Le situazioni narrate in questi racconti sono le più diverse. È una rassegna umanissima, a tratti triste e malinconica, talvolta dolce e straniante, talaltra pacificante. Un uomo e una donna si avvicinano nel comune dolore che avrebbe potuto, viceversa, allontanarli per sempre. Due giovani adulti esorcizzano i diversi bilanci delle loro vite in un’avventurosa e improbabile pesca al pesce scorfano. Una coppia passa un intenso weekend in canoa, per poi tornare felice alla ordinaria quotidianità della vita cittadina. Due ragazzi inesperti e ingenui inseguono il sogno, concretamente assurdo, di diventare provetti allevatori, ma nel frattempo uno di loro matura un improvviso sentimento nel luogo e con la persona più improbabili. Una ragazza diventa adulta in una solitaria battuta di caccia. Un adolescente ricorda con gioia la felicità e la sorpresa di un evento naturale tanto atteso e arricchente. Una signora malata di cancro sogna e si commuove alla vicinanza di due bambini selvaggi e premurosi. Una bambina rievoca l’ultima e innocente gita con il padre. Un boscaiolo vive una piccola impresa notturna con le sue figlie e – in un altro racconto, immediatamente successivo – ricorda il suo crollo di alcolista e un momento, forse illusorio, di sperata rinascita. Un bambino rievoca la surreale grigliata di un enorme pesce gatto. Un allenatore di basket insegue la sua ossessiva vocazione sui campi delle squadre più periferiche. Un giovane si getta in un lago ghiacciato, lo stesso in cui è affogato suo padre, per recuperare un furgone che vi si è inabissato.

Nei tredici testi che formano questa raccolta si incontrano storie – per lo più assai semplici, se non essenziali – di lutti, amicizie, speranze, amori complicati, amori perfetti, fallimenti, malattie, passioni e affetti fondamentali. Di per sé, è tutto lineare e, in un certo senso, quasi prevedibile. Rick Bass non vuole sorprendere il lettore. Si ha l’impressione, piuttosto, che intenda rappresentare l’emozione dei suoi personaggi di fronte ai loro stessi pensieri o condizioni. In una cornice, però, nella quale l’ambiente circostante e il paesaggio – spesso colti all’americana, nella fisionomia più autentica, selvaggia e perturbante – sono chiamati a esaltare ogni sfumatura o anche a funzionare come inevitabili forze catalizzatrici delle energie che percorrono le esistenze individuali. L’oceano, il bosco, i cavalli, i vitelli, il puma, il mulo, i pesci, il fiume, la prateria, gli alberi, la montagna, la tempesta… svolgono tutti la funzione di reagenti indispensabili, di elementi senza i quali i personaggi proprio non si comprendono, né evolvono all’interno della dimensione che pure gli è stata assegnata dall’Autore. Per questa ragione si può affermare che quella di Bass è una scrittura ecosistemica: perché la natura svolge una funzione centrale, di diapason per il corpo e per lo spirito; ma soprattutto perché tutto è avvolto in un’interazione generativa costante e in una complessiva dinamica adattativa. La vita delle rocce non è soltanto un distillato della migliore letteratura statunitense contemporanea; è un esperimento originale, in cui intenzioni e oggetto della narrazione si compenetrano e si esaltano a vicenda, suscitando un sentimento che va al di là dell’empatia e che non è forzato definire assimilazione.

Recensioni (di D. Lambruschini; di G. Montieri)

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Che dire di Giorgio Vigolo? Il primo impatto, più di trent’anni fa, non era stato proprio positivo. Le sue traduzioni di Hölderlin mi erano parse difficili, forse un po’ artificiose e quasi démodé, tanto che da allora gli ho sempre preferito Enzo Mandruzzato. Ma di fronte a quelle pagine, l’attrito, fonte come sempre di una ostinata curiosità, mi ha condotto subito alla magnifica edizione mondadoriana dei sonetti del Belli. È lì che ho cominciato a conoscere Vigolo veramente – così colto, così sofisticato – scoprendo anche che è stato egli stesso un raffinatissimo poeta (a proposito: lo scorso anno Le Lettere ha compilato una suggestiva selezione di alcuni dei suoi pezzi migliori). Mai, però, avevo ancora letto i racconti de Le notti romane. Li ho recuperati, casualmente, nell’edizione originaria Bompiani del 1960, sulla cui copertina cartonata campeggia (azzeccatissima) la riproduzione di un quadro di Eugène Berman, Il grande palazzo d’angolo. L’opera è stata riedita nel 2015 da EdiLet.

