Trovo questo testo nel solito mercatino dei libri usati. Attira subito la mia curiosità, perché di questo Autore so già molto, soprattutto sul suo infaticabile impegno di divulgatore di Dante. Qui, però, scrive della sua traiettoria di studente “ultrafuoricorso” alla Sapienza di Roma, tra la Facoltà di Magistero e quella di Lettere. Lo fa nel 1970, a 32 anni, nel pieno di una nota e intensa fase di trasformazione dell’università (e della società) italiana (ed europea). Il libro è semplice e piano, schietto e sincero. Trasmette aspettative, ansie e delusioni di un giovane maestro elementare: che cerca faticosamente di laurearsi, mentre sperimenta le difficoltà dell’insegnamento scolastico e quelle del lavoro contadino, ma anche le prime soddisfazioni di giornalista e scrittore. Soprattutto restituisce un’immagine fedele di professori e studenti di quel tempo, confessando la propria frustrazione per l’efficiente superficialità e la meccanica indifferenza culturale di molti compagni di corso, per l’arbitraria distanza di tanti studiosi e per le sorprendenti pochezze dei loro assistenti. Pur con qualche eccezione, tuttavia, viste le belle pagine che sono dedicate a Vincenzo Marmorale, Giorgio Petrocchi e – soprattutto – Gabriele Baldini. Nel libro, infine, è palpabile, e quasi toccante, un sentimento che, prima o poi, prova o ricorda chiunque abbia fatto l’esperienza del giovane universitario: il senso di aspettativa e di apertura alla vita e al futuro, sempre carico di titubanze e incertezze, talvolta gravi e paurose, e però anche denso di una fiduciosa e naturale disponibilità alle cose del mondo.

Università undicesima bolgia ha anche una virtù supplementare. La si apprezza nelle due pagine dell’Introduzione, dove Onorati, non riconoscendosi nell’università pre-sessantottina, né in quella successiva, scrive che “[g]li studi universitari dovrebbero aiutare l’uomo a scoprirsi e realizzarsi nella cultura”, auspicando che tra professori e studenti si generi quel colloquio reciprocamente positivo che solo può creare le condizioni per un simile obiettivo. Al di là del possibile dibattito sul merito e sulla persistente importanza di queste affermazioni, viene da sottolineare che, nel periodo storico in cui Onorati scriveva, le discussioni sull’università erano al centro dell’agenda pubblica. Oggi, dopo molti anni, in un momento storico in cui si sono realizzate ulteriori e ancor più forti trasformazioni, specie dal “processo di Bologna” (1999) in poi, la questione su che cosa sia l’università si ripresenta in maniera diversa e molto più asettica. Si discute di singole – pur sensibili – riforme (sul reclutamento dei professori, sulla riforma dell’agenzia di valutazione, sulla governance degli atenei, sulle modalità di finanziamento degli atenei…), e lo si fa senza la bussola di una preliminare e generale riflessione di cornice e di senso. Non che nelle incombenti riforme non si vogliano risolvere specifiche e urgenti questioni. Il punto, piuttosto, è che per comprendere come risolverle – come per esprimere davvero un consapevole giudizio sui tanti cantieri aperti – si dovrebbe sciogliere il nodo fondamentale sull’identità e sulla collocazione dell’università nel contesto delle mutazioni sociali, economiche, scientifiche e culturali della nostra epoca. E la sollecitazione di Onorati potrebbe senz’altro fungere da ispirato e proficuo pungolo critico.

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La voce narrante di questo romanzo è quella di un insegnante di chimica. Marcella, sua moglie, è scomparsa a causa di una implacabile leucemia. Hanno vissuto felici per molti anni, lui nella scuola, lei in un laboratorio di analisi. Ma ora lei se ne è andata e per lui si apre un vuoto incolmabile, un baratro nel quale la sua vita si inabissa rapidamente: esce poco, se non per andare al bar sotto casa, a bere caffè corretti e giocare al “gratta e vinci”; trascura se stesso e l’appartamento, dove comincia a diffondersi disordine e sporcizia; si distanzia sempre più dalla realtà che lo circonda e arriva anche a perdere il lavoro. Nel resoconto di questa caduta, però, pare lucidissimo e consapevole. E pensa – sperduto e, nuovamente, senza darsi alcuna razionale spiegazione – alla figlia Beatrice, fuggita da casa molti anni prima e ora lontana, in Bretagna, insensibile a qualsiasi appello. Poi all’improvviso, davanti alla tv, un’intuizione: il decesso della moglie ha un responsabile, che dunque deve pagare per ciò che ha fatto. L’abisso in cui il protagonista cade è ancora più nero, finché, in modo insospettato, Beatrice ritorna e le cose sembrano subire uno sviluppo del tutto inatteso. Anzi, due sviluppi, uno che sa di allucinazione definitiva e uno più reale, e realistico, che sa di piccola-grande pacificazione, pur nella rivelazione di un gesto drammatico.

