Il maggiore Richard è un reduce, ha combattuto in due grandi conflitti. Ora è sposato con Teresa e cerca un lavoro. Chiede aiuto a un ex commilitone, Twinnings, che pare avere le mani in pasta e sapere a chi rivolgersi. Richard, infatti, non riesce ad adattarsi al “nuovo” mondo che le guerre hanno dischiuso. È ancora radicato in quello “di ieri” e prova una sincera nostalgia per la scuola militare, il cameratismo, la cultura del cavallo e dell’onore. Ma sa che quel tempo è definitivamente tramontato e, soprattutto, che ha bisogno di dare certezze alla moglie, che tanto confida nel suo valore. Accetta, pertanto, la proposta di Twinnings, che gli procura un colloquio per un impiego, non ben definito, alle dipendenze del grande Zapparoni, il ricco e misterioso imprenditore che in quel momento ha più successo. Il magnate, in particolare, suscita l’ammirazione continua dei ragazzi e degli adulti, per i robot sofisticatissimi che costruisce e per le sue mirabolanti produzioni cinematografiche. Richard avverte già che lo aspetta qualcosa di ambiguo e pericoloso, anche perché Caretti, l’uomo che dovrebbe sostituire nella factory di Zapparoni, è misteriosamente scomparso; e perché i dipendenti ultraspecializzati di quell’azienda, pur pagatissimi, paiono legati al loro principale da un vincolo sostanzialmente inscindibile. Nonostante ciò Richard si presenta alla casa del famoso tycoon, dove viene letteralmente preso in contropiede. Da un lato si ritrova in una villa i cui ambienti e panorami lo riportano al passato che tanto rimpiange e lo avvolgono in una sensazione quasi piacevole. Dall’altro si scopre a fronteggiare direttamente l’imperscrutabilità di Zapparoni, che, dopo averlo messo alla prova sul terreno inatteso della tattica bellica, lo lascia in balìa delle curiose ed efficientissime api che sorvolano la tenuta. Mentre si rilassa e ripiomba così, ancora una volta, nella rievocazione del tempo che fu, Richard fa una improvvisa scoperta, che lo sconvolge e gli fa temere per la propria vita. Prova a reagire, istintivamente; ma alla fine accetta di essere assunto alle dipendenze del nuovo mago tecnologico e di godere da subito della promessa di conforto che questa scelta comporta.

Ritmato da una scrittura rapsodica e a tratti ammaliante – che cospira in modo efficace alla riproduzione dello stato mentale del suo protagonista – Le api di vetro è un tipico libro di Jünger. La spina dorsale è tutta autobiografica, intima e retrospettiva. È la speculazione, non priva di malinconia, di un uomo che rimpiange una dimensione cosmica che non può mai aver veramente raggiunto, neppure nella sua pur ricca esperienza di vita vissuta, e che tuttavia anela a conseguire e quindi a indicare a chi lo vuole ascoltare. La polpa del racconto, però, ciò che incarna la spina dorsale, si risolve in un’allegoria sull’impossibilità definitiva dell’agognato traguardo. Non solo per Jünger: è l’umanità nel suo complesso a dover soccombere, specie di fronte alla forza demiurgica della società tecnologica e dei suoi profeti. Il mondo, infatti, ha fatto un salto mortale, abbracciando un gioco le cui potenze non si lasciano comprendere fino in fondo e sono, tuttavia, capaci di attirare ciascun individuo in un meccanismo di irresistibile sinergia. Ecco dunque il punto: “la perfezione umana e il perfezionamento tecnico non sono conciliabili”; l’una via esclude l’altra, ma – come dimostra la parabola del maggiore Richard – la prima è inattingibile e la seconda, perniciosa, è fortissima e suadente, e consente il godimento di istanti di illusione e di felicità. Istanti che Jünger, ovviamente, cerca in altro modo: nella sua ossessione per l’osservazione (che spiega i suoi particolarissimi hobbies, coltivati per tutta la vita: l’entomologia e la geologia); e nella pratica effettiva, quotidiana, del suo auto-escludersi, del suo essere (per sua stessa definizione) un “anarca”. Non stupisce che questo autentico Zarathustra abbia avuto col nazismo più di qualche compromesso, né che tra i suoi interlocutori intellettuali vi siano stati sia Carl Schmitt, sia Martin Heidegger. Specie il dialogo con il grande filosofo dimostra il carattere plumbeo e ustionante del terreno in cui ci si muove; un soggetto che tuttavia ha saputo stimolare anche felici e ironiche ricostruzioni, come in Fernando Acitelli: con Oltre la linea. Jünger e Heidegger a Wembley, facendo il verso ad un noto argomento di confronto tra i due Autori, è stato in grado di spiegarli, e umanizzarli davanti ad una partita di calcio. Con momenti veri, questi si, di afferrabile serenità.

