Mira Bunting è fondatrice e anima instancabile di Birnam Wood, un collettivo neozelandese formato da persone per lo più assai giovani e di varia estrazione, e impegnato in azioni di guerrilla gardening e di sensibilizzazione ecologica. Mira, però,  vorrebbe un salto di qualità. Shelley Noakes è l’amica e alleata più stretta di Mira; almeno lo è stata a lungo, tanto da abitarci assieme, anche se ora sente il bisogno di uscire dal gruppo e, soprattutto, da quel legame, forse troppo stretto e ossessivo. Tony Gallo, l’attivista più ideologizzato del collettivo, è tornato dopo una lunga esperienza di viaggio in Centro America: vuole capire se tra lui e Mira è rimasto qualcosa, ma, prima ancora, intende diventare un famoso reporter. Un evento improvviso – una grossa frana, che lascia isolata un’importante tenuta – diventa per i tre un’imperdibile occasione: per Mira, può significare il modo per sperimentare un progetto di coltivazione su larga scala e ricevere, così, maggiore visibilità; per Shelley, può trattarsi dell’esperienza con cui capire davvero che cosa fare del suo futuro; per Tony, può essere il campo privilegiato per uno scoop sensazionale, tanto più che la tenuta in questione è proprietà di Owen Darvish, un ricco e apprezzato self-made man, che tuttavia sembra fare affari con lo spregiudicato Robert Lemoine, tycoon americano a capo di una potentissima azienda costruttrice di droni. I presupposti per un thriller potenzialmente appassionante ci sono tutti. 

L’Autrice, però, è interessata ad altro. Le piace scavare nella psicologia dei tipi umani e dei percorsi esistenziali che i suoi eroi incarnano. Tanto più che strada facendo si rivelano tutti (o quasi) degli autentici antieroi e che, peraltro, la trama è coerentemente ridotta al minimo, se non inesistente. Egotismo, infantilismo, invidia, arrivismo, avidità… I campioni di Catton sono sezionati nei loro pensieri più elementari e autoreferenziali, ed imprigionati nello stereotipo più spinto, al solo scopo, evidentemente, di dimostrare che non è detto che anche le retoriche più nobili o ingenue nascondano sempre ambizioni incontaminate. Sembra – at last – che in questo mondo tutti siano pronti a tutto e che occorra, forse, solo una dura e tragica esperienza per rendersene conto, forse troppo tardi. Ma c’è qualcosa di più specifico. Si ha l’impressione che, al di là dell’ambientazione, questo libro sia molto più neozelandese di quanto possa apparire; che la scrittrice, in particolare, abbia voluto, da un lato, demolire una positiva, ottimistica autorappresentazione self-confident del carattere kiwi, dall’altro, ri-costruirla, almeno parzialmente, da una prospettiva meno attesa e tanto meno scontata (e di cui ci si avvede solo nella determinazione ultimativa di un personaggio femminile rimasto sotto traccia fino alle ultime pagine e della radice – familiare e territoriale – di cui esso è testimone). Ciò premesso, Birnam Wood è complessivamente un bell’esperimento.

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Scrivere un libro prendendo spunto da uno sceneggiato e, ciò facendo, riscrivere un altro libro, sulle orme di chi lo ha già fatto: è questa la sfida de Il Segno del Comando, che mantiene lo stesso titolo della famosa produzione Rai negli anni Settanta come del romanzo di Giuseppe D’Agata, cui si deve anche buona parte del plot concepito per la tv. Ciò che si racconta, in senso stretto, ha un’importanza relativa. Edward Forster – giovane, brillante e già affermato studioso di Cambridge ed esperto di Byron – arriva a Roma per tenere una conferenza, ingenuamente attratto da una lettera misteriosa. Viene subito avviluppato in una serie di incontri inquietanti: strane e fascinose presenze femminili, anziani collezionisti, vecchi e nuovi amici britannici. Capisce, passo dopo passo, che gli accadimenti non sono casuali e che più di qualcuno si serve di lui per portare alla luce un antico segreto alchemico, o anche solo per risolvere altre, collaterali e più sensibili, materiali questioni. Che ovviamente alla fine vengono a galla. Ma perché questo testo – che a spezzoni può risultare un po’ noioso e che, forse, è anche inferiore, sul piano narrativo, a qualche immediato precedente – ha un suo fascino? Non tanto per l’operazione di contestualizzazione temporale e culturale: l’Autrice, certo, guarnisce la storia con qualche ammiccante comparsata laterale di note figure intellettuali dell’epoca e con un pizzico di côté femminista. Il punto non è questo. E non lo è neanche l’intreccio tra nobiltà decaduta, crimini nazisti, remote simbologie (il lettore ne potrà fare facile esperienza).

