In questo piccolo romanzo del 1988 – l’ultimo scritto da Chatwin prima della morte – si racconta di un certo Utz, morto a Praga negli anni Settanta. La storia comincia con il mesto funerale del protagonista: scarno, malinconico e un po’ surreale. Ma, subito dopo, la trama riparte da un tempo anteriore: dall’anno che aveva preceduto l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati sovietici. Precisamente da quando l’io narrante entra in scena, nelle vesti di appassionato ed esperto d’arte, e di collezionismo, cui un amico consiglia di incontrare, per l’appunto, l’enigmatico Utz. Proveniente da una piccola e incerta nobiltà terriera dei Sudeti, Utz – che vive in un piccolissimo appartamento, assistito dalla sua governante – è stato in grado, sin da giovane, di raccogliere una formidabile raccolta di porcellane di Meissen; un patrimonio prezioso, che ha saputo difendere e incrementare a più riprese, anche durante l’occupazione nazista e poi, a guerria finita, di fronte alle mire del sopraggiunto regime socialista. 

Al suo più giovane interlocutore Utz racconta moltissime cose: sui misteri del Golem, sulle passioni (e ossessioni) artistiche della casata di Sassonia, sui segreti alchemici della porcellana… E gli fa incontrare anche un pedante ed eccentrico amico, il paleontologo Orlik. Le strade si dividono, e tuttavia la storia continua, perché Utz cerca in ogni modo di conciliare la sua morbosa attrazione magnetica per la collezione e la volontà di liberarsi dal clima oppressivo del regime, immaginando anche di fuggire all’Ovest. Ciò che il narratore viene a scoprire, però, è che, alla scomparsa di Utz, anche le porcellane svaniscono. Dove saranno mai finite? Chi se ne sarà impossessato? Sono forse andate distrutte? Di più non è lecito dire, di questo libro. Non solo per non privare il lettore della sorpresa dell’epilogo, bensì perché sono le tante (studiatissime) divagazioni che lo preparano meticolosamente alla comprensione del giusto significato: evidenziando, cioè, quanta e quale cura di sé occorre per non scivolare – non importa se laici o religiosi – nella più esiziale delle idolatrie. 

In questa direzione, Utz, apparentemente così diverso dall’altro Chatwin (quello dei viaggi), è l’opera forse più rappresentativa, perché fondamentalmente teorica, di un’etica di abbandono e nomadismo strutturali, concepiti ad antidoto per il male più grande delle cose; patologia che l’Autore conosceva assai da vicino, vista la vicinanza estrema tra il tema trattato in Utz e l’originaria militanza dello stesso Chatwin quale dipendente di una famosa casa d’aste. Un’ultima notazione: dal libro è stato tratto un film delizioso, che, diversamente da ciò che accade di solito, è molto fedele allo scritto. Vale quasi la pena (così è stato per me) partire da lì.

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Chi è Gian Ruggero Manzoni? A lui sono arrivato tramite Nel lento movimento dei ghiacci, quello che credo essere uno dei suoi ultimi libri. È così che, curiosando, ho incontrato il romanzo di Pier Paolo Giannubilo, che nel 2019 aveva corso per lo Strega, segnalato nientemeno che da Ferruccio Parazzoli. Il risolutore è una specie di biografia di Manzoni, che qualcuno ha anche definito come il Limonov italiano. Il raffronto probabilmente è improprio. Ma non c’è dubbio che ci si trova di fronte a un Autore dalle molte esperienze e dalle molte facce. Discendente di Alessandro Manzoni – e parente dell’altrettanto famoso ed eccentrico artista Piero – Gian Ruggero è poeta, scrittore, pittore. Lo diventa progressivamente, nel corso di un’esistenza rocambolesca: da un lato, fatta di incontri e di esperienze raminghe, a contatto con i migliori ed emergenti protagonisti dell’arte contemporanea europea; dall’altro, però, e soprattutto, gravata dalle vicende che, da giovane studente anarchico del DAMS, lo hanno improvvisamente visto sospetto di gravissimi reati e subito recluta dei servizi segreti italiani. Per i quali è stato duramente addestrato e ha svolto missioni drammatiche in Medio Oriente e nella ex-Jugoslavia, rendendosi disponibile, occasionalmente, anche per incarichi da killer, nel contesto di operazioni criminali. Giannubilo – intervallando riflessioni sulla propria esistenza – srotola pagina dopo pagina i racconti di Manzoni, come raccolti dalla viva voce dell’Autore. Lo possiamo vedere nei suoi affetti ed eccessi, nelle contraddizioni e nelle paure, nelle gravi patologie che ha contratto, nelle complicate relazioni con l’altro sesso e con la famiglia, nella tendenza quasi reazionaria che ha maturato nel tempo, assieme ad una peculiare e forte religiosità. Non mancano passaggi commoventi: come quelli sul padre, sull’amicizia con Pier Vittorio Tondelli, sul ricordo struggente per una giovane donna salvata sul fronte dei conflitti e degli orrori balcanici. Possono sorgere molti interrogativi sulla portata del personaggio o sulla verosimiglianza del suo itinerario. O sulla tenuta complessiva del romanzo in quanto tale. Tuttavia, l’impressione è che Il risolutore si lasci apprezzare, semplicemente, per quello che è: una storia originale, curiosa e avvincente.

