Il titolo allude ad una pista da sci particolarmente bella in quel di Champoluc, Val d’Ayas. Ma il nero non è soltanto il noto segno distintivo del grado di difficoltà del tracciato. Accanto alla pista, in una delle scorciatoie che sono percorse dai gatti delle nevi, viene ritrovato il corpo di un uomo. La pista nera, così, è anche quella di una morte violenta e misteriosa, che, suo malgrado, il vicequestore incaricato delle indagini, Rocco Schiavone, deve ricostruire. Suo malgrado, si: perché Rocco è stato spedito ad Aosta per punizione; perché è svogliato e demotivato; perché, a dirla tutta, non è uno stinco di santo; e perché è tormentato da un passato enigmatico che continua ancora ad occupare tutto il suo presente, e che all’improvviso comprende anche il lettore, in modo disarmante, solo alla fine. Eppure, questo romanissimo poliziotto – che finisce per trascinare nelle sue losche e pericolose abitudini anche un suo giovane e brillante sottoposto – comincia a muoversi sfrontato sulla neve, inzuppando le sue Clarks e assommando indizi su indizi, tra intuizioni non comuni e metodi decisamente anticonvenzionali. La soluzione del caso gli riesce quasi naturale, nel contesto di un plot forse troppo lineare, ma classicissimo e di certa soddisfazione.  

Il romanzo non è nuovo; ha un anno ormai. Avevo perso l’attimo e, data la stagionalità dell’ambientazione, non potevo che attendere un successivo inverno. Ho pazientato fino alle prime nevi e, fortunatamente, non sono rimasto deluso. Schiavone, infatti, è un personaggio che regge e che, pertanto, merita futuri episodi, anche per fargli avere il tempo di spiegare meglio la sua vita precedente e per dargli ulteriori possibilità di riscatto in quella futura. È sempre un’anima in pena, in bilico, cioè, tra opzioni inconciliabili, tra pensieri che non si accordano, tra un male al quale gli piace abbandonarsi e un bene che tuttavia avverte come una normale ma frustrante inclinazione. E poi è un bel mix di fascino, durezza e simpatia, doti che Manzini riesce a sfruttare anche per regalare sprazzi di facile e genuina comicità. È molto interessante, poi, l’idea con cui l’Autore costruisce la sua creatura, operazione in cui si risolve tutto il libro, e che si comprende veramente solamente nell’epilogo, quando lo strano rapporto con la figura della moglie Marina viene totalmente a galla. Manzini è uno sceneggiatore, dunque un piccolo sospetto sorge di per sé: e se questa fosse una sorta di “prova-Montalbano”? Sia chiaro, preferisco sempre un buon libro alla fiction di RaiUno, però devo proprio dire che una riduzione televisiva non sarebbe proprio male…   

Recensioni (di Bruno Quaranta, Luca Terzolo, Anna Quatraro)

Una breve intervista all’Autore

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… and very soon you’ll see and you’ll begin to learn (Black Sabbath)

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Un paio di idee simpatiche e lo scenario sempre magico di Torino: questo è quanto si può salvare di un veloce e approssimativo giallo d’atmosfera, che forse non aveva pretesa alcuna anche per il suo stesso Autore. Il filone in cui il libro si inserisce – sia pur in tono decisamente minore – è lo stesso cui appartengono anche i romanzi di Tallone (v. Il fantasma di piazza Statuto). Non c’è niente di nuovo, quindi; solo il sincero amore di un giornalista per una città effettivamente intrigante e per alcuni dei suoi scorci più suggestivi. È una lettura che si presta bene a riempire gli sparsi interstizi inattivi delle giornate più intense, quando si fa fatica a ritagliarsi tra un impegno e l’altro uno spazio di tempo vero, ma si sente comunque l’esigenza di macinare qualche pagina e di distrarsi. Nulla di più.  