Il punto è che Loredana Lipperini riesce a coinvolgerci in un itinerario che, nel mentre ci porta a contatto con piccole meraviglie e luoghi notevoli dell’Urbe storica (quasi a completamento del viaggio sentimentale che la stessa scrittrice ha quasi contestualmente prodotto per altro editore), offre uno strumento, quasi una guida, per calarsi – come si direbbe oggi – nel lato più weird della città. Per ricordarsi, in altre parole, che Roma ha un doppio fondo, e per farlo col senso dell’intrattenimento, senza doversi immergere in ricostruzioni molto più spinte o troppo articolate. Sta al singolo appassionato, poi, cogliere la palla per capire se lasciarla rotolare – come è avvenuto per Edward Forster – alla migliore ricerca di se stesso oppure se mettersi curioso alla caccia di attimi preziosi di sorpresa, stordimento e meraviglia, che la città eterna, effettivamente, sa garantire con profitto a chi sia in grado di guardare nel posto giusto. Il Segno del Comando, inoltre, è un invito a riscoprire altre fortunate sperimentazioni televisive, in fondo partecipi della medesima ispirazione. Si tratta, infatti, del filone che proprio la Rai aveva provato a coltivare negli anni Novanta, con Voci notturne di Pupi Avati, tuttora disponibile online, e che, però, si è arrestato, rimanendo monco nonostante l’indubbio successo, sia pur in una nicchia di spettatori esperti. Ad ogni modo, anche questa è una buona ragione per lasciarsi pungolare da questa extravagante lettura.

Recensione (di F. Pezzini)

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Se si è stati scout, o se si è passata qualche settimana in montagna con la parrocchia, o se si ha voglia, semplicemente, di trascorrere qualche ora di svago su un’amaca tra gli alberi, allora Il dio dei boschi è ciò che ci vuole. Durante un campo estivo all’interno della riserva dei monti Adirondack, nello Stato di New York, scompare una ragazza, Barbara Van Laar. È l’estate del 1975. Si mobilitano subito le guardie forestali e la polizia. Il caso suscita di per sé un certo clamore, perché nel 1961 anche Bear, primogenito dei Van Laar, era sparito in circostanze apparentemente simili. E perché quella famiglia, oltre ad essere particolarmente nota, facoltosa e influente, è proprietaria dell’intera riserva e ha una maestosa dimora in prossimità del campo. La cui ideazione, peraltro, risale ai tempi del capostipite, Peter Van Laar I, che aveva acquistato quelle terre alla fine dell’Ottocento. Dov’è finita, dunque, Barbara? Questo è l’interrogativo attorno al quale si sviluppa l’intera storia, che salta continuamente avanti e indietro nel tempo, in capitoli via via più piccoli e palpitanti, per seguire le traiettorie di più personaggi, il percorso delle indagini e le vicende della famiglia Van Laar. Fino alla graduale – e naturalmente inattesa – soluzione di tutti gli enigmi.

Questo romanzo – che costituisce sicuramente un’ottima lettura – si pone a metà strada tra un giallo e un thriller e si presta a numerose osservazioni. È un libro in tutto e per tutto americano, perché fonde assieme suggestioni e motivi tipici della cultura made in USA: il rapporto con la natura; il tema dell’adolescenza e della formazione individuale; la famiglia come epicentro di ogni possibile frattura esistenziale. È anche un testo a suo modo impegnato e orientato sul piano sociale. In primo luogo, le vere protagoniste sono donne, e nella trama vi è senza dubbio una rappresentazione negativa di uno specifico modello patriarcale (senza voler trascurare un certo e complessivo simbolismo, che si coglie pienamente solo alla fine, laddove il rinnovato destino di un classico, e costitutivo, ideale d’Oltreoceano viene collocato su spalle femminili). A ciò, inoltre, si affianca la esplicita contrapposizione tra ceti colti, ricchi e viziati e il mondo in salita delle persone comuni e radicate su cose concrete. Il mix, dunque, è interessante, e – tranne qualche caduta (la giovane investigatrice a tratti mima un po’ troppo la Clarice Sterling de Il silenzio degli innocenti) – la scrittura è efficace, i depistaggi narrativi (indispensabili per questo genere) funzionano abbastanza bene e il ritmo è incalzante. Se ne Il dio dei boschi si può trovate un limite, esso sta tutto nei suoi pregi di libro ben costruito, di prodotto, cioè, che è stato concepito appositamente per essere apprezzato. Talvolta sa di già visto e di eccessivamente positivo. Ma nel mese di agosto tanto può bastare per una sana distrazione.

