Napoleone crolla e al Congresso di Vienna, tra il 1814 e il 1815, si gettano le basi della Restaurazione, cominciando dalle spartizioni territoriali. Ma c’è un punto, sulle carte topografiche, in cui la matita dei negoziatori ha tracciato un confine incerto. È un piccolo spazio di 3,4 Km², tra la Prussia e il regno olandese; una terra di nessuno, che non è così facile da attribuire, perché è appetita da entrambi gli stati. Vi si trovano una ricca miniera di zinco e, soprattutto, uno stabilimento industriale, che lavora quel minerale in modo innovativo e incredibilmente efficiente. Comincia qui la storia – tutta vera – del territorio neutrale di Moresnet, destinato a restare tale, conteso presto anche dal Belgio, per un secolo intero, finché sarà travolto e cancellato dalla prima guerra mondiale. Nel frattempo, però, Moresnet sperimenta i problemi e le possibilità dovuti all’ambiguità del suo singolare regime. L’Autore di questo libro ne fa una divertita e romanzata rassegna. È ben vero che gli abitanti di Moresnet non hanno più una cittadinanza certa e che per loro è difficile anche sposarsi. E poi c’è il dilemma della legge applicabile e del giudice cui rivolgersi in caso di controversie. Tuttavia Moresnet è una sorta di paradiso fiscale, che se consente il contrabbando e altre manovre speculative sui più vari tipi di merci, non impone troppe tasse, neanche agli operai più poveri. E le autorità che dovrebbero vigilare sono lontane e svogliate. Ciò che è chiaro è che, ad un certo punto, pur facendo discutere a lungo politici e giuristi di tutta Europa – c’è anche chi ritiene che il suo vero cuore sia l’azienda che ne sfrutta i giacimenti minerari e che dunque abbia una singolare natura commerciale – Moresnet potrebbe diventare qualsiasi cosa: un nuovo Principato di Monaco, ad esempio, meta ideale per i più ricchi giocatori d’azzardo di tutto il mondo; o un piccolo e tranquillo Stato in formazione, con propri fantomatici e preziosi francobolli, ma senza l’oppressione di un vero Governo. Perfino gli esperantisti ci mettono gli occhi, dandogli un inno ufficiale e immaginando che proprio lì la loro lingua universale possa radicarsi e accreditarsi definitivamente. Già censita da Graziano Graziani nel delizioso Atlante delle micronazioni, ma parimenti riscoperta anche da altri scrittori, la vicenda di Moresnet non è soltanto un curioso accidente; è una lezione spassosa ed efficace sugli elementi costitutivi dello stato, sul rapporto centrale tra fatto e diritto, e sul ruolo fondamentale del controllo delle risorse economiche come fattore agglutinante per originali soluzioni istituzionali. Leggere questo libro permette di comprendere, ancora una volta, che le idee e le esperienze maturate dalla statualità nel corso della sua storia plurisecolare offrono una lente assai utile per comprendere tante questioni presenti.

Recensione (di L. Fazzini)

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L’Autore di questo libro è un giovane studioso, aspirante accademico e traduttore. Si è messo in pausa e ha intrapreso il percorso di formazione professionale previsto in Francia per diventare carpentiere. Ha passato dieci anni tra cantieri e tetti d’Oltralpe (ma non solo), meditando sul valore dell’esperienza artigiana e sugli insegnamenti culturali che se ne possono trarre per la vita di oggi: il distillato di questo lungo tirocinio è raccolto nei 13 brevi capitoli in cui si articola il volume, ciascuno dedicato a una vicenda simbolica dell’esperienza accumulata sulle impalcature. Il repertorio delle acquisizioni è vario: l’importanza del tatto, in primo luogo, che “porta a una meravigliosa estensione del mondo”; poi il valore dell’opera realizzata secondo “criteri di qualità oggettivi”, che consente di “uscire dal sé” e di maturare un migliore rapporto con le imperfezioni; quindi le virtù di assimilazione e di incorporazione della conoscenza che sono sottese ad ogni “saper fare”; e così anche la natura strutturalmente collettiva di questo tipo di sapere, che “non è quello di un solo operaio”, ma è “tutta l’esperienza di cui questa persona ha a sua volta beneficiato, vale a dire quella dell’insieme della professione”. Lochmann in definitiva esalta il patrimonio che i saperi artigiani rappresentano per tutti, poiché costituiscono una protezione solida ed efficace nei confronti del “rischio di sostituzione”, che nell’età (ormai prossima?) dell’intelligenza artificiale può travolgere ogni lavoratore. Ad emergere è il fatto essenzialmente politico che si realizza nella trasmissione e nella valorizzazione del know-how artigiano, che non è per nulla estraneo alle innovazioni più moderne e che, piuttosto, sa veicolarle utilmente nel corpo sperimentato delle tecniche più tradizionali.