Si tratta di testi sospesi tra il ricordo fantastico e deformato (Il guardacacciaIl Plutone casareccioIl mistico luccioIl pavimento a figurine), la rievocazione onirica di epoche e riti del passato (Le notti romaneLa cena degli spiriti), il richiamo ispirante di spazi e atmosfere di una città che è presente quanto remota (Avventura a Campo dei fioriLa bella mano), e l’introspezione autoanalitica (Il palazzo di campagnaUn invito a pranzoIl nome del luogo). Alcune trame e atmosfere sono degne del migliore Edgar Allan Poe. Ma il titolo del volume riecheggia un illustrissimo, italianissimo precedente. E la Roma che vi fa da sfondo, in effetti, è città passatada tempo, se non da secoli. Meglio, è fuori dal tempo e basta, visto che è questo che postula l’ostinata e inattuale visione dell’Autore. Che, tuttavia, parte sempre da un tuffo personale e profondo in un dettaglio o in un’immagine, alla ricerca delle radici dei luoghi e della storia, tra le leggende e le voci che hanno incorporato e che possono far provvidamente riemergere, solo al volerli cercare. O, piuttosto, al volervisi abbandonare, come accade nel sonno e nel sogno, anche quando avviene ad occhi aperti, esplorando vie, piazze, mercati, edifici e squarci di cielo.

La sensibilità di Vigolo, eremita di Roma, è tutta compendiabile in questa attitudine costantemente contemplante: “Allora, rallento il passo e mi metto a scrutare, con attenzione estrema, facciate, porte e vetrine; questo mi procura, sulle prime, momenti di vera delizia e il movimento interno, ingenuo, d’una speranza che ondeggi dentro di me e mi sollevi e mi porti sú, nell’aria magica e rubata di quella irripetibile avventura. Poi il ricadere è amaro, in fondo ai duri letti di strade della città, di nuovo svanita al vero, tornata al falso di tutti i giorni che sembra si possa toccare e invece non esiste affatto” (da Autobiografia immaginaria, p. 64). È esattamente così. Per questo scrittore – il cui stile denso ed elegante si è forgiato nella lingua erudita della prima metà del Novecento – il presente quotidiano è ciò che di più distante vi può essere. La realtà, infatti, con la verità che porta con sé, si nasconde agli occhi dei più, perché ha fondamenta misteriose, che solo l’invenzione letteraria può toccare.

Recensioni (di M. Onofrio; di A. Ronci)

Alcune poesie di Vigolo, su YouTube

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Lisa ha undici anni e vive a Parigi con mamma Camille e papà Paul. All’improvviso – ma, fortunatamente, solo per poco tempo – perde la vista. I genitori la portano da uno specialista, con cui avviano una serie di esami, prove e test per capire che cosa sia successo. D’accordo col medico, decidono di farla seguire anche da uno psicologo. Tuttavia, di trovare la persona adatta si incarica il nonno Victor, il quale, con la complicità della nipote, sceglie di accompagnarla ogni mercoledì, anziché dal dottore, prima al Louvre, poi alla Gare d’Orsay e infine al Centre Pompidou. Ogni volta si concentrano su una sola opera: la osservano e la commentano insieme. E ogni volta ricavano un messaggio o un insegnamento. Victor, al principio, nel timore di una incombente cecità, spera di poter fissare nella mente della nipotina una serie di immagini belle e indimenticabili. Poi, osservando le reazioni e le intuizioni che Lisa manifesta di fronte alle opere, si fa via via convinto che la bambina abbia doti peculiari e che dentro di lei vi sia una forza altrettanto singolare. Nel frattempo, Lisa, traendo stimolo da quanto apprende nella contemplazione artistica, continua la sua vita, consolida le sue amicizie, aiuta papà Paul a fronteggiare le difficoltà della piccola attività economica e affronta i tipici momenti di crescita personale di chi si avvia all’adolescenza. Più di tutto, l’esperienza che le fa fare il nonno l’aiuta a capire il senso recondito di ciò che è accaduto alla sua vista, mettendola sulle tracce della nonna Colette e permettendole, così, di fare una scoperta che la rende improvvisamente più grande.

Il grande successo di questo libro è più che comprensibile. In modo forse maggiormente schematico, ma per ciò solo non meno efficace, l’Autore compie con l’arte ciò che Jostein Gaarder aveva fatto un bel po’ di anni fa con la filosofia, nel riuscitissimo Il mondo di Sophia. Le visite di Victor e Lisa ai più prestigiosi musei parigini permettono un Grand Tour nella storia dell’arte moderna e contemporanea. I capitoli, infatti, contengono ciascuno una riflessione su una singola opera, con l’effetto di comporre una galleria di cinquantadue capolavori, da Botticelli a Pierre Soulages. Occorre affermarlo con forza: si può fare buona divulgazione anche così. In un veicolo narrativo, cioè, in cui al racconto proprio del romanzo si sovrappongono facili, ma mai banali, letture di una serie di opere d’arte. Anche l’escamotage di farvi soffermare lo sguardo di Victor e Lisa, e di riprodurne in corsivo l’analitica descrizione, è formativo: invita più che opportunamente al supplemento temporale di attenzione che l’arte sempre richiede. Ma Schlesser va oltre. Sia pur in una trama al fondo ingenua e scontata, Gli occhi di Monna Lisaè animato dalla fiducia che l’arte – come la conoscenza, come la cultura… – possa cambiare realmente la vita delle persone, anche dinanzi alle prove più dure. È un sincero manifesto neo-umanista, che solo per questo merita il massimo rispetto. Oltre tutto, le spiegazioni sulle singole opere e sui loro autori sono talvolta acute ed efficaci. Sono imperdibili, ad esempio, le pagine su Botticelli, sugli olandesi, su Goya, su Whistler, su Malevic, su Boltanski. Specialmente, è tangibile l’idea della tradizione artistica, dei rimandi tra epoche e protagonisti diversi, dell’ampliamento e della sofisticazione progressivi di una dimensione concettuale da sempre presente, e alla stregua della quale rilevare l’intrinseca attualità di ogni manifestazione artistica. Questo è un libro per tutti, e forse i primi a doverlo leggere sono proprio i più esperti.