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Unico romanzo di un insigne poeta e critico statunitense, I nostri padri (The Fathers, 1938) appartiene senza ombra di dubbio ai capolavori della letteratura nordamericana. In italiano lo si trova ancora su qualche bancarella dell’usato, oppure in vendita online, nell’unica edizione Feltrinelli del 1964. In lingua originale lo si può leggere facilmente in rete, nell’edizione del 1960. L’azione si dipana nell’arco di pochi mesi, tra il 1860 e il 1861, lungo quello che diviene presto il primo fronte caldissimo della guerra civile. La voce narrante è quella di Lacy, il figlio più giovane del Maggiore Buchan, proprietario della tenuta di Colle Ameno, in Virginia. Divenuto anziano, Lacy ricorda quel drammatico lasso di tempo, in cui tante cose sono brutalmente cambiate, per sé e la sua famiglia, come per il popolo americano. Si tratta di un racconto in tre parti (Colle AmenoL’ora crucialeL’abisso), quasi fossero atti di una rappresentazione tragica. La prima scena si svolge nella casa avita di campagna, nel giorno delle esequie della madre di Lacy, allora adolescente. Vi si intravede subito il senso della narrazione, che si gioca nel conflitto tra ciò che incarna il Maggiore Buchan, la Tradizione, e ciò che, viceversa, anima George Posey, campione dell’Affarismo più risoluto e promesso sposo, e poi marito, di Susan Buchan. La seconda scena si anima nel passaggio di Lacy dalla dimora cittadina della famiglia Buchan, ad Alexandria, alla casa dei Posey, a Georgetown. La frattura tra mondi e valori, e stili di vita, distinti attraversa ormai anche la famiglia Buchan. Semmes, fratello di Lacy, si arruola tra i Confederati, nonostante il contrario avviso del padre, attestato invece su posizioni moderate; George – che in virtù di un contegno apparentemente forte gioca su Lacy un certo ascendente – tiene un comportamento ambiguo e sembra promuovere iniziative spregiudicate e pericolose con entrambe le parti; Lacy si trasferisce da Susan, a casa Posey. La terza scena, infine, si accende sempre a Georgetown, proprio nella residenza dei Posey, e termina nuovamente in Virginia, ai margini di quelli che sono i campi di battaglia di Bull Run. Ora i nodi vengono al pettine, in un clima sempre più spettrale e imperscrutabile, di decadimento, smarrimento e lutto. Ecco, dunque, in rapida sequenza, la morte della madre di George, di Semmes e di Jim il Giallo, un uomo di colore che aveva già servito i Posey e che è accusato di aver insidiato la giovane Jane, la sorella più piccola di George. E della quale sia Semmes, sia Lacy sono vanamente innamorati. Il conflitto, intanto, piomba sui protagonisti con tutta la sua ineluttabile violenza, e il Maggiore – che sente l’imminente scomparsa del suo irrinunciabile cosmo – si suicida, mentre Lacy diventa adulto, improvvisamente e duramente.

