La figlia di Ezra Pound si racconta, dall’infanzia ai 21 anni, fino al matrimonio con il principe (e futuro egittologo) Boris de Rachewiltz. Tutto comincia a Gais, in Val Pusteria, dove Maria – nata dal rapporto tra Pound e la violinista Olga Roudge – viene affidata a una famiglia di contadini tirolesi. Cresce con loro, nei campi e tra le pecore, e la sua prima lingua è il dialetto locale. Il Signore e la Signora (Ezra e Olga) passano talvolta a trovarla e così Maria conosce anche il nonno Homer e alcuni amici della coppia. Ma il vero contatto con l’universo speciale in cui gravitano i suoi genitori coincide con la scoperta di Venezia. Il cuore e i pensieri di Maria sono sempre legati a Gais, e al principio la disciplina che le impone Olga la fa soffrire. Nonostante ciò le passeggiate e le frequentazioni lagunari del padre cominciano a incuriosirla. Più cresce, più Ezra si interessa di lei e della sua istruzione. Arriva dunque il tempo del collegio, a Firenze, presso una scuola confessionale gestita dalle suore. Frattanto, pur restando sempre fissa la stella polare di Gais, Maria conosce anche Rapallo, altro rifugio di Pound e della sua compagna. L’allargamento degli orizzonti spaziali coincide con un’esperienza di maggiore conoscenza: dell’italiano e dell’inglese; del lavoro letterario del padre e delle sue idee; della madre. E anche con la scoperta di Roma, dove il padre collabora con la propaganda radiofonica del regime fascista. Poi la guerra scoppia e la famiglia si trova nuovamente separata. È una condizione destinata a durare a lungo. Specie dopo l’8 settembre 1943, quando l’Alto Adige rientra nell’Alpenvorland. Maria presta il suo servizio per le truppe del Reich, prima come segretaria e poi come infermiera. La Liberazione la sorprende a Cortina e da lì prova a raggiungere Ezra e Olga, cominciando così una ricerca che la porterà a scoprire dell’arresto del padre e del suo internamento in un campo di prigionia alleato, vicino a Pisa. Da quel momento per Maria – già diventata erede letteraria di Pound – si apre una nuova vita, che riparte ancora da Gais, ma questa volta da un antico e suggestivo castello.

Concepito originariamente in inglese, ma confezionato in italiano direttamente dall’Autrice, Discrezioni è stato pubblicato nel 1973 da Rusconi in un’edizione (quella che ho avuto l’occasione di leggere) corredata qua e là da alcune foto molto evocative. Recentemente è stato riproposto, con scelta del tutto opportuna, da Lindau. È una lettura piacevolissima, un esempio paradigmatico di bella scrittura personale: spontanea, semplice e originale al contempo. Oltre a ciò, il racconto si alterna a brevi estratti dei Cantos di Pound, nella resa offerta dalla stessa Mary. Poesia e memoir, dunque, si accavallano e si spiegano reciprocamente, con un risultato che sa di elegante naturalezza e costituisce il segreto del libro, il mezzo per comprenderlo al di là del suo stretto contenuto. L’effetto, in primo luogo, si deve al genius loci, concetto che l’Autrice quasi respira e di cui il racconto costituisce una sorta di monumento. Mary, poi, partecipa costantemente agli accadimenti che la riguardano e la circondano, con un contegno che è punteggiato sia di momenti di diligente accettazione, sia di curiosi e coraggiosi rilanci, sia di un’irresistibile e diffusa nostalgia. È così perché ci parla puramente, senza fronzoli o sovrastrutture, della sua storia, degli ambienti in cui è stata educata ed è maturata, e del ruolo baricentrico che ha gradualmente assunto il legame spirituale col padre. Ma così facendo, ci dà l’opportunità di considerare puramente anche l’arte, il pensiero e il sentimento, vissuti per ciò che sono, indipendentemente dai loro più aspri compagni di viaggio. Quella che Mary canta, in sostanza, è l’innocenza del suo percorso come immagine più autentica dell’innocenza di Pound, pur nella sua pericolosa, drammatica e inaccettabile militanza. Un’innocenza, peraltro, che è radicale, perché poetica e speculativa. Non è un approccio meramente emotivo, non si spiega con la devozione filiale. Ha una fiera matrice esistenziale, ed è perciò che riesce a colpire tuttora la sensibilità del lettore.

