Rizzo, di Emmanuel Carrère)

Un’intervista all’Autore

Un’intervista al traduttore

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Nella penisola italica del Terzo Millennio, la trama del nuovo Satyricon segue un canovaccio simile a quello utilizzato nel I sec. d.C. da Petronio. Giuseppe, giovane letterato in attesa di un fantomatico posto da ricercatore in un ateneo del Nordest, viene coinvolto in una serie di improvvise e mirabolanti peripezie. Comincia tutto per avventura, sulla strada di una festa in collina, alla quale Giorgio, suo collega, e Lucia, promettente e avvenente laureanda, sono stati invitati assieme al loro mentore, il brillante Prof. Colòt (anche se lui stesso, “appena può dice Còlot, più Mitteleuropa, gli pare”). Da quel momento in poi niente è come potrebbe essere. Un casolare si rivela un (vero) casino; c’è una bimba cinese che sembra impazzita; irrompono i suoi parenti, improvvisamente violenti e determinati, e un vassoio d’oro spunta dal nulla. Prende avvio così un viaggio periglioso, con molti colpi di scena e incontri grotteschi, dalla Pedemontana veneta a Bologna, da Roma alla Sardegna. Naturalmente, come era accaduto allo sventurato Encolpio, anche Giuseppe è colpito nella sua virilità, abbrutito da un surreale incantesimo. E naturalmente, anche in questa versione, il Satyricon è campionario di figure equivoche e spregiudicate, caricature del peggio della società che ci circonda: un gruppo di aspiranti giovani intellettuali, tanto svegli quanto cinici e alienati, e passibili di comparire a buon diritto nell’Apocalisse da camera di Andrea Piva; un mercante d’arte volgare e disposto a tutto; una setta allucinata di pazzi erotomani; uno zio ricco, losco e pervertito; un rispettabile e avido dottore di provincia; una schiera di avvenenti donne mature, tatuate, siliconate e scatenate; un imprenditore di grasso successo, eccessivo e ignorante comme il faut; un professore glamour e avvitato nei suoi sogni più fatui… Un pizzico di redenzione, alla fine, fa capolino, ma si propone, come tutto ciò che è accaduto, in forma di accidente benvoluto ma privo di senso, e veicolato da una sacerdotessa fedele e improbabile al contempo.

Se Petronio aveva inscenato una satira impietosa nei confronti delle scuole di retorica del suo tempo, Villalta – che da tempo dirige un apprezzato festival letterario – rappresenta in modo smaliziato un aperto j’accuse rivolto alla sterilità del mondo accademico. È chiaro, in realtà, che è il contesto sociale, economico e morale a fungere da bersaglio, in molte delle sue emanazioni più trash e macchiettistiche, e così anche nella sua sete inestinguibile di facile e inappagante guadagno. Ma il dito è puntato risolutamente sull’incapacità di del ceto pensante nazionale e delle sue avanguardie, che, anziché interpretare il ruolo di traino consapevole che gli sarebbe congeniale, accettano la logica più disperante delle cose e godono egoisticamente nel lasciarvisi fagocitare in forma febbrile. La voce della verità è consegnata a Giuseppe-Encolpio, che talvolta, anche nell’ingenuità con cui vive la sua sventura, si dimostra parzialmente cosciente: “La verità è che non c’è più furore. Non ci sono più i furori che trascinano le vite dentro un destino”. D’altra parte, nelle alterazioni emozionali della plastificazione, di una quotidianità temporizzata e agita dall’esterno, e degli artifici materiali e sensoriali più spinti, “nessuna divinità ci porta via” e “nessuna parola di alito e argilla” ci può più soccorrere. Quando è il racconto collettivo a venire meno, quando la storia stessa volge al termine senza plausibili spiegazioni razionali, allora non c’è spazio che per la più autoreferenziale delle finzioni, perché, alla fine, “se vogliamo davvero diventare noi stessi (…), dobbiamo inventarci tutto”. Tuttavia, queste invenzioni, le uniche possibili, tradiscono solo un senso di frustrante emulazione di ciò che è impossibile raggiungere, restando incatenate alla replica ciclica di trame da rotocalco o da tv spazzatura. Non è un caso, in proposito, che a questo romanzo manchi un vero, e maximus, Trimalcione: perché, nel quadro di una completa decadenza, al Satyricon degli anni 2000 la tagliente genialità dei classici può farsi solo desiderare e i personaggi possono esclusivamente sperare di realizzare sogni meramente proibiti. In definitiva, nonostante le premesse di copertina non fossero le migliori (nel 2014 era già uscito un altro romanzo con lo stesso titolo…), il libro è gradevole e l’Autore riesce a convincerci, oltre che sul piano dell’inventio, con una prosa sorniona, leggera e vorticosa.

