Ciascuno cerca i rimedi che meglio gli si addicono: i presìdi, come direbbe qualcuno. Anche i libri lo possono essere. In generale, nel senso che lo può essere la lettura in sé e per sé; o in particolare, per gli effetti specifici che può avere la ripresa di certi testi o la frequentazione periodica di un autore. Il mio rimedio, il presidio per eccellenza, è William Faulkner. È la mia penicillina, l’antibatterico che devo assumere periodicamente, preferibilmente nella calura estiva, chiudendo ogni tanto gli occhi e immaginandomi in qualche parte della sua mitica contea di Yoknapatawpha. Di Faulkner, negli anni, ho letto (e riletto) tantissimo. Questa antologia ancora mi mancava. Se Yoknapatawpha potesse avere, oggi, una sua perfetta serie tv, questi racconti – assemblati per Adelphi da Mario Materassi (che ne ha firmato la puntuale postfazione) – ne potrebbero essere gli undici magnifici episodi. Sono tutti diversi, naturalmente. Però sono percorsi da un comune e amaro gusto comico, o meglio satirico, pur annegando, come sempre in Faulkner, in un cocktail di tragico e di epico. 

Un corteggiamento, Foglie rosse e Capelli sono, forse, i pezzi migliori. Il primo è la storia di una sfida che due improbabili e determinatissimi “contendenti” intraprendono e spingono quasi fino all’estremo, per rimanere poi beffati in una maniera a suo modo classica. Il secondo è la descrizione di una fuga disperata e di un destino drammatico, quello che deve invariabilmente toccare allo schiavo nero di un capotribù indiano, che è morto e che non può, tuttavia, essere sepolto se non in compagnia di tutte le sue cose. Il terzo è paragonabile ad una sorta di exemplum “di provincia”, un racconto pedagogico, sia pur in modo sotterraneo, sulla tenacia inspiegabile di un uomo apparentemente mediocre e invisibile, ma capace di una trascinante forza di redenzione (lo stesso personaggio – che è un barbiere – compare anche in Settembre arido, cronaca terribile e fulminante di un gratuito e spietato linciaggio). Sempre esemplare è anche Scandole per il Signore, una parabola ficcante sull’esiziale povertà che si nasconde in ogni pretesa puramente individuale di superiorità etica. La mia Nonna Millard, il Generale Bedford Forrest, e la battaglia di Harrykin Creek va letto assieme a Muli in cortile. Entrambi sono divertenti, ma, in un certo senso, l’uno è l’opposto dell’altro, visto che nel primo l’anacronismo della old culture sudista viene messo apertamente alla berlina, mentre nel secondo è quello stesso attaccamento a contrapporsi all’amoralità di un tempo tanto nuovo e progredito quanto barbaro. Il senso di un cortocircuito inevitabile tra due mondi antitetici, con esiti addirittura diseducativi, è molto ben rappresentato in Sarà bello (geniale l’assunzione della prospettiva infantile da parte del narratore). Ne Gli uomini alti lo stesso cortocircuito si rivela come la principale ragione del mancato coinvolgimento del Sud nelle trasformazioni socio-economiche e politiche del Novecento americano, viste come fattori intempestivi di spiazzante disorientamento (l’incontro e il dialogo tra un saggio sceriffo e un giovane e ingenuo funzionario federale strappa più di qualche sorriso). 

La raccolta è singolare e importante perché, oltre a confermare la straordinaria bravura dello scrittore, rivela in modo evidente la proiezione universale, e salvifica, del pessimismo faulkneriano. È un sentimento che, nell’immediato, si radica nella fatalistica ricognizione dello scacco insuperabile della guerra civile e della maledizione che ha instillato tanto negli uomini che l’hanno vissuta quanto nelle generazioni successive (la “cappa” è palpabile specialmente nell’atmosfera western di Vittoria in montagna). Ma quello di Faulkner è uno sguardo che coinvolge biblicamente tutta l’umanità, della cui degenerazione, miseria e grettezza (come in Strascico della morte) le mille storie del Grande Sud – del “cielo” definitivamente “caduto” – non possono che essere la migliore occasione espressiva e, al contempo, il più efficace e provvidenziale sermone.

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N. 46 della storica collana Le Silerchie (Il Saggiatore), 1960: bellissima copertina di Balilla Magistri, come sempre in quelle raffinate edizioni. Il volumetto contiene un racconto-saggio formidabile, Il Teatro delle Marionette di Heinrich von Kleist. È il 1801 e l’Autore incontra un amico ballerino, intento a godersi uno spettacolo di marionette allestito sulla pubblica via. Stupito del grande interesse dell’amico per un’esibizione che ritiene eccessivamente popolare, gli chiede spiegazioni. E ottiene una lezione profonda, dalla quale si sviluppa un dialogo dagli esiti abissali. L’amico, infatti, gli illustra la estrema naturalezza dei manichini, i cui arti snodati, facendo agio sulla sola forza di gravità, si muovono con una grazia che un uomo mai potrebbe raggiungere. I due, allora, avviano un breve scambio di opinioni, via via più convergenti, nel quale, per il tramite di due piccoli ed efficacissimi aneddoti, finiscono per concludere che è l’arroganza della coscienza e della riflessione tipiche dell’uomo a frapporre un innaturale ostacolo sulla strada della perfezione. Questa, in definitiva, o è propria della marionetta o è propria di un dio. All’uomo, dunque, per tornare allo stato di innocenza nell’ultimo “capitolo della storia del mondo”, non spetta che “mangiare di nuovo il frutto dell’albero della conoscenza”.

