Nel 2467 Robert Spofforth, il robot più evoluto tra quelli finora costruiti, si aggira per New York. Vorrebbe suicidarsi, ma la sua programmazione non lo consente. È tormentato da alcuni sogni, che gli ricordano la vita passata dell’intelligenza umana che gli è stata impiantata all’inizio della sua attivazione. Forse l’entrata in scena di Paul Bentley, che è uno dei pochi uomini a saper leggere, può aiutarlo: Spofforth, che è anche il decano dell’Università di New York, lo incarica di registrare i dialoghi di antichi film muti, nella speranza di poter afferrare qualcosa che gli consenta di capire i presupposti della memoria che gli è stata installata. Ma il destino di Bentley sembra diverso: infatti, pur svolgendo diligentemente i compiti affidatigli da Spofforth, comincia a provare una sorta di inspiegabile disagio esistenziale e riporta per iscritto tutte le sue sensazioni, per memorizzare la propria vita. Inoltre si innamora di Mary Lou, una donna che vive nello zoo della città e che, diversamente da tutti gli altri, non prende farmaci e sembra del tutto indifferente ai grandi principi dell’era presente, ossia alla Privacy e all’Individualismo. Bentley le insegna a leggere. Spofforth, però, li scopre, denuncia Bentley – che viene incarcerato – e porta a vivere con sé Mary Lou, nel frattempo rimasta incinta. In prigione, tuttavia, Bentley, che come tutti (tranne Mary Lou) è stato allevato nei misteriosi Dormitori, diventa maturo, continua a leggere e a scrivere, e capisce che il mondo degli uomini si è improvvisamente e inspiegabilmente votato all’estinzione. Intraprende in questo modo un lento, ma inarrestabile, processo di apprendimento, alla ricerca della sua umanità perduta. Riesce così ad evadere e, dopo un lungo itinerario nella natura più selvaggia, si imbatte in una strana comunità religiosa, che vive attorno ai resti di una vecchia città-rifugio, cimelio di antiche guerre globali. Qui prova nuovamente l’amore, diventa autosufficiente e riparte alla ricerca di Mary Lou, a bordo di un autobus a pensiero particolarmente sensibile. Troverà la sua donna, e sua figlia, in una New York ormai annichilita. Lì scoprirà la verità su Spofforth, sulla sua incrollabile determinazione e sulla storia dell’umanità, diventando, forse, il primo uomo di un possibile nuovo mondo.

In lingua originale il titolo di questo grande romanzo è Mockingbird, vale a dire “mimo”, l’uccello (il tordo americano) cui allude anche il titolo di questa più recente edizione, la quale, a sua volta, riprende integralmente il verso di una poesia in cui quella parola compare: è il verso, cioè, che sempre risuona nella mente di Paul Bentley e che lo scuote nel profondo senza che egli riesca a comprenderne le ragioni. Al solo pensiero che al suo primo debutto italiano, nel 1983, il libro di Tevis avesse come titolo un banale Futuro in trance, viene da chiedersi che cosa si fosse capito, allora, di questo meraviglioso racconto distopico. Perché è proprio lo struggimento indotto dal linguaggio apparentemente non significativo dell’arte (della poesia come del cinema) a comunicare a Bentley la possibilità di un’esistenza molto diversa da quella cui il mondo è andato incontro. Da quest’ultimo punto di vista, il dato veramente stupefacente è che nel futuro di Tevis gli uomini non rischiano di estinguersi a causa della guerra o della distruzione del pianeta e delle sue risorse. L’uomo, dopo la Morte del Petrolio, ha imboccato una strada ancor peggiore, quella di una rinuncia, scientifica, a qualsiasi emotività spontanea, nella coltivazione (tecnicamente assistita) di un egoismo controllato e autosufficiente, elevato, paradossalmente, a cardine di qualsiasi forma di ordinata e civile convivenza. La società, in altri termini, si è assuefatta e narcotizzata, e si ritrova, per di più, governata dai robot in attesa di un esaurimento finale. Nel romanzo, però, c’è anche dell’altro: la vicenda di Spofforth non è solo l’emblema dell’irrinunciabilità (sulla terra), o dell’inafferrabilità (per il robot), di ciò che è tipico dell’uomo; essa è anche la proiezione della tragica fallibilità della tecnologia, sia pur di quella più evoluta e performante, che nonostante ciò è pur sempre fatta di ingranaggi suscettibili di incepparsi all’improvviso e incapaci, se lasciati soli, di vera immaginazione. Le rivelazioni del finale, sul punto, sono tanto drammatiche quanto illuminanti; e può essere anche interessante annotare che lo sguardo critico viene da un Autore costantemente immerso nelle esperienze più disincantate e fallimentari della società secolarizzata, eppure istintivamente e profondamente attratto da un afflato di matrice certamente religiosa. Occorre dire ad ogni modo, che quelli di Tevis sono sempre capolavori e che dai tempi de L’uomo che cadde sulla terra non possiamo più evitare di chiederci chi o che cosa vogliamo continuare ad essere.

Recensioni (di Sandro Pergameno; di Gian Paolo Serino)

La Prefazione (di Goffredo Fofi)

Un profilo biografico di Walter Tevis

Un bel pezzo sulle opere di Tevis

Una classifica personale:

  1. L’uomo che cadde sulla terra
  2. Solo il mimo canta al limitare del bosco
  3. Lo spaccone
  4. La regina degli scacchi
  5. Il colore dei soldi
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Guido Calabresi è uno dei giuristi più noti e autorevoli di tutto lo scenario globale. Le tre lezioni contenute in questo volume sono state svolte come primo appuntamento, nel 2012, delle “Alberico Gentili Lectures”, organizzate finora in tre edizioni presso l’Università di Macerata. In esse Calabresi racconta della sua esperienza di giudice negli Stati Uniti, patria adottiva sin da quando, a sei anni, nel 1938, ha abbandonato l’Italia con la famiglia, a causa delle leggi razziali. È nel mondo accademico americano, infatti, che Calabresi ha espresso le sue doti, diventando uno studioso di riferimento: nel contesto universitario, come uno dei padri dell’analisi economica del diritto e come maestro indiscusso del tort law; e ciò anche al di fuori della Yale Law School, della quale è stato preside per molti anni, fino a quando Bill Clinton lo ha nominato giudice della Corte d’appello federale del Secondo Circuito (per gli Stati del Vermont, del Connecticut e di New York).