Due interviste a Mary de Rachewiltz (una qui e l’altra qui)

Visita a Mary de Rachewiltz (di P. Tonussi)

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“Dare un indirizzo al mondo non è un atto neutrale”: così si conclude questo saggio, il cui scopo è argomentare quanto e perché tracciare e nominare vie e spazi pubblici sia un’operazione significativa. L’impianto non è teorico. Il libro è una rassegna molto articolata di esperienze, di case studies che vengono raccontati uno dopo l’altro con sguardo curioso e piglio narrativo. Passo dopo passo scopriamo, ad esempio, che ci sono progetti che cercano di assegnare indirizzi a tutti coloro che vivono nelle baraccopoli di Calcutta, per consentirne l’accesso alle misure sociali stabilite dalla legislazione indiana. Apprendiamo anche che la mappa di una città si può rivelare determinante per individuare la fonte di un’epidemia e rimuoverla (come nella Londra dell’Ottocento), o accertarne i responsabili (come ad Haiti). E constatiamo che alle spalle di un preciso disegno di strade e di viali vi sono progetti di riforma o di costituzione ex novo di intere e nuove comunità (come a Philadelphia). Gli indirizzi, poi, sono fattori che in molti contesti, influenzando il valore degli immobili (come a New York), possono essere anch’essi commerciabili. In altri casi, invece, sono comunque percepiti come negativi: perché aiutano le istituzioni a rintracciare, tassare, sanzionare i singoli individui; o perché si sovrappongono a modalità di localizzazione radicate ed espressive di tradizioni culturali profonde (come in Giappone o in Corea); o perché portano con sé l’affermazione di identità storicamente complesse, oggi valutate come discriminatorie o rappresentative di valori negativi o di una passata testimonianza di sopraffazione e dolore. Una buona parte del volume è dedicata proprio a quest’ultimo problema, di ricorrente attualità, perché simbolico di istanze di giustizia che ancora faticano a trovare un vero, metabolizzato accoglimento. Mask, soprattutto, si sofferma sul rapporto tra toponomastica e tensioni razziali, negli Stati Uniti o in Sudafrica, e in questa seconda ipotesi il capitolo è davvero tutto da leggere, con grande attenzione, perché evidenzia il nesso molto stretto tra storia, politica e diritto. L’Autrice, infine, dimostra anche che il potere pubblico non è più il vero monopolista degli indirizzi. Esistono start up e colossi della rete che sono ormai in grado di rintracciare con estrema precisione ogni luogo del pianeta e di condizionare, per lo più anche positivamente, l’effettività concreta di moltissimi servizi e di altrettante attività di interesse generale. L’indagine è ricca e stimola interrogativi e riflessioni di varia natura. La mancanza di una rielaborazione complessiva, forse, è il punto debole del libro, ma occorre ammettere che questa assenza è coerente con la mappa plurale che il libro illustra. Si ha l’impressione che il territorio, visto dall’alto della prospettiva globale, si stia evolvendo in una sorta di inestricabile e rigogliosa selva; e che ciò accada, paradossalmente, proprio per mezzo della moltiplicazione degli strumenti che possono mettere un qualche ordine e della diffusione della consapevolezza sociale sul loro intrinseco valore strutturante. Che sia questa la più plastica e convincente dimostrazione dell’ansia ordinante che ci caratterizza e dell’eterogenesi dei fini cui essa è sempre destinata?

Recensioni (di G. Marrone; di S. Marsico; di M. Sacchi; di PD Smith; di S. Vowell)

Un’intervista all’Autrice

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Il romanzo segue, a capitoli quasi alternati, le vicende di Giulio Drigo e Marco Sberga, due giovani artisti trevigiani dietro i quali si nascondono personaggi reali (da un lato, Comisso stesso, suo cugino Nino Springolo e lo scultore Arturo Martini, come fusi in un unico individuo; dall’altro, il pittore Gino Rossi). Prima dello scoppio della Grande Guerra, i due, pur essendo alfieri di approcci differenti, ambiscono ad essere protagonisti di un’arte completamente rinnovata, in polemica con le esposizioni biennali di Venezia. Entrambi si innamorano e si sposano con grande entusiasmo, ma il conflitto interrompe il loro confronto ideale, li separa dalle consorti e li porta al fronte: l’uno diventa ufficiale, viene ferito, ma si salva; l’altro combatte da semplice fante ed è fatto prigioniero. Drigo avvia apparentemente una nuova vita con la giovane moglie, con cui si trasferisce in campagna, speranzoso di tornare a dipingere, e di farlo con una piena e autentica adesione alla verità della traboccante natura che lo circonda. Presto, però, è costretto a tornare in città e ad adattarsi a conciliare la sua arte con le più semplici istanze della vita quotidiana. Viceversa, Sberga, già consumato dalle privazioni, apprende che la moglie lo ha abbandonato ed è costretto a vivere con la madre, in una condizione umiliante, nella quale, pur continuando a immaginare nuovi itinerari artistici, finisce per alienarsi del tutto. Verrà ricoverato in un locale manicomio, dove Drigo, sorpreso, lo incontrerà per l’ultima volta.

