Tra gennaio e febbraio dell’80 a.C., nella Roma di Lucio Cornelio Silla dictator, si intrecciano due diverse avventure: una ha per protagonista un centurione, Tito Annio Tuscolano, scortato dai suoi fidi compagni, Astragalo e Gabello; l’altra vede impegnato Marco Tullio Cicerone, al tempo ancora poco noto, nel suo primo importante processo penale. Tito Annio è stato ingaggiato dal potentissimo Marco Licinio Crasso e deve scoprire dove si rifugia Mezzo Asse, noto gestore di lupanari e unico superstite di una sanguinosa strage, nella quale ha trovato la morte anche un ricco e potente commerciante di tessuti, Marco Villio Cincio. Cicerone, invece, è stato contattato da Cecilia Metella Balearica Maggiore, influente e rispettata ex vestale, che vuole assicurare una difesa a Sesto Roscio, un imprenditore agricolo accusato dai cugini di aver ucciso il proprio padre. La materia su cui si intrecciano i due intrighi è rovente. I parenti di Cincio sono pronti a tutto, pur di vendicarlo. Soprattutto, Cincio, che era in stretto collegamento con il vittorioso ed emergente Pompeo, sarebbe diventato presto senatore. Qualcuno, forse, lo voleva morto? Non meno difficile è la situazione in cui si trova Cicerone: come mai i principi del foro hanno rifiutato di assistere Sesto Roscio? Perché ad affiancare il giovane oratore si presentano anche tre focosi e ambiziosi rampolli di famiglie notoriamente avverse allo strapotere di Silla? Mentre Tito Annio e i suoi compagni, tra risse, grandi bevute e lunghi inseguimenti, sono alla caccia di Mezzo Asse, Cicerone prepara meticolosamente il processo, maturando rapidamente la convinzione, pur riuscendo vittorioso, di essere egli stesso al centro di un inganno quanto mai torbido. È l’idea che, alla fine, si farà tragicamente anche Tito Annio, quando le due storie si uniranno, portando alla luce i collegamenti tra i delitti e la matrice cinicamente affaristica che li lega a Crisogono, spregiudicato e intoccabile protetto di Silla.

Romanzo storico e thriller allo stesso tempo, Il diritto dei lupi è una piacevole opera prima, che si legge con un certo trasporto, risultando perfettamente adatta allo svago da ombrellone. La lunghezza (si tratta di più di 700 pagine…) potrebbe spaventare – e non c’è dubbio che, forse, qualche passaggio è un po’ troppo prolisso – ma la scrittura è briosa ed efficace. Riesce suggestiva, inoltre, l’idea di trarre spunto da una reale vicenda processuale, quella di cui reca traccia la Pro Sexto Roscio Amerino, autentica orazione ciceroniana, che vien voglia di leggere integralmente. È come se gli Autori avessero voluto ricostruire il cantiere di quel testo, immaginando i timori, le ambizioni e anche le debolezze di un giovane, promettente avvocato, colto e intelligente, eppure ancora ingenuo, combattuto tra le virtù pratiche dei sofismi e la ricerca della verità. Sullo sfondo, poi, c’è la vitalità complessa di Roma antica, ricostruita e vissuta attraverso le gesta di Tito Annio, Astragalo e Gabello, e rappresentata molto bene nel contrasto tra il suo essere epicentro e modello etico, culturale e istituzionale, e la sua vocazione, anch’essa eterna, e purtroppo attualissima, a costituire il “mondo di mezzo” per eccellenza. Come a ricordarci, in sostanza, che tra le profondità oscure della Suburra e le ambizioni che si coltivano attorno ai palazzi del potere c’è sempre stata più di qualche comunicazione. L’ultimo dato positivo di questo romanzo è la figura stessa di Tito Annio, l’ex legionario di lunghe e dure campagne belliche, senza paura, in parte rozzo e in parte addomesticato, ma in ogni caso irriducibile, integro e a tratti quasi romantico. In poche parole, è il perfetto protagonista per ulteriori, auspicabili scorribande letterarie.