Andiamo pure al di là del fatto che in uno specifico passaggio questo testo pare fornire un calco per il tema drammatico, e molto antico (mito di Narciso), che Oscar Wilde svilupperà in modo assai originale ne Il ritratto di Dorian Gray; e prescindiamo anche dal fatto (ulteriore) che in questo testo non ci sono evoluzioni o frasi che si possano ritenere fuori posto o ridondanti: ci troviamo di fronte ad un capolavoro, un classico a tutti gli effetti. Il punto è che il messaggio di Kleist è straordinario. Anticipa – e forse ispira – il lungo ragionare dell’intelligenza artificiale più famosa della storia della letteratura, il computer protagonista di Golem XIV, di Stanislaw Lem, che evidenzia l’assoluta grandezza delle forme di esistenza organica più semplice (e in particolare di quelle vegetali: v. recentemente anche le belle e sorprendenti pagine di Emanuele Coccia). Al contempo, però, Kleist pone, e quasi circoscrive, la dimensione delle possibilità di sviluppo concretamente attingibili da parte dell’umanità nell’orizzonte di uno sforzo che non può che essere, e rimanere, anche sul piano etico-giuridico, fatalmente e legittimamente frustrato. In questo racconto si intravedono tutte le inquietudini che fanno del romanticismo tedesco l’anticamera delle fondamentali fratture filosofiche in cui il Novecento sarà destinato a lacerarsi, e con cui abbiamo ancora a che fare. Ma la ricchezza di questa lettura non è finita qui. Nello stesso volumetto – che, come per tanti altri libretti delle Silerchie, è aperto da un’illuminante nota di Giacomo Debenedetti – il pezzo di Kleist viene introdotto da un saggio di Greenberg su Paul Klee. È questo saggio a rafforzare il tempo lungo e il senso complessivo del racconto. Perché per Greenberg la ricerca di Klee altro non è che il tentativo di avvicinare sempre di più, o sempre meglio, e con un analogo e inconfondibile approccio di un certo metodo germanico, la totalità che è presente nelle più semplici rifrazioni della realtà. Multum in parvo, quindi; una prospettiva tuttora carica di declinazioni notevoli, senza dubbio per capire un importante filone dell’arte contemporanea, ma anche per ricevere una chiave interpretativa utile a immaginare il futuro dell’uomo e delle sue tante conquiste.

Teatro delle Marionette in lingua originale

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L’Autore di questo libro è un giovane studioso, aspirante accademico e traduttore. Si è messo in pausa e ha intrapreso il percorso di formazione professionale previsto in Francia per diventare carpentiere. Ha passato dieci anni tra cantieri e tetti d’Oltralpe (ma non solo), meditando sul valore dell’esperienza artigiana e sugli insegnamenti culturali che se ne possono trarre per la vita di oggi: il distillato di questo lungo tirocinio è raccolto nei 13 brevi capitoli in cui si articola il volume, ciascuno dedicato a una vicenda simbolica dell’esperienza accumulata sulle impalcature. Il repertorio delle acquisizioni è vario: l’importanza del tatto, in primo luogo, che “porta a una meravigliosa estensione del mondo”; poi il valore dell’opera realizzata secondo “criteri di qualità oggettivi”, che consente di “uscire dal sé” e di maturare un migliore rapporto con le imperfezioni; quindi le virtù di assimilazione e di incorporazione della conoscenza che sono sottese ad ogni “saper fare”; e così anche la natura strutturalmente collettiva di questo tipo di sapere, che “non è quello di un solo operaio”, ma è “tutta l’esperienza di cui questa persona ha a sua volta beneficiato, vale a dire quella dell’insieme della professione”. Lochmann in definitiva esalta il patrimonio che i saperi artigiani rappresentano per tutti, poiché costituiscono una protezione solida ed efficace nei confronti del “rischio di sostituzione”, che nell’età (ormai prossima?) dell’intelligenza artificiale può travolgere ogni lavoratore. Ad emergere è il fatto essenzialmente politico che si realizza nella trasmissione e nella valorizzazione del know-how artigiano, che non è per nulla estraneo alle innovazioni più moderne e che, piuttosto, sa veicolarle utilmente nel corpo sperimentato delle tecniche più tradizionali.

