Böll va in Irlanda per la prima volta nel 1955. Si affeziona subito a quella terra, tanto che ci tornerà ancora e acquisterà anche un piccolo cottage a Dugort Achill, nella Contea di Mayo (l’edificio esiste ancora e viene utilizzato su richiesta come residenza temporanea per artisti). Questo piccolo volume raccoglie una serie di prose brevi che traggono spunto proprio da quel primo viaggio e che, tuttavia, come avverte anche l’introduzione firmata da Italo Alighiero Chiusano, non possono definirsi pagine di un vero diario. Si tratta, piuttosto, di racconti elaborati con estrema cura, sull’onda di emozioni, di odori, di immagini e di storie effettivamente percepiti dal vivo, ma tradotti poi dal grande scrittore in una forma narrativa che trascende esplicitamente il tono occasionale. Tanto che è lo stesso Böll ad anteporre ai testi la seguente avvertenza: “Questa Irlanda esiste, ma chi ci va e non la trova, non può chiedere risarcimenti all’autore”. È per queste ragioni che l’Irisches Tagebuch – e così l’Irlanda – non smette di colpire, neppure oggi, in un tempo, cioè, nel quale si può sbarcare a Dublino senza captare immediatamente l’atmosfera in cui si imbatte Böll sin dal tragitto che compie a bordo del piroscafo partito da Liverpool.

Non c’è dubbio, infatti, che quello di Böll sia stato, innanzitutto, un itinerario sentimentale, che quindi può ben presentare intuizioni e fotogrammi capaci di essere ancora validi per tutti: il dialogo tra il prete e la ex-cameriera (p. 5) è ancora un buon metro della strutturale ambiguità dello spirito irlandese, sempre sospeso tra un incrollabile senso del sacro e un’altrettanto invincibile propensione al realismo più schietto e inesorabile; il fatto che “mille e più anni or sono” l’Irlanda sia stata “il cuore ardente d’Europa” (p. 9) è ancora un dato innegabile e sorprendente, che vi coglie ad ogni passo, specie di fronte alle innumerevoli rovine di abbazie e antiche scuole religiose (ad esempio, visitare, oggi, per credere, le vestigia ben visibili sulla piccola isola di Innisfallen, nel Lough Leine, a Killarney); la pioggia, quando c’è, è proprio e ancora quella metafisica di cui alle “Considerazioni” che l’Autore le dedica con tanta attenzione (p. 61); provate, poi, a visitare il Folk Park annesso al bellissimo Bunratty Castle, e potreste ancora vedere, nella casa del medico, così ben ricostruita, l’ambiente ideale per lo svolgimento de “I piedi più belli del mondo” (p. 65); “Quando Seamus vuole bagnarsi la gola” (p. 87) vi ricorderà, ancora, la potenza sociale del tema alcolico, del pub come invariabile luogo di riferimento e della inimitabile scura della Guinnes (e delle sue altrettanto originali campagne pubblicitarie); e se prendete l’espressione “sorry”, che Böll utilizza in “Modi di dire” (p. 111), e la sostituite con l’odierno e onnipresente “no problem”, allora vi sentirete ancora nello stesso paese e nel bel mezzo della sua impareggiabile ospitalità. A dire il vero, l’attualità di Diario d’Irlanda potrebbe starci anche negli errori più evidenti: quelle che l’Autore, a più riprese, vede nelle mani dei ragazzi non sono, come lui stesso ha creduto, e come potremmo credere ancora noi continentali (anch’io, ad un primo sguardo, la pensavo così…), delle comuni mazze da hockey, bensì delle mazze da hurling, che ormai sono popolari in tutti i negozi di souvenirs e che rappresentano l’estrema varietà degli sport gaelici.