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Pierre Dantherieu, un diplomatico francese, è arrivato a Vienna per partecipare ai lavori di una Commissione internazionale, incaricata di dettare le regole per la navigazione sul Danubio. È il 1927 e la vecchia capitale dell’ex Impero non è più la città di un tempo. Tra le sue strade si aggira, nostalgico, anche Napoleone de Maleen-Louis, che fino al 1914 aveva lavorato presso l’ambasciata austro-ungarica a Londra e ora, privato del suo status originario, si trova a fronteggiare imbarazzanti ristrettezze economiche. Un improvviso e fortunato incontro, però, gli permette di tornare nel giro, al servizio della segreteria della Commissione internazionale. Qui non incrocia soltanto Dantherieu, che già aveva conosciuto negli anni londinesi. Si accompagna, infatti, a due singolari collaboratori, il misterioso e taciturno Massimiliano Dego e la puntuale e affascinante Théa Dux. Proprio questi personaggi – che non sono ciò che sembrano – si troveranno ben presto al centro di una trama geopolitica dagli esiti quasi sorprendenti, con la complicità dell’erudito ed eccentrico professor Moessel e per la felicità del navigato Napoleone, che tra ricordi struggenti e sogni impossibili verrà premiato e riuscirà a riabbracciare il milieu britannico che più gli è congeniale. Di questo romanzo dimenticato, pubblicato nel 1933 e finora inedito in lingua italiana, colpisce in primo luogo la rappresentazione dettagliata, rigogliosa e ricercatissima di un altro mondo: di un’epoca, già allora tramontata, di grandi ma ormai scomparse dinastie, di ricevimenti sontuosi e raffinatezze irripetibili, di bellezze e intelligenze tenaci ed elegantissime, tanto corteggiate quanto sfuggenti. Sembra quasi, quello di Ghyka, un poema sull’Europa della nobiltà e della tradizione, che la prima guerra mondiale aveva messo irrimediabilmente in ginocchio e che di fronte alle crisi sociali ed economiche del dopoguerra e alle montanti dittature pare ancor più soccombente. È così solo in parte, perché il racconto da favola nasconde evidentemente il profondo, consapevole tormento del suo autore. Da un lato, Ghyka lascia immaginare che il riscatto del vecchio continente potesse venire da un inedito connubio, autenticamente mitteleuropeo, tra le più gloriose stirpi e le forze più generose delle nuove nazioni. Dall’altro lato, però, la sua onniscienza di narratore tradisce la più intima disillusione, perché nel momento in cui inscena l’incantamento perfetto riesce a farsi profeta delle imminenti sventure, intuendo anche l’identità dei futuri vincitori. Piccola glossa finale: l’Autore – che coltiva una forma espressiva suadente, quasi ammaliante, e che indugia nello stimolare l’importanza di ricorrenze o coincidenze magiche o fatali – si cela qua e là dietro l’identità di molte delle sue creazioni, e anche dietro l’acutezza di alcune analisi storiche e artistiche; la lettura dell’opera di Bruegel il Vecchio non impressiona solo Dantherieu, ma promette attimi di soddisfazione pure per i palati più esigenti.

Recensioni (di S. Viva; di D. Lunerti; di S. Solinas; di E. Trevi)

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Il personaggio principale di questa favola è un uomo che un tempo, da bambino, ha vissuto un incidente automobilistico di cui non ricorda i dettagli. Forse è un trauma che ha rimosso, pur sapendo di essere affetto, sin da piccolo, da una strana malattia che lo aveva reso aggressivo, impedendogli di avere relazioni normali con la sua famiglia e con i coetanei. La storia comincia proprio da queste memorie sbiadite, per ricongiungersi subito al cuore del racconto: al momento in cui il protagonista, fiaccato dalla malattia e dalla tossicodipendenza, viene affidato dai genitori ad una comunità di recupero, in un piccolo paese dell’Aspromonte. Quella che deve affrontare è una terapia d’urto, ma l’isolamento tra i boschi gli fa provare sensazioni forti, consentendogli di liberarsi e di scoprire la natura più selvaggia e incontaminata. Decide di restare sul posto anche quando la comunità viene chiusa. Accompagna un pastore, insegue un maestoso caprone, si perde nei ruderi di antiche città disabitate, salva e accudisce un enorme maiale selvatico, impara a coltivare un orto e ad ascoltare le voci delle piante. La sua è un’immersione in una solitudine assoluta, che però lo mette in comunicazione diretta con l’esuberante mondo vegetale che lo circonda e gli rivela che quei luoghi nascondono qualcosa nel profondo. All’improvviso entra in contatto più stretto con i pochi abitanti del paese e anche questa esperienza lo scuote e lo disorienta. Poi, nel corso di una fuga nel bosco, inseguito da un pericoloso cinghiale, si imbatte nella casa di una figura misteriosa, un ex terrorista, e capisce che tutte le persone che ha conosciuto in quel posto hanno un passato colpevole, che cercano di espiare in segreto. L’intuizione lo riguarda da vicino: capisce che l’incidente in cui era stato coinvolto con i suoi genitori è all’origine di tanta parte del suo destino. L’epilogo non si può rivelare, anche se si può anticipare che ci sono un drago che sputa lingue dorate, un’altra avventura nel bosco, un salvataggio quasi provvidenziale e una chiusa inattesa, che spiega molte cose.