Nel breviario di Lochmann – lo si può intendere anche in questo modo – alcuni riferimenti ideali sono molto visibili, e più volte citati: tanto Richard Sennett e un po’ di Zygmunt Bauman, ad esempio. Altri, invece, sono più criptici, ma nondimeno influenti: se è vero, come afferma l’Autore, che nel gesto del taglio del legno si può intravedere un atto che produce “simmetria” e che come tale appone “un segno quantomai caratteristico dell’Umanità”, allora non c’è dubbio che nel retroterra di questa stessa affermazione si nasconde anche una buona parte di Rémy Brague. Ciò non significa che il già letto che vi si può abbondantemente trovare non renda il libro uno strumento potenzialmente prezioso. Alla fine, per tutti i motivi illustrati da Lochmann, una dose di vie solide (o di “vita solida”, come recita l’originale francese del titolo) è realmente opportuna e fruttuosa per tutti. Non solo, ovviamente, per tenere i piedi per terra (e ora apprendiamo che, per fare questo, li si può tenere anche per aria). C’è dell’altro. Lochmann, figura a più dimensioni, ci rivela di essere concentrato più che mai sul problema – davvero cruciale – della trasmissione culturale e sull’esercizio difficile che ne fa la maggiore esperienza, la traduzione: un grande lavoro artigianale, esso stesso; una pratica che proprio gli studiosi dovrebbero sempre saper affrontare e frequentare con costanza e applicazione. Non c’è pensiero, infatti, senza connessioni con un contesto, né c’è studio senza la messa in opera di una tecnica che consenta l’assimilazione. La traduzione è il campo in cui contesti e tecniche interpretative sono decisivi, e il suo percorso, non a caso, è comparabile ad un progetto, simile a quello che si segue anche in un cantiere. L’invito a farsi carpentieri, pertanto, vale anche come l’invito a farsi traduttori, e viceversa. Ed è qui – per tutto ciò che esplicitamente non racconta – che l’Autore de La lezione del legno si fa interessante e originale.

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Due autorevoli intellettuali – un filosofo e un giurista – ripubblicano e a loro modo commentano e sviluppano un testo, già edito anche in Italia nel 1948, di Werner Jaeger, Praise of Law (1947). Vi si traccia con grande efficacia l’evoluzione del pensiero greco più antico sulla Giustizia e sul Diritto, dai poemi omerici a Platone. Il saggio è riproposto in tutto e per tutto (compreso qualche refuso) nella traduzione di Edoardo Ruffini e merita da solo un’attenta lettura. Molto acute e ispirate, ad esempio, sono le pagine su Esiodo e sull’emersione di Dike quale fondamento dell’ordine divino del mondo come della società umana; importantissima, inoltre, è la digressione sulla riflessione socio-politica nell’età presocratica e sul parallelismo, che allora debutta, tra il discorso sulle forme della vita pubblica e la fisiologia del corpo umano; altrettanto illuminante è la descrizione della polis come laboratorio di metabolizzazione della giustizia, dunque come “vera educatrice dei cittadini”; ed è analogamente significativa la discussione dell’opera platonica a partire dalla constatazione di un preliminare e fondamentale cambio di paradigma: nel quale si registra apertamente l’ambiguo e costitutivo problema di coordinamento tra ordine della natura e ordine della legge, una dialettica destinata a ricorrere sempre, sul piano storico, e da risolversi nella prospettiva della ricerca della verità.

L’analisi di Jaeger è davvero incisiva. Gli interventi di Cacciari e di Irti ne sono evidentemente alimentati. Cacciari, in primo luogo, esplica in modo ragionato, logico-filologico, il significato delle conclusioni di Jaeger. Muove, infatti, dall’origine di Dike, come lungo processo di materializzazione di un dispositivo capace di emancipare gli uomini dalla barbarie e dall’arbitrio, figliata non a caso dall’unione di Zeus con Themis, della quale è – e deve rimanere – somma interprete. Oltre il mito, e dal punto di vista filosofico, ciò significa che la sfera della legge (nomos) non può che fondarsi su qualcosa cui solo la sfera della ragione (logos) può attingere, dunque nei “ritmi eterni” della natura (physis). Ma la natura è ambigua, perché anch’essa è percorsa dal dominio del più forte. Sicché è solo la via – tortuosa e imperfetta – della ricerca della verità (aletheia) a poter fungere da antidoto e a sorreggere la buona politica e il buon governo. È questo – si potrebbe dire – il destino della Götterdämmerung su cui si fonda la fortuna e la condanna di tutta la civiltà occidentale, e che a partire dalla giustapposizione tra ius civile romano e cristianesimo contraddistingue anche la costante dialettica tra il Diritto e la Giustizia. Irti riparte da questo punto, tracciando un parallelismo tra la sofistica greca e la teoria generale del diritto del Novecento: in entrambi i casi il Diritto ha cercato di rendersi del tutto autonomo e il Nomos si è tradotto in Lex, con dissoluzione di Dike nella dimensione puramente normativa; e la Giustizia si è trasformata in una questione di esperienze terrene, di conflitto tra interessi di volta in volta divergenti. In questi orizzonti la ricerca dell’unità è rigorosamente formale e interna al solo fenomeno normativo, salvi i tentativi di Carl Schmitt e Friedrich August von Hayek di ritrovare, sia pur in modo diverso, un fondamento ontologico. Ma l’obiettivo, per Irti, rimane ancora lontano, specie in un’epoca, come la presente, in cui i nomoi sono sempre più tecnici e gli individui sempre più soli.