Questo romanzo è un esempio di ciò che si potrebbe definire un’occasione mancata. Perché l’Autore – che è docente universitario e attualmente porta le vesti di assessore alla cultura nella città di Roma – possiede i mezzi (scrive bene, pesa e lima opportunamente le parole), ha un’intuizione interessante (su quella che è la classica chimica dei sentimenti) e riesce pure a descrivere con chiara (e quasi disturbante) durezza che cosa può accadere – e rapidamente, e quasi senza che se ne accorgano – alle persone, le più normali, che tuttavia sperimentano traumi, restano sole e faticano a guardare attorno a sé e a trovare le giuste risorse. È a questo punto che la storia avrebbe potuto accelerare davvero, farsi meritevole del fondo più fondo, così bene illuminato. Viceversa, la trama rimane sempre sospesa sull’ordinario. E a ciò si allude non tanto per l’andamento normalizzante del plot, o per un certo senso di implicita ricerca di un lieto fine, bensì per il fatto che nei pensieri del protagonista come nella trama complessiva si diffondono immagini un po’ stereotipiche: su alcune alienazioni della società contemporanea; sul rapporto tra padri e figli, o tra giovani e vecchi; sull’invincibile vantaggio dei più forti e spregiudicati; sull’assenza e indifferenza delle istituzioni pubbliche; sulla prospettiva della fuga e del ricovero in relazioni più elementari e autentiche come orizzonte di salvataggio. Insomma: il libro – che sicuramente si fa alfiere di una tensione etica e civile del tutto commendevole – porta con sé un retrogusto dolciastro, forse addirittura buonista; con qualche cattiveria in più avrebbe potuto decollare davvero.

Recensioni (di G. Bettini; di B. Caputo; di E. D’Alessandri; di G.C. De Carlo)

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Non c’è dubbio che scrivere di Roma è difficilissimo. Evoca troppe cose; e troppe cose in effetti ci sono, a Roma. Tra cui la famosa e decantata bellezza, che troppa e diffusa è per definizione, e della quale, però, questo libro fa giustizia, scegliendo, senza negare il fascino della città, di darne una raffigurazione anticonvenzionale, complessa, ambigua, esuberante e molteplice. La Roma di Picca – che con Roma mia, non morirò più completa un trittico, assieme ad Arsenale di Roma distrutta e a Il più grande criminale di Roma è stato amico mio – è un variopinto assemblaggio corporale di tantissime immagini: ricordi personali, spezzoni narrativi, ritratti e “cartoline”. È una rassegna, idiosincratica e viscerale, caratterizzata dalla ricerca ostinata e appassionata di volti emblematici, storie individuali e collettive, personaggi famosi e marginalità altrettanto esemplari, periferie profonde e luoghi simbolici. Un elenco è impossibile, perché il testo – che è la punta di un iceberg, perché si comprende che l’Autore ha voluto comporre una vera e propria inchiesta sentimentale, condotta sul campo – raccoglie 92 pezzi, scritti in momenti diversi, tanto brevi quanto incisivi ed empatici. Sono numerosi i passaggi belli, perché intensi, divertenti o dolcemente malinconici: su Amelia Rosselli, su Margherita Buy, su Er Zagaia (barista a Capocotta), su Padre Elverino (dell’Oratorio di don Bosco), su Er Francesino (pugile), sulla camiciaia di Via Tacito 38A, sulla farmacista della Farmacia Centrale di Via Cola di Rienzo, sulla dialettica tra Roma Sud e Roma Nord, su Mario Schifano, sulle commesse di Cinecittà, sull’Olgiata, su Piazzale Clodio, sui burattini al Gianicolo, sul campo da calcio di Testaccio, su Tor Bella Monaca… Ma ci sono anche dei piccoli e deliziosi racconti (Animali, Il Leonesso e ‘a Liona, Il volo, La vedova nera, Maria, Olga…), stranianti e riuscitissimi.

