Ci troviamo nel bel mezzo della famigerata contea di Yoknapatawpha. Lucas Beauchamp è stato colto con una pistola fumante in pugno, a pochi metri dal corpo morto di Vinson Gowrie. È stato preso miracolosamente in custodia e ora si trova in cella, nella prigione che sta sulla piazza della città. Ma ormai tutti si aspettano che i Gowrie – come gli altri del Quarto Distretto – si preparino presto al linciaggio di Lucas, il negro che ha sparato alle spalle di un bianco. Se lo immagina anche Chick Mallison, che ha sedici anni, è ancora un ragazzo, eppure sa bene che cosa sta per accadere. E sa perché Lucas rischia davvero: perché i Gowrie e la loro gente non scherzano; e soprattutto perché Lucas non si è mai comportato come un negro. È sempre stato troppo fiero, quasi altezzoso. È per questo motivo che lo vuole vedere e che accompagna lo zio Gavin, procuratore della Contea, fin dietro le sbarre. Dove Lucas, sorprendentemente, gli affida una missione segreta, quella di riesumare il corpo di Vinson Gowrie. Nella bara, infatti, si nasconde il segreto di quanto accaduto e non c’è tempo da perdere. In una vorticosa avventura, che si svolge tra un sabato notte e il lunedì successivo, Chick diventa improvvisamente e coscientemente adulto, con la complicità di Aleck Sander, un ragazzo di colore che è al servizio della sua famiglia, e dell’anziana e indomita signorina Habersham. Nel frattempo, ovviamente, con l’aiuto di un astuto e smaliziato sceriffo, anche la verità verrà a galla.

Faulkner – che in questo libro, un vero capolavoro, attinge a tutto il repertorio della sua prosa strabordante e inarrestabile – non produce semplicemente un tipico romanzo di formazione. Né si limita ad anticipare temi e situazioni che si ritroveranno nel Buio oltre la siepe di Harper Lee. Il grande scrittore ricorre all’espediente del giallo per calarci nel cuore oscuro del razzismo e per affidare ai ragionamenti rapsodici dello zio Gavin le sue più intime, e controverse, convinzioni: sulla necessità che i problemi del Sud con le persone di colore vengano risolti innanzitutto dalla gente del Sud; e sul fatto che si tratti di una questione eminentemente morale, insuscettibile di essere superata per il tramite di imposizioni dall’esterno. Ciò che più colpisce è che nel ragionamento di Faulkner il sedimento delle virtù più autenticamente americane viene collocato nella paziente resistenza e nell’attaccamento fedele, originario, delle persone di colore alla terra; a quei luoghi interni in cui sarebbe possibile sfuggire al vizio nazionale per la “mediocrità” (così nel testo) di una cultura vacua e consumistica e, dunque, confederarsi tra bianchi e neri, per un’alleanza che si potrebbe definire etica e costituente allo stesso tempo. Se è vero che tratti di questa prospettiva si prestano a interpretazioni ambigue, bisognose quanto meno di una forte storicizzazione (il romanzo è del 1948), non si può dubitare, neppure oggi, dell’immediatezza e dell’efficacia dell’insegnamento che lo zio Gavin cerca di veicolare a Chick con una certa insistenza: “Certe cose devi sempre essere incapace di tollerarle. Certe cose non devi mai smettere di rifiutarti di tollerarle. L’ingiustizia e l’oltraggio e il disonore e la vergogna”.