Recensione (di Nicoletta Tiliacos)

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Un Handke, ogni tanto, fa bene alla salute. Di solito i suoi sono libri brevi e facilmente leggibili, apparentemente superficiali, eppure originali, mai scontati. Per ciò solo si distinguono. Lo spunto per rileggerne uno è la recentissima attribuzione, proprio a Handke, del Nobel per la Letteratura. Ma al di là dell’effetto di rinnovato e generale interesse, e delle polemiche che la premiazione ha suscitato (quella premiazione ne suscita sempre e comunque…), viene sempre naturale tornare ad assaggiare le pagine di un Autore tanto particolare e altrettanto piacevole. L’autunno, inoltre, è la stagione che più gli si addice, che più si confà al tono dolcemente crepuscolare del suo pensiero vagabondo, come per un Montaigne post-moderno. L’oggetto delle riflessioni, in questo caso, è il Luogo Tranquillo, quello che in modo classico e diplomatico si può definire “ritirata”: il bagno, la toilette. Si parte dal Luogo Tranquillo di cui si legge in un buon romanzo di Cronin; si passa attraverso il ricordo di quello della vecchia e odiata casa del nonno, in campagna; si approda alla prima e fondamentale agnizione sull’importanza esistenziale del Luogo, avvertita e coltivata nella frequentazione del cesso del collegio; si apprende anche della fredda e lunga notte estiva trascorsa nel WC di una stazione austriaca di provincia, ma anche dei lavaggi serali e semi-clandestini nei servizi igienici dell’Università. Si capisce che per lo scrittore il Luogo Tranquillo è una risorsa diventata via via più indispensabile, il punto archimedico per sollevare la coscienza di sé, un punto esclusivo di osservazione protetta sul cosmo. È anche un’esperienza, che può essere inaspettata (come quella vissuta a bordo di un aereo russo) o addirittura provvidenziale (e sperimentata nel tempio di Nara, in Giappone, nella quieta penombra che ha consentito all’Autore di provare un’esperienza simile al satori buddista). A questo punto il rischio – prevedibile, dato l’argomento – che il saggio venga preso distrattamente, con troppa ironia o in modo perfino dissacrante, costringe Handke a uscire allo scoperto, a dire di quando lo ha scritto, della livida campagna francese e del lungo e piovoso inverno in cui l’ha elaborato, e della gioia di quell’isolamento. Scrivere del Luogo Tranquillo, dunque, è come scrivere della propria ispirazione e delle condizioni che le sono veramente ideali; di “quei passaggi, immediati, dal mutismo, dalla condizione in cui si è colti da mutismo, al ritorno del linguaggio e delle parole – quei passaggi sperimentati di continuo e, nel corso della vita, con intensità sempre maggiore, nel momento in cui si chiude e si sbarra quella determinata porta, e si resta da soli con il luogo e la sua geometria, lontano da tutti gli altri”. È evidente che tutto questo non vale solo per lo scrittore o per l’artista in genere.

L’incipit del libro

Recensioni (di Raul Calzoni; di Sergio Peter; di Letizia Paolozzi)

Handke ritratto dalla sua traduttrice

Handke scrittore di saggi (di Luigi Grazioli)

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Si sa che i film non sono mai la stessa cosa dei grandi libri da cui possono essere tratti. Ciò non toglie, però, che possano essere cosa diversa in modo più che degno e, anzi, originale. Così è anche per questo Martin Eden cinematografico, che ha poco da spartire con quello letterario di Jack London, se non per la struttura base del racconto. La collocazione spazio-temporale – una Napoli sospesa in un tempo indefinito e fluttuante, tra inizio del Novecento, anni Venti, anni Cinquanta e anni Settanta – è del tutto eccentrica. Resta l’idea del giovane di umilissime origini, un po’ marinaio e un po’ operaio, che si innamora di una ragazza benestante e conosce l’enorme potere della lettura e della scrittura come strumenti di emancipazione. Ci scommette tutto, lasciandosi ispirare dal suo mentore, l’enigmatico Russ Brindessen, e rischiando la solitudine più triste e la povertà. Poi, all’improvviso, arriva il successo editoriale e di pubblico, ma la redenzione sperata non arriva, né quella individuale, né quella collettiva. Perché – come afferma lo stesso protagonista all’inizio del film, che lo ritrae al termine della sua parabola – “il mondo vince sempre” e ciascuno non può che abbracciare il suo destino.

Luca Marinelli, l’attore che interpreta Martin, è stato molto lodato. Eppure è eccessivo, ipercaratterizzato, quasi forzato. E poi passa con troppa enfasi da un Harrison Ford in versione guappo a un Edward Furlong nuovamente in forma ma calato nei panni di un poeta maledetto. Ad essere sinceri, Marinelli, che è stato anche premiato, è l’unica cosa sproporzionata e non calzante della pellicola. Molto meglio, senza dubbio, è l’interpretazione di Carlo Cecchi (Russ Brindessen), che in una scrittura tanto teatrale non può che spiccare e ribadire tutto il suo spessore. Le parti migliori di Martin Eden, comunque, sono il film stesso e la sceneggiatura: il film, per l’aura e i colori caldi tra la favola e l’operetta, in un assemblaggio che profuma d’antan, con inserzioni sempre precise e azzeccate di registrazioni d’archivio belle ed evocative; la sceneggiatura, per le implicite ma evidenti venature nazionali del personaggio Eden, costruito montando il tratto più fotogenico e impulsivo di differenti e forti eroi del riscatto meridionale e sociale. Martin, infatti, anche nella sua completa illusione, assomiglia a Luca Marano, tratto di peso da Le terre del sacramento di Francesco Jovine e condito con un pizzico di Rocco Scotellaro e un pizzico di Nicola Chiaromonte. Fornito di coraggio, di slancio utopistico e di una conquistata coscienza, il ragazzo viene fatto vagare con intenzione drammatica nelle transizioni costantemente e tristemente interrotte del Novecento italiano, alla ricerca (tutto qui) di un semplice traguardo di umano riconoscimento. In fondo, sotto traccia, si agita anche uno spirito leopardiano. A Venezia andavano premiati soprattutto Pietro Marcello, il regista, e Maurizio Braucci, lo scrittore partenopeo che tanto bene lo ha affiancato.