Mi sono chiesto se questo libretto – che due amici mi hanno provvidenzialmente regalato a mo’ di felice viatico per la scoperta di quella particolarissima nazione – possa dirmi qualcosa di più anche su ciò che ho già letto di Böll. Nell’Introduzione si dà conto sia dei severi giudizi di buona parte della critica (che aveva bollato il testo come utopistico), sia dell’opinione contraria dell’autorevole prefatore (che definisce Diario d’Irlanda come la “pastorale” dello scrittore tedesco). Non c’è dubbio che, nella produzione del Premio Nobel, si tratti di qualcosa di estremamente diverso e quasi eccentrico, lontano dall’impegno socio-politico e culturale che contraddistingue Opinioni di un clown e L’onore perduto di Katharina Blum (opere che, d’altra parte, sono successive e ben più corpose e mature). Il Böll del Diario sembra quasi sperduto, alla ricerca di una radice nuova, di qualcosa che lo possa ricostruire, da uomo e da tedesco, dopo gli orrori del secondo conflitto mondiale. È una forma di purezza che, in quel momento, lo scrittore sa soltanto intravedere. Forse è in questo senso che si deve interpretare l’immagine del pentolino arancione posto fuori da una finestra e del sorriso femminile che l’accompagna, all’inizio e alla fine del libro e, allo stesso modo, del viaggio (v., rispettivamente, pp. 10 e 121); come se l’itinerario realmente compiuto in quella terra assumesse il significato intimo di un cerchio magico, di un’iniziazione emotiva tanto avvertita quanto irraggiungibile. Ed è così, probabilmente, che si spiega anche il disagio che l’Autore prova allorché si sente costretto ad assumere il ruolo, in quel caso improvvisato, di “Dentista politico ambulante” (v. p. 39), di testimone obbligato comunque a ricordare e ad ammonire, sempre. Un ruolo che, del resto, egli non dismetterà mai e che ben può rappresentare l’anticamera della coscienza critica che lo renderà uno degli interpreti più severi e intelligenti degli anni della ricostruzione e del successo economico.

Un sito interamente dedicato a quest’opera (auf Deutsch)

Materiali e indicazioni su Böll

La Heinrich Böll Stiftung

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Michele Tessari ha 37 anni, è un giovane penalista di Insaponata di Piave, iscritto all’albo dell’Ordine degli Avvito-pi di Serenissima. La sua vita è quella che si potrebbe definire come un’azione persistente di tentata resistenza, in un territorio cementificato fatto di capannoni, disseminato di bi-ville e popolato, coerentemente, da capannoidi senza memoria storica e con tanta voglia di restare indisturbati padroni della loro avida indifferenza. Fare la professione legale, poi, non aiuta certo a nobilitarsi: per un giovane è come riscoprirsi costantemente legato alla catena di clienti nemici o di colleghi anziani tanto spregiudicati quanto affamati di denaro e corrotti, come gli ignoranti puitici del luogo. In questo microcosmo, davvero tossico, la speranza è molto lontana e finisce per perdersi in qualche ricordo adolescenziale, in qualche immagine tranquillizzante di famiglia o nel passato glorioso di una terra che ha conosciuto Hemingway e la Battaglia del Solstizio. È da qui che erompe un lungo e ininterrotto atto di denuncia, una rampogna terribile che non prova pietà nei confronti di alcuno, neanche per il suo stesso autore e per il suo costante, ma inutile, sforzo ideale. Le parole si fanno sferzanti e si mescolano a tratti grotteschi e quasi comici. La conclusione è tutt’altro che farsesca, poiché l’amaro destino del protagonista sembra certificare il logoramento di un’intera generazione e della società pelosa che la sta voracemente ingoiando.

Che cosa si può dire delle tante sensazioni che questo libro riesce a dare? È certo una durissima reprimenda nei confronti di mali ben noti, specialmente a tutti coloro che abbiano voglia di riconoscersi in un Veneto diverso da quello della parlata grezza che Michele tanto odia (e che l’Autore largamente saccheggia per rendere il testo ancor più lussureggiante e vibrante). Nello sfogo, inoltre, c’è un’enfasi ricercata, che talvolta si alimenta di studiata e avvincente esagerazione. Oltre a ciò – e questo è punto da prendere seriamente in considerazione – in quello che ci racconta Maino c’è una gran parte di verità, come accade, ad esempio, anche nelle immagini disperanti della frustrante quotidianità del giovane avvocato e del mondo-giustizia in cui è costretto a barcamenarsi. E c’è, infine, un tono tutto coraggioso, determinato e allo stesso tempo spregiudicato e violento, come quello che solo i figli sanno usare nei confronti dei loro padri degeneri. Perché l’invettiva contro il falso e friabile heneto di cartongesso è anche un gesto arrabbiato di con-passione. Sarebbe molto facile, a questo punto, tentare un ambizioso accostamento: Francesco Maino come novello Thomas Bernhard, nume tutelare, a sua volta, di un altro scrittore veneto, Vitaliano Trevisan, già da tempo affermato. Maino, infatti, è una voce che va al di là dell’autobiografia, dell’analisi cronologica e della critica socio-culturale, e che, in un certo senso, attinge alla radice di una tradizione drammatica che, pur essendo sempre modernissima, è più risalente e potente. Salutiamo, dunque, Cartongesso come l’opera di un freschissimo e semi-serio brigante di talento (che qui si può vedere all’opera sul campo), ben avviato sulla strada di un possibile futuro di successo. La vittoria del Premio Calvino 2013 è un bel viatico in questa direzione. Non dimentichiamoci, tuttavia, che tra queste pagine vibra il cuore terribile di un Hebbel mascherato. C’è di che scuotersi e preoccuparsi, quindi; e pertanto (letterariamente parlando) c’è anche di che rallegrarsi.