L’Autore parla del suo libro

Recensioni (di Gian Paolo Polesini, Stefano Fornaro, Ida Bozzi, Alessandro Banda)

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Il giovane Sebastiano cresce nella provincia piemontese, prima presso la “Casa d’Infanzia Alba Radiosa”, poi sotto la custodia dello zio Alvaro, cercatore d’oro alloggiato all’”Osteria del Genio con Locanda”, in riva al fiume. I brevi capitoli del libro descrivono il ricordo di quei giorni e dei molti personaggi di quel “mondo piccolo”, specchio del Paese dell’immediato dopoguerra. Ma Sebastiano racconta anche il modo con cui il romanzo stesso è stato concepito e più volte rifiutato dall’editore. La narrazione, poi, è spezzata da squarci sulla memoria dell’Italia della disfatta, che già all’indomani della fine del conflitto e della Resistenza pare aver completamente rimosso l’esperienza scomoda del fascismo. L’idole nazionale, i suoi falsi miti e la sua cronica, risoluta, incapacità di autocoscienza sono i veri imputati del processo che Vassalli vuole allestire. La loro sintesi perfetta è letteralmente incarnata nelle figure dei genitori di Sebastiano: il padre autoritario, meschino e pronto a tutto; la madre fiaccata dalle prevaricazioni del marito e imbambolata da un ingenuo sogno di redenzione che ha radici solo nella ricchezza materiale. Tuttavia, nel tempo stesso del racconto (il presente), l’Autore scopre che il padre, proprio lui, definito “l’infame autore dei miei giorni”, è ancora vivo e vegeto, riabilitato anche agli occhi delle istituzioni che ne avevano certificato la pazzia e pronto a perpetuare la sua violenza e il suo cinismo anche al di là di ogni prevedibile e liberatoria morte naturale. Il lascito della riflessione è amaro e sconsolato; la tara è genetica e irrimediabile; non resta che un ripiegamento quasi intimistico e archeologico, come testimoniano le parole dello zio Alvaro, autentico anti-eroe di questa storia così complessa e così profonda: “Viviamo per quelle poche pagliuzze di felicità che rimangono in fondo alla memoria come l’oro sul fondo della bàtea”.

L’oro del mondo è del 1987 e anticipa i grandi successi de La chimera (1990), Marco e Mattio (1992), 3012. L’anno del profeta (1995) e Il cigno (1996), che a loro volta rappresentano carotaggi, in forma di favola, di una medesima indagine. Le movenze eccentriche di questo romanzo saranno nuovamente testate in Cuore di pietra (1996), che chiude così un primo ciclo di meditazioni: si rinnoveranno ancora nella forma espressa e sperimentata del romanzo storico (Un infinito numero. Virgilio e Mecenate nel paese dei Rasna, 1999; Stella avvelenata, 2003), in opere ulteriormente ibride e originali (come L’italiano, 2007; o Le due chiese, 2010) e in satire controcorrente e divertite (come può essere considerato Comprare il sole, 2012). Da un certo punto di vista, quindi, L’oro del mondo è una chiave di lettura di grande importanza, un passepartout privilegiato per l’intera opera di Vassalli (che da ultimo ha ripreso con efficacia l’amato filone storico: Terre selvagge, 2014). Nel libro non troviamo le lunghe passeggiate del Piovene de Le Furie, ma l’esigenza di ripiegamento e di dialogo interiore sembra la medesima, al punto che, curiosamente, L’oro del mondo getta luce anche sull’importanza del romanzo dello scrittore vicentino. In quest’edizione – che è accompagnata, in appendice, da un testo inedito in cui l’Autore racconta la genesi tormentata del testo e della sua pubblicazione, e rende omaggio all’insperata attenzione riservatagli al tempo da Giulio Einaudi e da Natalia Ginzburg – si può apprezzare con maggiore consapevolezza il tono di una poetica determinata e militante. Vassalli non si limita a sferzare gli italiani e i loro inestinguibili vizi; oggetto della critica sono il gran circo della cultura ufficiale, il conformismo e il provincialismo dei “poeti organizzati”, la tendenza di chi può capire e sapere a marginalizzare le esperienze di scavo e di autoanalisi di cui il Paese avrebbe bisogno e di cui solo la letteratura può farsi efficace traduttrice.

Il contesto autobiografico de L’oro del mondo

Un altro e bellissimo libro di Vassalli: La notte della cometa

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Imi ha trascorso la sua infanzia nell’orfanotrofio del piccolo paese di Landor, in Ungheria, al confine con l’Austria. Ora ha coronato il suo sogno, quello di vivere e lavorare a Londra, dove è riuscito ad impiegarsi come factotum in una filiale della Proper Coffee, una grande catena di caffetterie. Mentre le vite degli altri orfani continuano a scorrere nel consueto clima di semplicità e di dolore che sempre fa da contorno alle loro paure e alle loro speranze, Imi comincia a conoscere meglio la grande “piramide” aziendale in cui lavora. Dapprima ne è entusiasta, essendo disposto ad accogliere con stupore tutte le piccole cose che a Landor non ha mai potuto sperimentare. Poi conosce Jordi, un collega spagnolo un po’ più smaliziato, e sperimenta la pochezza, l’ipocrisia e la vuotezza delle relazioni umane che alla Proper Coffee vengono incentivate con fredda determinazione. Conosce anche Morgan, un commesso iraniano di una vicina libreria. Ed è proprio la sensibilità di questo nuovo amico a salvare Imi dal disastro annunciato che può facilmente sortire dall’incontro tra la sua naturale ingenuità e le meschinerie dell’ambiente lavorativo. Morgan, infatti, fa entrare in scena un pezzo grosso, un premio Nobel che riuscirà a mettere in campo tutto il suo peso e a preparare l’atteso lieto fine.