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Leo Gazzarra racconta ciò che gli è capitato nel corso di un solo anno, a partire da un certo giorno di pioggia, a Roma. La capitale è la città in cui si è trasferito, da Milano, lasciando genitori e fratelli, per entrare a far parte della redazione di un piccolo periodico specialistico, che ha la sua sede nella villa di un nobile ormai decaduto. La storia comincia in un momento in cui Leo non sa che fare, perché quel periodico non pubblica più e, dunque, deve trovare una nuova occupazione. Ha, però, la fortuna di poter alloggiare, almeno per un po’, nell’appartamento di due amici, che partono per il Sudamerica. Dopodiché, nel salotto di altri amici, borghesi e benestanti, conosce Arianna, bellezza fragile e disfunzionale, e se ne innamora. Assistiamo, così, al più classico dei tira e molla. E nel frattempo Leo ha tempo di perdersi: di vagare di notte, fino al mare, con questa trascinante ragazza; di sbronzarsi con l’eccentrico e irrecuperabile Graziano; di abbandonare un nuovo lavoro, alla Rai, durante il primo giorno di servizio; di lasciare, e poi riprendere, un impiego di secondo piano al Corriere dello Sport; di scrivere con Graziano la sceneggiatura di un film; di rivedere una vecchia fiamma, e ricordare financo che cosa avrebbe potuto essere. All’improvviso, la morte di Graziano, la presa d’atto che Arianna non lo ama e lo utilizza per ingelosire un altro uomo e, cosa non banale, il ritorno dei legittimi proprietari dell’appartamento in cui soggiorna obbligano Leo a cambiare vita, facendogli sorgere l’idea di tornare a Milano. Quella, tuttavia, è una realtà che più non riconosce e che, anzi, di fatto lo respinge, sbalzandolo ancora a Roma, dove intraprende un ultimo viaggio verso il mare, l’unica meta che ha sempre saputo promettergli la tanto cercata serenità.

Ho letto il libro assai velocemente nell’edizione Bompiani del 2016, incuriosito dalla fama che il testo ha acquisito nel tempo, sin dalla prima pubblicazione, nel 1973, e poi con l’edizione 2010 di Aragno. Il titolo – a quanto è dato capire – è andato sempre esaurito e ha riscosso grandi successi anche in altri Paesi, in cui è stato tradotto, recensito in modo assai lusinghiero e apprezzato. Online si apprende pure che i diritti per la trasposizione cinematografica sono stati ceduti: Saverio Costanzo, il noto regista, ne farà un film. Forse – secondo la suggestione che possono indirettamente suscitare alcuni recensori – alla ricerca dei successi che Fellini e Sorrentino hanno riscosso, rispettivamente, con La dolce vita e La grande bellezza. Ciò premesso, il valore di questo romanzo non mi pare risiedere solo nel fatto che può richiamare un simile immaginario. O che, in effetti, è quasi una sceneggiatura, per di più dotata di una spiccata forza dell’immagine. Il romanzo è bello e godibile, perché, prima di tutto, è semplicemente ben scritto, con una facilità e una grazia che, paradossalmente, si addicono in toto alla paradigmatica storia di insuccesso di cui Leo Gazzarra è l’indimenticabile eroe. È un protagonista che suscita naturalmente empatia, nel suo costante stare fuori posto: una condizione di deriva, che lo rende sia il testimone perfetto e programmaticamente disinteressato delle vite altrui, sia la vittima ideale di un’ambientazione prevalentemente superficiale. Basterebbe poco a Leo, non è il successo quello che cerca. Ma nessuna cultura, nessuna passione, nessun sentimento, se autentici, come sono i suoi, possono vincere la solitudine. Gli tocca solo di portarsi dietro le poche cose su cui può contare, inutilmente, fino alla fine.