Siamo a Torino, inizio degli anni Ottanta. Un giovane studente universitario inciampa in una misteriosa scatola di legno, che affiora tra le balze del Monte dei Cappuccini. Lo strano ritrovamento lo porta ad indagare su di un omicidio avvenuto negli anni Cinquanta e rimasto irrisolto. Giuditta Cancian, commessa veneta di umili origini era stata ritrovata morta, strangolata, nella camera che aveva preso in affitto. Scoprire la verità è una sfida quasi impossibile, ma un po’ di fortuna e lo zampino di Gustavo Augusto Rol – il famoso sensitivo, qui più in forma che mai – mettono il curioso e scanzonato Matteo sulle tracce dell’assassino. Le sue elucubrazioni si alternano al racconto diretto di ciò che era effettivamente accaduto a Giuditta, facendo emergere un intreccio ben più torbido di quello, quasi scontato, che ad un certo punto si è indotti ad immaginare.

Il blog dell’Autore sul sito de La Stampa

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Questo romanzo racconta la vita di un uomo santo, in un genere che mescola con grazia, fantasia e memoria storica, la leggenda popolare, il profilo agiografico, la cronaca medievale, la favola antica e l’apologo edificante. Vodolazkin sembra volersi congiungere alla tradizione formativa dei Racconti di un pellegrino russo, per additare ai suoi contemporanei quale può essere la strada per ritrovare la grande anima di un popolo sempre tormentato e per trarne una rinnovata fonte di ispirazione. Ma questo scrittore, così colto e particolare, non si rivolge soltanto ai compatrioti. La sua prosa simbolica e pedagogica suscita sicura ammirazione anche da parte di chiunque desideri cogliere i segreti e le risorse delle più grandi esperienze spirituali, che sono tali se sorgono sulle gambe di un’umanità vissuta senza risparmio, con autentica pienezza.      

Lauro è il compiersi di un processo evolutivo. Lo vediamo bambino, in un piccolissimo villaggio della Russia settentrionale del XV secolo, quando ancora si chiama Arsenio ed è rimasto orfano a causa di una terribile pestilenza. Viene allevato dal saggio nonno Cristoforo e impara i detti dei grandi uomini del passato e le virtù curative delle erbe. Conosce anche la giovanissima Ustina, e se ne innamora, ma una terribile tragedia gliela strappa. Comincia da lì un viaggio di solitudine e penitenza, di sperimentazione di un amore assoluto. La sua sorprendente ed istintiva abilità di guaritore lo accompagna, prima a Belozersk e poi a Pskov, e Arsenio nel frattempo diventa Ustino, in ricordo della sua unica amata, abbracciando così il destino di tanti altri folli in Cristo (gli jurodivye). Dopo un apostolato estremo e miracoloso, conosce un giovane italiano, giunto in Oriente alla ricerca della fine del mondo animato da una fede sincera e da stupefacenti doti di veggente. I due partono in carovana per Gerusalemme, attraversano terre sconosciute e dalla Polonia scendono fino a Venezia, per imbarcarsi con altri pellegrini e approdare a Giaffa. La sventura, tuttavia, sembra abbattersi ancora su Arsenio, che dopo molto tempo, però, torna quasi a casa, al monastero di San Cirillo, dove assume il nome di Ambrogio, l’amico italiano che l’ha dolorosamente abbandonato. È sempre, e ancora, il Medico, visitato da poveri e ricchi, e impegnato nei ritmi più sacri della religiosità ortodossa. La fede lo accoglie in tutto e per tutto, diventa Lauro e la natura lo abbraccia, per una finale manifestazione liberatoria che, dopo un’ultima prova, lo rivela e lo consacra nell’accettazione estrema della sua vita e dell’amore che lo ha sempre animato.             

Il protagonista di questo libro colpisce al cuore, per la capacità di compassione e per il desiderio di redenzione che lo avvolgono, ma anche per l’incrollabile determinazione con cui decide ogni volta di darsi completamente alla natura e alla vita, e di far tesoro di qualsiasi avvenimento. Il mistero di questa forza, forse, sta nelle parole dell’Angelo Custode, cui Arsenio si rivolge curioso in un momento di disperazione: “Gli Angeli non si stancano, rispose quello, perché non risparmiano le loro forze. Se dimentichi che le tue forze sono limitate, anche tu non ti stancherai. Sappi, Arsenio, che può camminare sulle acque soltanto colui che non teme di annegare”. È una lezione di coraggio, quindi, di fiducia e tenacia, e si aggiunge ad un altro grande insegnamento, che matura allo stesso modo durante le lunghe peregrinazioni per la Terrasanta: lo spostamento nello spazio arricchisce l’esperienza e comprime il tempo. Sicché, come accade in taluni passaggi di questa storia quasi fantastica, si può arrivare a credere veramente di poter coltivare la sapienza, prevedere il futuro e condividere, con ciò, le culture di uomini tanto diversi. Se proprio lo vogliamo e lo crediamo, possiamo assaggiare l’eternità e i suoi paradossi già in questa nostra avventura terrena.