Per questo libro Nicola Lecca va ringraziato, anche se per motivi che sono diametralmente opposti. Da un lato, perché il romanzo è scritto in modo pulito ed efficace, e perché lo schema e le intenzioni lineari che lo animano sono tali, a ben vedere, soltanto in apparenza: l’epilogo è felice, ma lo è anche in conseguenza dell’ambigua affermazione di una legge implacabile (quella per cui la forza si vince solo con la forza…); inoltre, le insospettabili opportunità dell’educazione sentimentale offerta dall’orfanotrofio si contrappongono con efficace senso malinconico all’istintiva volontà di allontanarsene e di tornare in un mondo spietato e comunque infelice; e poi ci si può imbattere in una libera rivisitazione della bella frase di Seneca, secondo cui “Non esiste vento favorevole per le barche alla deriva”; v. Lettere a Lucilio, lettera 71, “Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est”). Tuttavia La piramide del caffè è anche il prototipo scoraggiante di parte rilevante del novelism contemporaneo di successo: troppo pulito; troppo volutamente e scopertamente profondo; troppo fedele alla replica di cliché ad emozione pressoché assicurata (come quello “cinematografico”, alla Scoprendo Forrester, in cui finisce per annegare pure l’azione filantropica della scrittrice Margaret Marshall). Anche per questa constatazione occorre rendere omaggio all’Autore, perché, in effetti, il volume è paradigmatico di una scrittura di superficie che, se per un verso sa farsi anche allusiva di ben più complessi profili, dall’altro accetta di solleticare il palato del lettore-consumatore anziché di appassionarlo in una (minima e) necessaria fatica. In questa prospettiva, La piramide del caffè stimola voglie molto più sofisticate, e perciò merita l’attenzione che si deve ad un piacevole e rapido aperitivo.

Recensioni (di Sciltian Gastaldi, di Cesare Cavalieri, di Vincenzo Mazzaccaro)

La home page dell’Autore

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Ad aprire il lungo racconto in cui si snodano le oltre 550 pagine de Il figlio è la voce del centenario Elli McCullogh, registrata a futura memoria nel 1936. Per tutti è “il Colonnello”, in Texas una figura quasi mitologica, il capo riconosciuto di un clan familiare altrettanto famoso, ricco e temuto. La sua è la storia delle origini, del tempo in cui è stato rapito bambino da una banda di indiani comanche, delle tante terre di cui è entrato in possesso e di come ha costruito la sua immensa fortuna. Questa voce si alterna alla narrazione di ciò che nel 2012 ricorda l’anziana pronipote Jeanne Anne, colta negli ultimi istanti della sua vita. Si ripercorrono, così, in un susseguirsi di flashback, le esistenze di altri personaggi, ma anche l’educazione solitaria e l’apprendistato sentimentale di una donna di successo, destinata a guidare la florida azienda dei McCullogh dall’era del bestiame a quella del petrolio. Jeanne, tuttavia, è ultimo baluardo di un ceppo che è andato via via indebolendosi e che ha maturato ormai la certezza di scomparire. Alla voce del Colonnello e alla storia di Jeanne si frappongono, come un fastidioso contrappunto, anche numerosi estratti, presi tra il 1915 e il 1917, del diario di Peter, il terzo figlio di Elli, la mela marcia o, per meglio dire, “la Grande Onta”. Perché Peter, in effetti, è sempre stato del tutto estraneo al nerbo della sua stirpe, incarnandone la coscienza critica, lo scrupolo mai assimilato. Proprio in Peter si deve ravvisare l’incubatore del seme che causerà la naturale estinzione della splendida progenie. Questo verrà dal mondo dei morti e dei vinti, quasi per un’insopprimibile inclinazione, per suggellare tragicamente il superamento di un’epopea familiare a lungo ritenuta invincibile e per riaffermarne paradossalmente tutti gli agghiaccianti presupposti.

MeyerIl figlio porta con sé il fascino violento e avventuroso della Frontiera, della leggendaria fondazione del Texas, delle lotte per i pascoli e dei conflitti con i nativi, con i messicani e con la più antica proprietà ispanica, della Guerra di Secessione e della costituzione della potente oligarchia terriera che saprà capitalizzare le scoperte tecnologiche della fine del XIX Secolo e che condurrà gli Stati Uniti nella battaglia mondiale per le risorse petrolifere. Soprattutto, però, questo romanzo mette in scena l’essenziale fisiologia di un sopruso socio-culturale, di una conquista che non si è posta alcun limite e che, come tale, ha formato la dura e spietata spina dorsale di un intero carattere nazionale. Le parole di Toshaway, guerriero comanche, sono eloquenti: “Non sono per niente pazzo. Pazzi sono i bianchi. Vogliono essere ricchi, proprio come noi, ma non ammettono a se stessi che ti arricchisci solo a spese degli altri. Pensano che quando non vedi le persone che stai derubando, o non le conosci o non ti somigliano, non è proprio come rubare”.