Concepito e scritto nel 1934, I due compagni non è stato incluso nel Meridiano che quasi vent’anni fa Mondadori ha confezionato con la curatela di Rolando Damiani e Nico Naldini. Si è trattato di una bocciatura? Quella, per espressa determinazione dei curatori, è stata una ponderata scelta programmatica: voleva offrire un itinerario che potesse dare l’idea del canone comissiano; e per rappresentare un canone (qualsiasi esso sia) occorre sempre selezionare, per definizione. È anche vero che I due compagni è sicuramente classificabile come un lavoro minore. Ma leggerlo, specie dopo le opere più note e acclamate, consente di valorizzarne una particolare caratteristica, a suo modo pre-canonica: rappresenta, infatti, l’anticamera del Comisso più maturo. Naturalmente ci sono molti altri motivi per evidenziare l’importanza del romanzo. Il primo: diversamente da Giorni di guerra, ed in modo pertanto inedito per Comisso, ne I due compagni il conflitto appare nel suo lato più drammatico, spaesante e doloroso; ragione che spiega i tagli, selettivi, ma significativi, voluti dalla censura fascista, dei quali Isabella Panfido dà puntuale testimonianza nella preziosa postfazione. Poi c’è un altro fattore di interesse: la rievocazione di due figure rilevanti (Gino Rossi e Arturo Martini) e la messa in scena di un confronto tra due opposte concezioni dell’arte e del rapporto tra arte e realtà. Tuttavia un’impressione si fa irresistibile: che ne I due compagni Comisso – che istintivamente parteggia per Sberga, ma teme di abbandonarsi alla necessità di essere anche Drigo – sceglie di descrivere un conflitto tutto interno alla sua formazione, e di affrontare il disincanto e la solitudine immergendosi nell’unica empatia che non lo ha mai tradito, quella dell’esplosivo e vibrante paesaggio pedemontano, il vero e onnipresente protagonista del libro. È in questa prospettiva che I due compagni costituisce il piccolo abbozzo, quasi in forma di sceneggiatura, di un percorso estetico che ne La mia casa di campagna sarà destinato a farsi anche scelta di vita.

Commiato a Gino Rossi (di Giovanni Comisso)

Nella casa di Arturo Martini (di Giovanni Comisso)

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Tra i libri letti negli ultimi tempi, questo è il migliore. Ed è la conferma che su Gary si può sempre puntare. Diplomatico, militare ed eroe, scrittore, sceneggiatore e regista: è una figura poliedrica e inclassificabile, sempre ostinatamente protesa verso esperienze larger than life. Eppure, anche nelle sue opinioni più abrasive e anticonformiste (o forse proprio per questo), Gary – il figlio di immigrati lituani, il poliglotta, il prodotto dell’intreccio di una serie di etnie e tradizioni – è un mirabile prototipo dell’uomo del Novecento. Come in altre sue opere, anche in Cane bianco autobiografia, saggio e fiction si intrecciano. La storia, che è ambientata nel 1968 (il romanzo è stato scritto nel 1969 e pubblicato l’anno successivo), comincia a Hollywood, sullo sfondo dei moti e dei vasti disordini metropolitani che attraversano gli Stati Uniti dopo la morte di Martin Luther King. Gary si trova nella casa in cui abita assieme alla moglie, l’attrice Jean Seberg, che tanto si prodiga per la causa antirazzista e per il sostegno all’azione di molte e diverse fazioni del movimento black. Caso vuole che un giorno il cane di Gary si presenti davanti alla porta di ingresso seguito da un altro cane, un pastore tedesco tutto bianco. È un cane particolare, che si affeziona subito alla sua nuova dimora e a chi ci vive. Ma ha un problema. Quando si avvicina una persona di colore, sembra perdere la testa, ringhia furiosamente e diventa molto aggressivo. Lo shock di Gary è grande, tanto che decide di rivolgersi a un amico, titolare di un rinomato zoo californiano. Lì apprende che Batka – questo il nome russo che ha dato alla bestia: “piccolo padre” – è un white dog, un cane addestrato a cacciare uomini di colore, come accadeva un tempo negli Stati del Sud: un cane che tutti danno per irrecuperabile. Ma un certo Keys, che lavora allo zoo ed è nero, si offre sorprendentemente di rieducarlo. Nel frattempo Gary, turbato dalla situazione surreale di essersi imbattuto in un cane razzista, osserva critico e disincantato tutto ciò che accade attorno a lui e stigmatizza il perbenismo e l’attivismo antirazzista del bel mondo dello spettacolo. Soprattutto, abbatte uno per uno gli stereotipi e i pregiudizi che si nascondono nelle vene dell’America bianca, ed anche le proiezioni illusorie che animano i progetti degli attivisti di colore. La sua è un’intelligenza corrosiva, volutamente provocatoria, che non si allinea a ciò che oggi chiameremmo politicamente corretto e che, tuttavia, non scade neanche in ciò che si potrebbe considerare semplicemente scorretto (il libro è disseminato di intuizioni folgoranti e giudizi illuminanti, oltre che adeguati alla più scottante attualità). È un patriota gollista, reduce della guerra contro il nazismo e il fascismo, ed è convinto che la democrazia debba dischiudere un orizzonte in cui tutti possano diventare più nobili: non sopporta che un paese – gli Stati Uniti, ma anche la Francia, che in quel momento ribolle per le rivolte studentesche – si arrenda al dominio della retorica e alla paradossale ripetizione delle dinamiche ricorsive della diseguaglianza. Per questa ragione, attacca i meccanismi imitativi e intrinsecamente conflittuali della società americana, raffigurata come modello di una perfetta e inguaribile “società della provocazione”, in cui l’esaltazione delle differenze, specie da parte di chi ha successo, pone costanti presupposti per la diffusione di sentimenti rivali. Ma in questo romanzo c’è anche dell’altro: la crisi di una relazione sentimentale; la storia di due fratelli tanto diversi e al contempo tanto vicini; la lite (con tanto di calci bene assestati) con un divo del cinema; un incontro con Bob Kennedy… Ovviamente c’è anche l’epilogo della storia del cane. Che l’odio possa rivelarsi un male davvero inguaribile, è un insegnamento che anche Gary è costretto a verificare proprio nel terribile e scioccante nuovo corso – tutto da scoprire… – cui il white dog è stato ammaestrato.