In questa Roma c’è buona parte di ciò che a Roma è veramente unico. Roma, infatti, è un vero buco nero, capace di attrarre con forza magnetica irresistibile l’alto e il basso, la ricchezza e la povertà, la poesia e il crimine, il nobile e il volgare. Ed è una qualità che si scova dove meno la si può immaginare, nell’indagine su ciò che ora appare definitivamente sparito. Lo spiega bene Picca quando descrive, ad esempio, la “gola di Roma”, oggi lontana da Trastevere o da San Lorenzo e ri-trovata in piazza Gasparri a Ostia, con “i sapori, la distruzione del tempo, la quotidianità, i muri che si legano alle persone e calano nel sudore”. O anche quando si evocano le località periferiche o extracittadine: che siano quelle del sacro mito pre-latino (cariche di una magia lungolatente e pungolante) o quelle dei cantieri e delle officine (esemplare il pezzo su Ponte Galeria) o quelle, ancora, di un contado rimasto sorprendentemente sospeso (come nel brano su Osteria Nuova). E poi c’è – ovviamente, verrebbe da dire – l’altro veicolo per eccellenza: la notte, come occasione di esplosione di orizzonti, di esperienze, di avventure, di scoperte. Alla fine sono tre i rilievi che questo libro sollecita. Il primo è che Picca si affianca, col suo stile felino ovviamente, a quelle opere (i libri di Fernando Acitelli, Lo stradone di Francesco Pecoraro…) che hanno cercato, in modo diversamente esagerato, di riprodurre quell’immersione psico-fisica, socio-culturale e popolare tout court che è necessaria alla comprensione di Roma, della sua originalità e delle trasformazioni che ha conosciuto. Il secondo pensiero è che di Roma mia, non morirò più si potrebbe additare un utile complemento saggistico (un amplificatore di suggestioni), Remoria di Francesco Mattioli, che scava nell’oscura e rigogliosa forza alchemica ed escatologica della città e dei suoi contorni. Da ultimo, si ha l’impressione che la Roma di Picca – nel variopinto vociare dei brevi capitoli del libro – delinei perfettamente quel Paesone, o quella Grande Provincia, che a buon diritto, dunque, è Capitale di tanti Paesi e Province, con tutte le loro piccole e grandi vene pulsanti.

Recensioni (di R. Banhoff; di A. Venanzoni)

Una (simpatica) intervista all’Autore

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Questo libro racconta la storia singolare del vecchio Konrad Lang, anziano tuttofare della ricchissima famiglia Koch. Storia che si avvia da un incidente assai increscioso: la sontuosa villa di Corfù di cui è custode prende fuoco proprio a causa di una sua distrazione. Eppure, anziché sfiduciare e abbandonare Konrad, Elvira Senn, la matriarca dei Kock, decide di portarselo vicino, in Svizzera, e di foraggiarlo con un appannaggio settimanale. Apparentemente non v’è nulla di strano: Konrad è stato l’onnipresente amico d’infanzia di Thomas Koch, l’erede della dinastia e padre del rampollo Urs, destinato a succedere alla stessa Elvira nella guida dell’impero industriale. In realtà si avverte che la sollecitudine di Elvira non è dovuta all’affetto, bensì alla volontà di gestire e controllare Konrad. Che di Thomas, arrogante, indisciplinato e pluridivorziato, è stato anche gregario fedele e, forse, custode di molti segreti. Fatto sta che il piano di Elvira si complica, perché Konrad – che nel frattempo corteggia premurose signore e riscopre, oltre all’amore, anche un po’ di autonomia e indipendenza – capisce di avere il morbo di Alzheimer. Elvira, dunque, lo avvicina ulteriormente a sé, complice la premura della giovane moglie di Urs, Simone. Tuttavia, tra fortunose sperimentazioni terapeutiche e peggioramenti verticali, i nodi verranno improvvisamente, e implacabilmente, al pettine, in una conclusione thriller che per un attimo si tinge anche di giallo.

Com’è piccolo il mondo! è il primo romanzo scritto dal noto autore svizzero; risale al 1995, è stato premiato in più occasioni e ha dato vita ad una trilogia (assieme a Il lato oscuro della luna e L’amico perfetto). Vi si possono apprezzare molte delle originali caratteristiche che rendono Suter sempre gradevole. A condizione, però, di non indugiare troppo nella presentazione che si trova sul risvoltino di copertina: i libri di Suter, infatti, rendono al meglio solo se affrontati con fiducia totale e pazienza, senza anticipazioni di sorta, lasciandosi guidare dall’irresistibile senso di attesa che percorre ogni trama, fino in fondo. Da questo punto di vista, Small World – che è il vero titolo dell’opera, da cui nel 2010 è stato pure tratto un film con Gerard Depardieu – è in tutto e per tutto esemplare. Il tono è meramente descrittivo, il progredire è lento. Ma pagina dopo pagina si cominciano a intravedere piccoli indizi: l’andirivieni tra passato e presente si intensifica, le situazioni si fanno propizie, il caso ci mette del suo, espressioni verbali e nomi si dimostrano forieri di strane e allusive ambiguità. E la sottile, eppure sferzante, ironia dell’Autore si percepisce, assieme al suo interesse, così pronunciato e delicato, per gli uomini e le loro fragilità, e per le miserie travolgenti e i gesti miracolosi e gratuiti di cui sono capaci. Si potrà notare che nel romanzo i meccanismi narrativi di Suter non sono ancora così perfetti come nei lavori successivi: ad un certo punto qualcosa si capisce, anche ben prima dell’epilogo. Ma il tocco è piacevolissimo, come lo è l’intuizione che siano le malattie a segnare la via di un insospettato e imprevedibile riscatto.