Recensione (di I.A. Chiusano)

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Ancora provato dalla scrittura di un libro in cui ha cercato di ricostruire la storia del padre – un oppositore del regime libico di Gheddafi, rapito in Egitto e sparito drammaticamente nel nulla – l’Autore approda a Siena, per alimentarsi ai dipinti di Duccio di Buoninsegna e Ambrogio Lorenzetti. Conosce già la scuola senese, lungamente studiata nelle sale londinesi della National Gallery, dove ha elaborato un meditato criterio di interpretazione. Non appena giunge nella città del Palio mette in moto il suo metodo e si concentra dapprima sul Palazzo Pubblico e sui famosi affreschi sul Buono e Cattivo Governo. Ne apprezza l’andamento dimostrativo e pedagogico, che gli consente di fare sintesi. Da un lato, fa i conti con una peculiare e ricorsiva rappresentazione dell’idea di Giustizia, e con ciò che questa potrebbe significare anche per la sua traiettoria personale e familiare. Dall’altro lato, e nel luogo stesso per cui quelle allegorie pittoriche sono state pensate, scopre lo scenario naturale per una riconciliazione interiore e sociale. È in questa cornice che il narratore – che per immergersi totalmente prova anche a studiare l’italiano – fa alcuni incontri che gli comunicano un’energia rivitalizzante. Ed è nuovamente il medium della pittura (questa volta con la frequentazione assidua della Pinacoteca) a condurre Matar ad un’ulteriore consapevolezza: su che cosa abbia comportato per la storia della pittura medesima e per la cultura europea e mediterranea, e araba, l’attraversamento della Peste Nera del 1348; ma anche su che cosa possa valere, per se stesso, la riemersione da un disorientamento durato così tanto tempo. Matar percepisce gradualmente l’unicità e l’esemplarità dell’esperienza che sta vivendo a Siena. I quadri che contempla nell’Oratorio di San Bernardino paiono esprimere al meglio una sorta di profonda nostalgia, che l’Autore descrive in termini di riconoscimento. Tuttavia l’approdo definitivo – l’abbraccio di una comprensione tanto ricercata – non si perfeziona a Siena, ma a New York, ancora di fronte ad un altro capolavoro della scuola senese.

Pur risultando a tratti lezioso e quasi dolciastro – è scritto coltivando un’intimità dai contorni fin troppo prevedibili – questo libro ha molti meriti. Ci ricorda l’intrinseca sapienza dei luoghi e l’importanza che essa può giocare per la nostra vita. Ci comunica anche un peculiare e apprezzabile modo di avvicinamento all’arte, come chiave per avere accesso al segreto di alcuni spazi, ma anche come deliberata postura di un paziente che si lascia curare dalla forza universale dell’immagine, dalla sua ultrattività. Sono curiose e stimolanti anche le osservazioni che Matar compie sulle opere da cui si fa deliberatamente rapire. Forse suonano come tecnicamente extravaganti, fantasiose o addirittura arbitrarie. Allo stesso tempo, però, non si può dubitare del fatto che le esperienze di fruizione obliqua dell’arte (ma si potrebbe dire lo stesso anche per la letteratura o per la storia o per l’economia…) presentano talvolta la capacità di rompere le barriere tra il discorso colto e il più grande pubblico dei non esperti. Né si potrebbe sostenere, d’altra parte, che Matar metta del tutto fuori strada il lettore. Anzi, pur partendo da un irriducibile punto di vista e da un’istanza interiore ed esclusiva, egli arriva anche a lambire l’idea di che cosa sia, in pittura, lo spazio italiano di cui argomentava con finezza Cesare Brandi nel suo classico saggio (da poco ripubblicato). Per la sua felice obliquità, Un punto di approdo è paragonabile a I fogli del capitano Michel, di Claudio Rigon, edito sempre da Einaudi un po’ di anni fa: un piccolo volume, composto anch’esso in punta di penna e dedicato alla rievocazione di una delle tante storie di soldati avvenute durante la prima guerra mondiale. Molti amici lo avevano criticato, per la sommarietà di talune ricostruzioni e per qualche evidente imprecisione. Erano giudizi sbagliati, perché dettati dall’innocente, eppure letale, acribia di chi non considera il motore empatico che alcune, mirate suggestioni possono accendere. La cultura, infatti, si nasconde anche lì e non ha minor valore di quella che si apprende da un saggio scientifico.