Una recensione (di G. Alù)

White dog, il film del 1982

A Nizza con Gary

Sulla sua “autobiografia”

Gary “padre di tutte le Ferrante”

I suoi due libri più belli: Educazione europea e La promessa dell’alba

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Il dott. Norton Perina è un medico famoso in tutto il mondo: ha vinto il Nobel per aver scoperto in una remota popolazione primitiva una strana patologia, che allunga la vita. Viene condannato a due anni di prigione per aver abusato di molti dei suoi tanti figli adottivi, di volta in volta prelevati dalle isole in cui aveva fatto le sue fortunate ricerche. Un collega e amico, il dott. Kubodera, ne pubblica il memoriale, in cui lo studioso racconta le sue origini, il rapporto complesso con il fratello, le prime e frustranti esperienze di lavoro in un grande laboratorio universitario. Rievoca soprattutto la scelta, quasi fortunosa, di avventurarsi nel ruolo di assistente di un brillante antropologo di Stanford, Paul Tallent, e di andare con lui a Ivu’ivu, un’isola del Pacifico in cui dovrebbe vivere una tribù isolatissima e misteriosa. Arrivati a destinazione – e scortati da alcune guide della vicina U’ivu – Norton, Paul ed Esme, la petulante collaboratrice di Paul, trovano nella giungla un gruppo quasi disperso di alcuni “sognatori”: è così che battezzano questi indigeni, che sono molto anziani e un po’ rimbambiti. Poco dopo scoprono un villaggio vero e proprio, ai cui margini si accampano. Comincia un periodo di meticolosa e straniante osservazione: comprendono che i sognatori hanno più di cent’anni e che sono stati banditi dalla comunità; assistono a rituali molto forti, e in uno di questi gli uomini più vecchi del villaggio sembrano abusare dei ragazzi che diventano adolescenti; capiscono che per quella comunità un ruolo misterioso e fondamentale è svolto da una peculiare specie di tartaruga. È a proposito di questa tartaruga che Norton ha l’intuizione che in pochi anni lo porterà a pubblicare studi rivoluzionari e ad attirare su di sé l’attenzione degli scienziati. Il resto del racconto riferisce della nuova vita di Norton, della fama improvvisa, delle numerose adozioni, della strana scomparsa di Tallent, della distruzione dell’arcipelago di U’ivu per opera delle missioni delle grandi cause farmaceutiche. Poi si narra dell’origine dell’adozione di un figlio particolare, Victor, e del conflitto familiare che porta il protagonista alle accuse per le quali viene arrestato, processato e giudicato colpevole. Fino alla dura e diretta confessione conclusiva, che il dott. Kubodera dapprima espunge dal memoriale e poi rivela dal luogo segreto in cui si è rifugiato con Perina.

Questo libro appartiene al genere di quelli che si leggono perché tutti ne parlano. Ci si arriva con un misto di grande aspettativa e non minore scetticismo, il tipico stato d’animo che ormai è proprio anche del forte lettore. E da cui bisogna guardarsi. Perché anche il forte lettore si nasconde tra i compratori medi, e in quanto forte rischia di esserlo pure nella mediocrità del giudizio. Occorre abbandonarsi alla storia, alla sua articolazione e alla scrittura. Occorre, in poche parole, non fermarsi alla superficie, non cadere nella trappola che la reale vicenda di cronaca – la parabola del dott. Daniel Carleton Gajdusek, nascosto dietro le fattezze di Norton Perina – pare preparare tanto bene. Se si prende quella via, infatti, ci si trova subito incagliati nelle sabbie di interrogativi molto scontati: si può essere geni e mostri al contempo? A quali inquietanti deformazioni può condurre l’omosessualità repressa? Quali sono i costi dell’esplorazione occidentale delle società cosiddette meno evolute? E quanto sono comparabili i modelli sociali? Il rischio è di terminare la rassegna delle domande con quella ancor più banale: anche il dott. Kubodera era omosessuale? Insomma, questo è un caso in cui, prima che il contenuto, sono la forma e la struttura del romanzo ad essere tanto sintomatici. C’è un’evidente sproporzione, infatti, nelle dimensioni come nell’insistenza e nell’accuratezza della descrizione, tra il racconto della scoperta (dell’isola, della giungla, dei riti della tribù, del segreto della tartaruga, della propria consapevolezza, anche sessuale) e il racconto della crisi (che si focalizza sull’ultimo atto, sul crollo di una specie di ecosistema individuale). È nel primo che si trova il centro di gravità dell’intera storia, e ciò, semplicemente, perché è lì che si nasconde l’iniziazione di Norton e la sua vocazione totalizzante, il principio e l’epilogo di tutta la vicenda. In fondo, Norton crolla di fronte alla vendetta, implacabile, della società e della cultura che egli stesso ha tradito, e che non è quella di Ivu’ivu, ma quella occidentale. Solo così si spiega la volatilizzazione di Tallent, che rimane cosciente e distante fino alla fine. Ma c’è di più. Perché questa distanza è quasi metafora di un approccio scientifico alternativo, quello che Perina ha colpevolmente misconosciuto, rompendo il meccanismo dell’obiettività e, cosa ancor più grave, importando la dimensione rituale dentro di sé e dentro la propria esperienza di ricercatore. Se da un lato, dunque, si può leggere Il popolo degli alberi ponendosi questioni fin troppo facili, dall’altro lo si può considerare come la cronistoria perfetta di una tragedia umana e scientifica davvero senza precedenti. Ed è specialmente da questa visuale che l’Autrice e il suo lavoro si lasciano apprezzare.