Nel breviario di Lochmann – lo si può intendere anche in questo modo – alcuni riferimenti ideali sono molto visibili, e più volte citati: tanto Richard Sennett e un po’ di Zygmunt Bauman, ad esempio. Altri, invece, sono più criptici, ma nondimeno influenti: se è vero, come afferma l’Autore, che nel gesto del taglio del legno si può intravedere un atto che produce “simmetria” e che come tale appone “un segno quantomai caratteristico dell’Umanità”, allora non c’è dubbio che nel retroterra di questa stessa affermazione si nasconde anche una buona parte di Rémy Brague. Ciò non significa che il già letto che vi si può abbondantemente trovare non renda il libro uno strumento potenzialmente prezioso. Alla fine, per tutti i motivi illustrati da Lochmann, una dose di vie solide (o di “vita solida”, come recita l’originale francese del titolo) è realmente opportuna e fruttuosa per tutti. Non solo, ovviamente, per tenere i piedi per terra (e ora apprendiamo che, per fare questo, li si può tenere anche per aria). C’è dell’altro. Lochmann, figura a più dimensioni, ci rivela di essere concentrato più che mai sul problema – davvero cruciale – della trasmissione culturale e sull’esercizio difficile che ne fa la maggiore esperienza, la traduzione: un grande lavoro artigianale, esso stesso; una pratica che proprio gli studiosi dovrebbero sempre saper affrontare e frequentare con costanza e applicazione. Non c’è pensiero, infatti, senza connessioni con un contesto, né c’è studio senza la messa in opera di una tecnica che consenta l’assimilazione. La traduzione è il campo in cui contesti e tecniche interpretative sono decisivi, e il suo percorso, non a caso, è comparabile ad un progetto, simile a quello che si segue anche in un cantiere. L’invito a farsi carpentieri, pertanto, vale anche come l’invito a farsi traduttori, e viceversa. Ed è qui – per tutto ciò che esplicitamente non racconta – che l’Autore de La lezione del legno si fa interessante e originale.

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“Io vivo di paesaggio, riconosco in esso la fonte del mio sangue”. Le parole di Giovanni Comisso, uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano, spiegano da sole la ragione dell’approfondimento che in questo libro è compiuto. Se Comisso è il suo paesaggio, allora è attraverso quel paesaggio – facendone esperienza diretta – che Comisso va letto e compreso. Nicola De Cilia, dunque, intraprende proprio quest’indagine, e lo fa in senso cronologico. Segue innanzitutto il trasloco della famiglia Comisso dalla periferia al centro di Treviso: cammina nei vicoli di oggi, alla ricerca di un’abitazione distrutta nella seconda guerra mondiale e di un’atmosfera che pur non esistono più, e del laboratorio che ha forgiato, come una camera oscura, le primitive proiezioni e la peculiare sensualità artistica e corporea dello sguardo del giovane futuro scrittore. Poi l’itinerario continua sul Piave, a Onigo, alla scoperta del paradiso terrestre di luci, di acque, piante e calde sabbie che hanno impresso al Comisso adolescente una insopprimibile vocazione panica ed erotica, fatta del desiderio continuo di amicizie complici e di ozi giocosi nell’abbraccio della natura. De Cilia, allora, ci conduce anche nelle retrovie della grande guerra, l’occasione imperdibile di un’avventura vera a tutto tondo. Comisso, però, almeno prima di Caporetto, la vive a lungo nell’incantamento delle retrovie, tra i colli e le terre coltivate del Veneto orientale e del Friuli, lungo i fiumi in cui rivivere trasognato le immagini e le sensazioni delle scorribande dell’infanzia. La rincorsa all’ebbrezza continua a Fiume e poi nell’Adriatico e a Chioggia, per addentare concretamente l’ideale di una vita completamente dedita al divenire costante e alla contemplazione delle stelle. L’Autore si aggira tra il Carso e la Slovenia, la Croazia e la laguna veneta, per sentire la scena che fu, per lasciarsene emozionare e ispirare. Così avviene, poi, anche nella campagna trevigiana, a Zero Branco, dove c’è ancora la casa che lo scrittore ha tanto amato, l’ombelico del mondo finalmente calmo e primigenio cui Comisso amava tornare sempre, nonostante i tanti viaggi. Il volume si chiude tra la descrizione delle ultime dimore cittadine dello scrittore e della sua tomba, da un lato, e una “chiusa” tutta critica, sul Comisso di Zanzotto e di Parise, e sul senso specifico – sulla inevitabilità metodologica – del “viaggio letterario” che l’Autore ha percorso.


“Senza la pianura trevigiana, con i fossi come vene, i monti che sfumano azzurri, il cielo tiepolesco che riflette la luce lagunare; senza il retroterra dialettale e la presenza dei contadini, con la loro ostinazione e devozione, Comisso non avrebbe dipanato, io credo, quel limpido e indeformabile canto poetico che ne contraddistingue la scrittura” (pp. 213-214). È una conclusione del tutto condivisibile. De Cilia – che sempre per i tipi di Ronzani ha anche compilato, poco tempo fa, una serie di ritratti carismatici di classici autori veneti – riesce a giustificarla molto bene, portando per mano il lettore in un’immersione sentimentale pienamente riuscita. E ciò proprio sottolineando e valorizzando il “privilegio d’ambiente” di cui parlava Zanzotto, perché – nonostante l’attuale “progresso scorsoio“, di cui scriveva sempre il grande poeta di Pieve di Soligo – c’è stato, e talvolta lo si intravede ancora, un Veneto perfetto: l’Arcadia della quale Comisso, il più ellenico dei maestri, ha forgiato il suo marchio inconfondibile. Il meglio del meglio, quindi, non è leggere De Cilia; è leggere direttamente Comisso, atto per il quale, tuttavia, questo libro rappresenta una guida imperdibile. La decisione è facile e rapida da prendere: si può cominciare da un titolo qualsiasi e non si sbaglia mai. Delle bellissime Satire italiane e dell’ispirato La mia casa di campagna si è già detto. Ma tra Longanesi e Neri Pozza – e l’ottimo Meridiano curato da Rolando Damiani e Nico Naldini – c’è solo l’imbarazzo della scelta: Giornale di guerra, Mio sodalizio con De Pisis, Il porto dell’amore… La Nave di Teseo, da ultimo, sta avviando la ripubblicazione di tutte le opere, a partire da Gioventù che muore. Che cos’è che fa grande Comisso? L’intuitiva sapienza del rapporto necessario tra micro e macro-cosmo; il che significa il presupposto esistenziale della piena coerenza tra il soggetto della scrittura e il suo oggetto, così come riflessa nella naturalezza e spontaneità dello stile. È per tale ragione che la lingua di Comisso è pulita e lineare: è uno standard, al quale – al di là delle pochissime concessioni a qualche vezzo un po’ snob – ci si può tuttora accostare, e accordare, senza timore.