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Quanto si può davvero divulgare Giovanni Pascoli? La lettura di questo libro rilancia un interrogativo che, preso sul serio, vale per ogni autore, scrittore, artista… Che per prima cosa lascia al mondo le sue opere e, dunque, è con – e per mezzo – di quelle che intende essere frequentato, osservato e capito. È un problema che con Pascoli è più accentuato che mai, perché di solito, nel suo caso, anche l’analisi più tecnica si confronta inevitabilmente con i dettagli di quella che è spesso descritta come vita turbata e pluri-condizionata: dalla morte violenta del padre; dalla scomparsa prematura della madre; dalle fatiche di una giovinezza confusa; dal rapporto complesso e ambiguo con le due sorelle, Ida e Maria, e più in generale con i fratelli; dalle tante peregrinazioni di docente e studioso; dalla frequentazione di bettole e osterie; e pure da un forte e ricorrente – e quasi incredibile, vista la fama – sentimento di incomprensione, unito ad un’istanza non minore di riconoscimento. Si aggiunga che proprio la dimensione personale, in Pascoli, è frutto di facili mitizzazioni, e stereotipi, anche per la coltivazione rituale, pressoché immediata, dei suoi spazi e della sua memoria (di cui è esempio massimo la casa di Castelvecchio), e ciò specie per opera della sorella Maria, votata da subito alla celebrazione del culto. Quindi, complice anche una certa tradizione scolastica, assai semplificante, ogni qual volta si cerca di portare Pascoli al grande pubblico, l’inclinazione a perpetuare il racconto nazionalpopolare corrisponde a una forza del tutto naturale. A questa inclinazione cede largamente anche il libro di Osvaldo Guerrieri, sottotitolato “Indagine sulla morte di Giovanni Pascoli”, che d’altra parte, per curvatura e struttura, assume quasi le stesse movenze del film di Giuseppe Piccioni (anch’esso Zvanì e anch’esso diffuso di recente nei cinema e poi sui canali Rai). Perché in entrambi i lavori si tratta per lo più di una successione di immagini e di vicende molto note, quelle, per l’appunto, su cui più si è insistito, nel tempo, per decifrare peculiarità, fortune, oscillazioni esistenziali e disavventure del grande poeta. 

Bisogna riconoscere, fortunatamente, che a Guerrieri non si può imputare, per forza di cose, l’ostentata delicatezza, l’andamento oleografico e la fotografia da (vecchia) fiction del servizio pubblico che si impone, disturbante, allo spettatore dell’opera di Piccioni (nella quale, occorre sottolinearlo, anche la scelta degli interpreti non è stata poi così felice: non per difetto di maschera, perché, anzi, gli attori ce l’hanno messa tutta; ma per la straniante distanza dei volti, delle fisicità e delle posture da quel poco che le diverse foto d’epoca fanno intendere). Allo stesso modo, poi, va anche precisato che Guerrieri, in qualche piccolo passaggio, tenta qualcosa di più, e di diverso, riuscendo a fornire assaggi di più seria e meditata riflessione (alle pp. 35-36, ad esempio, dove si ricollega alla classica lezione filologica di Cesare Garboli e, subito a seguire, all’interesse di Pascoli per la Commedia dantesca; ma anche nel capitolo “Svolte”, circa alcune evoluzioni stilistiche della poesia pascoliana, e anche lì con il supporto dell’immancabile Garboli). E Guerrieri, infine, riesce quasi a sorprendere (sempre in positivo), laddove (a p. 64) sembra allargare lo sguardo  – anche se solo per uno spicchio di pagina – al vero significato, per nulla autobiografico, della “poesia dell’io” cui Pascoli tendeva. Ma resta il fatto che, persistendo nell’omissione di tanti altri aspetti (ad esempio: il Pascoli saggista; la traiettoria cosmica della sua attenzione per la natura; l’occulto ma raffinatissimo cantiere che – anche al di là della ricerca più strettamente linguistica – si nasconde dietro alla formulazione di ogni verso, anche di quello apparentemente più lineare; il senso autenticamente disciplinare – lo si direbbe normativo – del tenace attaccamento alla composizione in lingua latina…), si continua a costruire il consueto monumento sull’uomo sensibilissimo e infelice, e in fondo isolato e sfortunato. Come se si dovesse dare a Pascoli il posto che veramente gli compete solo per via di un dolce, empatico e compassionevole abbraccio.