Una recensione (di Massimo Rizzante)

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È rimasto a riposo per molto tempo, questo libro; prima di scrivere queste osservazioni, ma anche prima della sua stessa lettura. La ragione ha un nome, anzi, un titolo: Stoner. Che è il primo dei romanzi di Williams tradotti da Fazi per il pubblico italiano, con un successo che ha motivato l’editore a creare un vero e proprio blog. Il fatto è che si tratta di uno dei romanzi intoccabili per eccellenza, perché sa suscitare un turbamento che poche opere riescono a risvegliare. Certo, la storia di quel normalissimo professore universitario è lontana anni luce da Butcher’s Crossing, che sin dal principio assume la forma di un Bildungsroman ambientato nel più classico Far West. Ma è tutta apparenza, visto che anche la vicenda del giovane William Andrews, studente di Harvard catapultatosi nel bel mezzo della prateria più selvaggia, si alimenta di una fortissima tensione tragica, ben oltre la metafora (fin troppo scontata) sulle ambiguità del sogno americano. L’Autore ci avverte subito, già dalle citazioni che offre in testa al volume, una di Emerson e una di Melville: di fronte alla Natura l’esperienza umana che ne fa inevitabilmente parte è drammaticamente chiamata ad oscillare tra la potenza delle suggestioni trascendentaliste e la sovrana e infine soverchiante dominanza di una Legge spietata e inspiegabile. Ecco, Williams è il campione assoluto di quest’ultima, destinata ad avere sempre la meglio.

“Ciò che cercava era l’origine e la salvezza del suo mondo, un mondo che sembrava sempre ritrarsi spaventato dalle sue stesse origini, piuttosto che ricercarle come la prateria lì intorno, che affondava le sue radici fibrose nella nera e fertile umidità della terra, nella natura selvaggia, rinnovandosi proprio in questo modo, anno dopo anno”. È con questi pensieri che William Andrews arriva all’estremo avamposto di Butcher’s Crossing. Conosce Mc Donald, un commerciante di pelli, e si invaghisce di Francine, una prostituta dell’unico saloon del paese. La voglia di gettarsi in una grande caccia al bisonte prende il sopravvento e William si aggrega alla squadra guidata dall’esperto Miller e composta da Schneider e da Charley Hoge. Il viaggio è duro, ricco di nuovi insegnamenti, e anche la caccia fa crescere William, in un susseguirsi di esperienze e di emozioni, di possibili certezze e di improvvisi contrasti. Qui la grande maestria pittorica di Williams esplode e raggiunge un apice cromatico di tutto rispetto, uno stile che sembra placido e che è capace di ipnotizzare e tranquillizzare. Gli elementi, però, all’improvviso, si scatenano. L’avventura e la paura non mancano, e così anche i colpi di scena, sia sulla strada del ritorno, sia nelle scoperte che il protagonista, diventato ormai adulto, compie in una Butcher’s Crossing quasi irriconoscibile. Il tempo della consapevolezza è ormai arrivato ed è terribile, anche per i compagni superstiti. E i lettori? Sono davvero sicuri di essere tutti pronti a questo tempo?

Recensioni (di Chiara Biondini, di Nicholas Lezard)

Da Stoner a Augusto, la vita anonima di un genio letterario perduto e ritrovato (di Matteo Nucci)