La prima lezione ci cala subito nella complessità del sistema giudiziario americano, che viene tuttavia sciolta in pochi e chiari tratti: ragione e funzioni delle corti d’appello federali sono illustrate benissimo, Federalist Papers alla mano. Nel far questo, Calabresi non si limita a discutere dei profili organizzativi e delle motivazioni istituzionali e di contesto che li giustificano (e che sono determinanti in tutti i sistemi giuridici). La sua attenzione è dedicata soprattutto alle peculiarità del reclutamento dei giudici federali, provenienti da estrazioni e da esperienze socio-culturali e formative diversissime, e alla loro competenza “generalista”, che li obbliga sempre a spaziare tra questioni, materie e tipologie di giudizio altrettanto differenti. Ciò assicura, per un verso, che le sentenze obbediscano ad un “sistema di scelta generale” (“di idee, di principi, e non di come si deciderebbe un caso specifico in una materia specifica”); per altro verso, che tutti i giudici sviluppino capacità proprie di ogni fase o di ogni momento della funzione giurisdizionale (da quelle necessarie alla cognizione del merito a quelle indispensabili nel sindacato di costituzionalità). Quest’ultima peculiarità rende il giudice americano particolarmente predisposto al dialogo: con le altre corti del suo stesso sistema, statali e federali; con i giudici di altri ordinamenti; con gli altri poteri, in primis con quello legislativo e con quello esecutivo. La seconda lezione sviluppa il tema e descrive con ricchezza di esemplificazioni quali siano gli strumenti del dialogo, tra livello federale e livello statale, da un lato, tra i giudici comuni e la Corte Suprema, dall’altro. Calabresi affronta, allora, l’istituto della certification, la tecnica degli obiter dicta e il modo con cui si bilancia, tra principio di uguaglianza e istanze di due process, la necessità che intervenga la giustizia federale con l’opportunità che una questione resti allocata in capo ai giudici statali. Nei rapporti tra legislatore e giudice, inoltre, grande attenzione è dedicata al problema del countermajoritarianism, che “non è una difficulty, quanto una scelta strutturale di assegnare alle Corti il dovere di proteggere valori fondamentali da pressioni popolari momentanee”. Che fare, però, se il giudice è del tutto e apertamente contrario, nel suo intimo, a ciò che stabilisce una legge? La terza lezione porta in piena luce questo dilemma, dal momento che Calabresi affronta il rapporto tra giudice e giustizia “di fronte alla pena di morte”. Pur non rinunciando ad esprimere la sua personale avversione per la pena capitale, Calabresi respinge con vigore l’idea che ciò lo possa indurre a rinunciare a partecipare a collegi giudicanti che debbano esprimersi su casi in cui quella pena potrebbe venire in considerazione (perché anteporrebbe le sue convinzioni all’esigenza istituzionale che è intrinseca al suo ruolo di giudice). Allo stesso modo, viene rigettata anche l’ipotesi di poter denunciare facilmente l’incostituzionalità dell’eventuale legge che preveda la pena più estrema (poiché un giudice non può strumentalizzare la valutazione sulla legittimità costituzionale e far prevalere il suo giudizio su ciò che è il diritto). Al contempo, Calabresi invita tutti i giuristi a confrontarsi con il problema della bontà di discipline che siano percepite come tali soltanto perché espressione di una chiara volontà popolare: giacché il diritto deve sempre coltivare una posizione cauta, “nei confronti del formalismo della tradizione, delle Corti, dei valori del passato, e anche della maggioranza che innerva la legge”, così come “delle scienze sociali”. Il diritto, infatti, “si nutre della prospettiva di tutte queste risorse, si giova di ogni loro contributo ma, in definitiva, ciò che conta è accogliere tutto ma di tutto essere scettici”. Soprattutto, però, Calabresi – rifacendosi a San Tommaso Moro, per cui “Dio ci ha dato il cervello e l’intelligenza per evitare il martirio” – ricorda che un giudice attento studia i casi drammatici che gli si possono parlare di fronte ben prima che l’evenienza concreta si presenti, visto che proprio questo studio potrebbe consentirgli di evitare gli esiti più duri.

Le parole del senior judge italo-americano forniscono spunti notevoli, anche nelle digressioni o nelle piccole divagazioni che caratterizzano il tono pacato e quasi confidenziale di queste conversazioni. Ad esempio: è molto acuta l’osservazione che viene fatta in merito all’assenza, nel sistema dell’integrazione europea, di un’articolazione locale di corti propriamente sovrastatali; lo è anche il passaggio in cui l’Autore si sofferma sull’attenzione che ogni giudice deve porre al tema dell’esecuzione (in termini di eseguibilità effettiva) delle sue decisioni; o quello in cui si narra di un gustoso scambio di battute tra Aharon Barak e Dieter Grimm sull’esistenza o meno di limiti alla manifestazione di un pensiero razzista o violento; o quello, ancora, in cui si descrive il ruolo delle giurie, che, diversamente dai giudici, possono prendersi la libertà di non seguire meccanicamente ciò che la legge impone, poiché tale è la loro “funzione democratica”. E si potrebbe continuare, segnalando che, nell’argomentare di Calabresi, anche le immagini sono virtuosamente calzanti, come quella del giudice americano costantemente in bilico tra Burke e Bentham, tra tradizione e innovazione. Il mestiere di giudice è, in definitiva, un aureo libretto, che la ricca e ordinata bibliografia finale impreziosisce di stimoli per ogni altro approfondimento.

Le lezioni… dal vivo!

La registrazione della presentazione del libro presso il Consiglio di Stato

Una recensione (di Guido Melis)

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Esistono libri che non si possono raccontare, neanche parzialmente. Non tanto per le ovvie difficoltà che qualsiasi opinione avrebbe riguardo a storie di cui non si possono rivelare il finale o i colpi di scena che le animano. Talvolta è già la struttura che non si può comunicare, e altre volte ancora è complesso comprendere se il traduttore sia stato davvero in grado di rendere linguaggio, espressioni, ambiguità e doppi sensi. Palahniuk si diverte a fabbricare congegni narrativi di questo tipo, che tanto stordiscono e interrogano il lettore, quanto lo rendono semplicemente afasico dopo l’ultima pagina. Se poi ci si imbatte in questo Invisible Monsters – che, per essere chiari, è venuto prima, nella stesura, della fortunata apparizione di Fight Club (1996) e dei tanti successivi romanzi di successo – si capiscono sia il motivo dei tanti rifiuti che gli editori avevano opposto al giovane e sconosciuto scrittore, sia la ragione del radicamento di un vero mito letterario in larga parte del pubblico. Perché non si tratta, semplicemente, di un cocktail per stomaci forti; si tratta di un torcibudella emotivo dal sapore quasi psichedelico, come se Palahniuk si fosse divertito – cosciente o incosciente, che cosa importa? È il risultato quello che conta… – a miscelare Fëodor Dostoevskij, Philip Dick, Thomas Pynchon e Johnathan Swift, con qualche anticipazione, tra il drammatico e il grottesco, del contemporaneo J.T. Leroy. Sembra troppo, ma per questo Autore l’eccesso è una virtù, cifra ineludibile di ogni sub-cultura pop contemporanea.