Un (altro) bel libro su Giovanni Pascoli

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Questa Shirley Jackson è la stessa dei grandissimi L’incubo di Hill HouseLa lotteria e (il migliore in assoluto) Abbiamo sempre vissuto nel castello; pietre miliari del romanzo gotico e, più in generale, della letteratura horror e mistery. Qui, però, è autrice di un testo del tutto diverso: un memoir divertente e ironico, e autoironico, sulla sua vita familiare tra le mura della grande e vecchia casa colonica di North Bennington, in Vermont. È un racconto fatto di piccoli e semplici episodi, sketches domestici scritti con grazia e stile rapido e coinvolgente, nei quali Shirley fa la mamma a tutto tondo e si scapicolla tra le urgenze, le malattie e i capricci dei figli, le gravidanze, l’automobile, l’inettitudine di un marito tanto impacciato quanto indifferente, le faccende di casa, i rapporti con gli altri bambini e le loro famiglie. Si potrebbe pensare a un libro per sole donne, che naturalmente troverebbero nella lettura numerose occasioni per riconoscersi e normalizzare note e ricorrenti sfide della quotidiana convivenza. Il fatto è che Vita tra i selvaggi offre momenti di autentico svago a chiunque: è impossibile non provare empatia e la risata spontanea è assicurata. 

Se si riflette sulla circostanza che il libro è del 1953, non si può non restare sorpresi del tono diretto e dell’intelligenza emotiva di un’Autrice che, così facendo, rivela davvero il suo segreto: vale a dire, una rara combinazione tra facilità di composizione, ritmo e capacità evocativa di stampo quasi fotografico. Specialmente, però, si comprende un’altra cosa: il passo tra le ambientazioni dark di una vera maestra del genere e la rappresentazione esilarante di una banale routine casalinga è brevissimo. Ne è chiara evidenza il volantino con una storia di fantasmi, che Shirley compone scherzosamente proprio a partire da un episodio familiare specifico (e che è posto in appendice). Ma ne è la prova migliore una sensazione evidente, qui riconfermata al massimo grado: che la grande letteratura nasce sempre dall’approfondimento vertiginoso dei motivi, dei luoghi e delle esperienze – in poche parole: dei demoni – che più sono vicini allo scrittore. Il che equivale a dire che senza questa Jackson – una desperate housewriter così ordinaria, così stereotipica, così autoriflessiva e così irrimediabilmente fuori posto – l’altra non sarebbe mai esistita.

Recensioni (di M. Ghilardi; di D. Lambruschini; di G. Soncini)

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In questo libro, che risale al 1996, l’Autore – figura importante del mondo editoriale italiano e scrittore più volte premiato e sempre apprezzato – raccoglie due testi, uno più lungo (La letteratura e il combattimento) e uno, successivo, molto più agile (Quando vi ucciderete, maestro?). Nel pezzo più esteso contempliamo una galleria di immagini, ricordi personali, esperienze, letture: su singoli appassionati di arti marziali e sui loro esercizi, su maestri e discepoli, su palestre di periferia, sulla storia della lotta in Giappone… Il tutto è condito con qualche analogia tra combattimento e creazione letteraria; e con immancabili riferimenti all’opera di chi su questo ring ha militato a lungo, da Yukio Mishima ad Alexis Philonenko. Dall’altro lato, invece, nel secondo testo, le parole di Franchini sono quelle di una sorta di rampogna, o discorso di biasimo, che si rivolge a un “tu” non esplicitamente definito, per stimolarlo o risvegliarlo da un esiziale torpore. E che pesca nel passato familiare (e soprattutto nella rievocazione della madre) e (ancora) nel cantiere del rapporto tra letteratura, vita e obbedienza marziale. Ciò fino a una sorta di climax conclusiva, in cui un pensiero semiserio dell’Autore su come coltivare la propria salute giovanile si sovrappone al racconto di un aneddoto sulla vita di Mishima e su quanto un giovane ammiratore gli avrebbe detto al termine di una lunghissima anticamera: “quando vi ucciderete, maestro”?