Dove sta l’importanza di questo libro? La questione, potenzialmente, è intricatissima, perché molto tecnica. Come esponente di spicco del New Criticism, l’Autore ha professato ripetutamente una fede incrollabile e ostinata nella forma, nel linguaggio letterario in sé e per sé considerato: basta leggere, in proposito, i suoi Saggi o il pezzo di commento alla celebre Ode to the Confederate Dead. Per fargli veramente onore, pertanto. occorrerebbe sottoporre questo romanzo a un’analisi minuziosa e profonda. Si potrebbe partire, ad esempio, dal Tate del manifesto l’ll take my stand del 1930, voce teorizzante degli Agrarians e, dunque, impegnato nel contrapporre la civiltà rurale del Sud al modello sociale ormai prevalente del progresso industriale e consumistico. Perché se è vero che proprio negli anni Trenta lo scrittore è ancora vicino a posizioni pericolosamente “razziste” o “suprematiste”, è altrettanto vero che – come si comprende benissimo e già in The Fathers– il suo cruccio è l’opposizione tra visioni della vita e della società eccessivamente polarizzate, e così la questione delle scelte individuali: sempre sofferte, sempre tormentate, sempre decisive. È per questo che l’uomo ha bisogno di una “religione”. Una delle differenze più marcate, rispetto a William Faulkner (il confronto sorge quasi spontaneo), sta proprio qui: c’è una sorta di esistenzialismo, in Tate, ed anche assai marcato. Si potrebbe annotare, da quest’ultimo punto di vista, la grande sofisticazione che nel romanzo di Tate dimostra l’approfondimento dell’intreccio tra storia familiare e storia collettiva: maggiore qui che nel più famoso, e notissimo, Via col vento di Margaret Mitchell (che è del 1936). Pure perché la qualità della messa in scena è effettivamente superiore, specie grazie all’evidente influenza di Poe, quale si sente non solo in alcuni specifici passaggi, ma soprattutto per la ripresa quasi esplicita, e originale, del tema e dello scenario della Caduta della casa degli Usher (1839). Verrebbe da precisare che il libro è un’autentica enciclopedia di rimandi e riferimenti criptici, dai quali (almeno a giudizio di chi scrive) non sono esclusi Hawthorne, Twain, Shakespeare… e molti altri. Al lettore italiano, poi, potrebbe venire in mente qualche suggestivo (ma certo non cercato) parallelo tra la finale fuga di Lacy verso casa e l’avventurosa corsa manzoniana di Renzo Tramaglino verso l’Adda. Non c’è dubbio che I nostri padri è una lettura difficile, che richiede pazienza e fiducia. Eppure, al contempo, è opera che, pagina dopo pagina, si rivela efficace, chiara e potente. Ci vorrebbe una traduzione aggiornata e più vicina alla sensibilità odierna, poiché è un peccato che un testo così interessante non venga riscoperto e apprezzato dal grande pubblico.

Recensione (di E. Rialti)

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Da tempo questo volume stazionava tra quelli di programmata lettura. Ma occorre affermare subito che non si tratta di un testo imperdibile. Il Mendelsohn di Estasi e terrore non è lo stesso di Un’Odissea o de Gli scomparsi. Non solo perché si tratta di una raccolta – molto varia – di articoli, recensioni e interventi pubblici o giornalistici. Il punto debole, infatti, non è la disomogeneità (il prezzo da pagare per ogni miscellanea). Né il fatto che questo Autore funziona meglio su passi decisamente più lunghi (tanto che prova egli stesso ad allungare, pure un po’ troppo, pezzi che ordinariamente, per il genere cui appartengono o per la loro naturale destinazione, dovrebbero essere, invece, più brevi). A penalizzare il libro è il forte senso di sproporzione che comunque si avverte tra gli strumenti – culturali e critici – di cui lo scrittore è dotato e la materia dei singoli approfondimenti. Lo si avverte soprattutto nella sezione centrale, di critica cinematografica, Miti in technicolor. Serve davvero la conoscenza di Aristotele e della tragedia greca per cassare film oggettivamente brutti e malriusciti come Troy o Alexander? O per discorrere di robot e AI, e introdurre efficacemente il commento di Ex Machina? Oppure, ancora, per spiegare i motivi che rendono iconico Titanic? Too much, specie per i lettori continentali, che evidentemente sono mediamente più attrezzati di quelli d’Oltreoceano, visto che, a detta dello stesso Mendelsohn, nell’Introduzione, i lettori americani hanno gradito particolarmente simili esercizi. 

Una sensazione migliore si ha – salvo il medesimo limite dell’estensione (comunque eccessiva) – con i lavori della prima sezione, Miti di ieri. Eppure, pur trovandosi a tutti gli effetti nel suo, l’Autore lascia spazio a testi a tratti piatti e noiosi, o addirittura puramente informativi (come quello sulla guerra del Peloponneso, che ad ogni modo ha ovvi profili d’attualità, e di utilità, sul piano dell’interpretazione geopolitica – tuttavia, allora, è preferibile andare direttamente a Luciano Canfora; o quello sul contesto civico della tragedia classica, che è funzionale a rammentare opportunamente lo sfondo irrinunciabile su cui interpretare Eschilo, Sofocle ed Euripide – anche se in proposito opera in maniera provocatoriamente più esplicita e convincente uno degli ultimi saggi di Eva Cantarella). La terza parte di Estasi e terrore – dedicata ai Miti d’oggi – ci riconduce a casa: a proiezioni drammatiche, sia personali, sia collettive, che sono veramente care al Mendelsohn empatico e meno tecnico/didascalico, e per questo già testato e apprezzato (il Mendelsohn, cioè, alle prese con l’identità, le vittime, l’Olocausto, la Storia…). Ma, appunto, sono cose note, affatto sorprendenti o accattivanti. E anch’esse coperte, questa volta, da una patina abbastanza scialba. Nel Il manifesto di un critico, uno degli scritti di quest’ultima sezione, si invitano i censori a visioni schiette ed esigenti: a quanto, in effetti, questo stesso volume merita.