La protagonista è Shannon McFarland, una modella brutalmente sfigurata da un colpo di fucile. L’avvio del romanzo, però, ci getta subito nel bel mezzo di un altro momento tragico, sulla scena di un clamoroso delitto che costituirà il finale della storia e che, quindi, necessita una spiegazione. Così la voce di Shannon, per farci capire, ci guida avanti e indietro nel tempo, miscelando spezzoni di vita presente e di esperienza passata: nella clinica in cui è stata ricoverata dopo l’incidente; nel suo lavoro di top model di seconda categoria; nelle periodiche visite a casa dei genitori ossessionati dalla scomparsa dell’altro figlio omosessuale; nelle uscite con la ricca collega, e amica, Evie, e con il fidanzato poliziotto, Manus; nel lungo girovagare tra gli Stati Uniti con la Principessa Brandi Alexander, transgender conosciuta in clinica, e con il loro eccentrico e mutante accompagnatore, tutti a caccia di medicinali e droghe di vario genere, da ingerire o vendere nei vicoli della grandi città. La narrazione si trasforma gradualmente in confidenza e confessione, e la verità si palesa, sorprendente, passo dopo passo, in un palcoscenico in cui gli attori – in primis i compagni di viaggio di Shannon – non sono ciò che dicono di essere. In superficie, li vediamo tesi alla disperata e dolorosa ricerca di una realizzazione fisica e psicologica artificiale e mai compiutamente disponibile; nel sottosuolo, li intuiamo anche lucidi interpreti di un destino paradossalmente condiviso e assecondato fino all’estremo, impossibile, e forse comune e programmato, traguardo. La lente di Palahniuk ci trasporta in un caleidoscopio di perversioni: nella famiglia e nel rapporto di coppia; nella moralità plastica della fashion society e delle addictions spersonalizzanti che finisce per ingenerare; nel disastro antropologico di un’umanità semplicemente nuda, e forse riscattabile, anche oltre l’indicibile, grazie a un gesto illusorio di amore altrettanto nudo e spietato. In verità, ciò che alla fine impressiona di più è la rappresentazione severa di un universo di relazioni dominate da un formidabile e invincibile egotismo.

Recensioni (di D. Marinacci, D. Montella, M. Lomunno, Z. Masud, G. Santini, L. Appia, S. Ghega, C. Bucolo, J. Greenya)

Il fan site dedicato a Palahniuk

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Ad aprire il lungo racconto in cui si snodano le oltre 550 pagine de Il figlio è la voce del centenario Elli McCullogh, registrata a futura memoria nel 1936. Per tutti è “il Colonnello”, in Texas una figura quasi mitologica, il capo riconosciuto di un clan familiare altrettanto famoso, ricco e temuto. La sua è la storia delle origini, del tempo in cui è stato rapito bambino da una banda di indiani comanche, delle tante terre di cui è entrato in possesso e di come ha costruito la sua immensa fortuna. Questa voce si alterna alla narrazione di ciò che nel 2012 ricorda l’anziana pronipote Jeanne Anne, colta negli ultimi istanti della sua vita. Si ripercorrono, così, in un susseguirsi di flashback, le esistenze di altri personaggi, ma anche l’educazione solitaria e l’apprendistato sentimentale di una donna di successo, destinata a guidare la florida azienda dei McCullogh dall’era del bestiame a quella del petrolio. Jeanne, tuttavia, è ultimo baluardo di un ceppo che è andato via via indebolendosi e che ha maturato ormai la certezza di scomparire. Alla voce del Colonnello e alla storia di Jeanne si frappongono, come un fastidioso contrappunto, anche numerosi estratti, presi tra il 1915 e il 1917, del diario di Peter, il terzo figlio di Elli, la mela marcia o, per meglio dire, “la Grande Onta”. Perché Peter, in effetti, è sempre stato del tutto estraneo al nerbo della sua stirpe, incarnandone la coscienza critica, lo scrupolo mai assimilato. Proprio in Peter si deve ravvisare l’incubatore del seme che causerà la naturale estinzione della splendida progenie. Questo verrà dal mondo dei morti e dei vinti, quasi per un’insopprimibile inclinazione, per suggellare tragicamente il superamento di un’epopea familiare a lungo ritenuta invincibile e per riaffermarne paradossalmente tutti gli agghiaccianti presupposti.

MeyerIl figlio porta con sé il fascino violento e avventuroso della Frontiera, della leggendaria fondazione del Texas, delle lotte per i pascoli e dei conflitti con i nativi, con i messicani e con la più antica proprietà ispanica, della Guerra di Secessione e della costituzione della potente oligarchia terriera che saprà capitalizzare le scoperte tecnologiche della fine del XIX Secolo e che condurrà gli Stati Uniti nella battaglia mondiale per le risorse petrolifere. Soprattutto, però, questo romanzo mette in scena l’essenziale fisiologia di un sopruso socio-culturale, di una conquista che non si è posta alcun limite e che, come tale, ha formato la dura e spietata spina dorsale di un intero carattere nazionale. Le parole di Toshaway, guerriero comanche, sono eloquenti: “Non sono per niente pazzo. Pazzi sono i bianchi. Vogliono essere ricchi, proprio come noi, ma non ammettono a se stessi che ti arricchisci solo a spese degli altri. Pensano che quando non vedi le persone che stai derubando, o non le conosci o non ti somigliano, non è proprio come rubare”.