Il volume è prezioso per più ragioni. La prima di tutte riguarda lo stile o, se si vuole, l’esempio di scrittura: che è spontanea ed efficacemente rappresentativa di un pensiero che si sviluppa liberamente in una catena di progressive associazioni mentali. Ma è anche elegante, ricercata, densa. A conferma che il bello scrivere, se è semplice, è anche il frutto di una formazione, di un’applicazione e di un addestramento costanti. È a quest’ultimo proposito che viene subito in gioco un secondo aspetto positivo. La forma, infatti, aderisce veramente alla sostanza. Perché quella di Franchini è un’immersione – dichiaratamente autoanalitica – sul necessario rigore e sulle inevitabili frustrazioni che comporta qualsiasi disciplina, soprattutto se presa sul serio. Salvo che il senso dell’opera, qui, anche per effetto del raffronto completamente straniante con l’imprinting ricevuto dalla madre, emerge nel suo finale orientamento dissacrante (o relativizzante). Perché tutto è soltanto, e illusoriamente, testa, pure nel perfezionamento massimo di ciò che è corpo. E pertanto, per non risultare artificioso, poco credibile e quindi ridicolo, nella scrittura, nel combattimento come nell’esistenza quotidiana, val sempre la pena di tenere i piedi per terra e ripetersi (con la piena persuasività dell’idioma partenopeo): ma quann t’accir?

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Riforma del reclutamento dei professori, riforma dell’autorità nazionale di valutazione, riforma della governance degli atenei, riforma del consiglio universitario nazionale, riforma delle modalità di finanziamento delle università… Sono solo alcune tappe – le più importanti, forse – del ciclo di innovazioni normative che si vanno perfezionando o preparando in questi mesi per iniziativa del Ministro dell’Università e della Ricerca. Come è facile immaginare, i molti aspetti di ciascuna di tali riforme sono al centro di vivaci discussioni e di corrispondenti proteste. Indipendentemente dal contenuto di questi dibattiti – che ad ogni modo vanno sempre presi sul serio, perché sintomo di un disagio via via crescente – sorprende un dato: la totale assenza di una riflessione sistemica sull’università e sul suo ruolo. Che, peraltro, sembrerebbe il presupposto fondamentale sia per dare coerente contenuto a quanto si vuole realizzare, sia per poter prendere veramente una qualsiasi posizione credibile. 

Ebbene, assieme ad una recentissima (e più tecnica) collettanea da curata da Margherita Ramajoli e Alfredo Marra, il piccolo libro di Stefano Jossa – cui si deve un’altra, meritevolissima e convincente, indagine sui non-eroi del romanzo nazionale – prova a colmare parte del vuoto, offrendo, in primo luogo, una sintetica, ma vivida, carrellata delle idee forti che, a detta dell’Autore, hanno caratterizzato il discorso sull’università dal XVIII al XX secolo; dunque, dalla posizione di alcune convinzioni fondamentali e connotanti, e tuttora ispiranti una larga parte della comunità accademica, alla formulazione di teorie e riletture finalizzate a evidenziare i rischi di talune trasformazioni. Ripercorrere le ispirazioni di Wilhelm von Humboldt e del cardinale Newman, le critiche di Benedetto Croce o il manifesto di Ortega y Gasset è gratificante e ricostituente. Come riescono altrettanto condivisibili – nella loro nobile e preveggente tensione antieconomicista – la spietata analisi di Bill Readings o la visione riequilibrarice di Stefan Collini. Jossa coglie nel segno allestendo questa sorta di galleria di illuminanti riscoperte intellettuali. È un buon metodo per discutere di università; specie per spiegare che è errato sia essere rigorosamente nostalgici di un’accademia troppo autoreferenziale, sia affidarsi a nuove e accelerate vocazioni (troppo) strumentali dell’università. Le quali, del resto, sono pienamente al centro dell’opera di decostruzione politica che l’Autore vuole sollecitare. Tanto che nel penultimo capitolo si ripropongono alcuni passaggi, giudicati tuttora attuali, del Manifesto per una Università negativa, nato dal cuore più duro e determinato del movimento studentesco degli anni Sessanta; e che nell’ultimo capitolo si costruisce un nuovo, potenziale manifesto, per avviare una discussione (giustamente) percepita come necessaria.