Recensioni (di M. Crawford; di B. Kimzey; di K. Kitamura; di C. Mazzoleni)

Conversazione con l’Autrice

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Il 29 gennaio 1996 il Teatro La Fenice di Venezia è stato devastato da un rogo di matrice dolosa: un incendio appiccato da due giovani cugini, Enrico Carella e Massimiliano Marchetti, rispettivamente il titolare e un dipendente di una delle ditte che avevano in subappalto parte dei lavori di manutenzione del prezioso complesso. La ditta era in ritardo nell’ultimazione di ciò che avrebbe dovuto realizzare e pertanto si sarebbe trovata costretta a pagare una penale molto onerosa; troppo, per un imprenditore del tutto inesperto, viziato e inguaribilmente e costantemente pieno di debiti. E così il fuoco è sembrato l’unica soluzione, la fonte di una liberazione, come lo è anche per il protagonista del Padiglione d’oro di Mishima. Il parallelo rivela che con questo libro Giorgio Falco non si limita a raccontare la storia di un delitto. Ne studia e analizza – con intento autoptico – gli antefatti, le motivazioni, la progettazione e il contesto. Ma fa anche di più. Scava nella profondità del tipo antropologico e del modello socio-economico che hanno prodotto il drammatico evento. Una volta ricostruita, la genealogia della distruzione di un patrimonio tanto grande non è altro che il simbolo perfetto di una crisi e di una mutazione terribile, conclamata e apparentemente inarrestabile. Questo è anche il senso del titolo, perché tecnicamente, nel linguaggio dei pompieri, il flashover non è altro che la fase dell’incendio generalizzato, che segue all’ignizione e alla propagazione; è lo stadio in cui “tutti gli elementi bruciano all’unisono, il fuoco raggiunge la totalità delle superficie disponibili, ogni cosa non si rivela per come appariva pochi minuti prima, ma in quanto fuoco”. Quale sia la benzina di questa irresistibile transizione infuocata non è un mistero. La si afferma e metabolizza ripetutamente nelle riflessioni o divagazioni, molteplici, che fanno da intermezzo alla ricostruzione dei fatti, e nell’affondo conclusivo, dove si rivela anche il motivo del corredo fotografico di Sabrina Ragucci, che punteggia il volume sin dalle sue prime pagine. È la forza del capitale, della sua intrinseca vocazione profondamente sociale e culturale, della sua capacità di alimentare i desideri e di appagare le voglie di una borghesia che non è più confinabile in una classe definita, ma diventa paradigma condiviso di ricerca e consumazione assuefatte di un benessere illusorio e patogeno. È una corrente capace di plasmare le anime, di fornire loro qualsiasi alibi e ogni possibile strumento di autoconsunzione, di omologare e mascherare ogni individuo, e di nutrirsi delle sue macerie e di quelle che essa stessa produce. Il messaggio di Falco – pur scritto benissimo – non è certo nuovo e rischia di riuscire retorico, se non banale, e di suonare venato da un po’ di ressentiment. Certo, ha il coraggio di guardare dritto nel fuoco e nelle sue ceneri. Prova a dimostrare – come in un caso di scuola – che col capitale, definitivamente incarnato, o meglio combusto, non ci sono alternative facili; e mette in scena i movimenti di un’infezione psicologica collettiva, che ha molto a che fare con l’autobiografia del Paese, anche se risponde a logiche globali. Se c’è un punto, però, in cui quest’analisi risulta in difetto è nel fatto che in essa manca la sottolineatura specifica della grande e diffusa ignoranza che alimenta il fuoco. Non c’è dubbio, comunque, che Flashover, assieme ai romanzi di Bugaro e Maino, aggiunge un altro tassello alla composizione del quadro veneto contemporaneo, che nel passaggio tra i due secoli, purtroppo, assume veramente, e drammaticamente, il ruolo di guardia avanzata della nazione.