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Il protagonista di questo romanzo, il quarantenne Florent, è un funzionario del Ministero dell’agricoltura, ed è anche la voce narrante, che racconta il suo graduale e inevitabile crollo, descritto in prima persona – e al contempo quasi inseguito… – con lucida consapevolezza. Più in particolare, è la storia di un epilogo esistenziale, assecondato da un potente antidepressivo. Comincia in un’area di servizio del sud della Spagna, dove il richiamo di una possibile, ma irrealizzata, avventura erotica vale, del tutto ambiguamente, come ultima chance di salvezza e come detonatore del viaggio terminale. In parte si tratta di un itinerario fisico: la fuga dall’eccentrica compagna del momento, una fredda e viziata ragazza giapponese, ma anche dalla casa e dal lavoro; quasi un radicale cambiamento di vita, che importa una spedizione verso la Normandia, un ritorno ad un tempo e ad un luogo di felicità, quella passata con Camille. Non è stata l’unica, tra le donne di Florent: c’è stata anche Kate, e anche Claire. I ricordi lo assillano. Ma Camille non l’ha mai dimenticata, la vuole rivedere. Nel frattempo, però, si ferma nella tenuta di un vecchio amico, un nobile decaduto abbandonato dalla moglie tra i suoi campi e i suoi capi di bestiame. È l’immersione nella tragica caduta dell’amico, travolto dalla crisi economica e dalla riforma del regime delle quote latte, ad accelerare la deriva definitiva, che, pur fermandosi sull’orlo di un finale davvero orribile, si materializza nel destino che era scritto sin dall’inizio.

Si dice spesso che Houellebecq scrive sempre lo stesso libro. È vero. In fondo Serotonina sembra un remake di Sottomissione. Il tema, infatti, è (ancora) quello di una crisi antropologica profonda e totale, così autocosciente da produrre un unico atteggiamento, l’abbandono al proprio inesauribile avvitamento. Anche in questo caso, peraltro, il sesso è l’irrinunciabile chiave di lettura e il campo d’indagine al contempo. E il tipo del maschio continentale colto e benestante costituisce la consueta cavia perfetta, il prototipo di una decadenza inarrestabile. Poi, come è stato anche per Sottomissione, qualcuno può leggerci una provvidenziale sintonia con segni o fatti dei nostri tempi: c’è chi ha subito evocato la Francia dei gilet gialli, ma – specie per il pubblico italiano – si potrebbe citare la forte protesta che i pastori sardi stanno conducendo in questi giorni. Cambia poco. Fatto sta che uno Houellebecq finisce in libreria sempre nel momento mediaticamente giusto, diventando per ciò solo un caso editoriale. Basterebbero queste ricorrenze, forse, per una stroncatura: quella che sa di già letto, di già visto. Neppure la ricercata variazione stilistica – che connota buona parte del romanzo – pare funzionare del tutto. Houellebecq, infatti, alterna la tecnica di un elementare flusso di coscienza con quella di una lucida ricostruzione dei fatti, un po’ per assecondare la deriva psicologica, un po’ per segnare il confine dei momenti in cui il protagonista sembra cogliere con chiarezza la verità della situazione in cui versa. Tuttavia, a causa della traduzione probabilmente, il flusso di coscienza non suona molto bene. Nonostante ciò Serotonina non è un libro da sconsigliare. Qui, più che in altre precedenti opere, Houellebecq è sincero. Lo è con se stesso, nel senso che questa volta si ha la sensazione che il soggetto sia proprio la sua persona. Ma lo è anche nella prospettiva del manifesto culturale, se così si può chiamare; la sua, evidentemente, è di rimpianto per un conservatorismo tutto novecentesco, perché oggi può essere definita soltanto così la nostalgia per un uomo che sia vero padrone di sé, del suo corpo, della natura e della politica. Non si può che provare un minimo di compassione e di solidarietà.