Recensioni (di A. Carrera; di G. Fofi; di D. Mosca; di A. Salvatore)

Intruder in the dust (il film del 1949)

Condividi:
 

Ci troviamo in una piccola città suditirolese. Erwin, il padre di Johannes, è morto a causa di un tumore. Ma il fratello di Johannes, Georg, che è un politico e si è occupato sempre assai poco del padre, lo chiama spaventato al telefono, dicendogli di aver visto il defunto fuori dalla porta di casa. Forse Georg è sotto choc? O c’è qualcosa di strano? Anche la madre sembra improvvisamente impazzita. Sostiene che qualcuno ha rubato la borsa da viaggio del marito. Probabilmente anche lei è sconvolta dal decesso di Erwin ed è possibile che dimostri qualche segno di demenza. Comunque sia, Johannes – che fa l’insegnante e vive con la figlia Alma in una città oltreconfine – e Angelina – la moglie di Georg – non sanno capacitarsi. Poi Georg si accorge che sono scomparsi alcuni documenti del padre, legati al suo passato di giovanissima recluta della Wehrmacht, in servizio nella Berlino bombardata e assediata dagli Alleati. Johannes apprende dalla madre che è stata lei a distruggerli, perché contenevano delle lettere: si trattava del carteggio con una donna. Così, approfittando di un congresso sui risultati scolastici organizzato nella capitale tedesca, si reca a Berlino. Qui comincia un’esperienza molto particolare, non priva di colpi di scena, interferenze temporali e fantasmatiche, e situazioni sorprendenti. Non solo Johannes non resiste e si mette alla ricerca, trovandola, della donna misteriosa, ora molto anziana ma ancora viva. La sua è anche un’immersione psico-sensoriale, nella quale rivede il padre e, ricostruendone le tracce, e vivendone una nuova e inaspettata morte, ne reinterpreta la traiettoria e l’avventura, assecondando il vero se stesso. E lasciandosi andare. Di questo romanzo non si può dire tutto, si rischierebbe di restituirne un’immagine semplicistica. Come se si dicesse, ad esempio, che questa è una storia in cui l’amore vince la morte. Nella prosa pacata e lineare del suo Autore – che qua e là sa farsi anche comica, con l’effetto di creare un po’ di complicità con il lettore e di tradurre bene la sincera stupefazione del protagonista – si nasconde l’inafferrabile complicazione di un viaggio nella memoria e nella naturalezza. In Stanze berlinesi Sepp Mall ci porta fuori dagli schematismi delle vite indifferenti e stereotipate, insegnandoci che per farlo dobbiamo conoscerci meglio, andare oltre confine e ascoltare davvero la voce che portiamo dentro. 

Condividi:
 

Il famoso creatore del Pojana e del suo territorio di riferimento, il Pojanistan, racconta in un prologo e cinque atti il tortuoso percorso che lo ha portato a diventare attore, a esplodere improvvisamente sulla rete con il provocatorio e virale Ciao terroni e ad essere infine ospite fisso di Propaganda live. È un itinerario che molto deve – a quanto pare – a William Shakespeare e all’universalità e alla versatilità delle sue opere teatrali. Così Pennacchi, scrivendo di se stesso, dalle origini all’adolescenza, dal servizio militare all’università e alle prime esplorazioni teatrali, scrive anche del bardo di Stratford-upon-Avon e, soprattutto, di uno dei suoi più grandi e iconici personaggi, Falstaff. Il mix sortisce un effetto di immediatezza, semplicità, divertimento ed empatia, e regala anche un approfondimento, condotto dall’interno, su di un certo modo di fare teatro. Infatti, Pennacchi prende e adatta, à la Pojana, spezzoni di grandi classici shakespeariani, come l’Amleto, l’Enrico IV o il Re Lear, portandoci in un laboratorio personale, fatto di ricordi, errori, scoperte, spunti, modelli e lezioni autorevolissime. È una specie di dojo, il cui sensei a volte è Falstaff, nel suo essere full of life, e a volte è Bruce Lee (si, proprio lui), di cui Pennacchi mutua, a mo’ di manifesto, quattro chiari insegnamenti: research your own experience; absorb what is useful; reject what is useless; add what is specifically your own