Recensioni (di S. Colangelo; di A. Cortellessa; di G. Galofaro; di N. Porcelluzzi; di G. Raccis; di D. Ronzoni)

L’Autore a Fahrenheit

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Kevin Joyce e Alexander Belov sono stati due protagonisti della finale olimpica di basket di Monaco 1972, nella quale l’Unione Sovietica ha sconfitto gli Stati Uniti per un solo punto. La partita si è decisa negli ultimi secondi, come spesso accade nella pallacanestro. Ma in quel caso proprio gli ultimi secondi si sono giocati per ben tre volte, con un clamoroso ribaltamento del risultato e con tutte le code polemiche che la sfida tra le superpotenze poteva stimolare. Nel 2006, mentre a Londra sta per cominciare l’Olimpiade, Kevin Joyce si trova a Losanna e sta osservando un quadro di Hopper. Il romanzo di Poddi parte da qui: dai pensieri-ricordi del cestista sconfitto e dal fortuito caso che lo fa incontrare con una giovane guida del museo; ma anche dalle associazioni spazio-temporali che la rievocazione della mitica partita provoca nello stesso Autore, perché quell’epico confronto ha significato molto anche per i suoi genitori. Prende avvio, così, una serie di narrazioni sovrapposte e alternate, che coinvolgono anche le vicende di Alexander Belov, prima, durante e dopo la grande vittoria, e che cercano di seguire il percorso delle due squadre verso l’epico scontro. Non manca, naturalmente, la tinta di contesto – Monaco 1972 è anche lo scenario del famoso raid terroristico antiistraeliano, terminato in massacro – anche se il motivo del racconto ruota tutto attorno all’ambiguità della vittoria: che può apparire tanto grande e importante, quanto scoprirsi amara e debilitante; del resto, si può essere irrimediabilmente perdenti, eppure risultare in più modi degli autentici vincitori.

Il romanzo ha tanti pregi. È una vera storia di sport, a tratti quasi emozionante. Dà realmente l’impressione che tra lo sport e la vita di chi lo pratica e lo ama ci siano delle segrete e potenti combinazioni. È anche una storia ben scritta, specie negli snodi apparentemente più improbabili: ad esempio, anche l’improvvisa liaison tra Joyce e la ragazza che lo stimola a portare fino in fondo i suoi propositi è definita in modo tanto leggero quanto efficace. Sembra che tutto si tenga in questo libro, che forse, sul piano compositivo, palesa soltanto un paio di punti deboli: lo squilibrio complessivo tra la parte occupata da Joyce e quella dedicata a Belov; l’alternarsi troppo frequente tra i fili, diversamente intrecciati, delle vicende narrate. Al termine della lettura, però, si fa strada un’altra sensazione: che il prodotto, di cui pur si avverte il carattere di genuina espressione del suo Autore, sia ottimamente confezionato, pronto per incontrare la soddisfazione del pubblico. È questa sua natura, di esercizio riuscito, a colpire più di ogni altro aspetto. Tanto che, in definitiva, ciò che tra le pagine palpitava si trasforma rapidamente, a libro riposto, in qualcosa di più asettico. Non è certo una percezione spiacevole. Ma c’è da chiedersi che cosa sia Le vittorie imperfette: se sia effettivamente un romanzo a tutto tondo, capace di ricordo, di emozione duratura, o una prova d’artista, un tassello più che promettente per un’opera che ancora attende di manifestarsi.

Recensioni (di M. Fontanone; di M. Gaetani; di M. Nesto)

Un estratto

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Il maggiore Richard è un reduce, ha combattuto in due grandi conflitti. Ora è sposato con Teresa e cerca un lavoro. Chiede aiuto a un ex commilitone, Twinnings, che pare avere le mani in pasta e sapere a chi rivolgersi. Richard, infatti, non riesce ad adattarsi al “nuovo” mondo che le guerre hanno dischiuso. È ancora radicato in quello “di ieri” e prova una sincera nostalgia per la scuola militare, il cameratismo, la cultura del cavallo e dell’onore. Ma sa che quel tempo è definitivamente tramontato e, soprattutto, che ha bisogno di dare certezze alla moglie, che tanto confida nel suo valore. Accetta, pertanto, la proposta di Twinnings, che gli procura un colloquio per un impiego, non ben definito, alle dipendenze del grande Zapparoni, il ricco e misterioso imprenditore che in quel momento ha più successo. Il magnate, in particolare, suscita l’ammirazione continua dei ragazzi e degli adulti, per i robot sofisticatissimi che costruisce e per le sue mirabolanti produzioni cinematografiche. Richard avverte già che lo aspetta qualcosa di ambiguo e pericoloso, anche perché Caretti, l’uomo che dovrebbe sostituire nella factory di Zapparoni, è misteriosamente scomparso; e perché i dipendenti ultraspecializzati di quell’azienda, pur pagatissimi, paiono legati al loro principale da un vincolo sostanzialmente inscindibile. Nonostante ciò Richard si presenta alla casa del famoso tycoon, dove viene letteralmente preso in contropiede. Da un lato si ritrova in una villa i cui ambienti e panorami lo riportano al passato che tanto rimpiange e lo avvolgono in una sensazione quasi piacevole. Dall’altro si scopre a fronteggiare direttamente l’imperscrutabilità di Zapparoni, che, dopo averlo messo alla prova sul terreno inatteso della tattica bellica, lo lascia in balìa delle curiose ed efficientissime api che sorvolano la tenuta. Mentre si rilassa e ripiomba così, ancora una volta, nella rievocazione del tempo che fu, Richard fa una improvvisa scoperta, che lo sconvolge e gli fa temere per la propria vita. Prova a reagire, istintivamente; ma alla fine accetta di essere assunto alle dipendenze del nuovo mago tecnologico e di godere da subito della promessa di conforto che questa scelta comporta.