In questo piccolo romanzo si concentrano – per poi esplodere in modo dirompente – forze diverse. L’amore dell’Autore per la sua terra è la forza motrice. Attraverso una scrittura evocativa, ma puntuale e controllata in ogni singola riga, Criaco mette in scena i colori, i suoni e i sapori di una Calabria elementare e quasi mitica. Inoltre, sul battito pulsante dell’Aspromonte – e sulle sue parole, che sono le piante a formulare, rivelandosi poco per volta al protagonista – si sviluppa un’altra forza, quella di un moderno racconto cavalleresco. Anche qui, infatti, è come se ci trovassimo di fronte alla quête di un eroe medievale, che si introduce nella foresta per sopportarne tutte le prove, anche le più pericolose, alla scoperta di qualcosa di segreto e con l’effetto di sacrificare se stesso per raggiungerlo e per conseguire, al contempo, un obiettivo di elevazione personale. È proprio ciò che accade a Ni’ (questo il diminutivo del protagonista). E gli accade quando gli si para di fronte la selva e gli si dà l’occasione di cercare e di cercarsi, e di arrivare, alla fine, a percepire il respiro del drago, classica presenza catalizzatrice del ciclo arturiano. Oltre a ciò, la suggestione di questo plot è amplificata dalle illustrazioni di Vincenzo Filosa: un connubio molto pertinente, perché i tratti marcati dei disegni emanano un certo magnetismo, che quasi fa la parte degli incantesimi di mago Merlino; e anche questa, tutta figurativa, è una delle forze trainanti del romanzo. Più in generale, Criaco coglie e interpreta in modo originale una delle grandi tendenze degli ultimi anni: la renaissance della concezione della natura più interna e inabitata come luogo di coscienza e rifondazione; ancora: il riferimento al regno animale e vegetale come ad un richiamo irresistibile, che è sicuramente selvaggio e che può indicare, tuttavia, una strada nuova, specie a chi lo voglia ascoltare, accettando il rischio di una trasformazione.

Recensioni (di P. Pedretti; di E. Stancanelli)

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Quando Paolo Nori scrive di Russia, scrive di scrittori russi: dei suoi russi. E così facendo – forse è un paradosso, forse no: credo che non lo sia – riesce a renderli ancor più classici di quanto già lo sono nell’opinione comune. Questa volta si concentra su Dostoevskij. Infatti, pur a distanza dalla prima lettura, “sanguina ancora”. Dunque ancora si ricorda, lo scrittore emiliano, di quando ha scoperto Delitto e castigo e di ciò che un romanzo come quello può trasmettere. Come è vero per tanti altri libri di Dostoevskij. Questo volume ne racconta vita e opere, con l’inconfondibile stile di montaggio di cui Nori è capace. È il suo consueto andamento a scatti, tra ricordi personali e familiari, citazioni e aneddoti, osservazioni divertite. Ma è proprio così che emergono molti profili interessanti, di Dostoevskij come della grande letteratura russa. Nori, ad esempio, racconta l’importanza di Puškin in modo assai fresco; ridimensiona un po’ Gogol’ (forse per dispetto a Nabokov) e Turgenev (che forse è meno russo di quanto avrebbe potuto essere); offre qualche sguardo sulla modernità delle interpretazioni critiche fornite da Bachtin e da Sklovskij; e cerca di conciliare Dostoevskij e Tolstoj, anche perché non c’è nulla di male ad amare l’uno e l’altro. Il cuore del libro, però, rimane l’uomo Dostoevskij: con le sue ambizioni, le sue contraddizioni, le due mogli, la condanna a morte e la detenzione, il legame con il devoto fratello, il noto e irredimibile vizio per il gioco, i ripetuti successi e gli altrettanti fallimenti, le piccole grandi curiosità riferite dai molti biografi. Il punto è che si può amare un autore e riconoscerne l’imperituro valore anche se la sua esistenza non è stata così lineare o irreprensibile. È una consapevolezza che purtroppo, di questi tempi, viene messa in dubbio sempre più spesso. Nori, poi, riesce a rievocare bene i romanzi più noti, sottolineando con efficacia la cifra plurale, polifonica, delle storie narrate da Dostoevskij, che è stato un vero maestro della caratterizzazione profonda di tutti i suoi personaggi. Come se fosse in grado di abitarne il carattere, di assumerne e ricostruirne contemporaneamente, e credibilmente, l’autentico punto di vista. Sanguina ancora, in chiusura, non commette l’errore (troppo frequente) di naufragare nei Fratelli Karamazov e nel Grande Inquisitore. Probabilmente ciò è dovuto a quanto lo stesso Nori ripete più volte, ossia che era in ritardo con la stesura del saggio. Tuttavia, voluta o non voluta, la scelta è provvidenziale, visto che in questo modo il libro rimane digeribile, come dev’essere per ogni sincero e pulito invito a gustarsi senza mediazioni il respiro della migliore letteratura.