Shakespeare – come ogni classico, in fondo – si può manipolare, contestualizzare, smontare e riassemblare: è buono per ogni tempo, ciascuno lo può proporzionare sulle misure che gli risultano adeguate, e il suo segreto, in un’ultima analisi, sta nel fatto che si tratta di un teatro che “ci svela la natura conflittuale di tutte le relazioni umane” e ci dice che “più storie sai più ti destreggi nelle tempeste della vita”. In questa prospettiva, si capisce che per Pennacchi non c’è miglior modo di fare teatro che quello di chi “imbarca esperienza” passo dopo passo, per trasferirla volta per volta in ogni singola rappresentazione, in ogni personaggio. È un lascito di metodo che, forse, potrebbe essere utile per ogni professionista, intendendo come tale non solo chi esercita abitualmente un’attività intellettuale, ma chi si propone, ciò facendo, di perfezionarla e concretizzarla attraverso l’arricchimento di sé. Calcare una scena significa esattamente questo, non solo per un attore. Più in generale, in questa performance scritta – nella quale bisogna immergersi con fiducia, senza lasciarsi distrarre dall’andamento falsamente rapsodico – Pennacchi riesce a prendere per mano il lettore, dimostrandogli che il teatro è un “farmaco” potente, che “non cede alla facile esca dell’indignazione quotidiana” e, anzi, “addestra a vestire i panni dell’altro, ad ascoltare le voci discordanti (anche dentro di sé), a simpatizzare col male, col cattivo, a riflettere sulle conseguenze di ogni azione”. Non ci può essere messaggio più chiaro per sottolineare l’importanza sociale del teatro e l’urgenza, attualissima, di rivitalizzarne le sorti in ogni sede.

Condividi:
 

Ci sono piccoli volumi che dischiudono ampie possibilità di scoperta e approfondimento. Come questa pubblicazione, edita da il Mulino nel 2014. Raccoglie la trascrizione, riordinata, delle “puntate” che più di vent’anni fa un importante studioso di storia romana aveva dedicato ad Annibale per la trasmissione radiofonica Alle Otto della Sera. Erano state già riproposte, anche in forma scritta per le edizioni della RAI, e oggi sono rimaste disponibili online. Sono una piacevole lettura. D’altra parte, il comandante cartaginese, il protagonista della seconda guerra punica che ha sbaragliato le legioni romane alla Trebbia, al Trasimeno e a Canne, è una figura quasi mitica. Non può non affascinare. Inoltre Annibale è uno dei personaggi storici di cui ci si rammenta sempre qualcosa. Così è anche per me, se non altro per le nozioni acquisite in alcune ore passate, a suo tempo, in compagnia dell’abile e avvincente narrazione di Gianni Granzotto (per sincera curiosità, ma anche per compensare il polpettoso e romanzato peplum di riferimento, quello del 1959, con un baldanzoso Victor Mature nei panni del condottiero). Il fatto è che il valore del saggio proposto da il Mulino va al di là delle affezioni per gli eroi di gioventù. Giovanni Brizzi, certo, fa quello che ci si aspetta da un’agile, ma precisa, introduzione divulgativa: di Annibale ricostruisce le origini, il contesto familiare, l’educazione, i progetti, le tattiche e le strategie, e anche la sconfitta nella piana di Zama, ad opera di Publio Cornelio Scipione, con successivi caduta, esilio e morte. Non manca, ovviamente, di dare anche alcune coordinate, sintetiche ma nitide, sulla storia, e sul momento specifico, delle due potenze allora in conflitto, Cartagine e Roma. Ma l’Autore riesce pure a introdurre i non addetti ai lavori a un aspetto di fondamentale importanza. Riguarda le articolate chiavi interpretative che sono offerte dalla storia militare. Può sembrare scontato, nel caso di Annibale. Perché decrittare i segreti e le astuzie che hanno favorito la prevalenza, in battaglia, di uno schieramento anziché di un altro è molto interessante. Viene voglia di partire subito alla volta del lago Trasimeno, per camminare sulla scena delle operazioni di quel famoso scontro. Tuttavia ciò che offre la storia militare è una prospettiva che, in questo caso, aiuta a capire in maniera efficace il confronto tra l’approccio latino originario e il lascito maturo della cultura ellenistica, con un risultato finale, quasi un salto evolutivo, che, in un’esperienza drammatica, distruttiva e del tutto spiazzante, e grazie al tirocinio svolto da Scipione (che dell’avversario si rivela quasi un apprendista), ha fatto crescere e reso egemone lo stato romano. Analogamente, la stessa prospettiva consente di avvicinarsi ai più classici problemi delle total wars, dei conflitti, cioè, che, non solo nell’antichità, sono stati talmente intensi e decisivi dal determinare trasformazioni permanenti sui luoghi, sulle istituzioni e sulle civiltà che vi sono restati coinvolti. Così è accaduto, rispetto alla campagna militare di Annibale, per gli effetti a lungo termine che essa ha determinato sul meridione d’Italia, sulla politica interna e internazionale di Roma, e sugli equilibri socio-economici del Mediterraneo. Si può proprio dire che, di fronte ad Annibale, ci sono stati un prima e un dopo, e che questo è più che un buon incentivo a navigare nei due grossi tomi della ricerca che vi aveva dedicato Toynbee, uno degli storici più intelligenti del Novecento (e del quale attualmente, in tempi di concitato interesse geopolitico, andrebbe letto tutto, o quantomeno l’illuminante Il mondo e l’Occidente). Ecco, le pagine di Brizzi sono come scatole cinesi, per questo meritano di essere frequentate.