Un estratto del libro

Un ritratto di Giovanni Comisso

Il Veneto felice di Comisso

Sui luoghi degli scrittori veneti

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Un Handke, ogni tanto, fa bene alla salute. Di solito i suoi sono libri brevi e facilmente leggibili, apparentemente superficiali, eppure originali, mai scontati. Per ciò solo si distinguono. Lo spunto per rileggerne uno è la recentissima attribuzione, proprio a Handke, del Nobel per la Letteratura. Ma al di là dell’effetto di rinnovato e generale interesse, e delle polemiche che la premiazione ha suscitato (quella premiazione ne suscita sempre e comunque…), viene sempre naturale tornare ad assaggiare le pagine di un Autore tanto particolare e altrettanto piacevole. L’autunno, inoltre, è la stagione che più gli si addice, che più si confà al tono dolcemente crepuscolare del suo pensiero vagabondo, come per un Montaigne post-moderno. L’oggetto delle riflessioni, in questo caso, è il Luogo Tranquillo, quello che in modo classico e diplomatico si può definire “ritirata”: il bagno, la toilette. Si parte dal Luogo Tranquillo di cui si legge in un buon romanzo di Cronin; si passa attraverso il ricordo di quello della vecchia e odiata casa del nonno, in campagna; si approda alla prima e fondamentale agnizione sull’importanza esistenziale del Luogo, avvertita e coltivata nella frequentazione del cesso del collegio; si apprende anche della fredda e lunga notte estiva trascorsa nel WC di una stazione austriaca di provincia, ma anche dei lavaggi serali e semi-clandestini nei servizi igienici dell’Università. Si capisce che per lo scrittore il Luogo Tranquillo è una risorsa diventata via via più indispensabile, il punto archimedico per sollevare la coscienza di sé, un punto esclusivo di osservazione protetta sul cosmo. È anche un’esperienza, che può essere inaspettata (come quella vissuta a bordo di un aereo russo) o addirittura provvidenziale (e sperimentata nel tempio di Nara, in Giappone, nella quieta penombra che ha consentito all’Autore di provare un’esperienza simile al satori buddista). A questo punto il rischio – prevedibile, dato l’argomento – che il saggio venga preso distrattamente, con troppa ironia o in modo perfino dissacrante, costringe Handke a uscire allo scoperto, a dire di quando lo ha scritto, della livida campagna francese e del lungo e piovoso inverno in cui l’ha elaborato, e della gioia di quell’isolamento. Scrivere del Luogo Tranquillo, dunque, è come scrivere della propria ispirazione e delle condizioni che le sono veramente ideali; di “quei passaggi, immediati, dal mutismo, dalla condizione in cui si è colti da mutismo, al ritorno del linguaggio e delle parole – quei passaggi sperimentati di continuo e, nel corso della vita, con intensità sempre maggiore, nel momento in cui si chiude e si sbarra quella determinata porta, e si resta da soli con il luogo e la sua geometria, lontano da tutti gli altri”. È evidente che tutto questo non vale solo per lo scrittore o per l’artista in genere.

L’incipit del libro

Recensioni (di Raul Calzoni; di Sergio Peter; di Letizia Paolozzi)

Handke ritratto dalla sua traduttrice

Handke scrittore di saggi (di Luigi Grazioli)