Ma Il figlio va anche oltre. La sua, infatti, è una sferzante condanna dell’etica individualista ed egoista che ha forgiato un certo spirito nordamericano, di una fame nella cui sfrenata ambizione si devono intravedere sia le ragioni di successi imprenditoriali tanto significativi, sia le cause di un imminente e inarrestabile declino. In quest’ottica si può affermare che Meyer ha voluto essere senz’altro epico. Sarebbe sbagliato, tuttavia, paragonarlo – come pure molti fanno – a Faulkner o a McCarthy. Meyer è molto più situato, molto più statunitense, molto meno vicino all’afflato profondamente universale degli altri e più autentici classici, che pure hanno un’indiscutibile base territoriale di partenza. Ciò non significa che Il figlio non sia un’opera di valore; tutt’altro. Forse, a tratti, Meyer si può confondere addirittura con Steinbeck. E forse qualche spezzone sa anche di Jack London: non certo, però, di quello di Zanna Bianca e dei racconti del Grande Nord, bensì dell’altro London, e cioè di quello dell’impegno socio-politico, arricchito, in aggiunta, da un pizzico di Dickens. La sua prospettiva, dunque, pur risultando antropologica e psicologica, ci sembra prevalentemente confinata, e il suo scopo dichiaratamente pedagogico e, a suo modo, diversamente patriottico. Perché se il cittadino americano continuerà a credere che fagocitare i suoi simili sia indispensabile – questa è la morale – non potrà che perire della stessa drammatica sorte.

Recensioni (di Caterina Bonvicini, di Roberto Concu, di Francesco Longo, di Luca Crovi, di Livia Manera, di Antonio Scurati, di Silvio Bernelli)

Altre recensioni in english (dal sito dell’Autore)

Tre film (a mo’ di esempio) sull’epopea texana: La valle dell’Eden (1955), Il Gigante (1956; è citato anche nel romanzo…), Comanche (1956)

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Non lontano da Fort Kent, nel Maine, in una baracca le cui pareti interne sono foderate da 3282 libri lasciatigli in eredità dal padre, vive Julius Winsome (nomen omen…), in completa solitudine. È sempre rimasto lì, in compagnia del fuoco della stufa, del tè e dell’aiuola di fiori che coltiva di fronte all’ingresso. Ama ripassare le parole che ha imparato dalle opere di Shakespeare. Da un po’ di tempo ha anche un grande amico, il suo cane Hobbes. Un pomeriggio, però, alle soglie della stagione più fredda, mentre è assorto nella lettura, Julius sente uno sparo. L’istinto gli dice di uscire e di richiamare Hobbes, che tuttavia non si fa più vedere. Il presentimento si fa ansia e diventa presto certezza: qualcuno ha ucciso Hobbes. Chi è stato? Chi ha potuto compiere un gesto simile? Julius comincia ad interrogarsi, a cercare qualche spiegazione, a battere i boschi circostanti. Nelle sue parole – perché è Julius in prima persona a raccontare la storia – impariamo a conoscerlo meglio, a capire le ragioni del suo affetto per il cane, ad apprendere le vicende lontane che, forse, hanno portato il padre e il nonno a ritirarsi in quei luoghi. E così, allo stesso tempo, assistiamo alla sua lenta e cosciente metamorfosi, che lo porta a condurre una caccia fredda e spietata, eppure naturale, quasi scontata e inevitabile, fino all’epilogo più drammatico.

In questa rapida ricostruzione mancano alcuni tasselli, quelli centrali, che portano il nome di Claire e Troy, e che possono contribuire ad aiutare il lettore a dare un significato, il più comune e comprensibile, alla parabola di Julius. Si tratta di scoprirlo, nella sua banalità, tra le pagine del libro. Ma l’impressione generale è che in questo breve romanzo lo scrittore irlandese sia riuscito in modo estremamente efficace a fondere in un’unica voce, quella del protagonista, l’imprevedibile sintetizzarsi di umori, emozioni e temi diversi. E che la banalità, dunque, sia solo apparente. È come se il nostro Winsome fosse il prodotto eccentrico e anche paradossalmente amabile di una catena sinergica di fatti violenti, nel passato lontano e in quello più vicino. Julius, peraltro, è quasi saggio, è dotato di una consapevolezza profonda, è capace di stupore e di affetto, si è abbeverato – sul modello del buon selvaggio – al migliore distillato della cultura anglosassone e suscita una strana simpatia, che però, alla fine, ci sorprende, perché i suoi atti non sono certo espressione di un sano equilibrio. Nessuno, in quest’opera, si salva: né il solitario, che non è mai immune da qualsiasi forma di corruzione; né, tanto meno, la terribile normalità, storica e attuale, che giustifica e rende nobile quello stesso isolamento, a patto che si riesca a frapporvi una giusta distanza. In definitiva, Donovan si dimostra in grado, da un lato, di interpretare al meglio il profilo più classico della pazzia, dall’altro, di provare che questa pazzia non è sempre come ce la immaginiamo: può coltivare, infatti, anche i traguardi più dolci della nostra sensibilità e indicarci i limiti di tutto quello che pensiamo essere sano. Non è un romanzo di cui, in Italia, si sia parlato molto; merita, invece, grande attenzione, non solo perché riesce a commuovere, ma anche perché rivela un Autore di statura.

Recensioni (di Michael Faber, Christoph Schröder, Diana Evans)

La home page di Gerard Donovan

Un’animazione liberamente tratta dal romanzo

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Per la preparazione di un convegno ho avuto modo di ripescare questa bellissima lettura, il cui titolo completo è Gli anciens régimes e la democrazia diretta, testo oggi disponibile anche on line con la premessa che fu di Arcangelo Ghisleri. Il volume adelphiano del 1995 riproduce l’ultima versione dell’opera e riporta in chiusura le due prefazioni che l’Autore – avvocato e filosofo socialista di natali svizzeri (1871-1941) – ha dedicato alle diverse e fortunate edizioni del libro (le due del 1902 e quella del 1926). La rilevanza del saggio va ben al di là di ciò che si può immaginare fermandosi alla copertina. La tesi del giovane Rensi è la seguente: tra gli assetti di potere dell’ancien régime e le forme di governo parlamentari può non esservi, di fatto, alcuna differenza se il popolo non ha la possibilità di intervenire direttamente per correggere le ricorrenti degenerazioni del governo rappresentativo. Perché l’effettiva realizzazione della sovranità popolare è sempre cosa molto difficile: la classe dirigente, in primo luogo, tende a ridurre i cittadini in soggetti meramente amministrati, a favore delle strutture burocratiche; ma anche le istituzioni rappresentative possono farsi autoreferenziali, prestandosi facilmente a servire gli interessi dei gruppi al potere. E così, prendendo prevalente ispirazione dalle esperienze statunitensi ed elvetiche, Rensi suggerisce l’introduzione di specifiche forme di referendum, dell’iniziativa legislativa popolare, di un “diritto di revisione” (come possibilità di condizionare il processo di modifica della costituzione), di un sistema elettorale proporzionale e della “nazione armata” (quale principale modo d’essere dell’esercito statale, svincolato dal controllo del solo ceto politico).