Un intervento dell’Autore: come imparare a parlare con i santi

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Libro arrivato, libro mangiato. Lo pregustavo sin dal suggerimento di un collega, dalla classica “soffiata” che, per il lettore onnivoro, equivale all’istigazione all’acquisto. La recentissima scomparsa dell’Autore mi incuteva un senso di particolare rispetto. Forse per leggere Castellaneta – in questo libro ma anche in Ombre, subito scovato tra i libri di un mercatino e parimenti divorato – si tratta dell’atteggiamento giusto, al di là dei sentimenti che impone la contingenza. Qui ci si trova di fronte ad un grande scrittore, che non vuole ammiccare al lettore, che si sceglie protagonisti e tempi indigesti per andare in profondità, che per questo non scrive facile, riuscendo, però, a dare prova di una prosa elegante e di una grande capacità di analisi psicologica e sociale.

La storia – da cui è stato tratto anche un fortunato sceneggiato – è ambientata a Milano ed è raccontata in prima persona da un anonimo sgherro della Polizia Politica della Repubblica di Salò. Gli eventi non si sviluppano in modo particolare, se non in quello degli ultimi giorni del regime repubblichino, tra miserie materiali e morali, ambizioni e sospetti, prevaricazioni e soprusi, violenze e tradimenti. E tutto accade in una città sbriciolata e grigia, colpita dai bombardamenti e fiaccata dal senso incombente di una fine inevitabile. Ciò che interessa a Castellaneta, però, è tracciare il profilo caratteriale del suo narratore e del contesto di degradazione che ne esalta le discutibili qualità. Lo vediamo alle prese, infatti, con le retate e con i rastrellamenti; con le sue diverse amanti e con i suoi vari concorrenti; con interrogatori e torture; con gli ultimi riti di istituzioni ormai allo sbando. E in tutti questi momenti lo percepiamo piccolo e solo, con il suo egoismo, con il suo bisogno fisico di affermazione, con la sua incrollabile ed irrazionale fede in un credo fatto di brutalità e sopraffazione, da perseguire, al limite, fino all’autodistruzione; ma anche con uno stato crescente di apparente follia, se non di alienazione, che passa da momenti di auto-esaltazione a momenti di estrema perversione.

“Siamo stati travolti, eppure qualcosa mi dice che non è finita, che la nostra idea, la nostra natura continuerà a sopravvivere. Perché i vincitori, i nuovi padroni presto avranno bisogno di me. Finché l’uomo sarà fatto della stessa merda. Conto su di voi”. Il pensiero che il protagonista consegna al termine del romanzo – e che segue al prevedibile epilogo della sua personale vicenda di odiato persecutore – rivela pienamente l’obiettivo dello scavo compiuto da Castellaneta. Il tenore di questo feroce testamento, infatti, suona quasi come un’accusa, o anche come un’ammonizione a tutti coloro che ne possano cogliere ancora il senso acutamente paradossale. Notti e nebbie non ci parla solo dell’Italia e di una fase oscura della sua storia, ma mette in scena tutte le mostruosità dell’abiezione, della notte e della nebbia dello spirito, in un tema quasi psicanalitico, che viene così dipanato nella sua dimensione universale. Di uomini come quel poliziotto ce ne possono essere sempre, e ce ne saranno sempre tanti. È parte della nostra intima natura, che tuttavia, per manifestarsi, esige complicità determinanti e colpevoli abbandoni. Da che parte, dunque, e come, vogliamo stare?