Recensioni (di D. Brullo; di M. Capuano; di G. Genna; di T. Gianotti; di S. Guido; di L. Martini; di P. Mauri; di A. Ragno)

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Questo romanzo è stato pubblicato in Francia nel 1984. A Edizioni di Atlantide va il merito di offrirlo oggi, per la prima volta, ai lettori italiani, confermando una speciale sensibilità non solo per le proposte più originali, ma anche per le riscoperte. Ed è in effetti singolare e affascinante, e disorientante, la storia di Armin Stern, un protagonista che si racconta da sé, talvolta in prima persona, altre volte in terza. Nato a Kronstadt, l’odierna Brașov in Romania, Stern è il giovane rampollo di una famiglia benestante di commercianti di origine ebraica. La sua infanzia si svolge nel cuore di una città e di un territorio ricchi di storia, vivaci e mitteleuropei per eccellenza, nella più spontanea e complicata mescolanza di lingue e culture. È legatissimo a questi luoghi, di cui sogna le antiche leggende, soprattutto la misteriosa e tragica figura di una sfortunata principessa. Tanto che si sentirà sempre accompagnato dalle apparizioni di una strana figura femminile. La seconda guerra mondiale, con l’occupazione nazista, sconvolge l’esistenza di Arnim e della sua famiglia. Riesce, tuttavia, a cavarsela e a studiare letteratura. Ma l’arrivo dei sovietici getta il Paese in un clima di nuovo pericolo e, mentre l’amico Ariel si tuffa entusiasta nel regime entrante, Armin rischia di finire in un campo di lavoro. Comincia così una lunga e costante peregrinazione, che da Haifa lo porta a Ginevra e a Parigi, dove – non prima di uno straniante periodo di lavoro ai tropici – riesce a integrarsi come professore universitario e sposa Matilde. Ma la quiete non arriva. Kronstadt, le occasioni perdute, la rovina di un mondo orami fiabesco continuano a tormentarlo, in un nostalgico e ricorrente struggimento. Oltre a ciò, uno strano e incombente pericolo minaccia seriamente la sopravvivenza di Armin come quella di tanti altri esuli. Nemmeno l’ospitalità di Ariel, che nel frattempo è fuoruscito in Spagna, sembra costituire un rifugio adeguato. Lo smarrimento cresce e si esalta, fino all’epilogo, in cui una dimensione onirica ha definitivamente il sopravvento.

“Arnim Stern tenta di incorporare il flusso tumultuoso dei suoi ricordi in un insieme che vorrebbe strutturato”: in questo modo, ad un certo punto, Reichmann/Stern parla incidentalmente di sé e della sua condizione sradicata e confusa. D’altra parte il romanzo stesso comincia quasi dalla fine, perché si dipana come flusso di ciò che l’esule rammenta del suo passato, mentre sta raggiungendo la casa di Ariel a Corcubión, in Galizia. Arnim, infatti, è alla ricerca. Vuole trovare una spiegazione e, contemporaneamente, un futuro al limbo perenne cui si immagina di essere consegnato, tra fallimenti relazionali e sentimentali, da un lato, e persecuzioni politiche, dall’altro. Si ha la sensazione, in qualche passo, che egli guardi alla sua situazione come a una forza di gravità cui è soggetto tutto il mondo, coinvolto com’è nello scontro tra superpotenze, in molteplici focolai di guerra, in frequenti attacchi terroristici, in intricati intrighi spionistici. Non c’è dubbio, al riguardo, che Reichmann abbia raffigurato in maniera particolarmente riuscita la classica figura, e la psicologia, dello juif errant: sovvengono presto, al lettore, le altrettanto tipiche rappresentazioni di Chagall (quelle più fantastiche e volanti, ma anche quella più conosciuta e famosa). Ed è anche notevole il modo con cui l’Autore costruisce un personaggio che porta sulle sue spalle sia secoli di storia, sia la maledizione di chi, solidamente piantato nell’humus che lo ha visto nascere, non riesce ad abbracciare veramente alcuna cornice collettiva: né quella dei suoi progenitori, né quella dei luoghi in cui si trova a vivere. Con l’esito che, in una realtà (la Storia con la Maiuscola) che è del tutto aliena da qualsiasi redenzione poetica, a Reichmann/Stern, che vorrebbe essere semplicemente, e ingenuamente, se stesso, tocca solo di sciogliersi nella narrazione universale in cui si è pervicacemente aggrovigliato. A buon diritto, in una delle prime recensioni, si sono richiamati Federico Fellini e il De Sica de Il giardino dei Finzi Contini; anche se, forse, a Reichmann si dovrebbero riconoscere pure un po’ di Pirandello e di Kadare. Giusto per sancire che la sua prosa abbraccia tutti i tormenti del Novecento.