Ritmato da una scrittura rapsodica e a tratti ammaliante – che cospira in modo efficace alla riproduzione dello stato mentale del suo protagonista – Le api di vetro è un tipico libro di Jünger. La spina dorsale è tutta autobiografica, intima e retrospettiva. È la speculazione, non priva di malinconia, di un uomo che rimpiange una dimensione cosmica che non può mai aver veramente raggiunto, neppure nella sua pur ricca esperienza di vita vissuta, e che tuttavia anela a conseguire e quindi a indicare a chi lo vuole ascoltare. La polpa del racconto, però, ciò che incarna la spina dorsale, si risolve in un’allegoria sull’impossibilità definitiva dell’agognato traguardo. Non solo per Jünger: è l’umanità nel suo complesso a dover soccombere, specie di fronte alla forza demiurgica della società tecnologica e dei suoi profeti. Il mondo, infatti, ha fatto un salto mortale, abbracciando un gioco le cui potenze non si lasciano comprendere fino in fondo e sono, tuttavia, capaci di attirare ciascun individuo in un meccanismo di irresistibile sinergia. Ecco dunque il punto: “la perfezione umana e il perfezionamento tecnico non sono conciliabili”; l’una via esclude l’altra, ma – come dimostra la parabola del maggiore Richard – la prima è inattingibile e la seconda, perniciosa, è fortissima e suadente, e consente il godimento di istanti di illusione e di felicità. Istanti che Jünger, ovviamente, cerca in altro modo: nella sua ossessione per l’osservazione (che spiega i suoi particolarissimi hobbies, coltivati per tutta la vita: l’entomologia e la geologia); e nella pratica effettiva, quotidiana, del suo auto-escludersi, del suo essere (per sua stessa definizione) un “anarca”. Non stupisce che questo autentico Zarathustra abbia avuto col nazismo più di qualche compromesso, né che tra i suoi interlocutori intellettuali vi siano stati sia Carl Schmitt, sia Martin Heidegger. Specie il dialogo con il grande filosofo dimostra il carattere plumbeo e ustionante del terreno in cui ci si muove; un soggetto che tuttavia ha saputo stimolare anche felici e ironiche ricostruzioni, come in Fernando Acitelli: con Oltre la linea. Jünger e Heidegger a Wembley, facendo il verso ad un noto argomento di confronto tra i due Autori, è stato in grado di spiegarli, e umanizzarli davanti ad una partita di calcio. Con momenti veri, questi si, di afferrabile serenità.

Recensione (di I.A. Chiusano)

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Ancora provato dalla scrittura di un libro in cui ha cercato di ricostruire la storia del padre – un oppositore del regime libico di Gheddafi, rapito in Egitto e sparito drammaticamente nel nulla – l’Autore approda a Siena, per alimentarsi ai dipinti di Duccio di Buoninsegna e Ambrogio Lorenzetti. Conosce già la scuola senese, lungamente studiata nelle sale londinesi della National Gallery, dove ha elaborato un meditato criterio di interpretazione. Non appena giunge nella città del Palio mette in moto il suo metodo e si concentra dapprima sul Palazzo Pubblico e sui famosi affreschi sul Buono e Cattivo Governo. Ne apprezza l’andamento dimostrativo e pedagogico, che gli consente di fare sintesi. Da un lato, fa i conti con una peculiare e ricorsiva rappresentazione dell’idea di Giustizia, e con ciò che questa potrebbe significare anche per la sua traiettoria personale e familiare. Dall’altro lato, e nel luogo stesso per cui quelle allegorie pittoriche sono state pensate, scopre lo scenario naturale per una riconciliazione interiore e sociale. È in questa cornice che il narratore – che per immergersi totalmente prova anche a studiare l’italiano – fa alcuni incontri che gli comunicano un’energia rivitalizzante. Ed è nuovamente il medium della pittura (questa volta con la frequentazione assidua della Pinacoteca) a condurre Matar ad un’ulteriore consapevolezza: su che cosa abbia comportato per la storia della pittura medesima e per la cultura europea e mediterranea, e araba, l’attraversamento della Peste Nera del 1348; ma anche su che cosa possa valere, per se stesso, la riemersione da un disorientamento durato così tanto tempo. Matar percepisce gradualmente l’unicità e l’esemplarità dell’esperienza che sta vivendo a Siena. I quadri che contempla nell’Oratorio di San Bernardino paiono esprimere al meglio una sorta di profonda nostalgia, che l’Autore descrive in termini di riconoscimento. Tuttavia l’approdo definitivo – l’abbraccio di una comprensione tanto ricercata – non si perfeziona a Siena, ma a New York, ancora di fronte ad un altro capolavoro della scuola senese.