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Uno storico racconta giovinezza, ascesa e peripezie di Marino Massimo De Caro, meglio noto come il “mostro dei Girolamini”: il parvenu nominato nel 2011 al ruolo di direttore della famosa e ricchissima biblioteca napoletana (che fu di Vico) dall’allora Ministro per i beni e le attività culturali; e colui che (come si è scoperto un anno più tardi) l’ha saccheggiata in lungo e in largo. Autentico parvenu, a dire il vero, De Caro non è. Proviene da una famiglia impegnata ed è stato egli stesso politicamente attivo, come portaborse di un senatore e come consigliere comunale. Al momento dello scandalo, poi, e giunto appena alla soglia dei quarant’anni, aveva già flirtato con i vertici, più o meno nobili, della sinistra e della destra, ed era anche entrato nelle grazie di un potente e discusso magnate dell’energia. A suo dire, addirittura, si è fatto complice efficiente degli intrighi più sottili e discussi degli apparati nazionali, russi e persino vaticani. In realtà, De Caro ha soprattutto dimostrato una precoce e tenace attrazione per il traffico illecito e la contraffazione di libri antichi: dalle prime esperienze adolescenziali alla successiva e inarrestabile escalation. È stato socio di una equivoca libreria basata tra Buenos Aires e Verona, ed è stato anche snodo iperattivo di una fortunata fabrica di falsi d’autore. In primis, di una portentosa quanto unica edizione del Sidereus Nuncius di Galileo, che per un po’ di tempo ha ingannato autorevoli studiosi. Quella galileiana, in effetti, è la passione che ha animato larga parte delle scorrerie di De Caro, impegnato sin dal tempo del servizio militare a trafugare esemplari autentici e rarissimi dalle collezioni pubbliche più prestigiose, e apparentemente inavvicinabili, dell’intero Stivale. È stato questo commercio, del resto, ad avviarlo verso una rete sempre più fitta di liaisons dangereuses. Ad un certo punto, comunque, con le vicende dei Gerolamini, i nodi sono venuti al pettine. Max Fox (il nickname Skype che lo stesso De Caro si è dato, e con cui ha lungamente comunicato con l’Autore) è stato presto risucchiato con tutto il suo pittoresco entourage in un vortice di plurime vicende giudiziarie, di fronte alle quali l’apparente e sopravvenuta resipiscenza e le lauree conseguite durante la detenzione a nulla sembrano servite.

Il libro si è subito trovato al centro di un vivace dibattito, nel quale un po’ di firme illustri si sono divise. In particolare, c’è chi ha accusato Luzzatto di essere stato troppo indulgente con il “mostro”, di averlo sostanzialmente assecondato e, indirettamente, capito. Qualcuno potrebbe anche aggiungere che, in questo caso, lo storico professionista è stato meno storico di quanto avrebbe potuto o dovuto: molto concentrato, più che su De Caro, sul suo rapporto, apertamente problematico e quasi personale, con il soggetto della ricerca; e assai sbilanciato, quanto alle fonti, sull’unilaterale rappresentazione del conclamato colpevole. Tuttavia c’è anche da dire che Luzzatto non ha neppure concepito un libro di storia (lo scrive testualmente: “quello che ho voluto scrivere è un non-libro-di-storia”, p. 249). Si è posto deliberatamente nella mente del suo impostore, accettando i rischi del “ricatto del testimone” (p. 279): ha fatto, cioè, uno sforzo di immedesimazione, in cui le lunghe interviste a De Caro non sono servite, né dovevano servire, a fare verità o giustizia. Lo scopo era quello di comprendere le ragioni e la cornice di una evidente deriva esistenziale, rappresentando (come in una “Cronaca del XXI secolo”: p. 265) la fitta rete di ulteriori, e non meno esiziali, interessenze, che ne hanno esaltato la traiettoria deviante. È su questo magma inquietante che lo storico punta il dito, perché permette di tracciare un quadro concreto – e a dir poco disperante – di alcuni ambienti: dalle spregiudicatezze del mercato del libro antico al sottobosco della politica, dalle ingenuità dell’accademia alle strategie della grande impresa. Nonostante l’accostamento con il Jean Valjean di Victor Hugo, davvero ardito (pur se andrebbe compreso anche questo, nel contesto della critica sociale che Luzzatto vuole stimolare), dal romanzo, in verità, De Caro non ne esce bene. Anzi, l’immagine che ne viene restituita è quella di un faccendiere incallito e quasi incosciente, di un anti-eroe per eccellenza: un modello dell’italianità più viziata e irrimediabile, per certi versi, ma anche un simbolo paradossale di anti-italianità, nel suo farsi egoistico e pervicace predone del patrimonio culturale, tesoro repubblicano per eccellenza. Comunque sia, alla fine della lettura, la condanna più forte sorge spontanea, e non può che essere il giudizio sconsolato di chiunque osservi il modo con cui un uomo ha deciso ripetutamente e invariabilmente di sciupare la sua vita.

Recensione (di Claudio Bartocci)

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Il libro è una felice raccolta di estratti di colta e preziosa critica letteraria. È diviso in due parti, precedute da un “Viatico” e seguite da un’Appendice. Fanno da cornice due gallerie, con un apparato iconografico variamente collegato alle riflessioni svolte dall’Autore. L’oggetto – nulla di strano per Nigro, che ne è un vero esperto – è Alessandro Manzoni, e precisamente la singolare e profonda, e tormentata, tensione pedagogica che percorre I promessi sposi, qui analizzati sulla base dell’edizione illustrata del 1840-1842, quella accompagnata dalla Storia della colonna infame. Nel “Viatico”, infatti, Nigro chiarisce di volersi inserire all’interno del filone interpretativo che valorizza la Storia come la lente ideale per comprendere il significato del romanzo. Non a caso, la prima parte del volume, che ne costituisce il cuore, si mette sulle tracce di “quella funesta docilità degli animi appassionati all’affermare appassionato degli altri”: espressione che è stata usata dal Manzoni nel capitolo XIII del romanzo, dove si narra dell’assalto popolare alla residenza del vicario durante la rivolta del pane. A lungo Leonardo Sciascia aveva interrogato la frase in parola. Era alla ricerca di una chiave esplicita per dimostrare il rimorso segreto del grande scrittore, se non il tentativo tardivo di una qualche inquieta giustificazione, di fronte alla freddezza che lo stesso aveva tenuto nei confronti del linciaggio, compiuto proprio davanti alla sua casa, di Giuseppe Prina, ministro delle finanze dell’ultimo governo napoleonico di Milano. Perché – e questo è il fulcro della seconda parte del libro, che confronta gli itinerari manzoniani di Sciascia con quelli di Mario Pomilio e di Natalia Ginzburg – l’opera di Manzoni non può essere mai eccessivamente monumentalizzata, né confinata in un tranquillizzante messaggio pastorale di redenzione o in un intreccio di ragioni sentimentali o personali: il turbamento la pervade sempre, al punto da farla sembrare in ogni caso spiazzante, per i laici come per i cattolici, e comunque per gli italiani. L’Appendice, animandosi delle immagini contenute nella seconda galleria, coltiva nuovamente le suggestioni del tema iconografico, divagando elegantemente tra i tratti di Renato Guttuso e quelli di Mimmo Paladino.