Recensioni (di A. Litta Modigliani; B. Lolli; A. Mezzena Lona; C. Musso; S. Solinas)

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La storia contenuta in questo romanzo è raccontata dalla voce di Marco, un giovane aspirante studioso, che si è laureato in Lettere a Padova. Tutto comincia nella ricostruzione del rapporto tra lui e Federico, suo compagno di corso. Pur accomunati dall’intenzione di inserirsi nel mondo accademico, i due sono assai diversi. Marco è di umili origini, proviene da un piccolo paese della provincia di Treviso e ha un carattere tendenzialmente riservato. Il fatto di essere omosessuale lo pone anche al di fuori delle relazioni affettive che molti suoi colleghi possono intraprendere. Federico è padovano doc, di famiglia benestante ed è assai estroverso: in altre parole, sa vendersi bene, tra i coetanei e le ragazze come tra i professori. Le strade dei due apparentemente si distanziano quando Federico si iscrive a Bologna per la laurea magistrale. Ma poi, all’improvviso, i docenti patavini con cui collabora Marco preferiscono Federico, al quale viene assegnato il compito retribuito di curare un carteggio tra due figure minori di intellettuali scrittori operanti negli anni Sessanta. Marco, nel frattempo, pur continuando a frequentare saltuariamente l’università, comincia a fare il supplente in una scuola media. La ricerca di Federico sembra rivelarsi molto promettente, tanto da spingerlo a scavare nei rapporti tra uno di quegli scrittori, Vittorio Ferretti, il più famoso, e Maria Zanca, una misteriosa meteora della letteratura femminista, tuttora vivente e residente nel piccolo paesino montano di Lastebasse, tra la provincia di Vicenza e il Trentino. Gli ulteriori sviluppi paiono a dir poco inquietanti e inspiegabili, fino all’epilogo, falsamente normalizzante, in cui Marco ritrova, quasi per un sortilegio, la via accademica che fino a quel momento gli era parsa ormai preclusa.

Si è molto parlato, negli ultimi tempi, del (bel) libro di Dario Ferrari,La ricreazione è finita, come di un godibile e riuscito romanzo sull’università. La scrittrice nel buio – più breve e, a prima vista, più semplice e lineare – lo supera. Malvestio, infatti, allestisce una macchina narrativa su più piani, che pare condurre il lettore in una direzione (la vicenda tra Marco e Federico) e, poi, invece, lo sposta in un’altra (la vicenda su cui i due compiono le loro indagini), per tornare infine alla vera chiave del racconto (la non-relazione tra i due non-amici e la spietatezza del contesto in cui essa si disvela). Nel mentre, l’Autore crea un’ambientazione un po’ mistery e un po’ weird, che, ruotando attorno alla figura spettrale di Maria Zanca, si nutre di suggestioni ulteriori (l’eterno e spontaneo femminino vs. l’artificio e la falsità della postura maschile) e stende a sua volta sulla intera trama una tensione via via sempre più palpabile. È un crescendo, del tutto funzionale al movimento che lo scrittore intende compiere (ritornando all’università, e “invertendo la posizione” dei due personaggi principali) e che si coglie nella sua vera luce soltanto in chiusura. Perché, senza voler rivelare null’altro del libro, quello di Marco – che umile, serio e pacato rievoca le esagerazioni e le vacuità dell’ambizioso Federico – altro non è che il più classico dei patti faustiani, concluso, però, con una forza diabolica che non sta nel soprannaturale, ma nell’oggetto stesso delle aspirazioni dei due accademici in erba. È così, dunque, che lo sguardo critico dell’Autore non passa per le connotazioni pressoché stereotipiche e superficiali (eppure a tratti verosimili) con cui si delineano gli interlocutori scientifici dei due ragazzi; ma si intreccia, in maniera letterariamente efficace, con il potere bruciante dell’incantesimo che occorre accettare per poter trovare un proprio posto in un certo mondo.

PS: il romanzo merita una notazione supplementare, che riguarda il personaggio di Maria Zanca, riuscitissimo e degno di una sceneggiatura virtualmente magnetica. Non si può fare a meno di pensare, peraltro, che, oltre a riferirsi a Lovecraft per la generale atmosfera che permea la narrazione (Federico ne legge i racconti… sicché il rinvio è dichiarato), Malvestio si sia, almeno in parte, ispirato alle anguane di Umberto Matino e alle fosche e avventurose location dei romanzi cimbri che quest’ultimo ha prodotto nel corso degli anni

Recensioni (di L. Gafforini; di D. Ippolito; di N. Trevisan)