Annibale secondo Alessandro Barbero

Condividi:
 

Dal famoso autore di Fatherland e di altri bestseller è giunto quest’ultimo romanzo. Nella sua versione originale, Act of Oblivion, il titolo del libro richiama l’Act of Free and Generall Pardon Indempnity and Oblivion, approvato dal Parlamento inglese nel 1660, primo anno del governo “restaurato” di Carlo II Stuart. Si trattava di una sorta di amnistia (un regime normativo, per la verità, molto articolato e ricco di eccezioni) per i crimini variamente commessi durante la guerra civile e la “dittatura” di Oliver Cromwell. Da essa erano rimasti esclusi soprattutto i regicidi, coloro, cioè, che avevano partecipato alla condanna o sottoscritto l’ordine di decapitazione del re Carlo I e che, perciò, sono stati oggetto di una vera e propria caccia. Chi è stato catturato, poi, è stato sottoposto a un’esecuzione terribile e prolungata. Harris ricostruisce fedelmente la fuga e l’inseguimento di due regicidi, Edward Whalley e William Goffe, ex ufficiali dell’esercito puritano, realmente esistiti e tra loro imparentati. Essi non sono, però, gli unici protagonisti di queste vicende. C’è anche un personaggio di pura invenzione, un funzionario del Privy Council del sovrano e capo dell’intelligence, Richard Nayler, che, animato da una personale e inarrestabile sete di vendetta, cerca i fuggitivi ovunque e in ogni modo. La scena si divide tra l’Inghilterra e le colonie d’Oltreocenano, dove i due veterani, assistiti da alcuni correligionari, sono costretti a vagare da un nascondiglio all’altro e a vivere ora come reclusi, ora in stato quasi selvaggio. In un susseguirsi di illustrazioni d’epoca assai dettagliate e di accelerazioni quasi western, le avventure proseguono fino all’epilogo, nel 1674, quando si consuma un ultimo e drammatico regolamento di conti.