Recensioni (di Cristiano de Majo; di Francesco Filia; di Alessandro Gnocchi; di Luigi Grazioli; di Federico Iarlori; di Carlo Mazza Galanti; di Nicola Mirenzi; di Alessandro Litta Modigliani; di Marco Pontoni; di Valentina Sturli; di Raffaele Alberto Ventura)

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Albecom è una ditta che si occupa di programmazione informatica e ha sede in prossimità di Venezia, a Marghera, nel parco scientifico tecnologico “Vega”. È stata fondata da Alberto Casagrande, oggi trentenne, che ne ha fatto un’azienda leader nel settore della costruzione di siti per la vendita online: il fatturato è in crescita e i giovani nerd che ci lavorano sono dinamici e infallibili. Poi c’è Luciano, amico dei tempi del liceo e complice originario di questa avventura: è timido, ipersensibile, ma è anche il geniale risolutore di ogni problema tecnico. GDL, invece, è lo smaliziato commerciale, vincente e sempre in viaggio. La vita dei nostri protagonisti, così apparentemente assestata, sembra trascorrere in naturale e irriducibile sinergia con l’anodina cornice post-industriale della terraferma veneziana. Tuttavia sta per succedere qualcosa. L’imprenditoria del web è molto liquida, si sa, e GDL ha progetti molto ambiziosi. Anche Alberto sta pensando in grande, a prestigiose commesse e a una nuova sede da allestire. Nel frattempo Luciano si invaghisce ingenuamente di Matilde, cameriera del bar Incrocio, sedotta e abbandonata da un altro dipendente di Albecom, fuggito al servizio di un’altra società. Tra fiere internazionali, tradimenti estemporanei e affari spericolati, mentre GDL porterà avanti risolutamente il suo disegno, la spiata accidiosa di un architetto di Trebaseleghe spingerà Alberto a vederci chiaro e a dare un senso più concreto e maturo a tutti i suoi sforzi. Quegli sforzi che Luciano deciderà di non fare più, per vivere anch’egli in modo più sereno.

Il romanzo che ha portato Targhetta nel grembo di una Major dell’editoria nazionale può sembrare riuscito soltanto a metà. Il canovaccio, infatti, è debole, perché la caratterizzazione dei protagonisti è così insistita che i loro destini sono segnati sin dal principio. Non ci sono grandi sorprese. Si assiste a un graduale risucchio in una normalità composta e reale, domestica e prevedibile, e forse anche auspicabile. A dimostrazione, probabilmente, che si può lavorare e cominciare a vivere, in modo del tutto scontato, anche a Nordest, ed anche nelle pieghe di quel paesaggio pre-lagunare in cui l’inorganico e l’abbandono hanno preso il sopravvento. Targhetta è fortissimo proprio nell’efficacia delle descrizioni di contesto. È qui che si nasconde il cuore del libro, come se, con quelle descrizioni, l’Autore volesse raggiungere l’obiettivo di far rivivere ai suoi lettori la stessa trasformazione emotiva dei suoi personaggi – diventare ciò che si è – ma non per il tramite di un processo di immedesimazione. Il medium è l’immersione in una suggestione malinconica, che impregna tutta l’atmosfera del racconto e che ben rappresenta lo stato che tipicamente avvolge chi, prestandovi attenzione, abbia l’occasione di sperimentare la surreale potenza sfibrante del backstage produttivo dell’odierna Serenissima. È lo stesso scenario – tutti luoghi reali, realissimi… – in cui si muovono con successo, da qualche anno, anche altri scrittori, come Francesco Maino e Romolo Bugaro. Targhetta, tuttavia, non lo fa con la disperata e passionale pervicacia del primo, né con l’affilata, fredda e drammatica denuncia del secondo. Attinge alla poesia e alle grandi possibilità archeologiche che le parole e le immagini giuste possono offrire a chiunque si proponga di esplorare davvero il proprio animo. Così facendo, ci prova che il Veneto smemorato e disintegrato della dismissione non è soltanto il teatro di uno sfacelo, e che il suo paesaggio, sintonico e proverbiale (guanto rovesciato di quello zanzottiano, ma pur sempre guanto…), può continuare a salvarci.

Recensioni (di Enzo Baranelli; di Eleonora Barbieri; di Raoul Bruni; di Sara D’Ascenzo; di Oriana Mascali; di Lara Marrama; di Nicolò Porcelluzzi)

I precedenti di Targhetta: Fiaschi e Perciò veniamo bene nelle fotografie

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Al primo piano di un condominio, in Israele, vicino a Tel Aviv, abitano Arnon e Ayelet, una giovane coppia. La voce narrante è quella di Arnon, che racconta allo scrittore, suo amico, gli eventi recenti che lo hanno sconvolto. Arnon è convinto che la figlia Ofri abbia subito una violenza per mano di un anziano signore, che vive in un appartamento sullo stesso pianerottolo, con la moglie. Ne è così persuaso, che, nonostante tutti tendano ad escludere che il fatto sia realmente accaduto, Arnon arriva a farsi giustizia da solo, finendo per essere preda in prima persona, in una sorta di fatale contrappasso, di un impulso incontrollabile e irrimediabile, che pare, però, voler rimuovere completamente. Nel frattempo, al secondo piano, Hani scrive una lettera alla sua migliore amica, emigrata negli Stati Uniti, e le confida tutte le difficoltà del rapporto con il marito Assaf, spesso all’estero per lavoro. In realtà la confessione che vuole farle è un’altra: forse è un sogno, forse no; ma sente di aver vissuto un’improvvisa e magica avventura con il fratello di Assaf, rifugiatosi da lei per nascondersi, perché ricercato dalla polizia e dai clienti che ha truffato in uno spericolato calembour di speculazioni immobiliari. Al terzo piano, infine, c’è Dvora, giudice in pensione, che ritrova una vecchia segreteria telefonica e, dopo avervi sentito la voce registrata del marito defunto, ex giudice anch’egli, decide di incidere il racconto di ciò che le è successo nell’ultimo periodo: ha partecipato ad una manifestazione contro le politiche governative, è stata in mezzo ai giovani e ha cercato di aiutarli, ha conosciuto per caso il vecchio e misterioso Avner e ha deciso di vendere l’appartamento; soprattutto, però, è tornata in contatto con il figlio Adar. Ed è un’occasione, questa, che ha pensato di non voler perdere.