Le analisi di questo eccentrico interprete – che spesso è stato vicino a posizioni prettamente liberali, tanto più con l’affermarsi del fascismo, del quale per una prima parte del suo percorso fu strenuo oppositore – stupiscono per molte ragioni: l’acutezza delle considerazioni critiche dedicate all’ordinamento costituzionale della monarchia; la valorizzazione degli studi di Gaetano Mosca, con cui Rensi ebbe anche un interessante carteggio; le considerazioni illuminanti, oltre che attualissime, sul ruolo delle “seconde camere”, sulle propensioni pericolosamente “espansive” degli esecutivi e della loro funzione, sugli inganni e sulle tante trappole che si nascondono nella complessità redazionale dei testi legislativi; l’attenzione costante per l’argomentazione storica e per i raffronti comparativi. La modernità estrema dell’approccio di Rensi si può apprezzare del tutto leggendo anche l’articolo su Lo Stato di diritto (del 1900), che è quasi contemporaneo alla redazione di questo libro e che nel testo di Adelphi è opportunamente posto in Appendice. Basti, sul punto, menzionare che, tra le “riforme urgenti” che Rensi propone già sotto la vigenza dello Statuto albertino vi sono, oltre alla previsione del referendum, anche l’istituzione di una Corte Suprema (sul modello americano, come essenziale guarentigia giuridica della democrazia) e la riforma del Consiglio di Stato (per “garantire l’indipendenza dei suoi membri”) e della Corte dei conti (per eliminare la registrazione “con riserva”).

Sappiamo, certo, che la Costituzione repubblicana del 1948 ha parzialmente raccolto buona parte dei suggerimenti di Rensi. L’importanza di tornare nuovamente al suo messaggio, però, è ancora apprezzabile in un frammento tristemente presago, che è correttamente evidenziato (p. 233) nella Nota di Nicola Emery (curatore del volume e appassionato conoscitore del Nostro) e che risale ad un intervento giornalistico del 1925. È una sorta di monito estremo sul destino politico-giuridico cui rischia sempre di essere ricondotta l’Italia, a causa della reiterata incoscienza dei tanti problemi cui Rensi si è dedicato: “Troppo modesti erano stati quei fascisti che hanno limitato a sessant’anni la previsione della durata del loro governo. Questo sarà invece, probabilmente eterno, nel senso che la ‘fase fascista’ non cesserà più per l’Italia. Non si ripristinerà più per l’Italia il sistema di Governo normale, diciamo lo ‘Stato di Diritto’, l’ordine politico in cui v’è una legge o consuetudine forte come la legge che determina e regola le condizioni e il modo del pacifico succedersi dei partiti al potere. Un tale sistema di Governo fu forse per sempre infranto con l’ottobre 1922. E con quest’epoca l’Italia è entrata forse per sempre nel sistema di governo di quella che, in un certo senso, si potrebbe chiamare la periferia europea”.

Un’intervista al Curatore dell’opera

L’importanza di Rensi filosofo della vita (di Roberto Esposito)

Giuseppe Rensi e il problema della democrazia diretta (di Paola Lubelli)

Aporie dell’autorità e della democrazia. Politica, diritto, filosofia in Giuseppe Rensi (di Francesco Mancuso)

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Tanto amore per la musica e una sorprendente capacità affabulatoria: sono queste le prime virtù dei saggi raccolti in questo libro. Ma anche la materia può sorprendere. I due pezzi su Michael Jackson e Axl Rose sono semplicemente bellissimi; nessun critico ufficiale avrebbe saputo cogliere l’inimitabile ambiguità e l’altrettanto drammatica originalità dei due personaggi, colti sin dalla matrice originaria che li ha plasmati. Fenomenali, poi, senza dubbio, sono anche i ritratti, intimi, di Andrew Lytle (mostro sacro della letteratura del grande sud degli USA, al quale Sullivan ha fatto da “badante”…) e di Bunny Wailer (ineffabile sacerdote del reggae giamaicano e “maestro” di Bob Marley). Ma il talento di Sullivan dà del suo meglio ne La violenza degli innocenti, così esplicitamente in bilico tra il reportage giornalistico di stampo scientifico e il racconto perfetto del più profetico e terribile Jack London. Non mancano, infine, le incursioni nel Christian Rock (e tra i suoi fans), nelle più folli e ammiccanti utopie americane (come quella di Walt Disney e del favoloso Resort di Orlando), nella dimensione artificiale delle serie TV e del reality (provate da molto vicino…), nel mito delle esplorazioni e delle invenzioni impossibili (che tanto ha dato all’immaginario, ma anche alla storia, del sogno a stelle strisce): il tutto raccontato con intelligenza e con raso senso dell’(auto)ironia e delle proporzioni. E ciò anche quando l’Autore rievoca l’incidente quasi mortale in cui è incorso il fratello (fulminato da un microfono difettoso).

John Jeremiah Sullivan è stato paragonato – nientepopodimeno che – a David Forster Wallace. Il giudizio è generoso, per eccesso e per difetto. Però non è del tutto scorretto. C’è la stessa curiosità; la medesima capacità di costruire la meraviglia in un susseguirsi di improvvise associazioni, talvolta semplici, talaltra meno scontate; l’uguale abilità nel possedere la cultura più solida e i capisaldi molto più prosaici dell’universo pop. Dov’è la differenza? Il punto è che Forster Wallace è stato un autore puro, un vero scrittore che ha fatto anche il giornalista; Sullivan, invece, è un ottimo giornalista, che si dimostra abile anche come scrittore. Soprattutto, poi, il primo non conosce cose che non si debbano prendere sul serio, sí che, nei suoi lavori, anche gli effetti comici (così come quelli tragici) sono funzionali alla ricerca della verità; il secondo, viceversa, si maschera nel costume del tipico ragazzone americano dalle tante esperienze, sveglio e scanzonato, che quando serve sa anche non prendersi sul serio, perché, nella vita, tenere la palla al centro è più importante di andare fino in fondo. Così che, in definitiva, Sullivan potrebbe riuscirci più simpatico di Forster Wallace: quest’ultimo si serve della concretezza della realtà per svelarne la natura e per scoprirsi terribilmente incapace di venirne a patti; l’altro, al contrario, è un professionista della parola, un freelance di successo che diverte e si diverte, e che si mescola anche con il kitsch, perché vedere e sperimentare quante più cose (pure quelle più strane) è un modo come un altro per sentirsi un po’ meno fuori posto (o un po’ meno “fuori di testa”: Pulphead, non a caso, è il titolo originale del libro).