Ma Il figlio va anche oltre. La sua, infatti, è una sferzante condanna dell’etica individualista ed egoista che ha forgiato un certo spirito nordamericano, di una fame nella cui sfrenata ambizione si devono intravedere sia le ragioni di successi imprenditoriali tanto significativi, sia le cause di un imminente e inarrestabile declino. In quest’ottica si può affermare che Meyer ha voluto essere senz’altro epico. Sarebbe sbagliato, tuttavia, paragonarlo – come pure molti fanno – a Faulkner o a McCarthy. Meyer è molto più situato, molto più statunitense, molto meno vicino all’afflato profondamente universale degli altri e più autentici classici, che pure hanno un’indiscutibile base territoriale di partenza. Ciò non significa che Il figlio non sia un’opera di valore; tutt’altro. Forse, a tratti, Meyer si può confondere addirittura con Steinbeck. E forse qualche spezzone sa anche di Jack London: non certo, però, di quello di Zanna Bianca e dei racconti del Grande Nord, bensì dell’altro London, e cioè di quello dell’impegno socio-politico, arricchito, in aggiunta, da un pizzico di Dickens. La sua prospettiva, dunque, pur risultando antropologica e psicologica, ci sembra prevalentemente confinata, e il suo scopo dichiaratamente pedagogico e, a suo modo, diversamente patriottico. Perché se il cittadino americano continuerà a credere che fagocitare i suoi simili sia indispensabile – questa è la morale – non potrà che perire della stessa drammatica sorte.

Recensioni (di Caterina Bonvicini, di Roberto Concu, di Francesco Longo, di Luca Crovi, di Livia Manera, di Antonio Scurati, di Silvio Bernelli)

Altre recensioni in english (dal sito dell’Autore)

Tre film (a mo’ di esempio) sull’epopea texana: La valle dell’Eden (1955), Il Gigante (1956; è citato anche nel romanzo…), Comanche (1956)

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Una vacanza, breve o lunga che sia, val bene un Recami, e così, in tempo d’estate, ne appare provvidenzialmente uno nuovo. La serie è quella leggera e briosa, milanesissima, della “casa di ringhiera”, con l’Amedeo Consonni ad indagare sul “caso” del titolo e l’Angela Mattioli alle prese con i conti sospesi del precedente episodio (Il segreto di Angela). Naturalmente non mancano i curiosi e vivaci personaggi del condominio, che variamente interagiscono per dare corpo ad una divertente commedia degli equivoci e per cooperare, più o meno coscientemente, alla risoluzione di un intreccio come sempre avvincente. Questa volta il Consonni agisce su commissione: è la famosa e bella Kakoiannis-Sforza, regina del jet set, a dargli un incarico, quello di ritrovare la figlia Marilou, precoce e altrettanto sfrontata protagonista del bel mondo, scomparsa improvvisamente da qualche giorno. E così l’ex tappezziere si aggira tra i quartieri della metropoli lombarda, ragiona sui modi e sugli eccessi di ex calciatori playboy e imprenditrici spregiudicate, e comincia a fiutare i primi e pochi indizi, in una giravolta di piccoli colpi di scena e relativi progressi, che si alternano, però, alle storie e alle disavventure semiserie dei diversi vicini di casa, Angela compresa. Quando le apparenze sembrano militare per una soluzione a tinte fosche, tra perversioni della peggior specie e ricatti inaccettabili, il Consonni ribalta tutto e, illuminato da una passata truffa sulla Merda d’Artista di Piero Manzoni, credendosi quasi ingannato dalla sua astuta e competitiva committente, rischia quasi di realizzarne le oscure trame. Interviene, però, forse per caso, o forse no, l’intuito di Angela, che si rappacifica col Nostro, salvandolo dalla complessa macchinazione in cui si era improvvisamente cacciato. Nel prologo del romanzo – lo sappiano da subito tutti gli aspiranti lettori – è già rappresentata anche la sua fine, in una studiata ed efficace simmetria che precorre in movenze da rotocalco il comune e tragico destino delle due figure femminili che sono alla base di tutta l’intricata vicenda.