Recensioni (di L. Azzariti-Fumaroli; di R. Barzanti; di L. Beatrice; di C. Langone; di A. Olivetti; di E. Rialti)

Intervista all’Autore

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Scrivere racconti è difficilissimo. Trovarne un maestro è qualcosa di raro. Ma con Pardini – già saggiato con piacere in altro momento – non si sbaglia e questo libro lo dimostra. I suoi protagonisti sono uomini e animali, vivi e tenaci più che mai. Come lo stile che li rappresenta, che è diretto, asciutto, tonico e alimentato da un linguaggio chiaro. Il gusto complessivo, tuttavia, sa di antico, come si addice al tipo tradizionale della novella. Due storie sono semplicemente meravigliose: quella che dà il titolo alla raccolta, e che apre il volume; e La vendetta del gufo, che lo chiude. In entrambe – la prima è ambientata nel ‘500, la seconda ai nostri giorni – ci sono animali che rispondono con estrema determinazione ai soprusi degli uomini. Manifestano un senso di giustizia e un’alleanza che vanno ben al di là della rappresaglia ferina e paiono proiettati a ristabilire un elementare ordine morale e sociale. È così anche nel Fratello del lupo. Nel Gatto e in Serague emerge anche l’idea di una fratellanza che non è fatta soltanto di buoni sentimenti, ma dell’abbraccio di un comune destino di violenze e di miserie, e di una misteriosa forza di resistenza vitale. La sfida e la pantera porta la rappresentazione di questo orizzonte ad un grado di esemplarità ancor maggiore, in un intreccio di vicende in cui uomini e animali si incontrano, si scontrano e condividono dolori, rivincite e un singolare destino di lotta e di adattamento costanti. C’è dell’altro, però. In questi racconti il meccanismo di antropomorfizzazione cui le “bestie” sono sottoposte è ridotto al minimo. Difatti non serve ad alludere, in chiave meramente simbolica, a un modello umano alternativo; serve a renderci familiare ciò che gli animali ancora custodiscono. Ciò per cui essi lottano con tutte le forze, come nella Picciona etrusca, dove il legame con l’uomo, forse non a caso, è tenuto da un sacerdote di divinità destinate a scomparire. In tutto il libro vi è un solo racconto a fare eccezione al quadro complessivo: La pistolera, che è una sorta di spin-off di Jodo Cartamigli, noto e fortunato romanzo western dello stesso Autore. A guardar bene questa storia si nutre di un’ispirazione presente anche nelle altre: di quella percezione dell’esistenza, come infinita avventura, che tanto caratterizza le atmosfere create da Pardini.

Recensioni (di M. Magliani; di S. Fortuna; di A. Picca; di C. Bacchini; di O. Di Monopoli)

Un’intervista all’Autore

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In un’isola vive un vecchio pescatore. Ma non è una favola per bambini. È il contesto di un’oscura, tragica rappresentazione, nella quale la voce narrante si rivolge direttamente al protagonista del racconto, per rendergli del tutto cosciente il suo inevitabile e irredimibile destino di dannato. Il vecchio, infatti, non è un personaggio positivo. Dopo la scomparsa della moglie, maltrattata e picchiata per tutta la vita, e infine morta per una grave malattia, segue pervicacemente una routine che lo ha portato a un abbrutimento definitivo. Pesca in astiosa solitudine nelle acque che ha contribuito a inquinare; beve e bestemmia nella bettola in cui si riuniscono i relitti umani dell’isola, ormai svuotata della sua originaria comunità; odia, ricambiato, tutti i suoi vicini, il parroco e il sindaco, e naturalmente anche i turisti, che irrompono sgraditi e chiassosi nel fine settimana; disprezza anche gli unici parenti che gli sono rimasti e che, non a caso, vivono sulla terraferma. L’Autore – la voce narrante – lo aiuta a capire il perché della sua condizione: lo guida, cioè, in un processo di riflessione, che ripercorre, in crescendo, episodi salienti del suo passato e gli rivela in questo modo, passo dopo passo, la sua violenza e il suo egoismo, le grandi colpe di cui si è macchiato e la ragione assoluta – di giustizia quasi divina – dell’esperienza di costante consunzione in cui la vecchiaia lo costringe a sopravvivere.