Recensioni (di M. Ciriello; di D. D’Alessandro; di D. Gabutti; di D. Ronzoni)

Alcuni dei più grandi romanzi di Dostoevskij… in forma di audiolibri (letti da V. Zanardi)

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Qualche giorno fa correvano i 200 anni dalla morte di Napoleone, avvenuta il 5 maggio 1821, la data che offre il titolo al famoso pezzo manzoniano, quello che comincia con Ei fu. Per l’occasione, il prime time televisivo ha sfoderato uno dei suoi protagonisti migliori. Per chi non fosse riuscito a cogliere l’attimo, e per capire comunque Bonaparte, specie se si ha voglia di qualcosa di immediato e facilmente accessibile, allora non c’è nulla di meglio di questo piccolo libro di Balzac, pubblicato nel 1838 sotto lo pseudonimo di J.-L. Gaudy. È un assemblaggio di 525 aforismi e considerazioni – molti anche di provenienza dubbia o di pura invenzione – che il grande romanziere ha raccolto o elaborato col passare del tempo, traendoli da tutto ciò che gli capitava di leggere e appuntandoli in un libro di cucina. Funziona più di qualsiasi biografia o saggio storico. Forse può dirsi secondo soltanto al fortunato e alluvionale Memoriale di Sant’Elena, oggi disponibile nei classici moderni della BUR. Provare per credere. Ecco alcuni assaggi: Tutti i partiti sono giacobini; L’uomo meno libero è l’uomo di partito; Colui che pratica la virtù solo nella speranza di acquisire una grande reputazione è molto vicino al vizio; I partiti si indeboliscono per la paura che hanno delle persone abili; Tutto è stato fondato dalla sciabola; La necessità si può vincere solo mediante un potere assoluto; È il successo che fa il grande uomo; La guerra è una condizione naturale; In guerra come in amore per concludere è necessario avvicinarsi; Maledetto il generale che si reca sul campo di battaglia con un piano; Il più grande pericolo si corre nel momento della vittoria; Un sovrano obbligato a rispettare la legge può assistere alla morte del suo Stato; Una Camera può ottenere dal popolo ciò che un Re non può chiedergli; Una legge dettata dalla circostanza è un atto d’accusa contro il potere; I cospiratori che si uniscono per scacciare una tirannia cominciano a sottomettersi a quella del capo; tutti vogliono che i governanti siano giusti e nessuno lo è con loro; È più facile fare delle leggi che applicarle; I grandi poteri muoiono d’indigestione; È ingiusto vincolare una generazione a causa della precedente. Oltre a ciò, naturalmente, c’è molto altro. Il risultato è che il generale e imperatore si staglia in modo indimenticabile nelle sue più tipiche e memorabili dimensioni: di consapevole e “machiavellico” uomo di stato; di fine stratega; di politico scafato; di amico del popolo; di rivoluzionario; di amante del potere nella sua versione più nuda e spiazzante; di avventuriero; di lettore dei classici greci e latini; di avversario risoluto di giuristi e avvocati; di nemico dell’odiata Inghilterra. Difficile dimenticarsi di un ritratto così ampio, che forse Balzac – che di Napoleone ha coltivato il culto – ha appositamente confezionato per esorcizzare e attivare, sublimandolo, tutto il magnetismo di una seduzione così forte.