Capire se sia o meno verosimile che proprio la lenta metabolizzazione della disgraziata vicenda del Prina avrebbe fornito al patriota Manzoni l’ispirazione per gli approfondimenti morali e civili sottesi al racconto del seicentesco tumulto di S. Martino – come alla ricostruzione filologica della sventura dei presunti untori della Colonna infame – non è la cosa più importante di questo libro. Mi preme esprimere un’urgenza diversa, in parte personale, in parte più oggettiva; ma legata comunque alla Colonna infame. La ricordo ancora nell’esperienza della prima lettura, dopo la scoperta del volumetto sugli scaffali della libreria di casa. Stava accanto ad altri volumetti di una stessa collana, formata da alcune edizioni speciali ed economiche di Bompiani, vendute con L’Espresso e acquistate da mio padre, che allora era abbonato al settimanale. Riportava un’introduzione di Sciascia. Il libro di Nigro – che è esplicitamente ispirato alle pagine dell’autore siciliano – risveglia la gioia di quell’originario contatto, e del confronto, forse per la prima volta, con una riflessione difficile, obliqua, eppure appagante. Richiama anche il piacere – pure quello provato, forse, per la prima volta – di voler continuare la scoperta, leggendo gli altri titoli di quella stessa collana (su tutti, Tifone di Conrad e Candido di Voltaire), con pari soddisfazione. Poi c’è, naturalmente, al di là del ricordo di un momento molto formativo, anche il profilo sostanziale, di merito. Riguarda l’importanza di un messaggio che invita a guardare al grande romanzo italiano per eccellenza come ad una cosa spessa, complessa e al contempo forte ed efficace nella persuasione che può produrre anche soltanto nella lettura più immediata e appassionata. È uno sprone, dunque, a non avere paura di questo genere di complessità, perché è fattore di grande consapevolezza. Ma è anche una sollecitazione a riconsiderare Manzoni un vero maestro della “moralistica” europea, a intenderlo, cioè, innanzitutto, nel suo lato francese, non solo in quello lombardo. Non è male rammentarsi di poter collocare don Lisander ben al di là delle glosse e delle parafrasi anguste che gli sono di solito riservate dai nostalgici della più stanca tradizione scolastica.

Recensione (di Raffaele Manica; di Adriano Napoli)

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Con la semplicità e la chiarezza che ne hanno da tempo sancito il successo, in Aristotele e la favola dei due corvi bianchi Margaret Doody fa sì che il filosofo di Stagira si confronti con le difficoltà del governo cittadino, e in particolare con i pericoli cui questo è costantemente esposto. Gli uomini, infatti, tendono sempre a lasciarsi andare alla soddisfazione dei loro interessi più egoistici. Ciò, almeno, è quello che accade anche ad Atene, dove il saggio maestro, chiamato a chiarire i dettagli di una brutta vicenda di corruzione, si trova a risolvere tre casi emblematici: quello del ricco Simmaco, accusato di strani traffici sull’isola di Idra; quello di suo cugino Caronide, il delatore apparentemente caduto in disgrazia; e quello di un libro stranamente scomparso, sottratto dalla biblioteca del Liceo. Naturalmente Aristotele capisce subito tutto. Ma prima della spiegazione conclusiva si intrattiene con i suoi allievi e gli racconta una favola, prendendo spunto da un classico motivo di Esopo. Come i colpevoli, finalmente smascherati, i due corvi bianchi, che credevano di essere migliori di tutti gli altri, hanno peccato di orgoglio e di avarizia, isolandosi dalla comunità e incontrando la rovina. Sicché – osserva l’autore della Politica – la città non esiste solo per il raggiungimento di finalità pratiche, eventualmente conseguibili in solitudine, ma anche, se non soprattutto, per “concepire grandi ideali” e “per conoscere e compiere nobili azioni”.