Recensioni (di A. Iannucci; di M. Masneri; di L. Rampello; di R. Righetto)

Due interviste all’Autore: qui e qui

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Tra il ‘68 e il ‘69, l’Autore de Il male oscuro pubblica sulle pagine di un noto quotidiano (Il Resto del Carlino) alcuni brevi interventi, che lo vedono dialogare con il suo cocker spaniel Cocai (dal Merlin Cocai pseudonimo di Teofilo Folengo, famoso artefice maccheronico del Baldus e del Caos del Triperuno). L’ambientazione dei colloqui – pubblicati in autonomo volume solo negli anni Ottanta, all’interno una ricca e intelligente collana di Marsilio – ha come baricentro topografico la casa d’elezione dello scrittore, da lui stesso edificata sul suggestivo promontorio calabrese di Capo Vaticano. Gli argomenti trattati, innanzitutto, sono quelli caldi di quegli anni: la guerra in Vietnam, le grandi agitazioni studentesche e il conflitto generazionale, i posizionamenti geopolitici di Stati Uniti, Unione Sovietica e Cina, lo spettro della conflagrazione nucleare, le missioni spaziali. Naturalmente lo scrittore trevigiano trapiantato al Sud non poteva non affrontare anche la questione meridionale, l’industrializzazione del Mezzogiorno e la nascita della nuova Università della Calabria. Nel merito dei discorsi svolti, come nella sostanziale ironia dell’approccio, il Berto di tutti questi testi non è così distante da quello conservatore della Modesta proposta, che verrà pubblicata nel ‘71. E la sua penna si conferma sempre chiara, asciutta ed essenziale, segnata dalla ricerca stilistica che meglio possa esprimere un comune e convincente buon senso. Nessun cedimento a quelle che egli stesso concepisce solo come vane emozioni, ingenuità o strumentalizzazioni.

Ciò che, tuttavia, si nota immediatamente è il carattere quasi dubbioso delle meditazioni, che sono esposte alla conversazione critica e provocatoria di Cocai, in qualità di curioso deuteragonista. Ma anche di compagno, amico e confidente, e di tramite diretto con gli affetti e con l’amore per la figlia (la “diletta” di cui aspetta il ritorno per le vacanze estive). Escluso il cane / tutti gli altri son cattivi, verrebbe da dire, riprendendo una canzone di Rino Gaetano, che uscirà qualche anno dopo, nel ‘75. È un Berto smarrito, che prova, e comunica, solitudine. Non solo quella ideale e, per così dire, storica ed epocale (di fronte a una civiltà i cui sviluppi non riesce a decifrare); ma anche quella letteraria (difesa con ostinazione, come dimostra il pezzo polemico con Moravia) e quella personale (si avverte distintamente che il pensiero ricorrente per la figlia non è solo un escamotage per riproporre l’invariante padri e figli o per esprimersi sulle retoriche della contestazione e del movimentismo). Più che mai, l’abitazione appoggiata sulla cima di un promontorio mozzafiato, lungi dal rivelarsi foriera di illuminanti vaticini (l’etimologia della località va in questo senso, tenta di crederci anche l’Autore), sembra il romitaggio di un intellettuale che non vede né immagina più il suo posto nel mondo e si limita a osservare le cose con franchezza estrema. Questo è, tuttora, il valore aggiunto di una voce pienamente libera.

Una recensione (di A. Cellotto)