Recami questa volta si autodefinisce, parodisticamente ma in modo efficace. Accade in un passaggio nel quale il direttore di un’importante casa editrice descrive le peculiarità del dattiloscritto che fatalmente è capitato nelle sue mani e che altro non è se non il memoriale che la Mattioli aveva composto nella precedente puntata della serie: “È apparentemente inconsistente perché è profondamente inconsistente, ma la sua consistenza è data dal fatto che imita l’inconsistente così bene che è uguale all’inconsistente, ma per questo è più consistente del consistente che imita il consistente”. I volumi della “casa di ringhiera” sono proprio così: stando al gioco, sono perfetti nella loro volontà di imperfezione; nella loro volontà, cioè, di adeguarsi simultaneamente a forme espressive e a generi raramente commisti, riuscendone, però, a capitalizzare, in un unico momento, tutti i rispettivi vantaggi e tutti i relativi effetti, senza contraddizioni o stonature. Questi libri, infatti, sono intriganti come i gialli all’italiana, ma hanno scene, ritmi e toni divertiti alla Monicelli o alla Dino Risi; ci sono spezzoni da rivista scandalistica, ma ci sono anche fulminee e commoventi citazioni (come, in questo caso, quella dedicata a Bianciardi: v. a p. 58); c’è simpatia e compartecipazione per le sorti dei personaggi principali, ma c’è anche una profonda ironia, specie nei confronti delle figure che incarnano alcuni tipici “campioni” della vie quotidienne nazionale (il profilo della signorina Mattei-Ferri, pettegola e falsa-invalida, è esemplare). L’elemento, comunque, più riuscito del Recami-approccio è un altro: le pagine trasudano un gusto e una fiducia estrema nella letteratura tutta e nella scrittura, che in quest’ultimo episodio, tra l’altro, si rivelano come parti attive, visto che giungono fortunosamente, ma ufficialmente, in soccorso degli umani sbandati; come se trame e parole potessero davvero avere ingresso nelle cose della nostra vita. Recami, dunque, ci intrattiene con grandi sorrisi e, facendolo con un successo assicurato, ci offre anche un motivo in più per continuare a leggere, la convinzione che l’esperienza di carta è molto meno immaginaria di quello che sembra.

Quando un piccolo cenno in un libro risveglia un interesse… Uno “speciale” e una mostra (ormai chiusa…) su Piero Manzoni

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fotoPalermo, 1937. La Corte d’assise è chiamata a giudicare “un uomo che aveva ucciso tre persone in un breve giro di ore”: nell’ordine, “la moglie dell’assassino; l’uomo che dell’assassino aveva preso il posto nell’ufficio da cui era stato licenziato; l’uomo che, al vertice di quell’ufficio, ne aveva deciso il licenziamento”. Quest’ultimo era un notissimo avvocato, presidente dell’Unione Provinciale Fascista Artisti e Professionisti, pezzo grosso del partito, dunque, ma anche influente amministratore delle cose pubbliche locali. I fatti, peraltro, sono chiari, e i legali dell’imputato non chiedono neanche la perizia psichiatrica. L’opinione pubblica, poi, sembra schierata a favore di un solo esito, da tutti percepito come giusto e inevitabile: la condanna a morte, reintrodotta dal Codice Rocco del 1930 anche per alcuni gravi reati comuni; per continuare, cioè, a dormire “con le porte aperte”, come vuole la “suprema metafora dell’ordine, della sicurezza, della fiducia”. Però, nonostante i messaggi allusivi e trasversali ricevuti in tal senso anche per bocca del procuratore generale, il giudice a latere nutre forti dubbi. La pena capitale non lo convince, e le perplessità aumentano anche per le sollecitazioni e le letture che egli finisce per condividere con uno dei giurati. Lo scrupolo vincerà la battaglia, ma non la guerra, che, alla fine, riporterà tutto – compreso il “piccolo giudice” – ad una sconsolante e umana proporzione.

Il segreto di Sciascia, della sua grandezza, non è facilmente afferrabile. D’altra parte è un segreto, che tale deve restare, fascinoso. Si nasconde sempre nella lingua, nell’uso accorto dell’italiano scritto e cólto, alla maniera dei grandi siciliani del Novecento: Brancati, Consolo, Bufalino… La disciplina dello stile e della parola ne è il fortino, ma anche la chiave, complicatissima e allusiva, veicolare e pur sostanziale, in un’unica soluzione espressiva. Questa disciplina segue e corrisponde ad un rigore tutto interiore. La letteratura e la morale, così, dialogano in un contrappunto che non si può mai interrompere; soprattutto, in un flusso, cui la coscienza – individuale, sociale, civile e politica – deve alimentarsi, per affrontare le astuzie apparentemente invincibili del malaffare e del potere che gli si asservisce quasi inesorabilmente. Il problema ha una dimensione filosofica, totalizzante, non si risolve soltanto nella critica al sistema mafioso o al fascismo (al quale, in questo libro, Sciascia dedica alcuni passaggi memorabili: v. specialmente alle pp. 71-73). E non si rivolge neppure alla sola pena di morte, la cui barbarie, tornata anche di recente all’attenzione delle cronache, viene denunciata con rara e sensibile acutezza europea, ben al di là di quanto ci è stato consegnato in tempi recenti dai più illuminati interpreti d’oltreoceano. Quel problema – che trova un suo naturale spazio d’elezione nel foro interno di ciascuno – ha anche un protagonista e un luogo istituzionali, che vengono introdotti subito anche dalla citazione che avvia Porte aperte, presa di peso dai famosi Soliloqui di Salvatore Satta: “il processo si pone con una sua propria autonomia di fronte alla legge e al comando, un’autonomia nella quale e per la quale il comando, come atto arbitrario di imperio, si dissolve, e imponendosi tanto al comandato quanto a colui che ha formulato il comando, trova, al di fuori di ogni contenuto rivoluzionario, il suo ‘momento eterno’”. Viene coinvolto, in tal modo, il giudice, con il suo ruolo, il suo carattere (in tutto e per tutto) decisivo, e quindi con la sua esemplarità, vera ragione dell’interesse ricorrente, per Sciascia, nei confronti della funzione giurisdizionale e dei i suoi abissi, come già dimostrato nella bellissima introduzione alla manzoniana Storia della colonna infame.