Il racconto ha alcuni pregi. Scava in una pagina di storia non troppo conosciuta e descrive abilmente luoghi, situazioni e persone, facendo calare il lettore assai bene nel tempo che fa da sfondo alla trama. Tratteggia in modo efficace il fervore e il milieu dei seguaci di Cromwell, spiegando indirettamente moltissime cose sui rapporti tra il retroterra ideologico delle rivoluzioni inglesi e la futura rivoluzione americana. Descrive, infine, con precisione, usando lo stratagemma del memoriale del colonnello Whalley, alcuni snodi critici dell’ascesa e delle aspirazioni largamente utopistiche del New Model Army. Nonostante ciò, in Oblio e perdono c’è qualcosa che, di primo acchito, non torna. Sicuramente manca di risolutezza, una pecca che si traduce in un ritmo molto lento e in intermezzi talvolta noiosi. Ma soprattutto c’è – ed è forse alla base di questa indecisione – una tensione non completamente risolta tra due obiettivi che costantemente si ripropongono e si alternano: da un lato, la decostruzione dei processi, anche psicologici, individuali come collettivi, di chi si ostina a restare ostaggio di pulsioni totalizzanti (il messaggio è: se fare giustizia è necessario, è altrettanto necessario superare il passato e abitare il presente); dall’altro, la riflessione su di uno stadio preciso dell’evoluzione delle istituzioni inglesi, presa come pretesto per valorizzare l’importanza di un’intera tradizione costituzionale e dei suoi equilibri complessi e concretissimi (e, così, della monarchia costituzionale inglese, indipendentemente dall’identità o dalla moralità del “reggente”). Il primo livello, ovviamente, non esclude il secondo. Anche se, nella narrazione, è proprio il primo che pare prevalere, specie nella conclusione, dove chi si salva – meglio: chi Harris immagina salvarsi – è chi appare oramai propenso a cominciare davvero una nuova vita. Occorre aspettare le ultime pagine per sciogliere il dubbio e quello che sembrava un difetto potrebbe anche risultare un pregio, visto che continua a far lavorare il lettore, anche a libro chiuso.

Un’intervista all’Autore

La Guerra Civile inglese secondo Alessandro Barbero

Condividi:
 

In questo saggio – che è la rielaborazione di un discorso tenuto dall’Autore il 7 ottobre 2021 alla Biennale Democrazia – si ragiona distesamente, in modo colloquiale e piacevole, su che cosa sia una lezione. E su quali siano le implicazioni, o le ridondanze, di una possibile definizione. La riflessione comincia da uno spunto etimologico: la lezione è qualcosa che richiama l’atto del raccogliere, del mettere insieme persone e parole. Da un lato, è un’esperienza di socializzazione, dall’altro, di riflessione continua sul linguaggio, sulla sua idoneità ad animare le cose che ci circondano e sulla sua magia, intesa come capacità emancipante e veicolo di scoperta. La lezione naturalmente è anche un luogo di trasmissione, ma il professore non va inteso solo come fonte di informazioni standardizzate e omogeneizzanti: la lezione è vera lezione solo se è “tempo di scorrimenti di materia da un luogo a un altro, ciascuno con i propri diritti e doveri, cioè con la propria dignità da rispettare”. Da un simile punto di vista, la lezione non può risolversi nella ripetizione di testi o manuali, che, piuttosto, forniranno premesse o conoscenze utili per la lezione stessa. Soprattutto, però, la trasmissione compresa nella lezione non va concepita come un trasporto meccanico, bensì come una passeggiata, il tempo che ci si prende per praticare uno “sguardo intorno”, diverso da quello dello “sguardo mirato, puntato”; del resto, la lezione non procede necessariamente in linea retta, secondo una traiettoria prestabilita a tavolino, ma è sempre “in corso d’opera”. Può anche terminare prima che il suo fine sia raggiunto e può conoscere preziose digressioni, favorire, cioè, “fermentazioni” che vadano al di là di un programma e siano aperte a sguardi sintetici e all’utilizzo di linguaggi relazionali (con metafore, immagini, suggerimenti). 