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In questa edizione, Adelphi raccoglie in volume unitario due libri di racconti di Kipling: Puck il folletto (Puck of Pook’s Hill, 1906) e Il ritorno di Puck (Rewards and Fairies, 1910). Del famoso e grande scrittore si conoscono e apprezzano, usualmente, titoli divenuti quasi leggendari, come Il libro della giunglaKimCapitani coraggiosi. Opere che a lungo sono state consegnate al genere spesso ambiguo della letteratura per ragazzi, pur affermandosi a più riprese il loro intrinseco valore formativo, anche per gli adulti. Da questo punto di vista, Kipling, che è stato pure un abile poeta, è ricordato universalmente come l’autore di If, un componimento che ha la stessa tensione pedagogico-esistenziale – e altrettanti successi di citazione – dell’altrettanto celebre Ithaca di Costantino Kavafis. Ma, in realtà, più che in ogni altro luogo, la statura di Kipling – “the power of observation, originality of imagination, virility of ideas and remarkable talent for narration which characterize the creations of this world-famous author” (cosi nella motivazione del Nobel, assegnatogli nel 1907) – si apprezza nei morbidi, caldi, e suggestivi pezzi di Puck. Questo, come è noto, è il nome dello spiritello che anima la trama di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. A lui, e alle sue improvvise comparsate, Kipling affida gli incontri che due bambini, Una e Dan, fanno – nel loro giardino, nel bosco e nelle campagne circostanti, in un borgo sulla costa sud dell’Inghilterra – con personaggi di ogni genere, piccoli e grandi protagonisti della millenaria epopea britannica. I quali, tra storia e invenzione, raccontano avventure mirabolanti, curiose e talvolta divertenti, eppure ricche di stimoli, ispirazioni e inclinazioni morali.

Gli interlocutori e i protagonisti di queste fairy tales sono vari: un’antica divinità sassone; un cavaliere normanno giunto in Inghilterra al seguito di Guglielmo il Conquistatore, che narra anche di un viaggio assieme a una ciurma di danesi alla volta dell’Africa; diversi nobili normanni, vissuti al tempo di Enrico I; un soldato romano che ha combattuto sul Vallo di Adriano prima della ritirata delle legioni; un ebreo proveniente direttamente dal tempo in cui è stata scritta la Magna Charta; una cortigiana della regina Elisabetta; un cacciatore dell’età del ferro; il marchese di Talleyrand e Napoleone; due guerrieri irochesi; un capomastro medievale; Francis Drake; un medico-stregone del Seicento. E la lista potrebbe continuare. Sicuramente la traiettoria scelta da Kipling è singolare e la scommessa è alta: come introdurre e appassionare un giovane lettore al cuore primitivo e profondo della storia del proprio paese? Con la magia e il mistero, naturalmente. Ingredienti che, a loro volta, si prestano a combinare una pozione utile ad altri scopi: trasmettere un messaggio sull’uomo e sul destino di ciascuno; e così sul coraggio, sull’attitude che quello stesso messaggio richiede. Perché, in verità, il mondo che si deve affrontare è come una cornice da cui è impossibile uscire. Ad essere incatenati, a ben guardare, ed anche da morti, sono tutti i personaggi che compaiono a Una e a Dan; sicché il simpatico Puck dimostra tutto il suo lato diabolico. La maledizione è messa in scena pressoché esplicitamente nel bellissimo Ferro Freddo, un racconto in cui Kipling quasi anticipa Tolkien e identifica proprio in un anello metallico l’immagine delle catene cui l’uomo è condannato dalla civilizzazione. Ma poco dopo, ne Il Coltello e il Nudo Gesso, l’orizzonte di una inevitabile dannazione sembra riscattarsi nella saggezza che sa dare la coscienza di appartenere alla medesima progenie. Chapeau al grande scrittore.