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I motivi per leggere questo poliziesco possono essere due. Innanzitutto si avvicina l’inverno, e quindi non c’è niente di meglio di un romanzo ambientato in luoghi in cui il freddo è senz’altro uno dei protagonisti. Oltre a ciò, non si tratta del solito giallo nordico: la trama è intrigante, ma il punto di forza è la capacità di incuriosire il lettore sulla storia, sui costumi, sulle condizioni attuali e sulla rappresentanza istituzionale della popolazione di etnia Sami, ossia di quelli che noi definiamo come Lapponi. È questo antichissimo e misterioso “popolo delle renne” a prestare alle pagine del romanzo tutto il suo innegabile fascino. Non mancano, in verità, alcuni elementi scontati: la critica per le storiche politiche di assimilazione forzata condotte dagli stati scandinavi; il mito di una cultura profondamente semplice e incontaminata; l’accusa alle tendenze xenofobe dei partiti di ultra-destra e alle spregiudicate operazioni industriali e commerciali poste in essere dalle multinazionali minerarie. Tuttavia, la magia dell’ambientazione regge, e così possiamo salutare il debutto di un nuovo team investigativo.

Klemet e Nina formano una delle tante pattuglie della polizia delle renne, che, come espressione volta a tutelare la minoranza Sami, non ha confini, e quindi può muoversi tra Norvegia, Svezia e Finlandia, per prevenire e dirimere i conflitti tra gli allevatori di questi particolari e vaganti capi di bestiame. Lui è un Sami, ed è un poliziotto esperto; lei è della Norvegia meridionale, ed è al suo primo incarico artico. Gli eventi li portano ad indagare su due fatti indipendenti ma pressoché concomitanti: il furto di un rarissimo tamburo rituale da un museo di Kautokeino; la morte violenta di Mattis Labba, un solitario e ambiguo allevatore della zona. Alcuni sospetti sono troppo facili e rischiano di riacutizzare il dolore di una discriminazione ancora imperante. Le reticenze dell’anziana Berit e l’ostinato silenzio del solitario Aslak non semplificano le cose. Nel frattempo, arriva sul posto un geologo francese, e le sue trame sembrano infittire i nodi da sciogliere, intrecciandosi con i disegni non certo nobili del vecchio Karl Olsen. È la memoria del popolo Sami, custodita nel prezioso tamburo, a mettere i due partner sulla strada giusta, aiutati dalle tracce di una vecchia spedizione scientifica, dai caratteristici joik del vecchio zio Ante e dall’expertise di una ricercatrice a dir poco granitica. La conclusione è quasi matematica, nel senso che si lascia facilmente attendere ben prima della fine del libro, con una chiusura che è lieta solo in apparenza e che ripete ancora una volta un’inarrestabile e tragico destino di sopraffazione, sgomento e abbandono.

Un recentissimo convegno sui diritti delle popolazioni indigene

Il “caso della diga di Alta” (di cui si parla anche nel romanzo)

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“Una Politica che non è in grado di produrre simboli si riduce alla semplice amministrazione tecnica dell’esistente; è una Politica esangue, senza anima, destinata a soccombere soprattutto in quelle fasi di discontinuità e di rottura in cui si è sollecitati non a gestire le vecchie tradizioni inventate da altri ma a produrne delle nuove, che siano in grado di confrontarsi efficacemente con le rotture che attraversano il sistema politico, garantendo la continuità dei legami sociali” (p. 11). Per questo oggi è indispensabile discutere di religione civile, e il pamphlet di De Luna, in effetti, contribuisce senza dubbio a fornire precise coordinate sui (tanti) vizi e sulle (poche) virtù che sul punto la società politica italiana ha dimostrato dall’Unità ai giorni nostri. 

Trasformismi genetici e ricorrenti, localismi radicati e familismi trasversali, speranze tanto nobili quanto disattese, possibili punti di svolta e occasioni perdute: l’implacabile rassegna dello storico colpisce al cuore del problema e illustra con efficacia la frustrante continuità con cui il nostro Paese – in età liberale, durante il fascismo, nella Resistenza, nella Prima come nella Seconda Repubblica – ha sperimentato l’incapacità di costruire uno spazio pubblico e riconosciuto di appartenenza e di cittadinanza. Sono due i profili su cui la ricostruzione si sofferma in modo particolare. Da un lato, i reiterati e scoraggianti fallimenti dei tentativi volti ad instaurare un sano e maturo equilibrio tra sfera politica e orientamenti religiosi, con conseguente pregiudizio per il processo fondativo di un vero Stato laico e di un’autentica coscienza civica; dall’altro, la mancata metabolizzazione della necessità di un patto sulla memoria, dell’instaurazione, cioè, per la costituzione e la sopravvivenza della democrazia, di un certo rapporto con il passato. Le pagine migliori del volume sono quelle in cui De Luna spiega l’importanza che a tale riguardo avrebbe potuto avere, e avrebbe tuttora, l’esperienza del Partito d’Azione, fatalmente travolta, anche nella sua feconda eredità costituzionale, da una costante ondata di “desistenza”. Tuttavia, non sono meno efficaci i richiami alle profetiche raffigurazioni di Pasolini, sinistramente presàgo della montante melassa di ignoranza, conformismo e “consumismo all’italiana” in cui è destinata a galleggiare, ormai, soltanto l’idea di una “cittadinanza bancomat”, costruita sui bisogni e sulle paure, distante anni luce dal senso ultimo della partecipazione civile quale “scelta”.      