In quest’ultimo romanzo di Nevo ad ogni piano dell’edificio in cui vivono i protagonisti corrisponde una storia diversa, con donne e uomini che si sfiorano, si intravedono appena e sperimentano situazioni e pulsioni particolari, che paiono l’una indipendente dall’altra. Anche lo stile, di volta in volta, sembra cambiare, in una ricerca di piena e coerente corrispondenza tra la personalità, l’inclinazione dell’attore principale e il tono della sua voce. Queste storie, tuttavia, non sono slegate. I loro (anti)eroi – Arnon, Hani e Dvora – hanno molte cose in comune: 1. abitano nello stesso luogo, anche se si conoscono solo superficialmente; 2. affrontano un’esperienza individuale di crisi, che in larga parte ha a che fare con la loro vita di coppia e familiare; 3. per comprendere e superare il problema che li affligge, scelgono (o meglio, hanno bisogno) di confrontarsi con un interlocutore via via più lontano, più profondo. La combinazione di questi tre elementi tradisce l’espediente che l’Autore ha coltivato. Così rappresentate, infatti, le tre storie emergono per quello che realmente vogliono mettere in scena: i tre luoghi psichici di uno stesso soggetto (Es, Io e Super-io), alle prese con una vera e propria seduta psicanalitica, che è anche la seduta alla quale l’Autore sottopone buona parte della nostra quotidianità più spicciola e dei reconditi anfratti di cui essa è spesso costituita. Ma Nevo si guarda bene dal seguire questa strada fino in fondo: non pare che il suo obiettivo sia quello di eleggere il paradigma freudiano a chiave di lettura e criterio risolutore di qualsiasi incidente di percorso della vita affettiva. Ciò che lo preoccupa non si muove sul piano strettamente introspettivo, il suo vuol essere un apologo – a formazione progressiva, piano dopo piano – sull’indispensabilità delle relazioni e sui pericoli, per il singolo come per la società in cui vive, della ricerca autoreferenziale della felicità. Può apparire singolare, specie ai lettori più ingenui, che sia uno scrittore israeliano a fornirci la descrizione più semplice e incisiva dello stato di smarrimento emotivo che è così tipico dei contesti più strettamente occidentali. Il fatto è che, da tempo, dobbiamo proprio alla letteratura israeliana e alla sua rigorosa esperienza, ormai affermata e radicata, la capacità di interpretare al meglio tutti i nostri disagi; e ciò perché, sia pur nella sua estrema singolarità, Israele, soprattutto se visto da vicino, ci pare sempre di più l’avanguardia più ricettiva delle trasformazioni e dei problemi che più ci riguardano.

Recensioni (di Eleonora Barbieri, Annalena Benini, Sandee Brawarsky, Michele FazioliAyelet Gundar-GoshenElena Loewenthal)

Tre interviste all’Autore (da ilmanifesto.it, da letteratura.rai.it, da stradanove.net)

I labirinti invisibili di Eshkol Nevo

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“Tutto qui” è espressione che può alludere a più cose. Può essere la manifestazione di una sorta di resa, come a dire: scusate, vi aspettavate forse dell’altro, ma quello che so, quello che ho fatto è questo, solo questo. Può essere, tuttavia, anche la rivelazione di un segreto: che la cosa è semplicemente così, niente di più e niente di meno, basta guardarci nel modo giusto. Il “tutto qui” di Marcoaldi assume ambiguamente, e consapevolmente, entrambi i significati. E ha ragione l’Autore quando avverte di non cercare “corrispondenze / programmatiche tra le poesie” (p. 66), poiché la loro chiave è solo alla fine, nell’ultimo pezzo, quando si tirano le fila di un discorso in cui, dopo molte e varie suggestioni, si scopre che “è proprio tutto qui” (p. 95), e che lo è, dunque, esattamente nel senso anzidetto.