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Il titolo del libro è il nome dell’ospedale pediatrico di Roma, dove l’Autore – come recita la quarta di copertina – “ha lavorato come operaio”. Il suo sguardo si è posato più volte sui volti di tanti piccoli pazienti, restandone inevitabilmente segnato. Ne sono uscite 28 poesie, raccolte nella prima parte di questo volumetto. Ci parlano di sbigottimento, di stupore, di scoperta e di tenerezza, di intima commozione. Nei padiglioni della struttura, infatti, Mencarelli fa molti incontri: con occhi stanchi e spauriti, con la fisionomia inspiegabile della disgrazia, con il freddo più agghiacciante della vita (p. 27); ma anche con qualche sorprendente sorriso, con la speranza, con la fede che sa guardare un punto oltre l’orrore (p. 33); soprattutto, con l’amore materno che fronteggia la sfida del dramma attingendo all’umiltà più normale e tenace. E che avvicina, nel dolore, universi solo in apparenza distinti: Sembrano così sedute e vicine / due terre opposte l’una all’altra, / la prima di pelle chiara forse slava / la camicia a pois le scarpe lise, / facile intuirne la miseria, / ma nei suoi occhi tutta una dignità / di chi ha ben altro da pensare. / La seconda nascosta dal velo nero / il nero della sua religione, / all’aria solo le caviglie / grosse di scura carnagione. / Pare che ognuna / non sappia dell’altra l’esistenza, / poi si alzano come d’accordo / comandate da un bisogno condiviso, / un caffè caldo, / la forza di andare avanti (p. 12).

In marcia e Guardia alta – le altre due parti della silloge – sono la conferma di una pura attitudine ricettiva, di una poesia, cioè, che non ha bisogno di un’ispirazione, dal momento che è conseguenza diretta dell’assimilazione di una fisiologia più umana che mai, che necessariamente deve imporsi e riconoscersi come unica e univoca certezza. Difatti, quello di Mencarelli, è il sempiterno interrogativo, tipico del poeta vero: È un punto risaputo. / Non c’è mattina del creato / che non ci trovi qui / paralizzati, a noi stessi estranei (p. 44).Così non resta che assecondare gli stimoli della comunissima realtà che ci circonda, dall’asfalto delle vie urbane, incidenti compresi (quasi come schiaffi), ai quadretti dei ricordi, degli affetti, degli spazi domestici e degli amori: per accorgersi comunque di dover vivere, come tutti, in un eterno aprile, quasi seguendo l’istinto dei cani che abbaiano (p. 71). Occorre saper accettare, conoscere i propri confini, saperne godere sempre. In chiusura, la bellissima immagine di Roma lontana, vista sotto il gelo dell’inverno e in una mattina di domenica, è quasi un nuovo infinito leopardiano, ancora una volta periferico, ancora una volta, e contemporaneamente, “dentro” e “oltre” l’esperienza quotidiana: dato che Cose bellissime questi occhi vedono, e La mia casa è fin dove arriva lo sguardo, / questo palmo di terra, tutta mia vita (p. 91). Bambino Gesù è del 2010; è un’opera preziosa, una tappa di un percorso che poi è continuato e che conferma Mencarelli come una delle voci più felicemente “incarnate” di tutta l’odierna poesia italiana.

Recensioni (di Marco Lodoli, Maurizio Cucchi, Ottavio Rossani, Maurizio Clementi, Angelo Rendo)

Alcune poesie tratte da questo libro e altre da Figlio (2013)

La poesia di Daniele Mencarelli (da letteratura.rai.it)

Due poesie tratte dal libro:      

(padiglione S. Onofrio)

Lode al più grande artista vivente        
al suo genio alla sua opera immortale,  
lode a quel ragazzino o ragazzina         
che ha trasformato in arte pura
gli strumenti della quotidiana sua tortura,         
un cielo fatto di azzurre mascherine     
le nuvole di garza e ovatta idrofila,       
le verdi chiome degli alberi      
con il cotone della camera operatoria, 
creati con tubicini trasparenti e colorati
gli uomini le case gli steccati.   
Lode a te che davvero patisci la tua arte         
non nei pensieri ma nel male della carne,         
il tuo capolavoro è appeso fuori la cappella.    

—–

Ma il peso di questa guardia    
che tengo alta dalla nascita,     
di questo posto di vedetta       
da dove osservo e vigilo,         
mi pesa come un mondo sulla schiena. 
Uomo mascherato da angelo custode  
con ali posticce l’aureola di cartone     
senza miracoli nella cartucciera,           
senza rimedio contro l’emorragia del tempo.

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Di Ferretti conosco bene qualche spezzone musicale, gli attimi di una vita che egli stesso, a partire da Reduce e Bella gente d’Appennino, dice di aver superato. Di questi due libri, al tempo, ho avuto solo una semplice notizia, non li ho letti; e così approfitto di quest’ultimissima pubblicazione per provare a capire. Mi pongo allora, in modo scontato, la domanda che tanti si fanno: come è possibile che lo storico frontman dei CCCP Fedeli alla linea si dica oggi “montano italico cattolico romano”? Dal punk sovietico e rivoluzionario Ferretti, che ha militato anche in Lotta Continua, è passato alla devozione religiosa più osservante; ha partecipato al meeting di CL e si è spinto a frequentare Atreju; ha rotto ogni legame con i suoi ex compagni del CSI e si è ritirato in quota, nell’antico borgo natio; ha abbandonato gli orizzonti progressivi della trasgressione e della liberazione per assumere ritmi e modelli di monaco benedettino, dedicandosi ai cavalli e lavorando a Sāgā, “opera equestre” e sua ultima produzione musicale. Che dire, dunque, di tutte queste mutazioni?  