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Il primo è l’immancabile Barbero. Se lo sono chiesto in tanti, forse: poteva davvero questo apprezzato e popolare studioso e divulgatore perdere l’occasione, a 700 anni dalla morte, di raccontarci a suo modo il Sommo Poeta? No, forse non poteva. Anche se bisogna aggiungere che sicuramente doveva. Perché si tratta di un buon libro. Soprattutto, non è la ricostruzione di un filologo o di un dantista, che spesso seguono strade fin troppo interne alle loro discipline. Dante è il frutto di un’indagine puramente storica: a tratti pignola come dev’essere, eppure mai noiosa (il corposo apparato di note è coerentemente collocato alla fine del libro). A Barbero – ed è facile supporre che ciò attragga anche gran parte dei lettori comuni – interessa la figura concreta dell’Alighieri, immerso nel suo tempo. Vuole capire se è vero o meno che alla battaglia di Campaldino Dante era tra i feditori, i cavalieri della prima linea. Si chiede quali fossero le origini, e gli affari, della sua famiglia, parzialmente ricostruiti attraverso l’analisi e il confronto di molti atti notarili dell’epoca. Racconta qualcosa sulle famose amicizie, sulla misteriosa Beatrice e sul matrimonio con Gemma. Indaga sugli antenati di Dante, per comprendere chi erano e se c’era qualcuno di nobile, e sulla formazione del futuro poeta. Si immerge a capofitto nella Firenze del “governo del popolo” e nel vorticoso intreccio delle aspre e irriducibili conflittualità tra le famiglie dei magnati e dei popolani o tra i Bianchi e i Neri. Qui sta la parte più interessante del volume, ed è quella centrale: offre uno spaccato preciso delle violente lotte politiche fiorentine, delle loro contraddizioni e dell’articolazione corporativa della società comunale e delle sue istituzioni, fornendo molte informazioni sul ruolo attivo di Dante e sugli eventi che ne hanno determinato la confisca delle proprietà, la condanna a morte e l’esilio. Di questo, poi, ma con un ritmo che è lievemente in discesa rispetto a quello precedente, Barbero cerca di individuare il complesso e sofferto itinerario, al servizio (e sotto la protezione) di diversi signori, quindi a Verona e al seguito (forse) di Enrico VII, e infine a Ravenna. In definitiva, questo volume completa e corregge, sul piano di una rigorosa e dettagliata ricerca storica, le ancora godibili e credibili lezioni di Mario Tobino e Cesare Marchi: la prima più raffinata e romanzesca; la seconda più esplicativa e popolare. Abbiamo un buon trittico, finalmente, e il risultato non è trascurabile.

Un altro buon libro – che però si pone, quanto a genere, agli antipodi del Dante di Barbero – è quello di Giuseppe Conte. L’Autore non è l’ex Presidente del Consiglio, ma il poeta, traduttore e romanziere apprezzato anche all’estero. Il primo approccio potrebbe respingere: Dante… in love? (Non è che si vuole fare con Dante Alighieri ciò che si è fatto con Leonardo da Vinci…?) E invece, a lettura terminata, nulla quaestio. Con una scrittura precisa e pulita Conte costruisce una favola, che è contemporanea e dantesca. Si immagina che Dante, al termine dei suoi giorni, giunto in Paradiso veramente, sia “condannato” da Dio a uno strano rito, che ha tutto il sapore di uno studiato e malizioso contrappasso. Ogni anno dovrà tornare una notte sulla terra, nella sua Firenze, in forma di impalpabile e invisibile ombra; e ciò finché non avrà incontrato una donna che corrisponda al suo amore. Schiavo dell’Amore, Dante, lo è sempre stato, anche di quello più passionale. La missione gli pare impossibile, quando, al settecentesimo atto dell’appuntamento annuale che gli è toccato in sorte, mentre si trova davanti al Battistero di San Giovanni, si accorge di Grace, una giovane studentessa americana. È un colpo di fulmine. La segue fino a casa, capisce che sta studiando proprio la Commedia e la osserva leggere i famosi versi su Paolo e Francesca, finché ha la sensazione che il miracolo sia accaduto. Nel frattempo Dante è spettatore di tutto ciò che accade attorno a lui, pure della pandemia, e di come e quanto il mondo sia cambiato. E ha anche l’occasione di conoscere un singolare senzatetto. A leggere con attenzione, Conte racconta una storia estremamente semplice, pur utilizzando temi, lessico e luoghi tipici del grande poeta fiorentino, ed arrivando a rievocarne tratti della vita e delle avventure, mescolandoli ad una attualizzazione leggera e per niente eccentrica. Non risulta fuori campo neanche la seconda parte del libro, nella quale l’Autore propone per estratti alcuni dei più noti versi danteschi. Rivelando le fonti della sua ispirazione, e commentandole brevemente, Conte riesce, senza pedanteria alcuna, ma con la complicità che ha suscitato per mezzo della favola, a compiere l’operazione più meritevole: invitarci a rileggere Dante, direttamente, per capirlo come se fosse uno di noi.

Recensioni su Dante (di F. Cardini; di C. Giunta; di G. Talarico)

Recensioni su Dante in love (di M. Magliani; di L. Mascheroni; di F. Pierangeli)