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Nell’afoso mese di luglio, in una città che senz’altro si trova nelle immediate prossimità del mare – anche se, a dire il vero, si tratta di un dato che resta allusivamente sullo sfondo – il professor Dominici fatica a comporre il suo studio sulla beata Isabetta. Di questa giovane donna, vissuta in età medievale e consacratasi a Dio dopo un improvviso tentativo di suicidio da un’alta torre, l’agiografo non riesce ad afferrare quasi nulla. Soprattutto, però, è fortemente turbato da una scoperta, che racconta a monsignor Berlinghieri, uomo colto e amico sanguigno. Ciò che gli narra è il sinistro rompicapo seicentesco, che gli ha consegnato il bibliotecario Manara e la cui decifrazione lo ha reso complice involontario di una drammatica profezia. E quando questa si avvera per Dominici si apre il baratro. Sono solo i dubbi del giudice Bosio e la saggezza del vescovo a districare la matassa, che alla fine si rivela tanto banale quanto cattiva e desolante. Ma il punto è che – come rivelano le parole dell’alto prelato – la follia, la pazzia e l’inspiegabile, come anche l’odio più cieco, hanno radici in ragioni tutt’altro che incomprensibili o innaturali: “Vede, io mi figuro che la malattia sia l’ombra allungata della salute. Non un di meno, ma un di più. Creda a me, non è per il poco che sentiamo pietà, ma per il troppo. Per ciò che di troppo umano c’è nell’uomo”.

Sono tre i motivi per leggere questo romanzo. Innanzitutto è un testo pluripremiato, opera prima di un autore raffinato ed elegante, maestro di bella scrittura, che sa essere acuto indagatore dell’anima. Non pare un’esagerazione paragonarne le atmosfere a quelle di Sciascia o di Bufalino; di quei giganti, cioè, che sono riusciti a coniugare in forma perfetta le traiettorie di una ricerca per lo più intima e misteriosa. La diversità di Meldini sta solo nel fatto che il suo, anziché collocarsi in un quadro di discorso prevalentemente civile, è un percorso più espressamente religioso. Oltre a ciò c’è la compiutezza dello stile. Le sensazioni, infatti, si vedono, si materializzano, e le parole si respirano, quasi se ne avverte la dimensione spaziale. Sono caratteristiche importanti, specie per un’Autore che cerca di riportare il senso di ogni cosa ad un’interrogazione tanto suprema e raziocinante quanto semplicemente esistente, vivente e pulsante. Meldini, in altre parole, sa lavorare per bene la pasta madre dei sentimenti e dei pensieri, e i risultati si apprendono al primo morso, con grande soddisfazione. Dulcis in fundo, dietro il libro c’è un luogo; un posto certo in cui poterlo leggere nelle condizioni migliori. È la città di Rimini, della cui biblioteca pubblica Meldini è stato direttore. Ma non è la Rimini delle spiagge, dell’intrattenimento, dei locali; è la Rimini dentro le mura, quella meno conosciuta, che dalla romanità più classica arriva al Liberty novecentesco, passando per il Rinascimento perfetto: ideale hortus conclusus per la buona riuscita di ogni meditazione.