Un primo modo di leggere questo libro è immaginare che la voce narrante non sia quella dello scrittore, ma quella di Dio, che chiede a Caino dov’è suo fratello. Di quale delitto si è macchiato il vecchio? Perché è condannato a vagare disperatamente per l’isola, reietto tra i reietti, allo stesso modo di come Caino è stato condannato a vagare errabondo sulla terra? Va osservato che l’isola, per Frizziero, è innanzitutto l’Isola; un’entità maiuscola, che ha una dimensione universale, a significare il confine compiuto del mondo nel quale il vecchio / l’uomo è costretto e su cui può colpevolmente consumarsi nel suo odio. Da questo punto di vista, nel romanzo c’è un che di infernale, nel senso dantesco. Si può anche intravedere un altro modo di leggere la storia dell’Isola, dietro i cui pochi, riconoscibili lineamenti pare di scorgere un’isola vera e propria, quella di Pellestrina, nella laguna veneta. L’isola, quindi, riflette anche un’altra immagine, tutta reale: di un arcipelago in stato di graduale abbandono e spopolamento; un luogo di occasioni e di esperienze perdute, la cui umanità, lasciata a se stessa, non può che tradurre, nei pensieri nostalgici, nelle aspirazioni retrospettive e nei gesti ripetuti di ogni giorno, un radicale svuotamento morale. Sensazioni che nulla hanno a che fare con quelle che dall’insularità aveva ricavato Paolo Barbaro, in racconti carichi di suggestione. In questo scenario, poi, a guardar bene, il soggetto negativo non è soltanto il vecchio. Anche gli altri attori non si distinguono, incarnando le stereotipiche deformazioni di un paesone triste, in disarmo sociale ed economico, rispetto alle quali persino il vecchio manifesta un qualche senso critico. Tempo fa, con stile e tono molto diversi, Francesco Maino ci ha raccontato lo sgretolamento di un pezzo di Veneto, altrettanto afferrabile; oggi Sandro Frizziero – che con questo lavoro corre giustamente per il Campiello – ci offre un’altra istantanea del comune decadimento, sempre amara e non meno disperante.

Recensioni (di G. De Rinaldis; di G. Mecca; di F. Ottaviani)

La presentazione del libro, firmata da Tiziano Scarpa

Con l’Autore, sui luoghi del romanzo

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Ciascuno cerca i rimedi che meglio gli si addicono: i presìdi, come direbbe qualcuno. Anche i libri lo possono essere. In generale, nel senso che lo può essere la lettura in sé e per sé; o in particolare, per gli effetti specifici che può avere la ripresa di certi testi o la frequentazione periodica di un autore. Il mio rimedio, il presidio per eccellenza, è William Faulkner. È la mia penicillina, l’antibatterico che devo assumere periodicamente, preferibilmente nella calura estiva, chiudendo ogni tanto gli occhi e immaginandomi in qualche parte della sua mitica contea di Yoknapatawpha. Di Faulkner, negli anni, ho letto (e riletto) tantissimo. Questa antologia ancora mi mancava. Se Yoknapatawpha potesse avere, oggi, una sua perfetta serie tv, questi racconti – assemblati per Adelphi da Mario Materassi (che ne ha firmato la puntuale postfazione) – ne potrebbero essere gli undici magnifici episodi. Sono tutti diversi, naturalmente. Però sono percorsi da un comune e amaro gusto comico, o meglio satirico, pur annegando, come sempre in Faulkner, in un cocktail di tragico e di epico. 

Un corteggiamento, Foglie rosse e Capelli sono, forse, i pezzi migliori. Il primo è la storia di una sfida che due improbabili e determinatissimi “contendenti” intraprendono e spingono quasi fino all’estremo, per rimanere poi beffati in una maniera a suo modo classica. Il secondo è la descrizione di una fuga disperata e di un destino drammatico, quello che deve invariabilmente toccare allo schiavo nero di un capotribù indiano, che è morto e che non può, tuttavia, essere sepolto se non in compagnia di tutte le sue cose. Il terzo è paragonabile ad una sorta di exemplum “di provincia”, un racconto pedagogico, sia pur in modo sotterraneo, sulla tenacia inspiegabile di un uomo apparentemente mediocre e invisibile, ma capace di una trascinante forza di redenzione (lo stesso personaggio – che è un barbiere – compare anche in Settembre arido, cronaca terribile e fulminante di un gratuito e spietato linciaggio). Sempre esemplare è anche Scandole per il Signore, una parabola ficcante sull’esiziale povertà che si nasconde in ogni pretesa puramente individuale di superiorità etica. La mia Nonna Millard, il Generale Bedford Forrest, e la battaglia di Harrykin Creek va letto assieme a Muli in cortile. Entrambi sono divertenti, ma, in un certo senso, l’uno è l’opposto dell’altro, visto che nel primo l’anacronismo della old culture sudista viene messo apertamente alla berlina, mentre nel secondo è quello stesso attaccamento a contrapporsi all’amoralità di un tempo tanto nuovo e progredito quanto barbaro. Il senso di un cortocircuito inevitabile tra due mondi antitetici, con esiti addirittura diseducativi, è molto ben rappresentato in Sarà bello (geniale l’assunzione della prospettiva infantile da parte del narratore). Ne Gli uomini alti lo stesso cortocircuito si rivela come la principale ragione del mancato coinvolgimento del Sud nelle trasformazioni socio-economiche e politiche del Novecento americano, viste come fattori intempestivi di spiazzante disorientamento (l’incontro e il dialogo tra un saggio sceriffo e un giovane e ingenuo funzionario federale strappa più di qualche sorriso). 