In conversazione con l’Autore

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Nella Postfazione che Alessandro Zaccuri ha offerto a questo libro si legge che, in sostanza, Plevano ha dimostrato che col Medioevo non si deve inventare nulla per scrivere un ottimo romanzo storico. Perché il Medioevo è ricco di luoghi ed eventi notevoli, personaggi, costumi, pensiero, vicende piccole e importanti tra loro intrecciate: la materia, in definitiva, sgorga quasi da sola. Inoltre il Medioevo è più vicino a noi di quanto si possa credere: gli storici, infatti, sanno ormai bene che in quell’Età, a lungo immaginata come oscura, si nascondono molte e significative radici della modernità. Quello di Zaccuri è un giudizio quanto mai condivisibile. Tanto più che la scena su cui l’Autore ambienta la trama è quella, a dir poco densa e vorticosa, e dunque letterariamente fruttuosa, del Veneto della prima metà del XIII secolo, dominato dal signore della Marca Gioiosa, Ezzelino III da Romano. Vicario di Federico II in alta Italia, Ezzelino, considerato come un tiranno, ha riunito con le armi i territori di Treviso, Vicenza, Padova e Verona. Un pezzo di romanzo, quindi, è tutto dedicato alla parabola avventurosa e spietata di Ezzelino e alla fine drammatica e violenta cui è andato incontro – e che si è parimenti abbattuta su quasi tutta la sua famiglia – dopo la sconfitta subita nel 1259 a Cassano d’Adda, alle porte di Milano, per mano della lega guelfa. Sul punto Plevano si fa cronachista attento, indugiando anche su spezzoni di tecnica militare e vita di corte, e restituendo, delle figure storiche volta per volta menzionate, un ritratto particolarmente vivido e affascinante. Un po’, certo, parteggia per il rigore, la fermezza e l’audacia del terribile Ezzelino e per gli uomini fedelissimi delle sue masnade pedemontane. Ma in proposito, a ben vedere, si inserisce nell’autorevole filone storiografico che meglio ha ricontestualizzato e valorizzato l’esperienza e il progetto di quella signoria; quasi ci trovassimo dinanzi ad una vistosa anticipazione – un’occasione mancata – di un modello di governo che l’Italia conoscerà solo tra XV e XVI secolo.

Nel romanzo esiste anche un’altra dimensione, di fatto più ampia e prevalente. È quella del narratore, ruolo che viene affidato ad Amalrico della Provincia: un magister che è anche poeta, costruttore di temibili macchine da guerra, medico addottorato alla famosa scuola di Salerno, amico e consigliere di Ezzelino. Amalrico – che sintetizza in se stesso saperi, culture e aspirazioni ricchi e differenti, ed è un evidente alter ego dell’Autore – assume una duplice veste. Da un lato è il protagonista del racconto a tutti gli effetti. Ne seguiamo i ragionamenti, gli interventi militari, gli insegnamenti, i sentimenti. Ne conosciamo il legame strettissimo con la famiglia di Ezzelino e con Cunizza, il grande e segreto amore della sua vita. Ne constatiamo la vicinanza spirituale con l’imperatore Federico. Ne apprendiamo le origini provenzali e la religiosità atipica, che lo condurrà a condividere la drammatica sorte degli eretici. La sua voce e le sue riflessioni accompagnano e avvolgono il lettore dall’inizio alla fine. È così che emerge l’altra funzione del personaggio, a far da spalla all’idea riqualificante e anticipatrice che Plevano premia circa la figura di Ezzelino. Amalrico, infatti, è un proto-umanista a tutto tondo, alieno da ogni stolido fanatismo; è un campione di tolleranza, pur nella coscienza della necessità di un governo giusto e saldo; è il manifesto vivente di una saggezza mite e multiforme, che viene da lontano e ha fiducia nella conoscenza, dovunque provenga. E per ciò solo è anch’egli destinato ad essere incompreso. Allora come ora, diremmo. Come se gli appuntamenti perduti di una certa e remota epoca storica continuassero ad essere tali anche per la nostra contemporaneità. Ad ascoltarlo bene, Amalrico ricorda un po’ Zenone de L’opera al nero di Marguerite Yourcenar. Solo una nota conclusiva, anche per tornare alle suggestioni sul genere del romanzo storico. Nella decisione di lasciar parlare il suo eroe e di seguirlo meticolosamente nell’universo in cui è inserito, l’operazione condotta da Plevano si può accostare a quella sperimentata da Beppi Chiuppani nel suo (monumentale) Gasparo: momenti storici e figure del tutto eterogenei, ma metodo immersivo, e a suo modo ipnotizzante, del tutto comparabile.

Recensione (di R. Ferrazzi)

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Disclosure preliminare: Acitelli è uno dei miei Autori preferiti; uno di quelli cui torno ogni tanto, per ritrovarmi. Fortuna vuole, poi, che non sia così difficile procurarsi un suo libro, perché tra volumi in prosa e opere poetiche la produzione è assai vasta. Quanto ai prodromi di di tale frequentazione, la complicità è scattata molti anni fa, con La solitudine dell’ala destra. Che non è solo una graziosa e nota raccolta di ritratti di grandi calciatori. Vi si trovano – veramente – alcuni tra i versi migliori della poesia italiana della fine del secolo scorso. Di Acitelli questa volta ho scelto Cinema Farnese, un originale romanzo in forma di taccuino, ambientato negli anni Settanta. È il diario colloquiale dell’io narrante, un giovane studente universitario di Roma, che è iscritto a Farmacia, ma ne diserta spesso e volentieri le lezioni. Il suo interesse è tutto per certi spazi del centro, tra Corso Vittorio, Piazza del Paradiso, Campo de’ Fiori, Piazza Farnese, Via Giulia. Ne osserva la fauna: da un lato, baristi, barbieri, camerieri, vecchi impiegati, a rappresentanza di un mondo di popolo in via di rapida sparizione; dall’altro, gli ambulanti, qualche barbone e, soprattutto, la generazione dei fricchettoni – veri e falsi – che si riunisce sotto la statua di Giordano Bruno e di fronte al Cinema Farnese. Dove i due universi, letteralmente, si toccano e si mescolano. Ma il ragazzo, più di tutto, ama immergersi nelle atmosfere che le pietre, i palazzi straordinari e la varia umanità di contorno gli parano di fronte. Gli piace perdersi in fantasticherie totalizzanti. E ascoltare, e spiare, i poeti del momento, che gravitano nella stessa zona: Bellezza, Paris e specialmente Veneziani. Proprio a un reading di poesia, non a caso, conosce una bella fricchettona, che lo attira in una sensuale e corrisposta relazione, e in tanti e intensi incontri in una fascinosa mansarda di Via di Monserrato.