Dopodiché questa parte conclusiva delude un po’: perché, innanzitutto, alcuni punti del manifesto riflettono troppo rivendicazioni tipicamente “municipali” e (nel testo) non previamente argomentate; e soprattutto perché, forse, al testo di Curcio e compagni – che si presa a strumentalizzazioni fin troppo facili – avrebbero potuto sostituirsi gli interventi di Jürgen Habermas, che sono pressoché coevi e prefigurano molto bene presupposti socio-istituzionali e opportunità degli sviluppi successivi – democratici – dell’idea dell’università e della funzione che essa dovrebbe svolgere dal suo interno. Vero è che il problema posto dallo stesso Habermas (la relazione tra potere pubblico e università, nel contesto della società altamente industrializzata e tecnologica) non solo appartiene a dinamiche di grandezza e penetrazione assai importanti; questo problema, purtroppo, è stato solo rimandato e non si è per nulla risolto, risollecitato com’è stato, da ultimo, dall’incombenza socio-politica delle policrisi (economica, finanziaria, del debito, pandemica, bellica etc.) e transizioni (ambientale e digitale) degli ultimi vent’anni, e prima ancora (dal “processo di Bologna” in poi), dall’articolazione diffusa, e sostanzialmente vincente, dell’approccio europeo all’università. La quale è del tutto concepita come immersa in un ruolo di agencyprivilegiata, all’interno di una rete di incentivi e stimoli economici sempre più stringente, e in cui l’autonomia accademica e quella della sua stessa comunità sono poste in seria e progressiva discussione. Come ha bene argomentato Alessandro Mangia, è una traiettoria che viene da lontano e la posta in gioco è molto più grossa di quanto si possa superficialmente pensare.

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Pur essendo facoltoso, Menedemo si affanna tutto il giorno a lavorare la terra, anche nelle ricorrenze festive. Vuole, a suo modo, espiare quella che ritiene la sua colpa più grande: l’aver impedito le nozze del figlio Clinia, che dunque, non avendo potuto sposare la giovane Antifilia, è partito come mercenario alla volta dell’Oriente. Cremete, che di Menedemo è il vicino, cerca di consigliarlo, mosso dalla più umana sollecitudine. Nel frattempo, peraltro, Clinia è tornato ed è addirittura giunto segretamente a casa di Cremete, fingendo di portare con sé proprio la sua donna, che in verità è Bacchide, la cortigiana di cui è irresponsabilmente innamorato Clitifone, figlio di Cremete. Una simile messinscena è frutto di una delle prime astuzie del servo Siro, che spera così, tutelando Clitifone dalle possibili ire del padre, potenzialmente impaurito da un fidanzamento rischioso, di ricevere qualche vantaggio. Il fatto è che Sostrata, moglie di Cremete, scopre che l’ancella di Bacchide – che altri non è che Antifilia – è la figlia che aveva abbandonato neonata su ordine del marito; e che, quindi, è viva e vegeta. Gli eventi, allora, accelerano improvvisamente, le parti si scambiano ed è Menedemo, infine, trovata l’insperata occasione per riconciliarsi col figlio, a soccorrere Cremete, indirettamente stimolandogli un duro stratagemma per dare una lezione a Clitifone e riportare in famiglia l’equilibrio tanto desiderato.

Perché leggere questa commedia di Publio Terenzio Afro? Formalmente le ragioni sono tante; tutte quelle che già si possono apprendere sui banchi del liceo. E dunque: perché è esemplare dell’originalità del teatro Terenziano e delle mutazioni da esso indotte; perché vi si trova, per bocca di Cremete, la prima testimonianza scritta di una sensibilità universale (“Homo sum: humani nihil a me alienum puto”); perché la figura di Menedemo (il punitore di se stesso, come recita il titolo greco, lo stesso della commedia di Menandro, che Terenzio riprende), ha ispirato le scelte esistenziali di grandi poeti (da Baudelaire a Gozzano); perché – come è stato bene sintetizzato – l’Heautontimorumenos ha canonizzato anche il tema padri e figli, ben prima di Turgenev, aggiungeremmo (e, visto che è una commedia, ben prima di Totò e Aldo Fabrizi); perché – ciò dovrebbe essere d’interesse pure per i giuristi – lo stratagemma finale messo in atto da Cremete passa per una soluzione tecnico-giuridica, a sigillo della pregnanza diffusa della cultura giuridica e dei suoi evoluti e sofisticati dispositivi nella cultura popolare romana; perché il manoscritto più antico dell’opera è ben conservato e leggibile online, anche nelle sue miniature eccellenti, sul portale delle collezioni vaticane; e perché, infine, la sola rassegna di tutti questi profili fa apprezzare che cosa sia un classico, nella sua proverbiale ricchezza e polivalenza. Senza dire del fatto che viene voglia di prendere le pagine del manuale di letteratura latina di Concetto Marchesi, dove si può reperire un riassunto ancor più analitico della commedia.