Alessandro Barbero racconta Dante

Intervista a Giuseppe Conte

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Nel 2003 Alessandro Fontana – noto e apprezzato studioso, e sodale, di Michel Foucault, della cui opera è stato curatore ufficiale – tiene un ciclo di sei lezioni nel corso di Storia del diritto medievale e moderno presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania. La sbobinatura di quegli incontri, corredata di un utile apparato di note e di una preziosa introduzione, viene ora pubblicata in questo libro, per la cura di Ernesto De Cristofaro. È un volume che si legge d’un fiato, complice il mantenimento dell’itinerario felicemente erratico e del tono colloquiale dell’Autore. Il titolo centra il cuore dei ragionamenti che le lezioni sviluppano. Nel soffermarsi specialmente sul pensiero di Machiavelli e sul contesto in cui è sbocciato, Fontana argomenta attorno all’importanza della nascita della scienza della politica come disciplina della contingenza e dello stato di guerra. Così facendo, spiega il significato istituzionale, e l’onda lunga in Occidente, del passaggio dal paradigma medievale della salvezza dell’anima a un’epoca, quella moderna, il cui baricentro è la “potenza”, la sicurezza dello Stato, all’esterno come all’interno. Nello stesso tempo, Fontana – in un calembour di annotazioni e divagazioni sempre intelligenti e stimolanti – si sofferma su tanti altri aspetti. Accenna alla contemporaneità, come fase nella quale alla sicurezza si sostituisce la sopravvivenza della specie; analizza le grandi alternative alla via machiavelliana (che a suo giudizio si potevano intravedere nelle opere di Leon Battista Alberti e nel Cortegiano di Baldassarre Castiglione); richiama la (ulteriormente) differente esperienza degli antichi, il cui sforzo filosofico è concentrato nell’elaborazione di una tecnica dell’esistenza; salta agli sviluppi novecenteschi della sicurezza e della complessa microfisica del potere che ne costituisce la declinazione pervasiva (con cenni all’importanza, terribile, che sul punto ha avuto la “scuola” di Cesare Lombroso e di Enrico Ferri). Più di tutto, Fontana – che post mortem sta conoscendo una stagione di vero e proprio rilancio: l’anno scorso Ronzani ne ha meritoriamente riproposto Il vizio occulto – cerca di dare un’esemplificazione pratica di che cosa possa essere il metodo foucaultiano. Nella prima lezione ne presenta la fisionomia e il lascito (non senza qualche spunto polemico su chi se ne vorrebbe fare variamente erede: il rilievo su Toni Negri è più che risoluto). Di lì in poi ne offre un suggestivo saggio concreto nella conversazione ricca e intensa in cui si articolano tutte le altre lezioni. Lo scopo – come osserva De Cristofaro – è testimoniare che “il sapere non ha una funzione ornamentale o consolatoria ma serve, essenzialmente, a prendere posizione”.

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Tre giovani moscoviti – Kirill, Guger e Valerij – vengono selezionati da una strana organizzazione per la tutela dei beni culturali, che affida loro il compito di asportare da una chiesa di un villaggio sperduto un antico affresco, raffigurante San Cristoforo Cinocefalo. L’operazione sembra facile e remunerativa, tanto più che il committente fornisce ai ragazzi un pulmino, le istruzioni tecniche e tutta l’attrezzatura. Ma Kalitino – è questo il nome della piccola località – si dimostra difficile e respingente. Pur essendo immerso in una riserva naturale, è il relitto di una vecchia “zona”, di un gulag abbandonato, ed è avvolto dal fumo delle vicine cave di torba. Ci abita soltanto chi non è riuscito ad andarsene in città. Si tratta, per lo più, di un’umanità degradata, in cui primeggiano Lëcha, ex militare, Sanja Omskij, ex galeotto, e Murygin, losco gestore dell’unico emporio presente. C’è anche Liza, che quasi non parla, vive con la madre invalida e la cui bellezza, apparentemente sfiorita, colpisce subito Kirill. È quest’ultimo l’eroe del romanzo: lasciato dai compagni a tenere i contatti con la gente del posto, si scontra con Lëcha e si addentra gradualmente nei misteri di Kalitino. Scopre strane leggende su uomini dalla testa di cane che sorvegliano i confini del territorio e apprende che, storicamente, la riserva ha ospitato un nucleo di irriducibili scismatici. Tuttavia, mentre Kirill si convince che Lëcha e Sanja siano in realtà dei veri e propri cinocefali, e il conflitto con i locali accelera e precipita vorticosamente, i dissapori con Guger e Valerij scoppiano definitivamente. La vita di Kirill e quella di Liza, sono improvvisamente in grave pericolo e i nodi vengono finalmente al pettine dopo una lunga, avventurosa e visionaria notte di luna piena. Al risveglio, solo la distanza di uno sguardo lucido e quasi scientifico può spiegare l’accaduto e attribuirgli un senso.