La raccolta è singolare e importante perché, oltre a confermare la straordinaria bravura dello scrittore, rivela in modo evidente la proiezione universale, e salvifica, del pessimismo faulkneriano. È un sentimento che, nell’immediato, si radica nella fatalistica ricognizione dello scacco insuperabile della guerra civile e della maledizione che ha instillato tanto negli uomini che l’hanno vissuta quanto nelle generazioni successive (la “cappa” è palpabile specialmente nell’atmosfera western di Vittoria in montagna). Ma quello di Faulkner è uno sguardo che coinvolge biblicamente tutta l’umanità, della cui degenerazione, miseria e grettezza (come in Strascico della morte) le mille storie del Grande Sud – del “cielo” definitivamente “caduto” – non possono che essere la migliore occasione espressiva e, al contempo, il più efficace e provvidenziale sermone.

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Ogni tanto ci si imbatte in un libro geniale. Forse non ci voleva neppure molto a pensarlo. Ma esiste sul serio e offre soddisfazioni notevoli. Soprattutto ci si diverte. L’Autore sceglie alcune delle poesie più note della tradizione scolastica italiana e le sottopone all’indagine meticolosa di un radar originale, penetrante e dissacrante. Non si avvale della lente della critica o della filologia. Utilizza soltanto il filtro paradossale e impertinente di un realismo assoluto e quasi “scientifico”, che prende i testi alla lettera. È così, ad esempio, che scopriamo che, in Davanti a San Guido, era davvero assai difficile che Carducci riuscisse a vedere i famosi cipressi dal finestrino di un treno in corsa nel buio di un tardo pomeriggio invernale. Tanto più era fisicamente insostenibile che i cipressi gli venissero incontro. Ancor più inverosimile è ciò che racconta Leopardi ne La ginestra: perché le pendici del Vesuvio non sono per nulla aride, né lo sono mai state. Del tutto assurda, poi, la situazione in cui Foscolo (In morte del fratello Giovanni) afferma di volersi immaginare, “seduto” a mo’ di acrobata su di un loculo verticale. Anche La spigolatrice di Sapri, di Mercantini, descrive uno scenario improbabile: innanzitutto perché sui terreni salmastri, vicino al mare, non ci poteva essere alcuna spigolatrice, visto che non è certo il contesto adatto per la coltivazione dei cereali; poi perché la stessa spigolatrice afferma di aver traguardato a Ponza una bandiera tricolore, quando l’isola dista 240 chilometri e il suo porto è pure nascosto dietro un’altura. L’analisi del Giuramento di Pontida è ancor più radicale: Berchet, infatti, dice di aver visto i cittadini di venti città, anche se è chiaro che le città fondatrici della Lega lombarda erano solo cinque; dice anche di averli visti stringersi la mano… ma come è immaginabile che ci siano state 40 miliardi di strette di mano? Gli esempi potrebbero continuare ancora: l’irriverenza di Piancastelli non si accontenta di “sezionare” e “smontare” altri grandi classici carducciani, leopardiani o foscoliani, e si spinge a “bacchettare” anche Manzoni, Pascoli e Montale. Alla fine, curiosamente, l’ostinata irriverenza dell’Autore può produrre nel lettore due effetti positivi e tra loro apparentemente opposti. Perché non c’è dubbio – da un lato – che questo volumetto contribuisca meritoriamente a scuotere l’albero tuttora pietrificato delle letture che generazioni di studenti sono stati costretti a sorbirsi. Un tale esercizio decostruttivo – però – lungi dallo stimolare un allontanamento dalla poesia ne indica una speciale via d’accesso, rivelandone in modo efficace il proverbiale straniamento: lo scollamento necessario, che le consente, per questo solo, di dire al meglio ciò che altrimenti potremmo soltanto registrare e descrivere.