Un ritratto dell’Autore (e di questo suo primo libro)

L’ultimo romanzo di Meldini

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Ogni viaggio ha il suo proprio viatico. E per una breve trasferta a Udine ho afferrato questo libro, provvidenziale. Di Giacomini avevo già letto – e apprezzato – l’inclassificabile “trattatello” L’arte di andar per uccelli col vischio, pubblicato All’insegna del pesce d’oro nel 1969, e il romanzo Manovre, edito da Rizzoli l’anno precedente. Il primo, oggi, si trova felicemente riproposto per Quodlibet, assieme ad un corpus di poesie. Il secondo è stato oggetto di riscoperta – come tanti altri titoli di Giacomini, nel corso degli anni – da parte di Santi Quaranta, raffinata casa editrice di origine trevigiana.

Il giardiniere di Villa Manin è una raccolta di pezzi in prosa risalente a un periodo di molto successivo, visto che è stata pubblicata nel 2002. Riunisce, nell’ordine, il testo che dà il titolo al volume – una sorta di estratto di un immaginario diario del giardiniere della bellissima villa di Passariano, scritto a pochi giorni dal pensionamento – e altre tre brevi composizioni, i cui motivi (un po’ storici, un po’ popolari e di costume, un po’ paesaggistici) si collocano a Udine, a Lignano e a Cividale. Il risultato complessivo lo si potrebbe definire come una graziosa e delicata Wunderkammer sentimentale della friulanità. Più di tutto, però, è la voce del giardiniere a meritare un appunto. Non tanto per ciò che rievoca (l’inizio del suo lavoro alla villa, il rapporto con l’enigmatico ed eccentrico conte che ne era proprietario, le ristrutturazioni e manutenzioni dell’immenso parco, l’allontanamento dovuto allo scoppio del conflitto mondiale, le distruzioni dovute all’occupazione delle forze alleate durante la guerra, le visite guidate per le scuole, la consuetudine con gli animali del luogo…), quanto per il sincero, partecipato e tenace affetto che la anima. Il frasario di Giacomini, infatti, tradisce una profonda immedesimazione con il modesto e diligente giardiniere e, per il suo tramite, con il mondo che incarna; un transfert che ce lo rende credibile e che, più di tutto, spiega in modo efficace il segreto e la piccola e concentrata energia malinconica di cui l’Autore si fa sempre portavoce. 

È specialmente nel momento dell’abbandono, lungo il viale della villa, nelle ultime pagine del diario e negli ultimi sguardi e sensazioni del giardiniere, che giunge l’immagine risolutiva, quella che getta luce su buona parte della poetica intera di Giacomini: è la comparsa di un certo fringuello, solitario, il cui canto risuona quasi come un pianto. Eppure – si legge nel diario – “avvertivo anche una nota di forza in quei trilli, che lassù egli viveva il gelo della propria solitudine come un dono ricco del più arduo amore, che si sentiva in esso rinato come nel seno di un privilegio, in uno scrigno capace di difenderlo da ogni dolore”. Si fa sera, è ora di andare. Anche la vita lavorativa sta per finire, e non solo quella. C’è un intero cosmo in via di sparizione, aggredito da un tempo inesorabilmente diverso. Ma vicini, inattesi e insospettabili, ci sono gli alfieri di un equilibrio senza tempo, cui occorre guardare: per capire e per trarre ispirazione e forza. Qui è un fringuello, nella sua apparente e fragile resistenza. In Manovre era il piviere, l’ultimo e prezioso ospite dell’ecosistema della grava del Tagliamento, scacciato dalle aggressioni delle esercitazioni militari e di una modernizzazione che non sa farsi ospite rispettoso e si presenta, piuttosto, nelle forme temibili di quel progresso scorsoio di cui dirà Andrea Zanzotto. 