E l’America – tanto evocata nel titolo dell’edizione italiana – che cosa c’entra? Se qualcuno ha tentato l’accostamento con Forster Wallace, allora si può provare anche un altro richiamo, che ai più attenti saprà spiegare molto. Americani, infatti, è come un nuovo Nelle vene dell’America. Nel 1925 William Carlos Williams indagava attorno ai fondatori del Nuovo Mondo e alle radici di quella grande avventura; Sullivan ci narra di quali siano, a distanza di un secolo, gli ingredienti dell’american pie che ciascuno di noi potrebbe comprare nello store di una qualsiasi pompa di benzina della Route 66. Effettivamente, non è poco. C’è un equivalente nel panorama italiano? Eh si, è Una sterminata domenica, di Claudio Giunta. Ma – come direbbe autorevolissima dottrina – “questa è un’altra storia”.

Recensioni (dal New Yorker, dal New York Times, dal Guardian, da Der Spiegel, dal Foglio e da Europa)

Un’intervista all’Autore

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È rimasto a riposo per molto tempo, questo libro; prima di scrivere queste osservazioni, ma anche prima della sua stessa lettura. La ragione ha un nome, anzi, un titolo: Stoner. Che è il primo dei romanzi di Williams tradotti da Fazi per il pubblico italiano, con un successo che ha motivato l’editore a creare un vero e proprio blog. Il fatto è che si tratta di uno dei romanzi intoccabili per eccellenza, perché sa suscitare un turbamento che poche opere riescono a risvegliare. Certo, la storia di quel normalissimo professore universitario è lontana anni luce da Butcher’s Crossing, che sin dal principio assume la forma di un Bildungsroman ambientato nel più classico Far West. Ma è tutta apparenza, visto che anche la vicenda del giovane William Andrews, studente di Harvard catapultatosi nel bel mezzo della prateria più selvaggia, si alimenta di una fortissima tensione tragica, ben oltre la metafora (fin troppo scontata) sulle ambiguità del sogno americano. L’Autore ci avverte subito, già dalle citazioni che offre in testa al volume, una di Emerson e una di Melville: di fronte alla Natura l’esperienza umana che ne fa inevitabilmente parte è drammaticamente chiamata ad oscillare tra la potenza delle suggestioni trascendentaliste e la sovrana e infine soverchiante dominanza di una Legge spietata e inspiegabile. Ecco, Williams è il campione assoluto di quest’ultima, destinata ad avere sempre la meglio.

“Ciò che cercava era l’origine e la salvezza del suo mondo, un mondo che sembrava sempre ritrarsi spaventato dalle sue stesse origini, piuttosto che ricercarle come la prateria lì intorno, che affondava le sue radici fibrose nella nera e fertile umidità della terra, nella natura selvaggia, rinnovandosi proprio in questo modo, anno dopo anno”. È con questi pensieri che William Andrews arriva all’estremo avamposto di Butcher’s Crossing. Conosce Mc Donald, un commerciante di pelli, e si invaghisce di Francine, una prostituta dell’unico saloon del paese. La voglia di gettarsi in una grande caccia al bisonte prende il sopravvento e William si aggrega alla squadra guidata dall’esperto Miller e composta da Schneider e da Charley Hoge. Il viaggio è duro, ricco di nuovi insegnamenti, e anche la caccia fa crescere William, in un susseguirsi di esperienze e di emozioni, di possibili certezze e di improvvisi contrasti. Qui la grande maestria pittorica di Williams esplode e raggiunge un apice cromatico di tutto rispetto, uno stile che sembra placido e che è capace di ipnotizzare e tranquillizzare. Gli elementi, però, all’improvviso, si scatenano. L’avventura e la paura non mancano, e così anche i colpi di scena, sia sulla strada del ritorno, sia nelle scoperte che il protagonista, diventato ormai adulto, compie in una Butcher’s Crossing quasi irriconoscibile. Il tempo della consapevolezza è ormai arrivato ed è terribile, anche per i compagni superstiti. E i lettori? Sono davvero sicuri di essere tutti pronti a questo tempo?

Recensioni (di Chiara Biondini, di Nicholas Lezard)

Da Stoner a Augusto, la vita anonima di un genio letterario perduto e ritrovato (di Matteo Nucci)

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“Voti, seggi e parlamenti da Platone ai giorni nostri”: è questo il sottotitolo di un volume che può sembrare complessivamente curioso, sia per lo stile espositivo scelto dal suo Autore, sia per i profili e i problemi che si propone di indagare. Occorre dire subito che il libro non si occupa tout court di sistemi elettorali. La questione affrontata è differente e duplice: 1) qual è il modo migliore di votare nell’ipotesi in cui un certo collegio deve scegliere tra più di due opzioni? (In questo caso la domanda non vale solo per situazioni proprie delle elezioni politiche; nel testo si discute anche di decisioni assunte da commissioni, da consigli o da organi giurisdizionali) 2) qual è la soluzione tecnicamente più adeguata a garantire una corretta distribuzione di seggi parlamentari in corrispondenza di un certo numero di circoscrizioni elettorali di diversa dimensione? (Qui la domanda ha a che fare con uno snodo classico, quello della definizione della formula elettorale, che Szpiro analizza, in particolare, con riferimento alla controversa vicenda della scelta, da parte del Congresso degli Stati Uniti, di un meccanismo che meglio garantisse la ripartizione dei seggi tra i diversi Stati: la Costituzione americana, infatti, si avvale di un criterio flessibile, che dipende dalla popolazione: v. l’art. 1, sec. II). 