In primo luogo bisogna riconoscere che i cavalli c’entrano, eccome. A Barbarico, infatti, l’Autore avrebbe preferito il titolo “pensieri della stalla”. E non è una postura di understatement bucolico. È l’immagine dell’adesione sincera ad un canone primitivo, fatto di confini precisi, di emozioni semplici, di gesti lenti e rituali. Ed è parte, poi, di quella che ci viene descritta come una ricerca più vasta, alla riscoperta di una religiosità radicale, che non si nutre solo di ambizioni ascetiche o di illuminazioni intellettuali: Ferretti cita e rielabora il magistero papale, e la prosa talvolta assume il tono del catechismo più dogmatico. In questa visione è naturale che il passato diventi qualcosa di sbagliato, da giudicare con durezza, assieme a tutto ciò che il relativismo avrebbe prodotto nella politica, nella sensibilità collettiva, nella cultura. Qui, a dire il vero, la difficoltà di comprendere Ferretti si fa ancora più forte. Le sue non sono solo le parole di un conservatore. Questo Ferretti sembra complice di un irrazionalismo quasi codino, che in più punti accarezza con semplicismo disarmante posizioni decisamente ruvide (ad esempio in tema di aborto). A stupire, del resto, è anche qualche ardito accostamento, che suscita l’impressione, qua è là, di una generale confusione: onore al merito per la citazione de La prima radice di Simone Weil, ma pensare che una pari ammirazione possano suscitare i romanzi di Buttafuoco è davvero complesso…

C’è tuttavia, in Barbarico, anche un Ferretti pienamente comprensibile e convincente, che forse può dare qualche possibilità di spiegarsi anche all’altra sua dura controfigura. Così è quando parla, dolcemente, di sua madre, o quando rievoca la quiete delle giornate piovose, trascorse nella lettura, e le escursioni (ancora a cavallo) nei paesi ormai disabitati sul crinale tra Toscana ed Emilia. In queste pagine, passo dopo passo, ci si avvede che Ferretti, soprattutto in seguito agli scuotimenti di una terribile malattia, ha scelto coerentemente una via artistica completamente alternativa a quella precedente, con un “capriccio” di Parmigianino post-moderno: che, nel suo caso, si isola sui monti e nella fede per meditare, trovare la fonte più pura e fissare in un’acquaforte gli irriducibili contrasti delle sue spontanee ed innate intuizioni estetiche, che lo vogliono sempre sull’orlo delle estremità più acuminate. Da questo punto di vista, il Nostro può ancora dirsi Fedele alla linea (come recita anche il titolo del recente film di Germano Maccioni). E Barbarico è il diario di un artista a tutto tondo, la cui vita si mette a nudo, e le cui contraddizioni – o metamorfosi, palesate con rarissima onestà – non sono altro che angoli di un personale e raffinato atelier. Questo Ferretti incute rispetto e merita una visita, forse più di una, anche a costo di mal sopportarne il doppio così spinoso.

Recensioni (di Paolo Giordano e di Camillo Langone)

Sull’opera equestre di Ferretti (da lastampa.it, ilsussidiario.net, tracce.it)

Due interviste all’Autore (da lettera43.it e da ilfattoquotidiano.it)

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Libro arrivato, libro mangiato. Lo pregustavo sin dal suggerimento di un collega, dalla classica “soffiata” che, per il lettore onnivoro, equivale all’istigazione all’acquisto. La recentissima scomparsa dell’Autore mi incuteva un senso di particolare rispetto. Forse per leggere Castellaneta – in questo libro ma anche in Ombre, subito scovato tra i libri di un mercatino e parimenti divorato – si tratta dell’atteggiamento giusto, al di là dei sentimenti che impone la contingenza. Qui ci si trova di fronte ad un grande scrittore, che non vuole ammiccare al lettore, che si sceglie protagonisti e tempi indigesti per andare in profondità, che per questo non scrive facile, riuscendo, però, a dare prova di una prosa elegante e di una grande capacità di analisi psicologica e sociale.