Dal romanzo passo al film, pluripremiato, che ne aveva tratto Gianni Amelio, con un maturo Gian Maria Volonté (in grande spolvero) nei panni del giudice dubbioso. La curiosità è soddisfatta, perché si tratta di un’ottima prova: nella fotografia, nelle luci, nella scelta di un generale clima di disfacimento che forse ben si addice all’esigenza – che sicuramente sentivano il regista e gli sceneggiatori – di ricostruire un’ambientazione storica e sociale adeguata, ma anche di renderla immagine di un Paese ripetutamente sotto scacco (ancora non resisto alla tentazione di paragonare le dimensioni dell’ufficio dell’avvocato ucciso a quelle dello studio dell’imprenditore Nottola, ne Le mani sulla città di Francesco Rosi…). Nel lavoro di Amelio, però, la grandezza di Sciascia quasi scompare, perché il suo segreto è scopertamente sciolto in direzioni ben precise, di critica culturale e politica, al di qua, per così dire, del profilo esistenziale che l’opera letteraria voleva mettere al centro della scena. In quella cinematografica, infatti, le parti si invertono: non sono le cose e le persone a cooperare a favore dello sviluppo del tema; è il tema ad adattarsi alle esigenze di certi contesti e di certe figure, allo scopo, dominante, di dire molto sulla situazione e sul clima di un determinato periodo o di un determinato modello sociale, e per dire (anche) dell’altro (ma) soltanto in chiave di resistente posizione intellettuale. Il che, per intendersi, non è di poco momento, visto che, forse, la strada indicata da Sciascia è ancora troppo complessa.

La morte come pena in Leonardo Sciascia (un convegno, da Radio Radicale)

Porte aperte, dal romanzo di Sciascia al film di Gianni Amelio (di Giuseppe Panella)

Sciascia on screen, tra pamphlet e thriller. Due riletture postume: Porte aperte e Una storia semplice (di Alessandro Marini)

Il sito degli Amici di Leonardo Sciascia

La Fondazione Leonardo Sciascia

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Nel bel mezzo dei mondiali non è semplice evitare di parlare di calcio, e in effetti l’Autrice di questa agile raccolta di saggi non ci chiede di metterci alla prova in un così grande sforzo. Semmai l’invito è a cogliere nello sport del pallone, così come in tutta la fenomenologia che esprime e che gli fa da contorno, un efficace criterio di lettura di molte tendenze socio-culturali. La proposta è formulata in modo interessante e il tenore di alcune suggestioni – talvolta ricercate – non travolge la freschezza dei ricordi e delle immagini familiari di una tifosa sinceramente appassionata, che cerca e suscita empatia sin dalle prime righe. Si parte proprio da qui, dalla rievocazione dei piccoli sedili di polistirolo che papà Serafini preparava ai due fratelli e al loro cugino per il pomeriggio domenicale sui gradoni della curva romanista. Allo stesso modo, poi, qui si finisce: con la confessione, sempre emozionata, che l’unica cosa “che resta uguale alla prima volta” è “entrare all’Olimpico”. Tuttavia, nel mezzo, si avanza con decisione un raffronto ficcante tra gli impossibili equilibri del calcio – che è fatto di schemi fissi e di guizzi imprevisti e risolutivi – e i segreti dei format televisivi e dei successi cinematografici (in fondo il calcio è un palinsesto, no?). Ci si avventura, pagina dopo pagina, anche nelle strategie della comunicazione pubblica, e politica in particolare, laddove i riferimenti al calcio possono essere spia di un determinato assetto nei rapporti di genere e, più in generale, di un modo ricorrente di pensare in maniera risolutamente indifferenziata ad una certa identità collettiva. Pure il discorso sulla fede incondizionata per una squadra può illuminare itinerari critici: non è forse vero che oggi si possono vedere tifosi anche fuori dagli spalti, e così tra gli elettori, gli spettatori, i lettori…? Che cosa significa, socialmente e antropologicamente, questa forte istanza di personalizzazione? Dov’è andata l’Italia in questi ultimi trent’anni? Non si parla di calcio, dunque; o, meglio, se ne parla per la semplice ragione che in società non se ne può prescindere. Come ricordava Pasolini, il calcio “è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo” e, come sottolinea l’Autrice, “i campionati ricominciano sempre (…) almeno fino a quando saremo in grado di preservare il giocattolo”.