Amedeo Giacomini lo è stato, veramente, il più autentico giardiniere di Villa Manin. Che dunque non è un luogo, una splendida dimora storica, una cosa, ma una sineddoche, la parte di un tutto più grande e nobile. Perché, per mezzo della voce del suo indimenticabile personaggio e degli spazi in cui esso si muove, questo scrittore si è fatto custode e aedo di uno scenario intero, di un grumo compiuto di bellezza, semplicità, memoria e cultura. Nonostante le intense e barbariche, e tuttora mai dome, trasformazioni che il Nordest ha subito in più di cinquant’anni, basta frequentare il periodare dolce e pacato dell’Autore friulano per riuscire ad accorgersi dei richiami degli uccelli, a coglierne fuggevolmente l’occhio concentrato e attento, e grattare, così, sotto la superficie di un territorio tuttora ricchissimo e capace di commuovere.

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Mr. C, famoso regista, intende realizzare a Venezia un film western. L’impresa suona strana, tanto più che il progetto si mette sulle orme de Il mio nome è Nessuno e vede l’anziano Jack Beauregard nuovamente alle prese con il Mucchio Selvaggio nell’inedito scenario della laguna. Inoltre, poiché non c’è western senza cavalli, occorre che alcuni capi siano condotti nell’isola, ma è da subito evidente che l’operazione è difficilissima. Ed infatti i pochi esemplari prescelti finiscono presto parcheggiati in un’isoletta, tra intrichi burocratici, equilibrismi logistici, animalisti in protesta e dicerie diffuse. Nel frattempo, nel caldo umido e nei miasmi estivi, il casting delle comparse finisce per aggregare un gruppo violento di maschi locali, che – quasi fosse un nuovo Mucchio Selvaggio – batte campi, calli e ponti della città, distinguendosi in azioni variamente aggressive. Tutto sembra volgere al peggio: per il film, che alla fine viene cancellato; per i cavalli, ormai esposti a una fine triste e pressoché annunciata; e per il piccolo Momo, un bambino autistico, esposto più di altri ai sentimenti forti che la vicenda – quasi surreale – può suscitare. Il ritorno alla normalità passa per le parole di un anziano bidello, cui la voce narrante – quella di chi, a distanza di tempo, sta conducendo una sorta di inchiesta sull’accaduto – affida il compito di tirare le malinconiche fila.

Questo è un altro gioiello della collana fremen di Laurana. Ma è un romanzo molto difficile da riferire in poche battute. Anche se, per invogliare i potenziali lettori, sarebbe sufficiente affermare che merita di essere scoperto pazientemente. Innanzitutto, attraverso la sua scrittura: che è sottile e raffinata, come lo è l’alternarsi, studiatissimo, dei diversi capitoli, che pur comunica un senso di grande linearità e naturalezza. Più di tutto, però, si tratta di un libro di cui è indispensabile assimilare l’inquietudine progressiva, che la “questione dei cavalli” catalizza e che, in realtà, abbraccia la generalità della scena e, simultaneamente, l’intera città. Il punto è colto assai bene da Dario Voltolini nella postfazione: la voce degli animali – resa a mo’ di coro tragico – fa da cornice ad un’azione altra. È quest’ultima a rappresentare il fulcro del racconto. Nel quale, in particolare, soltanto l’ipersensibilità di un bambino speciale coglie il dramma, mentre sul palco – o meglio, di fronte all’ipotetica camera da presa – si celebrano la decadenza e l’implosione spontanee di una collettività irrimediabilmente chiusa e, dunque, vuota e perduta; e per nulla sintonizzata su ciò che veramente conta. Rimane un ulteriore aspetto, interessantissimo, da evidenziare. La prosa dell’Autrice è biologica, a tratti quasi minerale: niente di meglio per evocare gli spruzzi d’acqua, gli afrori dei canali, i colori dei cieli e dei tramonti, gli odori e il sapore quasi salato della pioggia. È una scrittura che più veneziana non si può; e percorrerla è una bella sensazione.

Recensioni (di R. Barilli; di M. Terracciano)

L’Autrice a L’isola deserta

Il mio nome è Nessuno (1973)

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Locus desperatus, di Michele Mari, e Reliquie, di Daniele Gorret, stanno doverosamente assieme. Sono letture brevi. Si direbbero due cosette, che peraltro, e non a caso, parlano proprio di cosette. Anche se le une come le altre non lo sono per nulla, esigono concentrazione e aprono, invece, lo sguardo e la mente a dimensioni assai più ampie e profonde, e per ciò solo imperdibili.