La storia – da cui è stato tratto anche un fortunato sceneggiato – è ambientata a Milano ed è raccontata in prima persona da un anonimo sgherro della Polizia Politica della Repubblica di Salò. Gli eventi non si sviluppano in modo particolare, se non in quello degli ultimi giorni del regime repubblichino, tra miserie materiali e morali, ambizioni e sospetti, prevaricazioni e soprusi, violenze e tradimenti. E tutto accade in una città sbriciolata e grigia, colpita dai bombardamenti e fiaccata dal senso incombente di una fine inevitabile. Ciò che interessa a Castellaneta, però, è tracciare il profilo caratteriale del suo narratore e del contesto di degradazione che ne esalta le discutibili qualità. Lo vediamo alle prese, infatti, con le retate e con i rastrellamenti; con le sue diverse amanti e con i suoi vari concorrenti; con interrogatori e torture; con gli ultimi riti di istituzioni ormai allo sbando. E in tutti questi momenti lo percepiamo piccolo e solo, con il suo egoismo, con il suo bisogno fisico di affermazione, con la sua incrollabile ed irrazionale fede in un credo fatto di brutalità e sopraffazione, da perseguire, al limite, fino all’autodistruzione; ma anche con uno stato crescente di apparente follia, se non di alienazione, che passa da momenti di auto-esaltazione a momenti di estrema perversione.

“Siamo stati travolti, eppure qualcosa mi dice che non è finita, che la nostra idea, la nostra natura continuerà a sopravvivere. Perché i vincitori, i nuovi padroni presto avranno bisogno di me. Finché l’uomo sarà fatto della stessa merda. Conto su di voi”. Il pensiero che il protagonista consegna al termine del romanzo – e che segue al prevedibile epilogo della sua personale vicenda di odiato persecutore – rivela pienamente l’obiettivo dello scavo compiuto da Castellaneta. Il tenore di questo feroce testamento, infatti, suona quasi come un’accusa, o anche come un’ammonizione a tutti coloro che ne possano cogliere ancora il senso acutamente paradossale. Notti e nebbie non ci parla solo dell’Italia e di una fase oscura della sua storia, ma mette in scena tutte le mostruosità dell’abiezione, della notte e della nebbia dello spirito, in un tema quasi psicanalitico, che viene così dipanato nella sua dimensione universale. Di uomini come quel poliziotto ce ne possono essere sempre, e ce ne saranno sempre tanti. È parte della nostra intima natura, che tuttavia, per manifestarsi, esige complicità determinanti e colpevoli abbandoni. Da che parte, dunque, e come, vogliamo stare?

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“Se bussano alla porta non aprire” (p. 6). Lolini ci avverte subito, al primo verso. E poco sotto spiega: “se dicono: alzati! / cacciati sotto le lenzuola / rientra nelle trasparenze / di pareti nude dove sconfitti / stanno i desideri”. C’è solo modo di adattarsi, quindi; non c’è nient’altro da fare. D’altro canto, “il tempo ci smembra come un coltello affilato” (p. 9) e la vita è “recita / ammutolita / che penosamente / balbettammo / da una scena all’altra” (p. 12).  Eppure lo scenario, apparentemente disperante, è il luogo in cui scoprire grandi opportunità: infatti “della libertà / ci siamo liberati” (p. 13).

I brani che così compongono la Ballata delle edicole incorniciate aprono l’ultima raccolta di un poeta tanto grande quanto schivo. Che dopo questa sorta di manifesto ci spinge nell’osservazione più compiuta dei luoghi e dei momenti più congeniali alla sua personalissima cosmogonia dell’abbandono. Nei Versi a mezz’aria, la notte vale più del giorno, la stasi più del moto, il sonno più della veglia, e la fragilità e la contingenza sono più vere della forza e dell’eternità, che, se davvero esiste, è luogo di sospensione, di incertezza, di precarietà, di inconoscibilità. È tutto intrinsecamente fugace e indefinibile, e passeggero. Inoltre, ciò che la chiromante vede, della natura, sono solo i nostri rifiuti, quasi trionfanti, carte da sandwich nel becco di un gabbiano (p. 35). Quindi, a conti fatti, “Che bisogno c’è di uscire? / Ho trovato un alberghetto / me ne sto a letto” (p. 55). Le giornate si susseguono come “repliche” (p. 56), e in città si può accedere alle indubitabili certezze della nostra esistenza solo attraverso le prospettive di Tom&Jerry, insegna di un vecchio ristorante o di una vecchia rosticceria.