È un bel volume, con tanti pregi: la buona scrittura; la sincerità espositiva; l’andatura studiatamente rabdomante, e quindi gradevolmente affabulatoria, dell’argomentazione; i moltissimi riferimenti colti, impreziositi da un’appendice bibliografica altrettanto ricca che propone un verosimile e appagante prolungamento di lettura; la struttura ricorsiva del discorso complessivo. Quest’ultimo carattere è quello più curioso, poiché denota la tensione, diffusa in tutto il testo, per la realizzazione di una perfetta coincidenza tra la forma dell’esposizione e il significato che si vuole veicolare. C’è dell’hegeliano in tutto ciò, e le modalità con cui si presenta il thema, già nel secondo capitolo, lo confermano: la magia di un gioco che è sempre vivo perché si alimenta di contrasti apparentemente inconciliabili non è altro che una bellissima variazione della dialettica tesi-antitesi-sintesi, intesa come logica, naturale e irrinunciabile invariante. Anche i grandi campioni sono implicitamente inquadrati con la lente con cui Hegel guardava Napoleone a cavallo per le strade di Jena nell’ottobre del 1806: pure e tangibili manifestazioni dell’anima del mondo. In questo testo non si parla di calcio, è proprio vero: perché si riflette sull’utilità di uno specifico modo di guardare alla realtà, sul valore che questa prospettiva epistemologica porta con sé e sull’incoscienza quasi colpevole che si può naturalmente produrre allorché si dimentichi la forza esplicativa e riflessiva dell’analisi a favore di soluzioni apparentemente più (e troppo) facili e convincenti. Al termine del libro mi sono ricordato di una bella citazione di Sciascia (da La strega e il capitano), riportata all’inizio di un altro volume, letto recentemente e con pari soddisfazione: “Nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende”. Se fatto in questo modo, anche scrivere e leggere di calcio può risultare particolarmente accattivante.

Un’intervista all’Autrice

Letteratura e calcio (di Francesca Serafini)

Calcio, la più bella metafora del mondo (di Silverio Novelli)

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Avevo adocchiato “un Celati” più volte, soprattutto nell’espositore girevole di una delle mie librerie, precisamente in quello dedicato ai titoli, più recenti, editi da Quodlibet. Mi sono convinto solo recentemente, su sollecitazione di un amico. E così ho finalmente acquistato questo piccolo libro di racconti, che l’Autore ha pubblicato nel 1985, come primo volume di una trilogia che poi è continuata con Quattro novelle sulle apparenze (1987) e con Verso la foce (1988). È una lettura tanto originale quanto rilassante. Le brevi novelle seguono il percorso, volendo fisicamente replicabile, di un reale itinerario di ispirazione, che muove dal territorio milanese e segue il fiume Po, sino al mare. Ma le storie che vi vengono narrate sono come il risultato, sicuramente inimitabile, di uno studiatissimo montaggio sentimentale di frammenti di chiacchiere, pettegolezzi di paese e spunti personalissimi di rielaborazione quasi fantastica. Restano impresse come vicende dalla portata universale, come operette morali che spetta al lettore decifrare e che non hanno altro obiettivo se non quello di rappresentare, con la precisione del biologo, le poche cose spiegabili nel quadro apparentemente piatto ma disorientante di un paesaggio padano in vorticosa trasformazione. Di un paesaggio che, in verità, è (sempre che sia lecito esprimersi dantescamente…) figura dell’immutabilità, soltanto apparente, dei destini individuali.

Il repertorio è decisamente vario. L’avvio è con la figura di un radioamatore di Gallarate, la cui curiosità capta le incredibili vicissitudini di un collega scozzese. Ma c’è anche la storia, quasi commovente, di tre fratelli, veri e sfortunati talenti calcistici; c’è una donna che si guarda sempre intorno e che arriva a concludere che “è solo tempo che passa”; Idee d’un narratore sul lieto fine racconta della triste e poetica vicenda di un colto farmacista della provincia di Mantova; e poi veniamo a sapere di quell’uomo, autorevole esperto, che capisce di trovarsi a suo agio solo negli aeroporti; c’è un bellissimo pezzo intitolato La città di Medina Sabah, variazione modenese sul tema delle sirene di Ulisse; si racconta la Vita d’un narratore sconosciuto, come ve ne sono stati, e ve ne sono ancora, tantissimi; ad un certo punto un fotografo approda al “nuovo mondo”, tra barene e specchi di laguna; e poi, ancora, c’è un vecchio che sa Com’è cominciato tutto quanto esiste… E ci sono, così, tante altre storie (30, in totale), che a sprazzi sembrano compilate da un extraterrestre che debba riferire con precisione ai suoi compatrioti delle stranezze e delle voci che apprende nella grande pianura, trovandosi, però, all’improvviso, immerso nella nebbia più fitta, come i Bambini pendolari che si sono perduti, che ogni sabato andavano a Milano in treno, si trovano un giorno smarriti in aperta campagna e finiscono per maturare “il sospetto che la vita potesse essere tutta così”.