Occorre dire che la descrizione della situazione attuale è quasi disperante, e tale appare, a suo modo, anche la conclusione. Citando Leopardi – e rammentandoci che “Per risvegliarci come nazione, dobbiamo vergognarci del nostro stato presente” – l’Autore ci motiva ad andare oltre le ultime righe e a ripercorrere le profonde intuizioni del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (1827). La questione, infatti, non è meramente istituzionale, non è soltanto quella, pur ragguardevole e centrale, sulla tecnica più efficiente e proficua con cui aggiustare l’equilibrio dei poteri e delle competenze. Il tema è, ancora oggi, quello della drammatica  latitanza di una “società stretta”, che faccia sì che l’opinione pubblica abbia “buon tuono” e che la nazione intera possa alimentarsi di virtù e di valori sempre e comunque capaci di essere matrice comune di posizioni anche assai diverse. Può sorreggerci la Costituzione? Ecco, se c’è un altro e finale interrogativo sul quale questo piccolo saggio può aiutarci a meditare, esso coincide proprio con la riflessione che induce a compiere sulla Carta del 1948, sul dibattito che tanto si agita attorno alla sua riforma e sulle ragioni per le quali prendere posizione a favore di una delle tante tesi – e delle tante motivazioni – che si stanno fronteggiando.

Recensioni (di Emilio Gentile, Antonio Carioti, Simonetta Fiori, Gianfranco Sabattini)

Un’ulteriore lettura sulla religione civile (di Vito Mancuso)

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Milano d’autunno è sempre carica di suggestioni, e anche di sorprese. Durante un blitz convegnistico alla Statale, nel bellissimo chiostro della Ca’ Granda un collega mi parla di Carlo Castellaneta e del suo Notti e nebbie. Poco dopo, come risultato di una rapida visita al Libraccio più vicino, un altro amico mi regala il volume che raccoglie in economica i tre romanzi di Colaprico e Valpreda. Castellaneta ci lascia tutti sul posto il giorno successivo (!), dunque l’ordinazione è un omaggio obbligato, ma ci vuole tempo. Passa così una settimana, e intanto la prima influenza della stagione ci mette del suo. Sicché afferro questo libro giallo (di forma e di sostanza) e mi abbandono alle consolazioni dell’improvvisa chance di lettura supplementare.

Avevo già apprezzato le abilità stilistiche del giornalista di Repubblica, ma l’accoppiata con il noto anarchico – per capirsi, quello che era stato processato, e poi assolto, per la strage di piazza Fontana – è interessante. E lo è, precisamente, in questa edizione Feltrinelli, che raccoglie in unico volume i tre pezzi scritti quando Valpreda era ancora in vita, pubblicati autonomamente per Tropea tra il 2001 e il 2002. Il maresciallo Binda, infatti, indaga anche in altri romanzi (in larga parte “farina del sacco”, di per sé munifico, del solo Colaprico: L’estate del mundial e La quinta stagione), ma sono i primi – Quattro gocce d’acqua piovana, La nevicata dell’85, La primavera dei maimorti – a battezzarlo e a farlo evolvere, dandogli la fisionomia inconfondibile del bonario e sveglio “anarcocarabiniere” lombardo, cui non difetta il passo del detective metropolitano.  