I cinocefali è un prodotto à la Stephen King: per il sorprendente che si nasconde dietro cose a prima vista troppo chiare; per il potere quasi irresistibile del genius loci; per la progressiva accelerazione weird and eerie del racconto; per l’effetto formativo che gli accadimenti, sia pur surreali, finiscono per dimostrare. Nel libro di Ivanov, però, emergono anche altri aspetti, per nulla secondari nel funzionamento dell’ingranaggio. C’è il confronto / scontro tra diverse “Russie”, innanzitutto: una moderna e in qualche modo globalizzata, l’altra derelitta e segnata dal crimine e dall’abbandono. Si può avere l’impressione che l’Autore intenda condannare definitivamente la seconda; di più, che voglia smitizzare il cliché della dimensione tradizionale e rurale come custode dell’autentico spirito russo. E non c’è dubbio che di quest’ultimo, a Kalitino, proprio non c’è traccia, visto che vi si trovano soltanto rottami del passato e personalità malvagie e violente. Tuttavia la trama intera ruota attorno all’impossibilità di uscire dalla zona, una metafora che del tutto scoperta, che non vale soltanto per chi tenti di affrancarsi dal destino di abbrutimento cui pare attratto chiunque graviti attorno al villaggio. Funziona anche per Kirill, che, scosso dal fascino di Liza, rischia di allontanarsi indebitamente dal suo destino cittadino. Sicché alla fine del romanzo, riflettendo sul significato degli eventi stupefacenti che definiscono i confini della narrazione, si comprende che Ivanov prende di mira la forza terribile e la sopraffazione paralizzante di una società bloccata; di una Russia che è tanto drammaticamente attuale quanto tuttora immersa nelle laceranti conflittualità della sua storia. Ma si comprende anche che questo talentuoso e affermato scrittore deve molto agli studi semiologici di Jurij Lotman: il merito di averli rielaborati in modo così efficace vale da solo il prezzo di copertina.

Recensioni (di A. Orfini; di G.P. Piretto)

La voce della traduttrice

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Che cosa ci fa Lisa Mancini, già promettente investigatrice dell’Interpol, in quel di Montezenta? Sulla giovane e nuova dirigente del piccolo commissariato romagnolo girano tante voci. Certo è che Lisa passa larga parte del suo tempo al cellulare, a giocare a Candy Crush. Così, almeno, fino all’improvvisa scomparsa di River, il figlio adolescente di due artisti inglesi di Ca de Falùg, piccola ed eccentrica comunità poco distante dal paese e dalla vicina fonderia. Questo, apparentemente, è lo stimolo che Lisa attendeva per riattivarsi. Dove sarà finito, dunque, il ragazzo? Le indagini si articolano in modo meticoloso e sistematico, sulle tracce di ogni dettaglio potenzialmente rilevante. Ma questa è solo l’occasione per un’investigazione che si rivela presto diversa. Infatti, mentre comincia a legare con i suoi sottoposti, Lisa si imbatte in tante altre storie: quella di Aimee, la mamma di River; quella di Ting, la mamma di Maylin, una bambina cinese scomparsa come River; e quella di Iole, la signora anziana che col marito Domenico affitta a Lisa la camera in cui soggiorna. Le traiettorie di queste donne fungono da detonatore, anche se l’esplosione non è quella che ci si aspetta. Se da un lato Lisa porta a galla tristi e imprevedibili verità, dall’altro il caso che le è toccato in sorte resta consegnato a un orizzonte di mistero. Perché non sta lì ciò che il lettore deve cercare: l’enigma è nel percorso della stessa protagonista, nella sua condizione, di figlia e di donna, che gradualmente riaffiora e, forse, la chiama ad una consapevolezza finalmente matura.

A prima impressione questo libro – che non è propriamente un giallo o un poliziesco – si potrebbe definire come un racconto al microscopio. Praticando un metodo che è annunciato già nell’elaborazione grafica della copertina, l’Autrice regola la lente del narratore onnisciente e la porta al massimo ingrandimento praticabile. In particolare, punta dichiaratamente l’obiettivo sul “vetrino” che si trova al di là del fiume e tra gli alberi, in una immaginaria località da studiare, e osserva le vicende di un microcosmo plurale. Sposta la sua attenzione da un organismo ad un altro e ne descrive volta per volta la fisiologia più intima, la meccanica dei rispettivi sentimenti. Di più: adegua lo stile all’oggetto, trasformando il testo in una sorta di diario di campo, con commenti e rilievi costanti, spesso tra parentesi. Lisa Mancini, peraltro, non è soltanto la protagonista dell’azione osservata. Non c’è dubbio che essa sia l’organismo su cui la lente dell’Autrice è meglio e più focalizzata: una delle evidenti finalità del romanzo è misurarne i rapporti con gli altri organismi e, soprattutto, con le differenti figure femminili che inducono in Lisa stessa delle evidenti reazioni chimiche. Si tratta di includere Lisa nella cornice di un destino comune di resilienza emotiva e di farne un archetipo: innanzitutto allo scopo di valutare la concreta credibilità di un potenziale personaggio seriale (chissà se la Mancini potrà animare altri romanzi… l’epilogo pare quasi annunciare questo sviluppo); ma specialmente – ed ecco il secondo livello di interpretazione del testo – per fare il punto con se stessi. La protagonista, infatti, è anche un avatar dell’Autrice, spinto all’interno del “vetrino” dalla sapiente e sofisticata pipetta di una scrittrice che ben conosce i ferri del mestiere e che dalla letteratura trae un alimento costante (al di là dell’avvio hemingwayano, i credits illustrati in fondo al volume ne sono una prova più che tangibile). Se si coglie questa dinamica sotterranea, non si può che avere, in questi tempi di fiction televisive, un solo pensiero: Lisa Mancini, fortunatamente, è meglio (molto meglio) di Lolita Lobosco.