Quella di Aristotele è soltanto una delle tante varianti del grande e imperituro discorso greco sulla poleis e sulle sue diverse e possibili formule di legittimazione. In un piccolo e concentrato volume, Chi comanda nella città? I Greci e il potere, Mario Vegetti ci offre uno spaccato particolarmente efficace delle formidabili chiavi di lettura che il pensiero politico ateniese ha prodotto tra il V e il IV Secolo a.C. Nel primo capitolo ci si domanda, innanzitutto, perché un simile laboratorio teorico si sia sviluppato in Grecia, e per lo più in uno specifico momento storico. L’ipotesi è che quel luogo e quel tempo siano stati il teatro di una forte crisi di sovranità, presto riempita da una molteplicità di piccoli nuclei indipendenti di potere, ciascuno impegnato nella ricerca di una ragione capace di riconoscerlo. Ma quale può essere questa ragione? Le ricette, analizzate dall’Autore, poggiano su cinque distinte fonti di potere: la maggioranza (plethos), la legalità (nomos), la forza (kratos), l’eccellenza (aretè), la competenza (episteme). A ognuna di esse è dedicato un capitolo, dal secondo al sesto; e per ognuna vi sono indicati i protagonisti, ossia i principali portavoce. Si apre, così, una ricchissima galleria, animata, passo dopo passo, da Erodoto, Protagora, Aristotele, Platone, Trasimaco, Tucidide, Callicle, Glaucone… Non sono altro che i tasselli di quella tradizione cui tutta la modernità politica ha attinto per secoli, traendovi il materiale costruttivo per le edificazioni istituzionali contemporanee dell’Occidente (verrebbe la voglia di riprendere il famoso corso di Norberto Bobbio). Il libro termina con un un’annotazione meritevole di una riflessione più ampia e meditata: ogni ricetta presuppone una corrispondente opzione antropologica, una correlata visione, positiva o negativa, dell’uomo e della sua natura. Più di tutto, però, si può affermare che ogni teoria si misura con la questione se la natura umana sia o meno trasformabile, ovvero se la sua base sia conflittuale o collaborativa, e se questi suoi connotati invariabili abbiano eventualmente una durata più lunga di quella delle formazioni economico-sociali destinate a correlarsi con essi. L’Aristotele della Doody direbbe di sì.

Sui romanzi di Margaret Doody: Aristotele Detective (di A. Bencivenni)

Mario Vegetti, il potere e i filosofi: una lezione

Sul contributo di Norberto Bobbio: Forme di governo antiche e contemporanee (di C. Pinelli)

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Fine della seconda guerra mondiale: un bambino di sette anni, con una sedia sopra la testa, attraversa spavaldo una Trieste liberata ma ancora militarizzata. È Flavio, il papà dell’Autore. L’immagine – immortalata in una vecchia foto di giornale – apre una fitta galleria di ricordi, di racconti, di conversazioni, e anche di indagini: sulla propria eredità sentimentale e sulla storia di una città multietnica e conflittuale. I due livelli si sovrappongono costantemente, con un effetto di rimbalzo reciproco, talvolta semiserio e scanzonato, talvolta emotivamente forte, comunque molto efficace. La sensazione è che i protagonisti siano tutti attori di un film, che va assemblandosi pagina dopo pagina. È il lungometraggio di una terra e di una popolazione martoriate da un lungo destino di esili, di guerre, di passioni, di separazioni, di crimini e scontri atroci, al di qua e al di là della cortina di ferro. Ma è anche l’autobiografia di un’identità multiforme e di una comunità esuberante, da sempre eterogenea ed errante; la fisiologia di un avvitarsi collettivo e individuale psicologicamente complesso, sempre indefinito, e per questo fertile e maturo, pronto per una nuova chance di vivace cosmopolitismo, sulle orme di Berlino e di Belfast. Di questo vuole convincersi, e convincerci, anche Covacich, che in una tale impresa si fa aiutare dai suoi eroi, dai personaggi che ha deciso di eleggere a numi tutelari del suo percorso narrativo: il poeta croato Ivan Goran Kovačic, rievocato nell’esemplare durezza della sua tragica e paradossale parabola esistenziale; lo scrittore italianissimo Pier Antonio Quarantotti Gambini, alfiere, testimone e custode di un’epoca di slanci e di rivendicazioni politiche e culturali; il grande compositore istriano Antonio Bibalo, triestino di nascita ma campione riconosciuto solo nella sua Norvegia; e il Fulvio Tomizza di Materada, il collega e il compatriota a tutti gli effetti, riscoperto tra i colori tenui di un paese, il suo paese, che, a ben vedere, non ha mai smesso di essere allergico a ogni confine.

Il libro è semplicemente bello. Forse la chiusa cede un po’ alla retorica, e i ripetuti riferimenti a Kafka e a Joyce, come a Svevo e a Saba, sono un po’ di troppo, perché scontati (ma come evitarli?). Eppure la Trieste di Covacich è un universo che attrae. In primo luogo perché ciascuno di noi ne ha una: è la città della nascita e dell’adolescenza; degli affetti e delle genealogie familiari; delle fughe, delle nostalgie e dei ritorni; di tutti i piccoli grandi miti personali, sui quali vorremmo scrivere tutti una sceneggiatura, anche soltanto per trarne egoisticamente un supplemento di energia e di motivazione. Poi, però, in questo testo emerge anche una virtù che trascende questo piano. Trieste è uno snodo singolare di culture e di occasioni di analisi e di pensiero, un luogo in cui si può essere tante cose – italiani, asburgici, sloveni, croati, ebrei, contadini, marinai, impiegati, migranti, viaggiatori, imprenditori, musicisti, scrittori… – senza mai provare la sensazione di non capirsi. Anzi, l’idea di Covacich è che questo impasto sia, più in generale, il segreto e il modello di un’umanità più ricca, quella di cui il nostro tempo (la nostra Europa) sembra avere davvero bisogno. Ed è un’idea – particolare non trascurabile – scritta bene, con grazia, e assistita da un approccio molto interessante alla letteratura e allo spazio che per l’Autore le si addice più di ogni altro. A Covacich interessa la descrizione e l’analisi del rapporto costante e fondamentale tra l’io e le tante cose che lo costituiscono dall’esterno, offrendogli così il modo di essere davvero cosciente e determinante. Ecco perché questa Trieste non è un semplice spot sul fascino di un capoluogo mitteleuropeo. In una simile prospettiva – i luoghi come laboratorio dell’anima e della consapevolezza, personale e collettiva – il titolo del libro è già un manifesto più che eloquente; non serve dire altro. Può essere utile, invece, aggiungere un consiglio: provare a leggere La città interiore dopo aver visto due brevi docufilm, entrambi usciti nel 2012 dalla fucina di Elisabetta Sgarbi: Il viaggio della signorina Vila e Trieste: la contesa. Due piccoli gioiellini, che, con questo volume (prodotto, in fondo, dalla stessa firma…), completano un trittico suggestivo e stimolante.