Recensione (di Luca Sancini)

Le poesie “rilette” da Piancastelli: Ugo Foscolo, In morte del fratello Giovanni; Ugo Foscolo, Alla sera; Ugo Foscolo, A Zacinto; Ugo Foscolo, Dei sepolcri; Giosuè Carducci, Davanti a San Guido; Giosuè Carducci, Piemonte; Giosuè Carducci, Pianto antico; Giosuè Carducci, Il bove; Giosuè Carducci, La canzone di Legnano; Giosuè Carducci, San Martino; Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto; Eugenio Montale, Spesso il male di vivere; Eugenio Montale, Prima del viaggio; Giovanni Pascoli, La quercia caduta; Alessandro Manzoni, Marzo 1821; Alessandro Manzoni, Natale; Alessandro Manzoni, Il conte di Carmagnola (coro dell’atto II); Giacomo Leopardi, Il sabato del villaggio; Giacomo Leopardi, La quiete dopo la tempesta; Giacomo Leopardi, Alla luna; Giacomo Leopardi, L’infinito; Giovanni Berchet, Il giuramento di Pontida; Luigi Mercantini, La spigolatrice di Sapri.

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L’interrogativo che si pone questo saggio è semplice: siamo certi che il Socrate che conosciamo corrisponda davvero al Socrate realmente esistito? Platone e Senofonte ne hanno tramandato un’immagine che sembra costruita su misura: in tutto e per tutto adeguata al padre di un pensiero che avrebbe dovuto essere – come del resto è stato – programmaticamente anticonvenzionale. Dunque non poteva che incarnarsi in un uomo di umili origini, brutto d’aspetto e integralmente dedito alla ricerca e alla pratica di una vita fondata esclusivamente sulla saggezza. E destinato ad una morte iconica. Forse Socrate è stato anche questo, in effetti; ma forse così è stato solo da un certo momento della sua vita. L’Autore del libro, un classicista di stanza ad Oxford, prova infatti a rimescolare le carte, valorizzando fonti minori o tradizionalmente poco considerate. Il suo scopo – come recita il sottotitolo – è ritrovare la “giovinezza perduta del padre della filosofia occidentale”. Ne risulta il ritratto di un uomo proveniente da una famiglia benestante, cresciuto secondo i migliori dettami del suo tempo; di un soldato valoroso ed esperto, che anche perciò ha avuto la possibilità di frequentare l’élite intellettuale e politica, e che ha amato più donne (non solo l’antipatica Santippe). Anzi, Socrate avrebbe appreso la traiettoria cui orientare il suo magistero filosofico proprio da una misteriosa e affascinante figura femminile, Aspasia, cortigiana di crescente successo, poi diventata nientemeno che la consorte di Pericle.

Cherchez la femme, quindi? Qualcuno, a prima lettura, si è espresso anche così. Tuttavia non è vero che il testo si può ridurre a questa conclusione. Nell’interpretazione di alcuni passi – anche noti – del Simposio di Platone Armand D’Angour suggerisce percorsi interessanti, come quello che finisce per indicare in Aspasia la misteriosa Diotima di cui Socrate stesso narra nel corso dell’indimenticabile banchetto. Sono curiosi anche i brani in cui si racconta di alcune battaglie o quelli in cui si ricostruiscono i legami tra Socrate e alcuni esponenti della sofistica e della scuola di Elea. Un problema, però, sussiste. È quello tipico delle letture eminentemente congetturali, che in questo caso, purtroppo, non possono che essere tali e lasciare spazio a rappresentazioni tanto verosimili quanto lo sono quelle alternative. Certo, l’Autore è assai onesto: la sua ricostruzione della vita di Socrate è collocata nella postfazione, in carattere corsivo; giusto per segnare la distanza tra i tasselli raccolti lungo la strada e il loro assemblaggio, che non può essere supportato da altre prove. Ma anche quei tasselli sono di per sé scarni e l’argomentazione complessiva, non a caso, risulta ridondante e ripetitiva, e a tratti punteggiata da un tono un po’ troppo compiaciuto. Alla fine, pur di fronte a una ricerca stimolante, non si può che rivalutare la scanzonata, e spesso sottovalutata, sincerità di Luciano De Crescenzo, che, forse con minore scienza, ci ha già consegnato immagini e insegnamenti ben più efficaci.

Recensioni (di D. Abbiati; di P. Stothard; di T. Whitmarsh)