Una lettura critica

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Quattro voci si alternano per il racconto di una storia triste, che a sua volta è il nefasto evento catalizzatore che ne porta alla luce, e ne consolida, altre, ugualmente tristi. Di Dolores Driscoll – che vive assieme al marito semiparalizzato – sono le parole che aprono e chiudono la narrazione. È la guidatrice – da più di vent’anni – di uno scuolabus in un piccolissimo e povero paese dello Stato di New York, sulle montagne al confine col Canada, nell’America profonda che meno ti aspetti perché troppo vicina al dinamismo della ricca metropoli. Il monologo di Dolores, all’insegna della più straniata normalità, racconta della mattina nevosa in cui lo scuolabus è uscito di strada ed è scivolato in una sorta di laghetto artificiale, causando la morte di quasi tutti i bambini che vi erano trasportati. Il secondo testo segue la rievocazione di Billy Ansel, padre di due ragazzi deceduti, già vedovo e, prima ancora, veterano della guerra in Vietnam e gestore di una locale e popolare autofficina. Il mezzo di Billy, quella maledetta mattina, seguiva a ruota il bus. Non si era accorto della minima anomalia. Lo ascoltiamo riferire dei soccorsi, del suo stato di shock, della perdita abissale, forse presentita nella parte precedente della sua vita, come nella relazione segreta con la moglie del proprietario di un piccolo motel, madre di uno dei piccoli defunti. Compare poi un’altra versione, quella dell’avvocato Stephens, piombato sul posto alla ricerca di clienti arrabbiati, per imbastire una redditizia causa risarcitoria contro le istituzioni pubbliche che a vario titolo avrebbero potuto evitare o mitigare il sinistro. Ne seguiamo la sottile e determinata, e cinica, strategia di reclutamento, che attrae diverse famiglie, ma non Billy Ansel, che rifugge dall’idea che rivolgersi al giudice risolva ogni problema. Poi si presenta sulla scena Nichole, pressoché l’unica sopravvissuta, assieme a Dolores. Ex reginetta del ballo scolastico e cheerleader, ora si trova in carrozzina, insensibile dalla vita in giù. Il suo è il pensiero maturo e affilato di chi ha vissuto una tragedia. Soprattutto, però, è il veicolo di rivelazioni segrete, sempre taciute, da cui muove la spinta risoluta a porre fine a tutta la vicenda (quale?), e a fare a suo modo giustizia. È un epilogo, questo, che – come raffigura lei stessa nell’ultimo capitolo – Dolores apprende all’improvviso, a distanza di tempo, durante una rumorosa fiera di paese. La sua insperata redenzione di fatto la inchioda, assieme al lettore, a un orizzonte di generale e insuperabile compassione e compromissione.

Il dolce domani è un libro senza fondo, un pozzo di cui non si intravede la vertiginosa profondità. Perché per Banks non c’è punto d’arresto alla caduta. Lo scuolabus stesso, a ben vedere, non cessa di perdersi nelle acque ghiacciate, poiché si tratta di una soverchiante traiettoria anteriore, che poi (comunque) continua, e della quale l’incidente mortale è solo una delle possibili immersioni visibili. La dolcezza del titolo è, evidentemente, accettazione. Non, però, nel senso di fatale acquiescenza a quanto accaduto. Rabbia e dolore sono i sentimenti più comuni e forti. È, piuttosto, lo stato paradossalmente tranquillo di chi non può che vedere e volere nulla di diverso dallo scivolamento dannato, che – per quest’Autore, in particolare – assume una dimensione esistenziale e cosmica al contempo. Il dolce domani, per certi versi, è sinonimo di una dolce morte morale, di un auto-spegnimento lento e, più o meno coscientemente, deliberato. I personaggi, d’altra parte, oltre ogni fuggevole e ingannevole apparenza, sono avvinti in circuiti a rischio di deragliamento costante, se non già interrotti o dissestati. Al punto che l’incidente, pur nella sua tranciante violenza, diventa il modo privilegiato per produrre una serie trasversale di ulteriori fallimenti e di (troppo) tardivi ravvedimenti e prese di coscienza; e di un tagliente (e implacabile) regolamento di conti. Non c’è dubbio che ci si trova di fronte al canone tragico del più classico romanzo americano. Come è altrettanto chiaro che vi si isolano facilmente i caratteri e i ritratti ricorrenti di un’antropologia della sconfitta, quali sono tipici, in aderenza allo stesso canone, di note rappresentazioni della depressa provincia statunitense. Poi, però, si riscontra anche dell’altro. Un qualcosa che delinea in modo davvero imperdonabile quell’insano, e già detto, paradigma di colpevole accettazione: è l’autoreferenzialità totale degli adulti; di individui la cui disgrazia irredimibile sta tutta nel non volersi mai affrancare dalla propria irresponsabile assuefazione. E nel voler, anzi, trovare ragioni di riscatto in proiezioni e progetti puramente, e nuovamente, egoistici. Dal romanzo di Banks è stato tratto anche un film, assai fedele e premiato a Cannes nel 1997: da vedere.