Recensioni (di E. Barbieri, C. Battocletti, A. Mezzena Lona, S. Pent, C. Taglietti)

Conversazione con l’Autore (su radioradicale.it)

Mauro Covacich a Fahrenheit

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Marco ha studiato Lettere a Padova e poi, sfiduciato dalle prospettive che avrebbe potuto coltivare nell’accademia italiana, ha scelto di conseguire un PhD a Chicago. La sua storia viene ricostruita e raccontata da un amico, un altro italiano che si trovava negli Stati Uniti nello stesso periodo e per la stessa ragione, e che ora lavora a Milano. In principio Marco è rapito dal modello universitario americano, così lontano dal declino intellettuale e morale del suo Paese, e così capace di dare il meglio a chi voglia formarsi e perfezionarsi nello studio e nella ricerca. Anzi, a Marco pare addirittura che, oggi, tutte le sorti dell’umanesimo non possano che essere giocate in quel sistema, a suo giudizio l’unico contesto idoneo a riprodurre, nell’organizzazione degli spazi fisici del sapere come nella definizione e nell’applicazione delle regole della comunità scientifica, quell’ideale di serietà, rigore e approfondimento che può assicurare anche alla società civile la conquista di una vera libertà. Tutto milita, dunque, affinché la corsa di Marco verso il dottorato sia coronata dal successo, in un itinerario di crescita che presto lo vede affiancato alla bella e brava Sajani, una brillante collega americana di origine asiatica. Ci sono, però, nel cuore di Marco, dei problemi irrisolti, che risvegliano il suo senso critico e lo portano a mettere in dubbio l’adeguatezza, se non la validità stessa, della carriera universitaria d’Oltreoceano. Durante una visita ad un museo, al cospetto di alcuni capolavori del Rinascimento, Marco, all’improvviso, quasi fosse colpito da una sindrome di Stendhal, comincia a maturare una serie di riflessioni che lo conducono a lasciare Sajani e a distaccarsi, passo dopo passo, dall’orizzonte umano e formativo che aveva ritenuto irrinunciabile. La sua vita, infatti, è destinata a compiersi altrove, tra i colli della Pedemontana veneta, sulle tracce del sorriso della mai dimenticata Chiara e sulla strada di un fare letteratura più autentico e anticonformista, perché immerso nella realtà della terra d’origine.

Questo è il secondo romanzo di Beppi Chiuppani, dopo Medio Occidente, che a sua volta potrebbe essere considerato come l’opera che Marco – alter ego dell’Autore – concepirà dopo aver imboccato la nuova strada letteraria intravista al termine della sua esperienza americana. La prima cosa interessante del libro sta tutta qui: si autodefinisce, sin dalla copertina, come romanzo-saggio, ma è una dichiarazione di poetica, ed è anche un altro bell’esempio del periodare riflessivo e dell’andatura meditativa – e avvolgente – di uno scrittore che si conferma come particolarmente originale anche dal punto di vista stilistico, e che qui vediamo nel suo primo scoprirsi, nella messa a nudo, cioè, della sua vocazione e nelle premesse quasi biografiche, se non intime, dei suoi convincimenti. La seconda cosa rilevante, poi, è naturalmente correlata al merito delle osservazioni che il protagonista matura sull’American Way agli studi umanistici (e alle Human Sciences in genere). Per Marco, la sperimentazione diretta della tipica rat race di ogni postgraduate d’eccellenza è come un’immersione in un lago sconfinato, che da potenziale fonte per un nuovo e salvifico battesimo si può trasformare gradualmente in una sorta di efficiente, ma limitante, campo di addestramento. In questa prospettiva, non c’è dubbio che Quando studiavamo in America è il precipitato di una serie concatenata di intuizioni reali (Chiuppani sa personalmente di che cosa scrive…) e del tutto comprensibili (quanto meno alla cerchia di molti giovani studiosi, non solo italiani). In poche parole, e usando la terminologia di Marco, l’informale (e perciò potentissima) formalità della meritocrazia accademica d’Oltreoceano mette in grave pericolo la grande civiltà europea della conversazione colta: velocità, disinvoltura e standardizzazione si oppongono all’otium, all’introspezione e alla continua rimeditazione delle fonti. Questa, in effetti, è una delle impressioni che buona parte degli addetti ai lavori, soprattutto in Italia, condivide da tempo; con il rischio, però, di coprire in tal modo gli innegabili vizi del sistema nazionale. Ecco: Chiuppani prova a pensare che la difesa del vecchio mondo possa anche significare qualcosa di diverso dallo sposare gli alibi di chi ha contribuito, e contribuisce tuttora, a condannare all’immobilismo le sedi più antiche del sapere occidentale. La soluzione, per il Nostro, sta nel riconoscere nuovamente quale debba essere l’orizzonte irrinunciabile di un intellettuale: cogliere e affrontare il presente e le sue contaminazioni complesse con coraggio e creatività, senza per questo rinunciare ad un canone e ad una tradizione: come riuscire? La risposta è affascinante: provare a vivere, e a crescere, con il proprio paesaggio, semplicemente, rinnovandone la storia proprio dall’interno; perché fare letteratura, come fare scienza, non è un esercizio fine a se stesso, né può dirsi in funzione di finalità troppo contingenti o troppo personali. Scrivere e pensare sono cose sempre radicali.