L’Autore presenta il suo libro

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Andrés “Pibe” Rivarola è un giovane uomo che nella Buenos Aires dei primi anni Trenta sta cercando una propria strada e fatica a trovarla. Alle spalle ha già una serie di fallimenti e ora vive a pensione dall’antipatica doña Norma. Il Gorrión – suo amico – è in un brutto guaio: deve una bella somma di denaro ad alcuni trafficanti, da cui ha ricevuto a credito la droga che regolarmente vende a Bernabé Ferreyra, fenomenale goleador del River Plate. Il fatto è che il campione non paga più, perché ha abbandonato la città e se ne è tornato in campagna, alla casa materna, per spuntare dalla società un ingaggio più elevato. Andrés allora decide di attivarsi per provare a far tornare Bernabé, ma finisce in una curiosa carambola di incontri e di eventi imprevisti e pericolosi. Da un lato l’avventura gli dà l’occasione di frequentare la fascinosa Raquel Glazier, di cui è innamorato, apparentemente senza essere corrisposto. Dall’altro lato, però, si ritrova strumento di manovre che non riesce del tutto a comprendere. Di mezzo c’è anche la misteriosa morte di una bellissima ragazza, figlia di un eccentrico e decaduto esponente politico di destra. Il quale insiste di voler fare di tutto per la patria – come nel titolo del libro – e che con questo slogan, tuttavia, riprende sia un motto della Guardia Civil spagnola dell’epoca franchista, sia il nome di un movimento rivoluzionario di sinistra, che opererà soltanto cinquant’anni dopo: con questo simbolico anacronismo la satira dell’Autore si rivela definitiva. L’intricata vicenda, ad ogni modo, farà maturare Andrés ulteriormente e gli procurerà il tanto agognato posto di lavoro. Il romanzo termina con un “(continua)”, che fa pensare che, forse, potremo saggiare il Pibe in altre storie altrettanto improbabili e pittoresche. O forse no. Perché quella chiusa fa parte essa stessa del pastiche che l’Autore ha messo giocosamente in scena.

Tutto per la patria è una galleria variopinta di personaggi, molti anche reali, assemblati a bella posta per trasmettere un certo gusto. È reale il calciatore, Bernabé Ferreyra, detto La Fiera, un vero prodigio del gol. Sono reali anche Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Victoria Ocampo e Roberto Arlt: grandissimi protagonisti della scena letteraria del tempo, che non hanno bisogno di presentazioni. Sono tutti ritratti di striscio, però, con una felice intuizione parodistica. Gli eroi di Caparrós evidentemente non sono gli intellettuali. L’eroe è lo squattrinato Rivarola, il figlio di immigrati, che ha una costante fame di popolo, di strada, di vita. Per questo sogna di riportare il tango al suo ruolo di autentica e profonda voce della gente. Dunque di fargli dire la verità, missione non semplice in un paese che soffre dei tanti mali della tipica caricatura dello stato sudamericano: la politica costantemente attraversata da pulsioni radicalmente opposte; l’affarismo più basso elevato a chiavistello per l’apertura di tutte le porte; la polizia largamente e irrimediabilmente corrotta; e la stampa sempre impegnata a svolgere un ruolo teoricamente fondamentale e materialmente ipocrita. L’inizio del libro assomiglia un po’ all’inizio di Conversazione nella Cattedrale di Mario Vargas Losa: anche il Pibe, come Santiago Zavala, si chiede quando e come il suo paese si sia perso. Ma Caparrós non ambisce all’approfondimento quasi psicanalitico cui ricorre il maestro peruviano. Gli basta dimostrare che anche la farsa può condurre, con stile molto più umile, a risultati comparabili.

Recensione (di S. Tedeschi)

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Napoleone crolla e al Congresso di Vienna, tra il 1814 e il 1815, si gettano le basi della Restaurazione, cominciando dalle spartizioni territoriali. Ma c’è un punto, sulle carte topografiche, in cui la matita dei negoziatori ha tracciato un confine incerto. È un piccolo spazio di 3,4 Km², tra la Prussia e il regno olandese; una terra di nessuno, che non è così facile da attribuire, perché è appetita da entrambi gli stati. Vi si trovano una ricca miniera di zinco e, soprattutto, uno stabilimento industriale, che lavora quel minerale in modo innovativo e incredibilmente efficiente. Comincia qui la storia – tutta vera – del territorio neutrale di Moresnet, destinato a restare tale, conteso presto anche dal Belgio, per un secolo intero, finché sarà travolto e cancellato dalla prima guerra mondiale. Nel frattempo, però, Moresnet sperimenta i problemi e le possibilità dovuti all’ambiguità del suo singolare regime. L’Autore di questo libro ne fa una divertita e romanzata rassegna. È ben vero che gli abitanti di Moresnet non hanno più una cittadinanza certa e che per loro è difficile anche sposarsi. E poi c’è il dilemma della legge applicabile e del giudice cui rivolgersi in caso di controversie. Tuttavia Moresnet è una sorta di paradiso fiscale, che se consente il contrabbando e altre manovre speculative sui più vari tipi di merci, non impone troppe tasse, neanche agli operai più poveri. E le autorità che dovrebbero vigilare sono lontane e svogliate. Ciò che è chiaro è che, ad un certo punto, pur facendo discutere a lungo politici e giuristi di tutta Europa – c’è anche chi ritiene che il suo vero cuore sia l’azienda che ne sfrutta i giacimenti minerari e che dunque abbia una singolare natura commerciale – Moresnet potrebbe diventare qualsiasi cosa: un nuovo Principato di Monaco, ad esempio, meta ideale per i più ricchi giocatori d’azzardo di tutto il mondo; o un piccolo e tranquillo Stato in formazione, con propri fantomatici e preziosi francobolli, ma senza l’oppressione di un vero Governo. Perfino gli esperantisti ci mettono gli occhi, dandogli un inno ufficiale e immaginando che proprio lì la loro lingua universale possa radicarsi e accreditarsi definitivamente. Già censita da Graziano Graziani nel delizioso Atlante delle micronazioni, ma parimenti riscoperta anche da altri scrittori, la vicenda di Moresnet non è soltanto un curioso accidente; è una lezione spassosa ed efficace sugli elementi costitutivi dello stato, sul rapporto centrale tra fatto e diritto, e sul ruolo fondamentale del controllo delle risorse economiche come fattore agglutinante per originali soluzioni istituzionali. Leggere questo libro permette di comprendere, ancora una volta, che le idee e le esperienze maturate dalla statualità nel corso della sua storia plurisecolare offrono una lente assai utile per comprendere tante questioni presenti.