Degno allievo di Eliot, Lolini non manca di offrire, in chiusura, anche alcune imitazioni, alla maniera dell’Ecclesiaste, di Goethe, di Larkin, di Müller, di Lowry. Quest’ultima parte è molto interessante: si ha l’impressione che l’Autore voglia dare un cielo alla sua costellazione poetica; che abbia, cioè, paura di essere frainteso, e che, alla fine, desideri regolare la sua scrittura e, con essa, lo sguardo dei suoi lettori al diapason di una tradizione tragica ben precisa. Qui sta tutto il fascino di questo veterano e illuminato interprete della poesia italiana, perché la linearità del suo stile e la povertà dei suoi soggetti sono soltanto in superficie, e l’importanza delle sue intuizioni e delle sue riflessioni si misura sempre nel dialogo interrotto con i maggiori del passato.

Recensioni (di Giuseppe Grattacaso, Renzo Favaron, Roberto Galaverni, Matteo Marchesini)

Un profilo di Lolini e una scheda critica

————-

Un assaggio di Lolini…

Perso l’equilibrio

barcollo nel marciapiede

/

ostinato nelle abitudini

nostre sole religioni

/

scriverò senza guardare la pagina

parole che conosco e detesto

/

signore dacci la nostra noia quotidiana

ma chiamo un taxi

prenderò un caffè ristretto

saluterò con cortese distacco

l’altro viaggiatore nello scompartimento

/

osservando la strana luce che appare

dal finestrino, un sole pigro, indeciso, sfilacciato.

/

Forse mi sono inventato

come un pensiero malato.

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Il sospetto del titolo sta per assumption, che equivale a congettura, ma anche a presupposizione. Il primo significato allude immediatamente al genere letterario, che è quello poliziesco, e ad un tipo di operazione intellettuale che vi è sempre congeniale. Da questo punto di vista, i tre racconti che ci propone il bravissimo scrittore americano sono ciò che di meglio possano desiderare i cultori del crime novel: niente è scontato e le sorprese sono garantite. È il secondo significato, però, a dire qualcosa sul vero obiettivo dell’Autore: che intende beffarsi di tutte le impressioni e di tutti i ragionamenti del consueto lettore di gialli, per portarlo altrove, verso un approdo del tutto inaspettato e verso riflessioni che trascendono ampiamente i confini della specifica tipologia di prodotto narrativo.

Non ci sono legami tra le tre diverse storie, se non il fatto che esse hanno tutte come protagonista il vicesceriffo Ogden Walker, della contea di Plata, nel New Mexico. Sin dalle prime pagine si è colti da una sensazione invincibile, quella, cioè, che si prova quando ci si imbatte nel personaggio ideale per l’ambientazione ideale di una trama altrettanto ideale. Ogden ci appare uomo di buon senso, pratico, avvezzo alla logica ma anche alle sfumature più sottili dell’animo. E ci sembra che non possa essere altrimenti, soprattutto per chi è stato temprato dalla sua condizione di mezzosangue intelligente e sensibile, di persona civile ed antimilitarista, confinata nell’estrema, e opposta, durezza di un west tanto affascinante quanto isolato e primitivo. Gli amanti del detective alternativo, peraltro, trovano subito pane per i loro denti, perché il vicesceriffo Walker vive in una roulotte nel deserto ed è appassionato di pesca alla mosca. Lo sceriffo Bucky e gli altri uomini dell’ufficio, dall’inconsistente Felton all’umanissimo Fragua, completano un quadro di caratteri quasi cinematografici, e quindi molto ben definiti, così come lo è anche quello di Eva Walker, madre saggia, sollecita e pacata. Eppure c’è qualcosa che non va, lo si capisce anche dallo stile, che è fatto di una scrittura asciuttissima, quasi povera, che ben si addice alla decadenza e alla solitudine dei luoghi e delle persone. Qui sta il punto: perché le miserie che Ogden deve affrontare, prima per risolvere il caso di un’anziana assassinata nella sua stessa casa, poi per smascherare uno squallido e tragico giro di droga e prostituzione, altro non sono che l’anticamera di un’ultima e terribile indagine, che dischiude una verità altrettanto ultima e terribile, e inconfessabile, che costringe il lettore a fare i conti, per l’appunto, con le proprie assumptions.