L’Autore presenta il suo libro

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Si parte dalle poche e celebri foto del corpo morto di Walser, caduto nella neve durante una delle sue proverbiali passeggiate a Herisau, in Svizzera, non lontano dal manicomio in cui era ospitato. E poi si procede, a ritroso, dal capitolo 7, che è il primo, al capitolo 1, che è l’ultimo, alternando lo scavo sul grande scrittore con i frammenti di un percorso psicologico e di un pellegrinaggio nei luoghi walseriani, come lo definisce lo stesso Autore. È una sfida su più piani: interrogare lo scrittore svizzero, la sua follia, le sue opere e la sua traiettoria esistenziale, così originali e così apparentemente inestricabili; fare memoria di se stessi, dei momenti di sofferenza come di quelli di perfetta e assoluta concentrazione; tornare quindi a ritrovarsi, come se il tuffo di Walser, l’ultimo, quello nel bianco della neve, rappresentasse la metafora di un traguardo, concretamente attingibile, paradossalmente, a chi sa ritrarsi fino in fondo. Miorandi, forse, sulle orme di Carl Seelig, è riuscito a sperimentare, di Walser, ciò che i tanti numi tutelari che hanno cercato di carpirne il segreto – Bichsel, Benjamin, Canetti, Sebald… – sono stati in grado soltanto di intuire. Il precipitato di una delle più profonde ed eccentriche esperienze letterarie del Novecento è condensato in una disperata e ostinata poetica dell’accettazione, alla riscoperta, come in una grande poesia di Wallace Stevens, di quelle “occasioni d’intima eccellenza” che, in questo mondo, possono solo accaderci.

Walser si può leggere partendo da una qualsiasi delle sue opere. Che sia L’assistente – che è quella forse più spiazzante – o Jakob von Gunten o I fratelli Tanner o La passeggiata o Il brigante… poco importa. Sono tutte diverse e tutte uguali. Diverse perché i protagonisti sono differenti; uguali perché, a ben vedere, i protagonisti non sono tali. Il ruolo di protagonista, infatti, non si addice ai soggetti che Walser predilige. I suoi campioni sono i non-campioni per antonomasia, gli irriducibili naturali, i perfetti comprimari, gli innocui perdigiorno; tutti coloro che, pur coltivando una sorta di puntuale marginalità, sanno veramente stare al mondo, perché hanno spontaneamente compreso che, nella vita, si tratta solo di osservare e di goderne. Davvero non stupisce che questo scrittore sia stato amato da Kafka e ammirato da Musil. La sua volontà di annullarsi, tenacemente, e di aderire ad un ordine segreto, ma fisiologico e originario al contempo, è una manifestazione paradigmatica di una fase storica di trasformazione fondamentale della cultura occidentale, rappresentandone, tuttavia, una visione radicalmente critica, se non antagonista. Quella di Walser, da questo punto di vista, è un’esperienza di vero attrito, che si interseca con quei processi (così lontani eppure così simbolicamente vicini…) che portano, nello stesso periodo, all’esplosione dell’arte astratta. È difficile, ad esempio, non avvertire, nei microgrammi di Walser, certi profili di continuità formale con Klee o con Kandinsky. E pensando a tempi immediatamente successivi viene subito alla mente Rothko, nonché, nella grande letteratura, il secondo Salinger. Allo stesso tempo, però, quella di Walser è dimensione anche fortissimamente religiosa, secondo una specie di mistica dello svuotamento e dell’assenza, tipica della tradizione tedesca, che parte da Eckhart e che si fa sentire anche in età romantica (in Walser la nobiltà della scelta secessionista del poeta è quasi come quella del poeta di cui racconta Schiller in Die Teilung der Erde, lontano dalla cose del mondo perché impegnato a stare con Dio). È per questa ragione, per questa sua intrinseca proiezione morale, che, come testimonia perfettamente Miorandi, Walser il pazzo, prosatore essenziale, può essere scoperto anche come maestro di vita e sorgente di guarigione.

Uno speciale su Walser (da Zibaldoni.it)

Sempre su Walser: un’intervista a Gianni Celati

Robert Walser e il magnifico zero (di Paolo Morelli)

Il più celato di tutti gli scrittori (di Alessandro Toppi)

Una birra per Walser (di Franco Marcoaldi)

Robert Walser perso e ritrovato nei suoi microgrammi (di Marco Belpoliti)

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