Tra i racconti di Celati – che vinsero il premio Grinzane Cavour nel 1986 – ci si può semplicemente divertire e convincere che, dinanzi alle cose della vita, c’è sempre una risposta valida: c’est la vie. Al medesimo tempo, però, gli sforzi individuali, i sogni di ciascuno, le avventure personali non sono insignificanti, perché concorrono a spiegare in modo singolarmente decisivo le ragioni di un luogo e di un tempo, e anche l’accettazione, talvolta malinconica, della propria condizione e della traiettoria esistenziale che ad un certo punto si è presa. L’Autore ha lo stile pulito e implacabile del collezionista: di situazioni e di intrecci, di episodi strani e di parabole del tutto comuni, di immagini e di leggende (della città come della provincia). La sua presenza non si sente, non si deve sentire; nuocerebbe all’oggetto. Forse Narratori delle pianure può essere classificato come un raffinato museo di scienza naturale, nel quale, al posto dei consueti pannelli esplicativi e delle vetrine con esemplari imbalsamati o fossili più o meno suggestivi e conservati, possiamo ammirare la perfezione quasi tragica di tante piccole biografie. L’effetto finale non cambia, è lo stupore che si prova sempre quando ci si sorprende a pensare a come siano inestricabili e complessi l’origine e l’aspetto dell’universo che ci circonda. Leggendo questo libro, in effetti, la cosa che mi è venuta subito in mente è un altro libro, ricevuto in regalo per un compleanno della mia infanzia. Era Città nel prato, un libro fotografico che mi aveva colpito molto, perché mi aveva portato al di là della visibile uniformità del manto erboso, facendomi scoprire l’estremo brulicare di esseri viventi e di operazioni nascosti dentro il verde del giardino. I racconti di Celati sono come le foto di quel libro; ingrandiscono lo sguardo e rivelano il contesto.

Speciale su Celati, con saggi, testimonianze e interviste (da doppiozero.com)

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“La sua autorevolezza si manifestava proprio nelle azioni più elementari che, in virtù di questa sua modalità estremamente misurata e insieme incredibilmente disinvolta, cessavano di essere quotidiane, esorbitavano dall’orizzonte comune, fissandosi in qualche modo nella memoria”. Questo è Sibber, in tutto il suo splendore. Si tratta di una persona comune, quasi modesta nella sua condizione. Tuttavia il narratore ne è sorpreso e incantato. Lo vede spesso, tra l’altro; sono impegnati entrambi nelle attività di una comunissima associazione. La sua missione, così, diventa quella di studiare Sibber, provocarne la forza, carpirne il segreto che gli potrebbe consentire di partecipare dello stesso stato di grazia. E in ciò coinvolge la sua giovane compagna Helga, alleata perfetta. Sibber è il campione della pienezza che si può trovare nella sapienza intrinseca delle cose che ci circondano: il suo modo di interagire con la realtà nasconde la chiave per essere felici e per non lasciarsi andare alla tentazione di “buttarsi via”. Qual è il fulcro con cui Sibber pare agire la sua leva? L’epifania si fa attendere e soltanto alla fine, durante una piccola festa casalinga, i due giovani indagatori sembrano cogliere la vera importanza di Sibber e assimilarne l’implicita lezione.

Cogliere tutte le implicazioni di questo testo – che scorre con estrema fluidità e trasmette un senso di rassicurante naturalezza – è una prova simile a quella che si deve affrontare quando si legge Robert Walser. Sul retro delle pagine non c’è solo un orizzonte di pensiero; ci sono anche una filosofia pratica e un modus vivendi, la cui afferrabilità sta in ciò che le persone normali non vedono o non sentono. Quindi non sono per nulla scontati. Tuttavia Sibber non ha nulla a che spartire con i personaggi del grande scrittore svizzero: come ci viene raccontato, la sua dimensione è “festivizzante”; il suo scopo non è la secessione morale ed esistenziale. Occorre guardare altrove. Sensazioni simili si provano anche quando ci si misura con il secondo Salinger, quello tutto esplicitamente zen, successivo a Il giovane Holden. Infatti sembra quasi che il narratore cerchi nei movimenti e nelle posture di Sibber il momento del satori, del risveglio circostanziato che illumina e che separa ogni distanza tra il soggetto e l’oggetto. Anzi, Sibber è come una sorta di talismano vivente, poiché la certezza della sua esistenza fa sì che, alla fine, il protagonista del romanzo si riconosca più sicuro: “sento di potermi fidare di più della mia percezione, di potermi fidare di più della materia perché so che da qualche parte, comunque, c’è qualcuno che, percependola nella sua dimensione originaria, la garantisce”. Questa mi sembra la strada giusta. Nardon riesce ad imbastire il piccolo ed efficace resoconto di un’esperienza pedagogica profonda e tutta contemporanea, nella quale anche una cartolina – quella che ci viene spedita nell’ultima pagina, e che non può che essere firmata da Sibber, soprendentemente umanizzato in quanto dotato di un nome (C.) – può avere il valore di un kōan buddhista. Da leggere, da rileggere ancora, da assimilare e da portare, infine, con sé, per ogni possibile attimo di sbandamento.

L’incipit del romanzo

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