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In questo piccolo romanzo del 1988 – l’ultimo scritto da Chatwin prima della morte – si racconta di un certo Utz, morto a Praga negli anni Settanta. La storia comincia con il mesto funerale del protagonista: scarno, malinconico e un po’ surreale. Ma, subito dopo, la trama riparte da un tempo anteriore: dall’anno che aveva preceduto l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dei carri armati sovietici. Precisamente da quando l’io narrante entra in scena, nelle vesti di appassionato ed esperto d’arte, e di collezionismo, cui un amico consiglia di incontrare, per l’appunto, l’enigmatico Utz. Proveniente da una piccola e incerta nobiltà terriera dei Sudeti, Utz – che vive in un piccolissimo appartamento, assistito dalla sua governante – è stato in grado, sin da giovane, di raccogliere una formidabile raccolta di porcellane di Meissen; un patrimonio prezioso, che ha saputo difendere e incrementare a più riprese, anche durante l’occupazione nazista e poi, a guerria finita, di fronte alle mire del sopraggiunto regime socialista. 

Al suo più giovane interlocutore Utz racconta moltissime cose: sui misteri del Golem, sulle passioni (e ossessioni) artistiche della casata di Sassonia, sui segreti alchemici della porcellana… E gli fa incontrare anche un pedante ed eccentrico amico, il paleontologo Orlik. Le strade si dividono, e tuttavia la storia continua, perché Utz cerca in ogni modo di conciliare la sua morbosa attrazione magnetica per la collezione e la volontà di liberarsi dal clima oppressivo del regime, immaginando anche di fuggire all’Ovest. Ciò che il narratore viene a scoprire, però, è che, alla scomparsa di Utz, anche le porcellane svaniscono. Dove saranno mai finite? Chi se ne sarà impossessato? Sono forse andate distrutte? Di più non è lecito dire, di questo libro. Non solo per non privare il lettore della sorpresa dell’epilogo, bensì perché sono le tante (studiatissime) divagazioni che lo preparano meticolosamente alla comprensione del giusto significato: evidenziando, cioè, quanta e quale cura di sé occorre per non scivolare – non importa se laici o religiosi – nella più esiziale delle idolatrie. 

In questa direzione, Utz, apparentemente così diverso dall’altro Chatwin (quello dei viaggi), è l’opera forse più rappresentativa, perché fondamentalmente teorica, di un’etica di abbandono e nomadismo strutturali, concepiti ad antidoto per il male più grande delle cose; patologia che l’Autore conosceva assai da vicino, vista la vicinanza estrema tra il tema trattato in Utz e l’originaria militanza dello stesso Chatwin quale dipendente di una famosa casa d’aste. Un’ultima notazione: dal libro è stato tratto un film delizioso, che, diversamente da ciò che accade di solito, è molto fedele allo scritto. Vale quasi la pena (così è stato per me) partire da lì.

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Chi è Gian Ruggero Manzoni? A lui sono arrivato tramite Nel lento movimento dei ghiacci, quello che credo essere uno dei suoi ultimi libri. È così che, curiosando, ho incontrato il romanzo di Pier Paolo Giannubilo, che nel 2019 aveva corso per lo Strega, segnalato nientemeno che da Ferruccio Parazzoli. Il risolutore è una specie di biografia di Manzoni, che qualcuno ha anche definito come il Limonov italiano. Il raffronto probabilmente è improprio. Ma non c’è dubbio che ci si trova di fronte a un Autore dalle molte esperienze e dalle molte facce. Discendente di Alessandro Manzoni – e parente dell’altrettanto famoso ed eccentrico artista Piero – Gian Ruggero è poeta, scrittore, pittore. Lo diventa progressivamente, nel corso di un’esistenza rocambolesca: da un lato, fatta di incontri e di esperienze raminghe, a contatto con i migliori ed emergenti protagonisti dell’arte contemporanea europea; dall’altro, però, e soprattutto, gravata dalle vicende che, da giovane studente anarchico del DAMS, lo hanno improvvisamente visto sospetto di gravissimi reati e subito recluta dei servizi segreti italiani. Per i quali è stato duramente addestrato e ha svolto missioni drammatiche in Medio Oriente e nella ex-Jugoslavia, rendendosi disponibile, occasionalmente, anche per incarichi da killer, nel contesto di operazioni criminali. Giannubilo – intervallando riflessioni sulla propria esistenza – srotola pagina dopo pagina i racconti di Manzoni, come raccolti dalla viva voce dell’Autore. Lo possiamo vedere nei suoi affetti ed eccessi, nelle contraddizioni e nelle paure, nelle gravi patologie che ha contratto, nelle complicate relazioni con l’altro sesso e con la famiglia, nella tendenza quasi reazionaria che ha maturato nel tempo, assieme ad una peculiare e forte religiosità. Non mancano passaggi commoventi: come quelli sul padre, sull’amicizia con Pier Vittorio Tondelli, sul ricordo struggente per una giovane donna salvata sul fronte dei conflitti e degli orrori balcanici. Possono sorgere molti interrogativi sulla portata del personaggio o sulla verosimiglianza del suo itinerario. O sulla tenuta complessiva del romanzo in quanto tale. Tuttavia, l’impressione è che Il risolutore si lasci apprezzare, semplicemente, per quello che è: una storia originale, curiosa e avvincente.