Tuttavia c’è anche un altro motivo per accostarsi a questo piccolo capolavoro, in cui, tra l’altro, e come si dice espressamente nel Prologo, “la trama unitaria del modello si complica in un duplice intrigo”. Il motivo – non si consideri questa affermazione come un’arbitraria deminutio – è che il cenno iniziale all’umanità del rapporto tra Cremete e Menedemo, lungi dall’anticipare paradigmi fin troppo moderni (e salve le discussioni sul clima del cd. “Circolo degli Scipioni”), predispone l’animo del lettore a un atteggiamento di assoluta disponibilità e comprensione; di calma e fiducia, cioè, nella relazione intersoggettiva più autentica e partecipe, che non a caso supera ogni genere di inganno, alimentando solidarietà e reciprocità di contegno e di rispetto, ed anche ottimismo per il futuro. Mi sembra che sia questo il vero lascito – morale e financo pedagogico – del pezzo terenziano, che invita alla prossimità e alla redenzione individuale che solo l’amicitia può garantire, e lo fa in una semplicissima vicenda, a sua volta esemplare di rapporti normalmente egoistici ed emulativi. Il che, al fondo, vuol dire che, di fronte ad un problema, chiudersi in se stessi non garantisce alcun destino.

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Il libro raccoglie in successione tre diversi testi: La talpaLe vetrate di Rembrandt e Biografia di un paesaggio anfibio. Sono piccoli romanzi, sospesi tra la forma del diario e quella della fiction. E hanno alcune cose in comune. La prima è che le storie cominciano tutte dal pretesto di dover offrire al proprio editore un pezzo sull’Olanda; proposito che sembra fallire, per trasformarsi volta per volta in personali, sentimentali, ma minuziosi, carotaggi nelle fondamenta e nella cultura della società neerlandese. Come anche in proficue occasioni di auto-osservazione. Altro aspetto condiviso è che quelle di questi romanzi sono trame tra loro collegate, quanto meno nel senso di un ordine cronologico: Le vetrate e Biografia, infatti, sono ambientate in un momento – di insperato e anonimo ritorno – che segue la rocambolesca avventura de La talpa – che termina con una fuga, nientemeno che dai servizi segreti. La terza caratteristica – si discuta delle misteriose viscere di Amsterdam, delle geometriche costellazioni del quartiere di Zeewijk o del mondo variamente mutante che si scopre attorno alle rive del Noordzeekanaal – è che Magliani si esercita in un costante gioco di rimandi e raffronti con le luci e i colori della sua terra d’origine: le ombrose valli liguri, il borgo natio, i campi, i torrenti e i carruggi. Non manca, infine, in ogni testo, qualche allusione erotica, destinata, tuttavia, a spegnersi sottilmente e invariabilmente.

Ci si può indispettire durante la lettura. Da un lato, per un’impaginazione un po’ troppo piena e per una serie di fastidiosi refusi. Dall’altro, per l’andamento complessivamente rapsodico, che non consente di traguardare un qualche orizzonte. In verità Magliani è un Autore tutto da leggere. Perché il suo girovagare, alla fine, produce un piccolo effetto ipnotico, che ha la forza di riportarci, ciascuno, al proprio personalissimo centro di gravità. Ed anche perché – al di là dei numerosi passaggi curiosi o ironici – ci sono figure (il traduttore Roland Fagel e l’amico Piet van Bert) e singole pagine (come quella in cui si riprende la lezione di Sebald sulla famosa Lezione di anatomia di Rembrandt) realmente degne di nota. Occorre anche dire che il Romanzo olandese si può leggere con profitto ancor maggiore alternandolo con Natura morta con briglia di Zbigniew Herbert, il quale, con i suoi saggi (molto narrativi) sulla pittura e sulla cultura del Seicento olandese, ci catapulta nello stato d’animo più adatto ad affrontare le esplorazioni di Magliani. Le ricostruzioni del grande poeta polacco permettono di accedere a un ritratto molto efficace del carattere assai originale di un’intera società: libera e imprenditiva, talvolta anche all’eccesso, ma pacifica e ordinata; borghesissima e ripetitiva, ma popolare; semplice e tranquilla, ma in costante tensione col suo fluidissimo paesaggio. Niente di meglio, dunque, per acclimatarsi, sentirsi accolto e lasciarsi, poi, portare via, alla volta di se stessi, dagli smarrimenti di Magliani.

Recensioni (di C. Grande; G. Festinese; P. Vitagliano)

L’Autore presenta il suo romanzo

Un’intervista

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