La prima lettura è un lungo racconto, che si rivela à la Mari nel modo più autentico. Vale a dire che è iper-letterario, stilisticamente e linguisticamente complesso, pieno di riferimenti e citazioni, alcune esplicite e altre più nascoste. E vi aleggiano i demoni di Hoffmann, Meyrink, Kafka, Lovecraft. Il protagonista, che narra la vicenda, si accorge un giorno che sulla porta di casa è tracciata una croce. Nell’interrogarsi sul senso dell’evento, scopre che il suo appartamento è così contrassegnato in vista di un prossimo “subentro” e che tutte le sue adorate cose – piccoli e grandi pezzi da collezione o d’affezione, raccolti e custoditi nell’arco di una vita intera – passeranno a qualcuno che lo sostituirà. Potrebbe trattarsi dello strano Asfragisto, che del resto si palesa all’improvviso, al tavolino di un bar sciatto e mal frequentato, dove, però, tanti altri presentano profili ugualmente sospetti: uno spiccio barista, uno spilungone che sembra saperla lunga, l’ex umanista Procopio, la nuova e volgare barista. Nel frattempo, il nostro eroe cerca di difendere le sue cose, apprestando varie strategie, purtroppo perdenti, e trovando aiuto e compassione nel mostruoso Sileno; ma venendo anche a conoscenza che la sua sorte appare ormai definita, anche perché tragicamente già capitata ad altri sventurati, tra cui alcuni ex compagni di scuola. L’angoscia spinge il predestinato a resistere fino in fondo e a fare delle cose stesse il reagente di un rito quasi diabolico, con cui intrappolare e debellare l’oscuro nemico. Quale significato può avere una simile storia? È essa stessa un locus desperatus, un passo che nemmeno i filologi riescono a decifrare? Oppure – come si trova nel testo – il locus desperatus è proprio suo stesso abitante, fattosi indecifrabile al mondo che ha sempre percepito come ostile, cercando rifugio, ma trovando prigione, soltanto nel chiuso delle sue cose?

Nelle poesie di Gorret (non nuove a questi schermi) le cose sono trattate in modo meno ambiguo; anzi, esplicitamente positivo. Ma – come spiega l’Autore nel densissimo prologo che apre il volumetto – ciò accade quando hanno la natura e la forza della Reliquia. Va detto che tutto può esserlo, tutto ciò “che ha forma, peso e storia”. Basta guardare ai titoli di ogni componimento: ad esempio, Reliquia è un vecchio quaderno di scuola; un uccellino morto; la foglia conservata tra le pagine di un libro; uno specchio; la lettera di una persona cara; una cartolina; un sasso; una lapide rimossa e custodita; una tovaglia riposta in un cassetto… persino un pensiero. E in una cosa si può riconoscere la Reliquia anche quando è ancora in potenza. Il suo essere, infatti, ha una presenza angelica, cui solo “i degni” si possono accostare. Occorre crederci, dunque. Perché la cosa-Reliquia “deve far tremare”, altrimenti, “ridotta ad anticaglia, è cosa da buttare”. Il rapporto con le Reliquie, in definitiva, è una preghiera, che passa per un rito: di riscoperta, osservazione, contemplazione, concentrazione, memoria. È semplice e ineffabile allo stesso tempo. È vettore di storie, ricordi, immagini, insegnamenti, struggimenti e nostalgie. È risorsa perché ha un’anima che le è propria e che, tuttavia, anima quella di chi la sa intercettare. Durante la lettura vengono in mente molte suggestioni. Che la via possa essere quella più semplice, è lezione che si ritrova già nei Primi poemetti di Pascoli. Alla domanda, poi, se esista una via domestica alla riscoperta del sacro, Gorret, con il suo panpsichismo mansueto e affettuoso, offrirebbe una risposta affermativa. Una risposta che è teorizzata nel prologo già citato, una pillola teologica a tutti gli effetti, e che all’apparenza parrebbe funzionare anche per il personaggio inventato da Mari. Con la differenza essenziale, tuttavia, che in Locus desperatus l’angelico è colto nel suo terribile “doppio” luciferino.