Pur risultando a tratti lezioso e quasi dolciastro – è scritto coltivando un’intimità dai contorni fin troppo prevedibili – questo libro ha molti meriti. Ci ricorda l’intrinseca sapienza dei luoghi e l’importanza che essa può giocare per la nostra vita. Ci comunica anche un peculiare e apprezzabile modo di avvicinamento all’arte, come chiave per avere accesso al segreto di alcuni spazi, ma anche come deliberata postura di un paziente che si lascia curare dalla forza universale dell’immagine, dalla sua ultrattività. Sono curiose e stimolanti anche le osservazioni che Matar compie sulle opere da cui si fa deliberatamente rapire. Forse suonano come tecnicamente extravaganti, fantasiose o addirittura arbitrarie. Allo stesso tempo, però, non si può dubitare del fatto che le esperienze di fruizione obliqua dell’arte (ma si potrebbe dire lo stesso anche per la letteratura o per la storia o per l’economia…) presentano talvolta la capacità di rompere le barriere tra il discorso colto e il più grande pubblico dei non esperti. Né si potrebbe sostenere, d’altra parte, che Matar metta del tutto fuori strada il lettore. Anzi, pur partendo da un irriducibile punto di vista e da un’istanza interiore ed esclusiva, egli arriva anche a lambire l’idea di che cosa sia, in pittura, lo spazio italiano di cui argomentava con finezza Cesare Brandi nel suo classico saggio (da poco ripubblicato). Per la sua felice obliquità, Un punto di approdo è paragonabile a I fogli del capitano Michel, di Claudio Rigon, edito sempre da Einaudi un po’ di anni fa: un piccolo volume, composto anch’esso in punta di penna e dedicato alla rievocazione di una delle tante storie di soldati avvenute durante la prima guerra mondiale. Molti amici lo avevano criticato, per la sommarietà di talune ricostruzioni e per qualche evidente imprecisione. Erano giudizi sbagliati, perché dettati dall’innocente, eppure letale, acribia di chi non considera il motore empatico che alcune, mirate suggestioni possono accendere. La cultura, infatti, si nasconde anche lì e non ha minor valore di quella che si apprende da un saggio scientifico.

Recensioni (di L. Azzariti-Fumaroli; di R. Barzanti; di L. Beatrice; di C. Langone; di A. Olivetti; di E. Rialti)

Intervista all’Autore

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Scrivere racconti è difficilissimo. Trovarne un maestro è qualcosa di raro. Ma con Pardini – già saggiato con piacere in altro momento – non si sbaglia e questo libro lo dimostra. I suoi protagonisti sono uomini e animali, vivi e tenaci più che mai. Come lo stile che li rappresenta, che è diretto, asciutto, tonico e alimentato da un linguaggio chiaro. Il gusto complessivo, tuttavia, sa di antico, come si addice al tipo tradizionale della novella. Due storie sono semplicemente meravigliose: quella che dà il titolo alla raccolta, e che apre il volume; e La vendetta del gufo, che lo chiude. In entrambe – la prima è ambientata nel ‘500, la seconda ai nostri giorni – ci sono animali che rispondono con estrema determinazione ai soprusi degli uomini. Manifestano un senso di giustizia e un’alleanza che vanno ben al di là della rappresaglia ferina e paiono proiettati a ristabilire un elementare ordine morale e sociale. È così anche nel Fratello del lupo. Nel Gatto e in Serague emerge anche l’idea di una fratellanza che non è fatta soltanto di buoni sentimenti, ma dell’abbraccio di un comune destino di violenze e di miserie, e di una misteriosa forza di resistenza vitale. La sfida e la pantera porta la rappresentazione di questo orizzonte ad un grado di esemplarità ancor maggiore, in un intreccio di vicende in cui uomini e animali si incontrano, si scontrano e condividono dolori, rivincite e un singolare destino di lotta e di adattamento costanti. C’è dell’altro, però. In questi racconti il meccanismo di antropomorfizzazione cui le “bestie” sono sottoposte è ridotto al minimo. Difatti non serve ad alludere, in chiave meramente simbolica, a un modello umano alternativo; serve a renderci familiare ciò che gli animali ancora custodiscono. Ciò per cui essi lottano con tutte le forze, come nella Picciona etrusca, dove il legame con l’uomo, forse non a caso, è tenuto da un sacerdote di divinità destinate a scomparire. In tutto il libro vi è un solo racconto a fare eccezione al quadro complessivo: La pistolera, che è una sorta di spin-off di Jodo Cartamigli, noto e fortunato romanzo western dello stesso Autore. A guardar bene questa storia si nutre di un’ispirazione presente anche nelle altre: di quella percezione dell’esistenza, come infinita avventura, che tanto caratterizza le atmosfere create da Pardini.

Recensioni (di M. Magliani; di S. Fortuna; di A. Picca; di C. Bacchini; di O. Di Monopoli)

Un’intervista all’Autore

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