Di fronte alle opere di Everett – mai si finirà di tributare i dovuti omaggi all’editore Nutrimenti, che in Italia ne pubblica tutta la parte migliore – si cade spesso nella tentazione di azzardare paragoni: con Landsdale, con Faulkner, con McCarthy; potrà stupire, anzi, che alcuni abbiano fatto un raffronto anche con Simenon, in un accostamento che forse è, fra i tanti, realmente intrigante. Ma non erra neanche chi evoca Raymond Carver, per la pulizia della frase, o Flannery O’Connor, per la potenza della rappresentazione. La ragione di simili giudizi, che possono anche sembrare contraddittori, è presto detta. Everett non è uno scrittore di genere; chi pensa di godersi un semplice attimo di evasione si sbaglia di grosso. Everett ci porta con Conrad e con Eliot – ancora un diverso e possibile percorso di lettura – nelle segrete stanze dell’oracolo, dove rischiamo di perderci, di avvertire la nudità della nostra condizione umana, di capire che possiamo scoprirci cosa violenta tra cose violente, e, con ciò, di essere costitutivamente esposti, come uomini, al pericolo di finire irrimediabilmente perduti.

Recensioni (di Luca Crovi, Sergio Pent, Livia Manera, Mirta Oregna, Roger Boylon)

Identità tornado (di Giorgio Vasta)

Qualche appunto su Percival Everett (di Marco Rossari)

Interviste a Percival Everett: una su Sospetto e una “generalista”

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Prima di riuscire ad apprezzare, il 2 gennaio, una leggera spruzzata di neve, il 30 dicembre, durante una breve passeggiata montana, sono stato sospinto in un’atmosfera tutta novembrina, complici  i sorprendenti “caldi” di questi giorni invernali di festa. Non c’era atmosfera più adatta per abbordare questo singolare libretto, le cui poesie sono in gran parte di ispirazione autunnale.

Il piccolo fascicolo è formalmente votato all’anonimato più assoluto e la quarta di copertina, autoironica e quasi farsesca, potrebbe anche farci pensare alla dimensione dello scherzo. Nonostante ciò, la poesia di questo Autore non scherza: c’è del mestiere, e ci sono anche immagini e filoni tradizionali e sperimentati, che dimostrano una particolare consapevolezza. Si può anche arrivare a dire di più: dei diciannove pezzi brevi che compongono la raccolta è difficile individuare quello meno riuscito degli altri. Che cosa importa, quindi, dell’identità di chi scrive?

Come si sarebbe detto in altri tempi, l’aura di questi componimenti è tutta pervasa da un clima di malinconia e di insoddisfazione, di stupore inappagato per una perfezione che è delle cose e che, tuttavia, nessun interprete umano può raggiungere. L’ambientazione autunnale non fa altro che enfatizzare questi sentimenti, anche se talvolta la combinazione tra la fascinazione assoluta per un ordine segreto e l’ambizione frustrata dell’artista si trasformano in rabbia determinata, in invettiva nei confronti dell’ineffabile ma aggrovigliata semplicità della terra. I pezzi su Dino Campana e Vincent Van Gogh rivelano che la pazzia può essere un canale privilegiato, un modo di assimilarsi integralmente e con successo, finalmente, alla sorprendente ed agghiacciante follia della natura. Alla fine, sono gli affetti, come sempre, a non tradire, a permettere un minimo conforto: un bacio rubato nel freddo e nel buio può dare il più grande e forse unico sollievo, e l’istintiva attenzione per i propri figli è il segno che almeno loro possono avere ancora l’illusione di capire e cambiare il mondo.

L’Editore

Due poesie scelte…

Odio madre natura, mi fa schifo.

Te, quel poco di sterco e qualche poesia

che riesci a produrre con grande fatica

li tieni da conto come fossero oro.

Lei abbonda di ogni tesoro

e lo spreca, lo butta.

Miliardi di pigne, conchiglie,

pietre bianche, rotonde, nere.

Fiori da riempire all’orlo

mille petroliere.

Li butta, la stolta. Ha le mani bucate,

l’orrenda mignotta, sfondate.

E il vento, le onde, non si fermano mai.

E le nevi perenni, la luce del sole,

e la notte e il giorno, la pioggia che cade.

Gli atomi eterni, un milione d’inverni.

I falchi, le balene, i ghiri,

l’acqua che bevi, l’aria che respiri.

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Il sole si abbassa,

si piega a leccare la strada.

La massa di foglie secche

è un cane senza padrone.

Non c’importa

il freddo dell’androne,

la porta nera di legno vecchio.

Fuori tutto scurisce, secca.

Tienimi stretto.

Sei l’unica nota intonata

nell’orribile stecca.

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