Una recensione (di G. Tammaro)

L’Autrice a Fahrenheit

Un’intervista a Francesca Serafini

L’inizio del romanzo

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Il corpo di una ragazza austriaca, Johanna Pichler, viene trovato nella campagna di San Stino di Livenza. Le indagini arrivano presto a Martin Scherer, un giovane di San Candido. La ragazza, infatti, indossa ancora la felpa di Martin e prima di sparire era stata vista in atteggiamenti intimi proprio assieme a lui. Quasi subito, inoltre, si scopre che, nella notte in cui è scomparsa, dal telefono di Johanna è partita una telefonata: è rimasta parzialmente registrata nella segreteria di un’amica e, ascoltandola, si conoscono sia il tentativo di Martin di trattenere Johanna a casa sua, sia la volontà di Johanna di tornarsene in autostop a Sillian, a soli tredici chilometri da San Candido. Martin, dunque, viene arrestato e Marco De Vitis, avvocato bolzanino di belle speranze, ne assume la difesa. Nella tesi degli inquirenti ci sono tante cose che non tornano. È vero che Martin, in passato, ha fatto il cameriere a Jesolo, ma non ha la patente; come avrebbe potuto trasportare il cadavere in un luogo così lontano? Si pensa, certo, a qualche complice, ma non è facile individuarlo. E poi Johanna è stata minacciata anche da un camionista, detto l’Olandese, che talvolta frequenta gli stessi locali. Per Marco – che istintivamente crede all’innocenza di Martin – il caso è importantissimo e vi si butta a capofitto. Cominciano in questo modo quasi tre anni di indagini e di attività processuali, durante i quali Marco, anche con l’aiuto del Prof. Serra, noto e affermato penalista, segue ogni pista possibile. Il giudizio di fronte alla Corte d’assise conoscerà alcuni colpi di scena e l’immersione di Marco nel caso e nei suoi misteri si rivelerà totalizzante e decisiva, fino alla fine.

Nella bandella laterale il libro si auto-presenta come un legal thriller. Ma lo spazio della fiction è totalmente sovrastato dalla ricostruzione giudiziaria. Ne risulta una sorta di ibrido, sospeso tra il true crime e il courtroom drama. È un carattere che conferisce al racconto una spiccata originalità. Ciò non dipende soltanto dal fatto che la fonte dell’ispirazione è una storia vera, messa su carta con il contributo diretto, e tecnico, di uno dei suoi protagonisti. È che la narrazione non aderisce ad un canone classico di verosimiglianza, bensì ad un registro realistico e quasi didattico. Se ci si aspetta un poliziesco, un giallo o un libro “alla Carofiglio”, si può restare spiazzati. Viceversa, se si vuole capire come possono funzionare delle indagini e come può articolarsi un processo penale, si può ricevere un quadro abbastanza fedele. Viene affrontato con chiarezza, ad esempio, il tema generale dei diritti della difesa e il problematico – e tutt’altro che raro – ricorso a tecniche indebite di interrogatorio. Si comprende bene, poi, come si devono formare le prove nel giudizio e come avvengono l’esame e il controesame di un testimone. Non mancano le allusioni al sensibile rapporto che può intercorrere tra le dinamiche della giustizia e il circuito dei media. Soprattutto, è rappresentata in modo assai efficace la tensione strutturale tra la verità storica e quella processuale, specie se la seconda lascia sul terreno qualcosa di irrisolto o di non spiegato. C’è anche un altro profilo – non meno importante – che va sottolineato. Il libro rappresenta un itinerario di intenso e progressivo apprendimento e, ciò facendo, mette in scena in modo convincente ciò che è noto non solo a qualsiasi avvocato, ma ad ogni professionista che voglia ritenersi tale: che l’esperienza sul campo è un costante e irrinunciabile esercizio; e che ci sono sempre vicende e prove difficili, che fanno crescere più di altre.

Una doppia recensione (da Il Corriere dell’Alto Adige)

Un’intervista a Giovanni Accardo

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