Per entrambi i quesiti l’approccio è diacronico. Per il primo, si parte da Platone, mossi dalla suggestiva immagine di un filosofo in erba che non si dà pace per il modo con cui una “giuria” pubblica aveva condannato il suo maestro Socrate. Ma si viene presto a contatto con Plinio il Giovane e con la scoperta delle insidie nascoste nel voto a maggioranza semplice, specialmente per la debolezza che esso presenta nei casi di “voto strategico”. Si scopre anche che grandi pensatori medievali – Raimondo Lullo e Nicolò Cusano – hanno ipotizzato metodi di scelta che potessero evitare queste criticità, incappando, però, nella scoperta disarmante del carattere “intransitivo” delle votazioni tra più di tre alternative, o sperimentando comunque tutti i limiti di ogni soluzione che abbia l’ambizione di predefinire il merito di ogni potenziale opzione e di consentire ai votanti di stabilire una graduatoria. La cosa più stupefacente è che la scelta di un metodo può davvero condurre a risultati differenti. Il dibattito continua anche molto tempo dopo, nella Parigi rivoluzionaria: Jean-Charles de Borda viene studiato e poi criticato da Condorcet, che sancisce ufficialmente il paradosso dei voti a maggioranza semplice (in quanto sistematicamente forieri di soluzioni “cicliche”) e che, tuttavia, non riesce ad elaborare un valido stratagemma. Di lì a poco, Laplace suggerirà che solo la maggioranza assoluta (e, in taluni casi, una maggioranza ancor più qualificata) può dare qualche garanzia. Sarà l’inventore de Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carrol (ossia Charles Lutwidge Dodgson, matematico di Oxford dal carattere un po’ difficile…), a cercare di immaginare, in piena età vittoriana, alcune varianti, ma con un tasso di difficoltà operative forse troppo elevato per permettere un’effettiva acquisizione del nuovo metodo su larga scala.

A questo punto, Szpiro passa al secondo problema, inanellando, con diversi esempi, le descrizioni delle soluzioni immaginate dai Padri della Costituzione americana e da tutti coloro che si sono confrontati con gli innumerevoli inconvenienti di quegli stessi espedienti, tra i quali spiccano grandi matematici ed economisti delle più influenti e prestigiose università degli USA. La cosa notevole di questa parte del volume è che l’appello alla migliore expertise matematica non sembra aver portato ad un risultato univocamente riconosciuto e condiviso, sicché, al di là di quanto avrebbe stabilito anche la Corte Suprema, ad ogni nuovo censimento (ogni dieci anni) la diatriba può riproporsi con effetti destabilizzanti. È così che l’Autore del saggio riprende nuovamente il primo problema e si sofferma sull’opera giovanile di colui che sarà anche un noto Premio Nobel, Kenneth J. Arrow, cui si deve la dimostrazione (disperante) dell’impossibilità razionale di una qualsiasi soluzione di scelta capace di preservare con sicurezza le preferenze individuali espresse nella società. In conclusione, per Szpiro, “l’opprimente matematica della democrazia non è destinata a scomparire”. Non esistono, cioè, accorgimenti capaci di ridurne i paradossi, se non uno, lo stesso che anche Szpiro lascia implicitamente intravedere qua e là, quando allude all’estremo grado di consapevolezza diffusa, istruzione e fair play che solo potrebbe evitare ogni manipolazione e che d’altra parte consente, di tanto in tanto, di riproporre l’attenzione di attori politici e di eminenti studiosi. Se non altro, l’indagine – la cui lettura non richiede conoscenze aritmetiche particolari ed alterna all’esposizione divertita del tema ritratti briosi dei protagonisti che con esso si sono cimentati nel corso dei secoli – prova, ancora una volta, che la democrazia non si può risolvere mai con in algoritmi e in fatti di pura volontà: parafrasando note e autorevolissime espressioni, tra “legge del numero” e “legge della ragione” la democrazia e la sua cultura stanno esattamente nel giusto mezzo. Vero è, ad ogni modo, che essere coscienti delle ambiguità sottese ad una procedura piuttosto che ad un’altra è parte assai rilevante di questa cultura. Ed è per questo che il lavoro di Szpiro non può passare inosservato.

Recensioni (di Piero Bianucci, di Anthony Gottlieb)

Il sito dell’Autore

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C’è un nesso inscindibile tra democrazia e uguaglianza. E quando, di fronte alle disuguaglianze, crescono indifferenza o consenso, allora è a rischio anche la democrazia. Per questo uno dei più noti studiosi della democrazia si è dedicato anche all’uguaglianza, in un volume denso e formativo, che dopo un’appassionante ricostruzione storica propone alcune chiavi di lettura per il presente, giungendo anche ad ipotizzare i lineamenti una personale rivisitazione. Rosanvallon, infatti, ha l’obiettivo di immaginare come possa essere ancora predicabile e realizzabile una “società degli eguali” (e il titolo dell’opera nell’originale francese, pubblicato nel 2011, è proprio La société des égaux). Ma questa espressione non tradisce la fascinazione per un obiettivo utopistico e del tutto scongiurabile. Lo scopo è analizzare, viceversa, quali siano stati i fondamenti dell’uguaglianza dei moderni, per tentare di isolarne le trasformazioni e le degenerazioni, e per contribuire, così, ad una sua ridefinizione, idonea ad assimilare con successo le rilevanti mutazioni istituzionali, sociologiche e antropologiche che si sono date dall’epoca delle grandi rivoluzioni liberali ai giorni nostri (“Oggi si tratta di riformulare le cose tenendo presente che viviamo nell’epoca dell’individuo”: p. 24).           