Al suo debutto, Binda è un ex maresciallo che ricorda uno dei casi più difficili della sua carriera, l’omicidio del Prof. Gariboldi, rimasto per lungo tempo insoluto ma infine sbrogliato proprio sulla base di una nuova intuizione del carabiniere in pensione, “piovuta” direttamente dal cielo. Questo Binda è un personaggio ancora un po’ malinconico, proteso verso una Milano che fu, moralmente solido e tutto “casa e strada”. È un investigatore acuto, che si muove alla Maigret, ma che anche i suoi Autori immaginano parzialmente ignaro di una verità che si nasconde in un epilogo sorprendente. Ne La nevicata dell’85, tuttavia, Binda, seppur a riposo, si taglia i baffi, conosce una nuova giovinezza e riscopre la passione, supera così il dolore per la scomparsa della moglie e si aggira nel cimitero del quartiere di Baggio, per capire quale possa essere la ragione che ha determinato la morte apparentemente accidentale di alcuni anziani signori. Binda, ora, ha le movenze del Duca Lamberti di Scerbanenco, e forse anche di Marlowe: come il principe dell’hardboiled americano si destreggia tra pericolose e indecifrabili figure femminili. Il finale di questa seconda indagine, però, è orchestrato secondo un copione classico, che ricorda un po’ Nero Wolfe e un po’ Hercule Poirot. La mutazione decisiva è in quello che Colaprico definisce come il libro migliore, ossia nel terzo racconto: che è focalizzato attorno alla figura del Binda giovane brigadiere, addestratosi assieme ai corpi speciali e spedito in incognito a San Vittore, in carcere, per comprendere il mistero di una catena di morti che lo costringerà a ripercorrere le strade di un traffico abietto e, con esso, i momenti più duri e ambigui della fine del secondo conflitto mondiale. L’ambientazione è quella delle contestazioni studentesche della fine degli anni Sessanta, e Binda, anche se continua a pensare in dialetto, potrebbe tranquillamente assumere le fattezze di un risoluto Franco Nero.

Ciò può senz’altro bastare per invogliare anche i più scettici. Nonostante i tanti riferimenti alla tradizionale letteratura poliziesca, espliciti o impliciti, Binda sintetizza perfettamente i canoni ricorrenti del noir all’italiana. Ma resta ancora inevaso il più spontaneo degli interrogativi: e Valpreda? Occorre dire che la presenza di questo singolarissimo testimone, qui nei panni dello scrittore, si avvertono in tanti dettagli: nelle descrizioni di certi luoghi meneghini, nel richiamo a sedi e riferimenti ideali del movimento anarchico italiano, nella persona dell’ex rapinatore Loris, nella ricostruzione della routine carceraria e dei suoi molti e angosciosi disagi, in qualche rapida, ma chiara, allusione ad uno dei periodi più delicati e oscuri della Repubblica… Un valore per nulla tangenziale, poi, ha la Nota dell’autore superstite, che Colaprico dedica, prima di ogni romanzo, al suo curioso compagno di scrittura e all’amicizia che ha finito per avvicinarli sempre di più. Ad ogni modo, grazie a Le indagini del commissario Binda si ricompone con tratto vivace e consapevole uno spicchio importante della storia sociale dello Stivale.

Una bella recensione a La primavera dei maimorti (di Matteo Collura)

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Un vistoso e orribile refuso s’impone già dalla prima riga della quarta di copertina. I presagi non sono propizi. I primi capitoli, poi, sembrano confermare l’impressione: altri refusi, l’idea stanca di un tesoro di lingotti d’oro di marca nazista, l’affacciarsi scontato di un segreto che ruota attorno ai momenti più torbidi della guerra partigiana… una potenziale galleria di situazioni un po’ troppo trite, non solo nella narrativa di genere. Forse, però, l’Autore – che è al primo romanzo – è solo un apprendista, come il suo simpatico protagonista, un ragazzo che incontriamo mentre è all’opera come assistente becchino nel cimitero di un piccolo comune dell’entroterra ligure. Bisogna dargli fiducia, allora, andando fino alla fine. E, malgrado tutto, la trama regge, la mano dello scrittore c’è, gli attori sono assemblati con un certo senso del divertimento e l’attenzione resta costantemente viva grazie a qualche piccolo colpo di scena.