Cinema Farnese è una pillola del miglior Acitelli. È prova ulteriore del suo peso specifico, che è quello del trovatore e antropologo di una romanità tanto personale quanto prototipica. Nella quale il Magnifico e il Sorprendente, che sono diffusi a ogni angolo della città, si compendiano con il più Semplice e Umano, anch’essi sottoposti da tempo a un processo di lenta consunzione e bisognosi, dunque, di custodia e di memoria. Ciò che è interessante, però, è che in Acitelli la descrizione delle cose e delle persone è medium per un’esperienza toccante, profonda, quasi iniziatica, che si alimenta ai ricordi delle scoperte d’infanzia, ma da esse pure si astrae, per produrre alimento attuale e universale a una sensibilità perennemente assetata. D’altra parte, anche quando si esprime nella prosa, Acitelli è intrinsecamente e assolutamente poeta, inteso a spremere il succo di ogni piccolo, grande dettaglio, perché prezioso. E l’autobiografia (che è sempre tanta) altro non è che un giacimento in cui immergersi continuativamente, l’eterno più prossimo cui accostarsi e raccordarsi. Verrebbe da svolgere un’argomentazione più complessa, il cui esito sarebbe questo: all’Autore riesce di vivere, in Roma, la provincia più autentica, consentendo, così, a quella immensa Idea (che la caput mundialtro non è) di sprigionare dal basso e dal quotidiano le correnti carsiche che la animano e che possono fungere, per ciascuno, come una sorta di speciale lampada di Aladino. Soltanto due aggiunte, per chiudere: 1) per trarre da Acitelli il massimo della soddisfazione occorre dargli fiducia, abbandonarsi alle sue pagine, ascoltarne il respiro (non è uno scrittore facile, va un po’ scalato, sapendo che dalla vetta ciò che si vede è molto bello); 2) per chi abbia un po’ di tempo, come per chi abbia modo di stare spesso a Roma, i libri di Acitelli sono guide perfette (le strade, gli edifici, le chiese, i piccoli portoni delle vie del centro… è tutto vero, tutto afferrabile; letto Acitelli, si guarda Roma con occhi diversi; anzi, la si guarda davvero, per la prima volta).

L’Autore presenta il suo libro

Un’intervista ad Acitelli… sulla strada del padre

Acitelli sulle tracce di Sandro Penna

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Seconda guerra mondiale: Charles Ryder è un ufficiale dell’esercito inglese di stanza sul suolo britannico. Tra un’esercitazione e l’altra le truppe finiscono nella tenuta di Brideshead, proprietà storica dei Lord Marchmain. E Charles comincia a ricordare. In primo luogo, di quando è stato lì la prima volta, anni addietro, con Sebastian, giovane rampollo della ricchissima casata e suo compagno di studi e di bagordi a Oxford. Si avvia così il racconto di un’amicizia profonda, di una famiglia singolare, di una vita spensierata; ma anche di dissapori, confronti, distacchi e ritorni, come dell’amore tardivo con Julia, la sorella di Sebastian, figura a suo modo simbolica di un generale destino di trasfigurazione e decadenza, dalla quale, del resto, anche il fratello viene travolto. Questo romanzo, che ha ormai raggiunto da tempo la dignità di classico, non solo raffigura in modo semplice ed elegante le aspirazioni e fascinazioni di un’intera generazione; rievoca, più di tutto, un clima e un momento storico sospeso tra la rievocazione di un passato irripetibile e la percezione forte di un tracollo imminente. Forse sono le guerre che al principio del Novecento cambiano i connotati alla società europea, o forse è l’economia a dare ingresso a nuovi rumorosi protagonisti e a cancellare la grazia e l’imbattibilità di un tempo che fu (ma le due cose stanno perfettamente assieme). Ciò che il capitano Ryder apprende è che quel mondo non tornerà e che, tuttavia, la memoria può ancora alimentare una piccola fiamma nel cuore.