Il libro può essere articolato in tre momenti. Il primo (parti I e II) si occupa, innanzitutto, di illustrare quale fosse, nell’età della Rivoluzione americana e di quella francese, l’originario e costitutivo spirito di uguaglianza, concepito quale strumento di costante trasformazione sociale, ancorato a tre diverse figure di uguaglianza-relazione: la similarità (uguaglianza come titolarità di proprietà essenziali, con secondarizzazione di ogni altra differenza), l’indipendenza (uguaglianza come parità di equilibrio nello scambio economico) e la cittadinanza (uguaglianza come simultanea appartenenza e partecipazione ad una stessa comunità politica). A tali figure corrispondevano tre distinti, ma sinergici, dispositivi: i diritti umani, il mercato e il suffragio universale. Posta questa ricostruzione, però, Rosanvallon passa anche alla descrizione delle patologie che il modello ha ben presto conosciuto, già a decorrere dalla metà del XIX Secolo, al di qua e al di là dell’Oceano, anche se in modo e con ritmo diversi: la divisione in classi e la coeva formazione, nella comunità, di due distinte sub-nazioni; l’emergere di un’ideologia conservatrice, favorevole alla naturalizzazione delle disuguaglianze e all’affermazione di un rigido principio di parità nelle opportunità; la reazione del comunismo utopico e l’ambizione ad un mondo integralmente de-individualizzato; le distorsioni del nazional-protezionismo e della correlata idea di un’uguaglianza-identità di matrice negativa ed escludente; lo stabilimento paradossale di uno stretto rapporto tra uguaglianza e razzismo. Il secondo snodo dell’argomentazione (parte IV) approfondisce gli sviluppi delle politiche redistributive avviate sin dal principio del XX secolo, interpretandole come antidoti che l’intervento statale ha voluto mettere in campo per porre rimedio alle segnalate patologie. Progressività dell’imposizione fiscale; politiche sociali, assicurative e solidali volte a porre rimedio alle situazioni più svantaggiate; ruolo dei sindacati: sono i tre fattori che Rosanvallon considera centrali per l’affermazione dell’approccio redistributivo, vieppiù consolidato dopo il 1945. Sul punto sono molto interessanti i capitoli dedicati all’analisi dei fattori storici che avrebbero stimolato il ruolo attivo dello Stato, tra cui la comparsa del riformismo (anche a causa della “paura” indotta dagli eventi russi del 1917), il primo conflitto mondiale come vettore di una radicale nazionalizzazione delle esistenze, la rivoluzione sociologica e morale mediata dalla diffusione dell’idea del debito sociale. Il terzo momento del saggio (parti IV e V) guarda, infine, al “grande rovesciamento” prodottosi nell’ultimo trentennio – complice anche il cambiamento dei fattori di produzione e delle forme del lavoro – con la delegittimazione delle istituzioni solidaristiche e del sistema fiscale, e con la metamorfosi della preponderante lezione individualista. Vengono analizzati, con felice acutezza, la retorica del merito e dell’uguaglianza radicale delle opportunità, traguardati nel contesto della società della concorrenza generalizzata e del rischio, così, che si consacri, di fatto, un mondo ordinato in senso fortemente gerarchico. È così che Rosanvallon passa ad opporre un “primo schema” per la teorizzazione di una innovativa dottrina dell’uguaglianza-relazione, che non intende disfarsi dell’individualismo contemporaneo e che, anzi, si premura di valorizzarlo per ritrovare il perduto spirito dell’uguaglianza. Al criterio della similarità, quindi, l’Autore sostituisce quello della singolarità, temperato, però, dal principio di reciprocità e dall’imperativo della comunalità. Sotto l’ombrello di queste parole d’ordine Rosanvallon discute di discriminazione, di politiche di genere, di beni relazionali e di uguaglianza di coinvolgimento, pronunciandosi per l’abbandono del modello del cittadino-proprietario a favore di una versione più socializzante della cittadinanza.

Diversamente da quanto ipotizzato da Corrado Ocone nella sua pur incisiva prefazione, non pare possibile concludere che Rosanvallon abbracci le “posizioni del socialismo e persino di un soft comunitarismo”. Se ciò è vero, quanto meno si deve avere l’accortezza di ricordare che quei termini non richiamano, per Rosanvallon, ciò che normalmente identificano nell’immaginario più scontato. L’impressione, piuttosto, è che questo intelligente professore del Collège de France abbia tentato, con sforzo meritorio, di conciliare i segni distintivi della più attuale ed epidermica contemporaneità con la forza e con la dinamica morali del 1789, postulati ancora come risorse mai più ritrattabili. A chi scrive il libro di Rosanvallon sembra incarnare, semplicemente, la guida meditata per una verosimile ed auspicabile reinterpretazione riformista della realtà che ci circonda. Anche se la pars construens del ragionamento è ancora un po’ troppo vaga, simbolica e programmatica (il richiamo finale ad una rinazionalizzazione della democrazia è troppo stringato per acquistare un senso coerente con tutto ciò che lo ha preceduto), è opportuno rimarcare, in tutta la trattazione, un fil rouge notevole, che si dipana in due direttrici. La prima è quella che si risolve nel memento, talvolta esplicito, quasi sempre implicito, che la lotta per uguaglianza è vitale per la democrazia nella misura in cui ne incarna il veicolo dell’altrettanto vitale necessità del conflitto: volervi porre fine equivale invariabilmente ad agevolare pericolosi disegni di identificazione e di rigetto. Oltre a ciò, nel modo con cui Rosanvallon lascia esprimere e spiegarsi le tante letture che evoca nella sua lunga dissertazione, si intravede la valenza determinante, per le questioni dell’uguaglianza, e pertanto anche per quelle della democrazia, dell’immaginario collettivo e della proiezione di sé, nella società di appartenenza e nel mondo. Anche le procedure (quelle elettorali, ma pure quelle decisionali) non possono essere estranee a questa cornice. E le politiche sociali, del lavoro come dell’istruzione, sono funzionali proprio alla capacitazione effettiva dell’individuo, affinché, cioè, possa essere e sentirsi parte attiva e positiva della comunità. Dunque non si tratta, soltanto, di costi cui corrispondono diritti tanto fondamentali quanto condizionati; si tratta di azioni continuativamente costituenti della stessa forma sociale, visto che, per tramite di una parziale de-individualizzazione, rendono potenzialmente accessibile un certo e basilare grado di civismo, motore, a sua volta, di un più sano individualismo. Il punto non è banale. Bisogna sottolineare, infine, l’altra ricchezza di questo testo: che risiede nell’efficace e poderoso esercizio di storia delle idee che il tema dell’uguaglianza dischiude pagina dopo pagina. Ci si sente a diretto colloquio con molti grandi: da Sieyès a Tocqueville, da Adam Smith a Rousseau, da Guizot a Blanc, da Cabet a Proudhon, da Bourgeais a Jünger, da Rawls a Dworkin, da Barthes alla Nussbaum. Sono conversazioni che nell’attuale saggistica non si ha modo di praticare con analogo piacere e con altrettanta soddisfazione. 

Interviste all’Autore (di Sylvain Bourmeau, di Fabio Gambaro)

Recensioni (di Massimilano Panarari, Anna Hollendung, Daniel Bel-Ami, Anais Camus)

La lettura di Stefano Rodotà

Quale politica nell’età dell’estrema ineguaglianza (di Pierre Rosanvallon)

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