Il giovane Silvestro pensa di aver risolto i suoi problemi e di poter studiare a Milano, all’Accademia di Belle Arti. Scavando una tomba, infatti, scopre una cassa piena di lingotti, e il suo anziano collega Anselmo, vecchio eroe della Resistenza, lo spinge a spartirsi il bottino. Ma il giorno dopo Anselmo viene trovato morto e gli indizi paiono tutti accusare Silvestro. Che, impaurito, fugge dalle grinfie dei carabinieri e scappa sui monti, aiutato da Elvis, amico fidato e un po’ spaccone. Comincia così un’avventura, tra boschi e sparatorie, tra sospetti e sogni d’amore, tra sofferenze e dolorose rivelazioni. Naturalmente, dopo tante fatiche, il vero colpevole verrà a galla e la conclusione della storia sarà sostanzialmente positiva, anche se non del tutto. Per il nostro personaggio, la conquista forzata della maturità e dell’autonomia non significherà soltanto una nuova vita da costruire assieme alla sua bella e volitiva Norma. Silvestro scoprirà il peso angosciante di un paese che non sa mai essere veramente onesto e nel quale occorre sempre avere grande coraggio. Todaro Editore continua a scommettere su gialli che ancora non sono tra i più solidi; ma anche la promozione della freschezza è un grande merito, che suscita sicuramente tutti gli incoraggiamenti del caso.

Recensioni (di Viviana Filippini e Carlo Oliva)

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Il poeta che è unanimemente riconosciuto come una delle voci più importanti della scena letteraria dell’ultimo secolo si è cimentato anche con la prosa, in particolare in un “pugno” di brani molto suggestivi, dal sapore quasi antico. Ripubblicati pochi anni prima della sua scomparsa, questi pezzi minori di Zanzotto possono rivelare l’esistenza di un “dietro le quinte” che invoglia a rileggerne i versi più noti con rinnovata soddisfazione. Grande capacità riflessiva, serena attitudine all’indagine introspettiva, tenace amore per le immagini del paesaggio, nostalgia per una semplicità perduta da ritrovare nella più viva prossimità alle epifanie di una natura sempre toccante: i racconti raccolti in questo piccolo volume – che risalgono al periodo 1942-1954 – recano tracce sensibili di quelli che sono i luoghi più ricorrenti del grande autore di Pieve di Soligo.

Degli scritti che si presentano sotto il titolo Le signore, si ha l’impressione di tornare al piccolo mondo di Fogazzaro, condito, però, di intuizioni ironiche e talvolta moraleggianti, come quelle che si potrebbero attingere dalla grande tradizione che accomuna Čechov a Maupassant. La scomparsa di Ciankì e il successivo Ero farfalla sono piccoli capolavori di dolce sarcasmo (e pare quasi che si voglia quasi fare il verso all’ipotetica montagna incantata della piccola borghesia italiana). Degli altri testi: Sull’altopiano è una vivida e perfetta rassegna di emozioni tanto pacate ed elementari quanto traboccanti; Parlami ancora reca la testimonianza di una madeleine veneta per eccellenza, tanto povera quanto essenziale; Autobus nella sera sembra riprodurre un quadro di Hopper in salsa neo-realista; Segreti della pioggia e Idea dell’autunno sono canti di un Lucrezio moderno; 1944: FAIER è un inno alla memoria e alla storia dei più umili, e un monito per la loro custodia…

Una pagina segue l’altra senza difficoltà, fino alla fine, in un alternarsi di prose che sono disordinate solo in apparenza e che si chiudono nel brevissimo Il vigneto, spontanea rappresentazione del tempio segreto in cui sempre ci piace immaginare Zanzotto, alla ricerca delle sue Muse. Letta oggi, l’ultima frase di questo racconto, e così di tutto il libro, diventa, per il grande poeta, il migliore degli autoritratti: “Ero raccolto e folto in me, mi perdonavo, mi lasciavo dire sì, mi accoccolavo nel vivere, mi accucciavo inerme nel vivere, ma esso continuava come a darmisi dall’esterno e dal mio intimo, ed ero portato fuori, comportato da tutto e nulla, nel verde, nell’inaccessibile dei colli, nel loro socchiudersi senza fine”.

Recensioni (di Sergio D’Amaro, Domenico Cacopardo, Giuliano Gramigna – ma, in quest’ultimo caso, sull’edizione Neri pozza…)

Ritratto di Zanzotto (a cura di Marco Paolini, regia di Carlo Mazzacurati, 2009)

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