Alcune recensioni (a Mari: 1, 2, 3, 4, 5, 6; a Gorret: 1, 2, 3)

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Il romanzo prende avvio a Ferrara, nell’estate del 2022, con la morte di Ilario Nevi, famoso partigiano e noto regista e documentarista. Antonia Nevi, nipote prediletta e professoressa universitaria di geografia, torna in città per il funerale assieme ad Arne, in arte “Sonic”, marito e musicista sperimentale. Nella canicola agostana del Delta del Po, aggravata da una forte siccità, Antonia, che scopre di essere la principale erede di Ilario, si impegna in una indagine serrata sul passato del defunto e del suo vecchio amico, anch’egli antifascista, Erminio Squarzanti, già confinato a Ventotene e compagno degli anni di resistenza. Tra capanni apparentemente abbandonati e memoriali segreti e inediti, la nostra protagonista – che nel frattempo cerca di liberarsi dai postumi da Covid19 e di ritrovare la giusta complicità con Sonic, perduta dopo un tragico incidente – comincia a comprendere che la storia di Ilario è assai più complicata ed enigmatica di quanto avesse mai pensato. Riemergono, così, dolorose vicende della guerra di Liberazione, sepolte da tempo; progetti impegnati sulla decementificazione dei Lidi ferraresi e sulla restituzione all’acqua delle terre bonificate; e soprattutto una strana e irrazionale fascinazione per la leggenda degli uomini pesce, anfibie e spaventose creature mitologiche. Ma quale senso ha quest’ultima ossessione? I suoi forti interessi scientifici, la curiosità di voler andare fino in fondo con la propria genealogia e il racconto – letteralmente ipnotico è un po’ alchemico – del misterioso dottor Stegagno, medico di fiducia di Ilario, conducono Antonia a unire tutti i tasselli e a dare forma all’umanissima e dolorosa traiettoria esistenziale di Ilario, su uno sfondo di orribili torture e stragi nazifasciste, rappresaglie e vendette altrettanto implacabili, indecifrabili e velleitari progetti terroristici e testimoni da raccogliere.

Gli uomini pesce è un libro riuscito, che prende quota strada facendo e a tratti si fa leggere con gusto; con il desiderio – che è il medesimo di Antonia Nevi – di capire meglio e arrivare in fondo. È anche un classico Wu Ming: perché sovrappone storia e invenzione, in modo mai banale, e con coerente radicalità; perché in quest’opera di riscrittura originale del passato – e di figurazione implicitamente ucronica – si cercano sempre chiavi di lettura e spunti attuali, pertinenti alla scena trattata; e perché il testo finisce sempre a identificare il tassello di un mosaico più ampio, ricollegandosi ad altri romanzi, in un itinerario sociale, culturale e letterario in divenire permanente (qui il nesso, più che esplicito, è con il precedente La macchina del tempo, il cui personaggio principale è Erminio Squarzanti). L’intreccio di temi e interrogativi, nella trama, è molto ricco: Resistenza, vincitori e vinti, intersessualismo e discriminazione, cinema e neorealismo, dialogo intergenerazionale, avanguardie musicali, tutela dell’ecosistema, consumo di suolo e cementificazione, geografia culturale, pandemia e restrizioni. E a ciò va aggiunto che leggere Gli uomini pesce – magari intervallando i pezzi di Jet Set Roger, sulle orme ipotetiche di Lovecraft –  è anche un bel modo per introdursi alla conoscenza di una terra sfuggente, desolata e spopolata come quella della Bassa e della foce del Grande Fiume, con le sue valli, le coltivazioni intensive, la solitudine, la subsidenza, l’allungarsi progressivo e inesorabile del cuneo salino. O anche per lasciarsi incuriosire dagli esperimenti sonori di Walter Marchetti o dall’impegno civile di Giorgio Bassani: il quale ultimo viene fatto interagire con Ilario Nevi. Questo libro, in sostanza, è un vero tuffo, un’esperienza formativa di immedesimazione: in un pezzo significativo di storia del Paese come in un gorgo di problemi e sfide tuttora irrisolti e tanto più sensibili. Un’esperienza che può funzionare, ovviamente, solo se si è coscienti di che cosa sia, in effetti, la traiettoria di scrittura di cui il prodotto è frutto. Ciò per precisare che, ormai, anche Wu Ming è diventato un brand: risponde benissimo a un bisogno specifico, a un pubblico già coltivato. Ma ciò non toglie che libri come questo – libri carichi di urgenza e di fiducia nella letteratura – aiutino a pensare.