Le peculiarità e gli alterni successi di questo libro – con spunti curiosi sul suo carattere in tutto o in parte autobiografico, e sull’influenza che potrebbe aver avuto la conversione dell’Autore al cattolicesimo – sono ben ricordati da Alessandro Piperno nella prefazione che illustra la presente edizione. Va aggiunto che Ritorno a Brideshead è un romanzo che superficialmente si potrebbe definire sentimentale, anche se occorre capire di che sentimento, o di quali molteplici sentimenti, si tratta. Se ci si abbandona ai pensieri del protagonista e alle immagini che ci proietta di fronte, si passa, certo, per stati d’animo molto diversi. Ciò che prevale, però, è un marcato struggimento, talvolta nostalgico: per una giovinezza sospesa e ancora gravida di occasioni, per quel senso di indeterminatezza che prima della maturità permette di pensare davvero a una felicità possibile, per la intrinseca bellezza di una civiltà che si percepisce irrimediabilmente superata. Naturalmente, a quest’ultimo riguardo, le vicende raccontate da Waugh costituiscono anche il ritratto fedele della nobiltà inglese – e quindi delle sue magioni, dei suoi luoghi notevoli, riti e tipi psicologici – nel momento storico della grande crisi: a chi è piaciuta la serie TV Downtown Abbey, o anche SaltburnRitorno a Brideshead non può non piacere. Ma il punto è che qui, prima di tutto, oltre al fascino dell’ambientazione, c’è la letteratura nel suo formato più puro e spontaneo, con le parabole universali di uomini e donne. E con l’effetto che, lasciandosi andare, quella di Charles Ryder diventa una personalissimastoria per tutti.

Brideshead revisited (la serie del 2008)

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La fossa dei lupi si può acquistare e leggere solo per estrema curiosità. Il soggetto, infatti, è potenzialmente stimolante. Ma le attese vanno moderate con cura, attivando sin dal principio un sano senso delle proporzioni. Visto che Ben Pastor – la giallista che Sellerio ha fatto apprezzare con la pubblicazione delle indagini e avventure di Martin Bora, ufficiale della Wehrmacht durante la seconda guerra mondiale: personaggio non ignoto a queste pagine – si confronta, addirittura, con un esperimento dichiaratamente impossibile: scrivere la continuazione dei Promessi sposi. Appare subito chiaro, in realtà, che l’Autrice non vuole – né potrebbe, del resto – riprendere il filo del potente affresco manzoniano. Il suo è solo un nuovo sforzo di fedele ambientazione storica, alla ricerca di un ulteriore eroe letterario (dopo Bora, infatti, la Pastor si è cimentata con la caratterizzazione di altri detective: il romano Elio Sparziano, direttamente dal IV secolo d.C.; e la coppia Meisl-Heida, un medico e un ufficiale che operano nella Praga del 1914). Qui è la volta di Diego Antonio de Olivares, giovane nobiluomo di lignaggio spagnolo e luogotenente di giustizia nella Milano del 1631. Il quale è incaricato nientemeno che delle indagini sulla morte improvvisa di Bernardino Visconti, il famoso Innominato, da ultimo assassinato con un colpo di calibro in un agguato notturno lungo un impervio sentiero della montagna lecchese.

Che dire di questa sperimentazione seicentesca? Sul piano del giallo, purtroppo, c’è poco da valutare. La trama è lenta e un po’ leziosa, e la soluzione è tutt’altro che misteriosa. Inoltre, le figure dei Promessi sposi – da Renzo a Lucia, da Agnese a Don Abbondio, dal defunto don Rodrigo alla monaca di Monza – ri-compaiono in una versione quasi macchiettistica, secondo lineamenti che da semplici si fanno un po’ troppo semplicistici. Vero è che l’Autrice lascia trasparire qualche personale antipatia, personalizzando l’universo del Manzoni in maniera talvolta un po’ comica, e in fondo paradossalmente gradevole. Tuttavia queste nuances non sono risolutive. Il tutto, poi, contrasta fin troppo con il profilo, viceversa convincente, di Olivares, per il quale – promesso e aspirante gesuita, ma in via di progressivo pentimento, specie mercé lo spirito e le grazie della bella, indipendente e curiosa Donna Polissena – non si può non provare simpatia. Con ciò occorre, dunque, concludere che, se l’omaggio a Manzoni – della cui sincerità, certo, non si dubita – non risulta riuscito, lo studio della scena e della cultura milanesi del tempo e la strutturazione di un futuro, credibile, protagonista per prossime, autentiche, e originali, imprese riescono prospetticamente promettenti. Anche perché ne La fossa dei lupi non si assiste solo alla nascita di un investigatore intelligente e smaliziato, ma ci si diverte abbandonandosi alla incerta fluttuazione dei suoi pensieri, dei suoi dubbi morali, del suo senso di giustizia. In altre parole, della sua formazione di uomo adulto, autonomo e responsabile. Che, come bene intuisce la Pastor, solo una spiazzante e intelligente educazione sentimentale può correttamente alimentare.

Un’intervista all’Autrice

Il romanzo in forma di audiolibro

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