Da un lato, quindi, ci sono la registrazione e la rassegnazione. Nel libro, infatti, emerge diffusamente un’ottica quasi perdente, sconsolata, di chi ricorda che “fuori di qui si spara, e non a salve” (p. 7) e che siamo invariabilmente consegnati agli inganni dei potenti (p. 38), raggirati, abbandonati in un mondo divenuto incomprensibile, privo di misura e di bellezza p. 81), attanagliato in un “lavico frastuono” e bisognoso di una tregua, forse di una forte nevicata (p. 53), e nel quale persino la poesia non riesce a far lievitare l’esperienza concreta dell’uomo (v. p. 12 e p. 50): tanto che, nelle parole del poeta, anche l’amore può risolversi, banalmente, nel carezzare “consonanti e vocali in cerca del ritmo / sillabico che le renda intonate” (p. 47). E pure il “Benessere” suona grottesco e fatale, con toni analoghi – quindi implacabili, oltre che ripetitivi e stanchi… – a quelli ungarettiani di Cielo e mare (p. 52). Dopodiché tra le poesie si fa strada anche un itinerario diverso: punteggiato, ad esempio, dall’immagine improvvisa, tranquillizzante e rivelatrice di un gatto che si stira (pp. 81-82), o dall’intuizione che basterebbe “un passo di lato, il silenzio… e un lungo respiro” (p. 25), o dalla scoperta che c’è “la tana” a proteggerci (p. 29), o ancora dal monito che invita a rinunciare alla propria “hybris” e ad osservare “la mimosa che hai piantato / l’anno scorso. In pochi mesi ti ha / superato in altezza, vigore, / floridezza di nervature e foglie. / E tutto questo in silenzio – senza / dar fiato alle trombe, senza / esternare le proprie deliranti voglie” (p. 63). In fondo, sin dall’inizio, Marcoaldi nota che “il lusso”, quello vero, “è una piccola cosa”, “due ore / rubate al lavoro” o “il cielo” che “si è tinto di tiepolo rosa” (p. 5).

Il punto è che nell’orizzonte di questo Autore non esiste “un’univoca risposta”, perché siamo destinati ad andare “avanti e indietro – senza sosta” (p. 51), perché, in fondo, “per trovare la bellezza” è del tutto comprensibile dannarsi (p. 59), e perché talvolta ci si può anche accontentare di acquattarsi, preparando “la mossa del cavallo” (p. 61) o, meglio ancora, una volta compreso che “la vita ci è concessa / in prestito”, assumendo “il passo lento e gaio del flâneur” (p. 65). Tutto qui dischiude la chiave delle chance che può dare il sentirsi intrappolati (una precedente raccolta era intitolata proprio La trappola…), tra la percezione di possibilità commoventi e risolutive e la certezza di non riuscire a fissarle e, così, a sublimarle in un messaggio tanto universale quanto taumaturgico. Per liberarsi dallo scacco occorre vivere in una “casa matta”, lasciarsi permeare, forzare la “casamatta” del proprio egoismo e della propria autosufficienza, affinché si apra allo straniero e sciolga “il suo segreto nodo, raccontando / umbratili storie vegetali” (p. 73). Al termine della lettura mi viene in mente il Zivago cinematografico di David Lean, in particolare il breve dialogo tra il giovane dottore, e poeta, e il suo anziano maestro, medico illustre, davanti ad un microscopio: al primo non interessa la carriera che gli propone il secondo, vuole fare il medico condotto, annusare la vita, gettarvisi dentro con una semplicità assoluta, lirica, sentimentale. Tutto qui è un breviario per imboccare con soddisfazione la strada di questa felice e saggia ingenuità.

Recensioni (di Alessandro Canzian; di Niccolò Nisivoccia)

Incontro con Marcoaldi

Una “lettura-concerto” di Tutto qui

Altre poesie di Marcoaldi

 

Alcune poesie tratte dalla raccolta:

Come uscire da questo soffocante

raggiro? Ti consiglio un passo

di lato, il silenzio… e un lungo respiro.

Combattere è virile,

dispiega la potenza

e fa sentire vivi.

Ritrarsi porta pace, e bene,

sgombrando il campo

da inutili tossine.

Combattere scatena mille

e mille desideri – ritrarsi,

invece, quei desideri

elude, smorza, cancella.

Combattere stimola, agita,

smuove e rimuove, sporca.

Ritrarsi ama l’immunitas,

perciò chiude finestre e porta.

 

Combattere o ritrarsi?

Imporsi o scomparire?

Inutile cercare un’univoca risposta:

da bravi pendolari,

su treni traballanti,

andiamo avanti e indietro – senza sosta.

Quand’è che l’idea

di limite e confine

si è perduta, è stata

per sempre abbandonata?

 

Non c’è più metro né misura,

è tutto fuori asse, una iattura.

 

Vecchie regine rovistano in cantina

cercando vanamente la corona,

cupo s’aggira un dio impotente

che comunque non perdona.

 

Nulla e al suo posto. Si impone

Antropocentrica, con scarafaggi

che figliano a dicembre e cani

innaturali che patiscono allergie

legate al mondo vegetale – bambini

obesi che nuotano nel mare di Natale.

La luna impallidita resta muta

mentre lo schermo acceso

cola sangue. E il generale, lucidando

con frenesia le sue mostrine, sposta

fiero i soldatini qua e là

sul mappamondo. E tutto

si rovescia e cade – un finimondo.

 

Soltanto il gatto appare ancora attento

a coltivare il proprio baricentro.

Se ne sta fermo immobile

per lunghissimi minuti –

poi lento si stira, alza una zampa

e benedice. Commosso

mi inginocchio – in controluce.

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