Recensione (di L. Fazzini)

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È la Russia il paese terribile in cui Andrej – alter ego dell’Autore – intende tornare per qualche mese, dopo essere migrato negli Stati Uniti con i suoi genitori al tempo del crollo dell’Unione Sovietica, quando era ancora piccolo. Ha terminato il dottorato da poco e la fidanzata lo ha lasciato, e si ritrova esposto, così, più che mai, ad una naturale e forte incertezza sul futuro. Perché, dunque, non ascoltare suo fratello Dima e passare un po’ di tempo a Mosca, per accudire la nonna Seva? Del resto è un aspirante slavista: un’immersione diretta nell’attualità della cultura che studia non può che fargli bene. E potrebbe anche approfittarne per giocare un po’ a hockey, sua grande passione. Ma la Russia – tra nuovi ricchi e “stato di polizia” – pare proprio un paese inguaribilmente terribile. Mosca è al centro di un processo di fortissima gentrificazione ed è percorsa da un mix di violenza diffusa e poco repressa e di repressione poco violenta quanto diffusa. Baba Seva è messa molto più male di quanto Andrej pensava; è anche molto sola e nel suo vecchio appartamento non c’è la connessione Internet, che a lui, però serve per restare in contatto con i corsi universitari cui sta facendo da assistente. Suo fratello Dima, poi, ha un piano molto chiaro per liberarsi dell’immobile e strappare un buon prezzo, indipendentemente dalla considerazione della salute della nonna. Come se non bastasse, fraternizzare con gli hockeisti della periferia moscovita non è cosa facile e, nel frattempo, la chance di essere assunto come docente in un buon college pare sfumare, a favore di un odiato e arrogante collega. Nonostante ciò, Andrej – che nel frattempo si innamora, e per giunta corrisposto, della bella dottoranda Julija – si affeziona alla nonna e alla sua storia difficile, e stringe amicizia con un gruppo di attivisti neocomunisti e oppositori di Putin, tra cui militano anche la sua nuova compagna e il di lei ex marito. Prende coraggio, alimenta la sua coscienza politica ed è pronto a restare in Russia per sempre, anche se una serie di eventi un po’ pericolosi, un po’ fortuiti e in parte un po’ fortunati lo convincono che, in fondo, la sua strada è quella che lo riporterà in America. Un paese terribile è un libro riuscito per molti aspetti. Per l’empatia che facilmente suscita: sa essere leggero, ironico e divertente, e a tratti è profondo e commovente. Ma anche per la bella immersione socio-culturale che permette di sperimentare, nella storia, nelle incrostazioni e nelle vene, vecchie e giovani, di un paese tuttora percorso da contraddizioni e da energie fortissime, in positivo come in negativo. Più di tutto, però, Gessen riesce a comunicare la singolare e forse paradossale propensione per lo spiazzamento che ogni giovane aspirante studioso, per essere autenticamente tale, deve sentire. Da questo punto di vista, il romanzo ha una morale chiara, che qualcuno potrebbe definire buonista e che, tuttavia, coglie nel segno: ci vuole tanto cuore per vivere davvero ciò che si studia.

Recensioni (di Luigi De Biase; di Boris Fishman; di Marcel Theroux; di Ettore Ventura)

Conversazione con l’Autore

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