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In questo piccolo libro, assemblato in brevi capitoli e ambientato – per espressa dichiarazione dell’Autore – in una “valle da poco” dell’Appenino emiliano, si racconta di tante cose: spedizioni antelucane alla caccia di funghi o tartufi; astuzie e consuetudini di montanari; ricordi d’infanzia; cani da cerca; villeggianti e turisti; scelte di vita; piccole e grandi avventure passate in quota; storie di case, boschi e frazioni oggi semi-abbandonati; brevi gite e lunghi viaggi (sempre a raccogliere funghi); nostalgie e piccoli piaceri personali. È un testo originale: un po’ diario e meditazione psicologica; un po’ romanzo familiare e autobiografico; e un po’ riflessione antropologica e sociale. Quest’ultima traiettoria è quella, probabilmente, più scontata, più attesa, che potrebbe bene accordarsi, anche per il lettore più superficiale, alla critica ormai mainstream della montagna idealizzata, accessibile, attrezzata e family friendly. Quella di Campani, infatti, è, all’evidenza, una montagna diversa: svuotata, inselvatichita, scostante, esposta ai rischi di un clima impazzito e, solo per questo, molto più dura di quanto si possa pensare. Però, a rivelarsi veramente intensi e interessanti, in Alzarsi presto, sono i profili più intimi, che a loro volta colorano i potenziali ragionamenti collettivi di una profondità più vera, quasi di una struggente e incarnata normalità. I gesti, i rituali, le interazioni del padre e del fratello Pietro, a casa come nel bosco, sono richiami fortissimi, che per Sandro – allontanatosi per la città, la fabbrica, la musica e la scrittura – operano come i rintocchi sordi di una campana lontana, tanto remota quanto calda e rassicurante. 

Quindi, e per l’appunto, la via del ritorno – al bosco, alle proprie origini, alle radici – non è retorica, non può esserlo. Né può animarsi di colte aspirazioni velleitarie o sogni banalmente ingenui sulla bontà di un mondo ritenuto più lineare o autentico, e per ciò solo taumaturgico o appagante. La via, piuttosto, è fatta di pratiche minute, di abitudini, di un’alternativa che passa per l’urgenza di cose semplici, prossime e quotidiane, pertanto preziosissime, e che la raccolta di funghi e tartufi compendia plasticamente: ché occorre conoscere i posti, ricordarseli, frequentarli, testarli, e se possibile nasconderli ai più. Bisogna dire, a questo punto, che il volumetto di Campani non è per tutti. Lo apprezzeranno davvero in pochi, selezionati, flâneur del micelio interiore: quelli che amano i monti di serie B, le contrade-reliquia di comunità disperse, i sentieri che si interrompono e si ricompongono all’improvviso, e quelli che in altura ci vanno a novembre o a febbraio, quando la natura di chi alla natura pensa usualmente, per moda o anche per statuto, è, invero, completamente assente. Ecco, per costoro Alzarsi presto sarà un prezioso taccuino, un dolce breviario da conservare nella cacciatora di una vecchia giacca, camminando con gli stivali nell’erba alta e traguardando l’improvviso svettare di una mazza di tamburo.

PS: chi conosce il tratto appenninico di cui scrive Campani lo riconoscerà facilmente, gli indizi e i toponimi sono disseminati chiaramente. E in cima, prima della discesa in Garfagnana, supererà il Passo delle Radici e si fermerà, sulle orme di Shelley, a San Pellegrino, a prendere un caffè da Pacetto, a salutare le mummie del Santo e del suo “collega” San Bianco, e ad ammirare le Apuane o, se va proprio bene, un immenso mare di nuvole

Recensioni (di R. Carvelli; di I. Cecchini; di G. Sarli)

Intervista all’Autore

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