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In questa edizione, Adelphi raccoglie in volume unitario due libri di racconti di Kipling: Puck il folletto (Puck of Pook’s Hill, 1906) e Il ritorno di Puck (Rewards and Fairies, 1910). Del famoso e grande scrittore si conoscono e apprezzano, usualmente, titoli divenuti quasi leggendari, come Il libro della giunglaKimCapitani coraggiosi. Opere che a lungo sono state consegnate al genere spesso ambiguo della letteratura per ragazzi, pur affermandosi a più riprese il loro intrinseco valore formativo, anche per gli adulti. Da questo punto di vista, Kipling, che è stato pure un abile poeta, è ricordato universalmente come l’autore di If, un componimento che ha la stessa tensione pedagogico-esistenziale – e altrettanti successi di citazione – dell’altrettanto celebre Ithaca di Costantino Kavafis. Ma, in realtà, più che in ogni altro luogo, la statura di Kipling – “the power of observation, originality of imagination, virility of ideas and remarkable talent for narration which characterize the creations of this world-famous author” (cosi nella motivazione del Nobel, assegnatogli nel 1907) – si apprezza nei morbidi, caldi, e suggestivi pezzi di Puck. Questo, come è noto, è il nome dello spiritello che anima la trama di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. A lui, e alle sue improvvise comparsate, Kipling affida gli incontri che due bambini, Una e Dan, fanno – nel loro giardino, nel bosco e nelle campagne circostanti, in un borgo sulla costa sud dell’Inghilterra – con personaggi di ogni genere, piccoli e grandi protagonisti della millenaria epopea britannica. I quali, tra storia e invenzione, raccontano avventure mirabolanti, curiose e talvolta divertenti, eppure ricche di stimoli, ispirazioni e inclinazioni morali.

Gli interlocutori e i protagonisti di queste fairy tales sono vari: un’antica divinità sassone; un cavaliere normanno giunto in Inghilterra al seguito di Guglielmo il Conquistatore, che narra anche di un viaggio assieme a una ciurma di danesi alla volta dell’Africa; diversi nobili normanni, vissuti al tempo di Enrico I; un soldato romano che ha combattuto sul Vallo di Adriano prima della ritirata delle legioni; un ebreo proveniente direttamente dal tempo in cui è stata scritta la Magna Charta; una cortigiana della regina Elisabetta; un cacciatore dell’età del ferro; il marchese di Talleyrand e Napoleone; due guerrieri irochesi; un capomastro medievale; Francis Drake; un medico-stregone del Seicento. E la lista potrebbe continuare. Sicuramente la traiettoria scelta da Kipling è singolare e la scommessa è alta: come introdurre e appassionare un giovane lettore al cuore primitivo e profondo della storia del proprio paese? Con la magia e il mistero, naturalmente. Ingredienti che, a loro volta, si prestano a combinare una pozione utile ad altri scopi: trasmettere un messaggio sull’uomo e sul destino di ciascuno; e così sul coraggio, sull’attitude che quello stesso messaggio richiede. Perché, in verità, il mondo che si deve affrontare è come una cornice da cui è impossibile uscire. Ad essere incatenati, a ben guardare, ed anche da morti, sono tutti i personaggi che compaiono a Una e a Dan; sicché il simpatico Puck dimostra tutto il suo lato diabolico. La maledizione è messa in scena pressoché esplicitamente nel bellissimo Ferro Freddo, un racconto in cui Kipling quasi anticipa Tolkien e identifica proprio in un anello metallico l’immagine delle catene cui l’uomo è condannato dalla civilizzazione. Ma poco dopo, ne Il Coltello e il Nudo Gesso, l’orizzonte di una inevitabile dannazione sembra riscattarsi nella saggezza che sa dare la coscienza di appartenere alla medesima progenie. Chapeau al grande scrittore.

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