È in una lezione di questo tipo che si acquisisce l’occasione per sperimentare l’unità del sapere e per apprendere che non vi sono scienze veramente neutrali. Ed è sempre in questa lezione che si misura l’opportunità di restare in equilibrio fra finalità di pura istruzione e finalità educativa, di ammaestramento: perché essa è luogo di auto-formazione, di libero e responsabile scrupolo e spirito critico, da mettere alla prova tra complessità e razionalità, ovvero, come scrive efficacemente Zagrebelsky, tra lo spirito di Gerusalemme e lo spirito di Atene. Ciò può accadere, però, solo se la lezione rimane il luogo in cui volersi occupare di cose differenti da quelle che, fuori dall’aula, ci assordano quotidianamente. Chiedere silenzio alla classe, prima della lezione, assume dunque un senso particolare. Le lezioni, non a caso, avvengono proprio nelle classi, che sono sempre diverse l’una dall’altra, sono specchio della società e possono rivelarsi sia laboratori di esperienze democratiche, sia incubatori di sopraffazioni. In classe, poi, non si deve semplicemente stare, occorre esserci. Molto dipende dal professore, che nella classe deve saper far risuonare la propria voce, al di fuori di qualsiasi routine didattica. Alla fine di un percorso di lezioni, verranno, di solito, esami e voti, che pure non rappresentano lo scopo di quel percorso: in astratto, forse, potrebbero essere anche aboliti, anche se è vero che costituiscono tuttora soglie mediamente oggettive per dare un valore riconosciuto al merito.

Quella di Zagrebelsky, all’evidenza, è una lezione sulla lezione, che viene messa in pratica con gli stessi toni e metodi che il libro intende suggerire. Quindi è un esempio di come si potrebbe concepire una lezione, almeno per l’Autore. È anche una carrellata di grandi riferimenti intellettuali (Lemkin, de Maistre, Calamandrei, Florenskij, Levi, Condorcet, Talleyrand, Bobbio…) e di rinvii e suggerimenti alla migliore tradizione pedagogica (non solo italiana). Vale, in certo senso, come concentrato ripasso, cui ogni insegnante potrebbe rivolgersi per trovare o rinfrescare motivazioni e prospettive. Due sono gli aspetti che colpiscono. Il primo riguarda ciò che il volume non dice, e che tuttavia si può ricavare semplicemente. Perché è palese che le condizioni prime affinché sia praticabile un modello di lezione come quello prefigurato nel testo hanno a che fare con la difesa di uno spazio riservato di azione e comunicazione, un rapporto speciale tra docenti e studenti, che a sua volta non può che poggiare su una forte autonomia di orientamento intellettuale e scientifico delle istituzioni in cui quel rapporto si svolge. La realtà non è sempre, o non è più, coerente con questi presupposti. L’altro punto che merita di essere sottolineato è che La lezione è un esemplare, e ottimo, prodotto generazionale. È la perfetta filosofia della lezione, che, scherzando con un noto motivo hegeliano, diremmo giungere, come la nottola di Minerva, al tramonto storico di un’esperienza, nel chiaroscuro di un fenomeno formativo grandioso, tessuto da grandi Maestri. Saranno in grado, i contemporanei, di ripercorrere e rinnovare i fili di questa trama?

Condividi:
 

In questo romanzo la vicenda immaginata da Andrea Tarabbia lo vede diretto protagonista, nella parte di uno scrittore che sta affrontando un periodo un po’ disorientante della sua vita. Si sente seguito ogni tanto da un serpente nero e guizzante, e decide di rivolgersi a uno psicanalista, il dottor P. Quest’ultimo lo riceve a casa, in uno studio attiguo alle sue stanze private. È così che ne conosce la moglie, la bellissima Silvia, e scopre la peculiare situazione della coppia. Lei frequenta il giovane Marcello, ragazzo bellissimo, ma violento, e affiliato a una pericolosa organizzazione di estrema destra. Il dottore, invece. ha una relazione con una donna del Nordest, e ogni tanto si allontana per passarvi del tempo. Entrambi sanno perfettamente quali sono le esperienze vissute dal proprio partner. Tarabbia, che ben presto viene in contatto con Marcello e diventa anche confidente del dottor P., comincia a frequentare il manipolo di attivisti di cui Marcello è il leader. Ne è in qualche modo attratto, ne conosce i membri, viene coinvolto in qualche azione e in altrettante riunioni, che si tengono al Babij Jar, un covo dal nome sinistro, pieno di animali e rettili imbalsamati, di cimeli fascisti e neo-fascisti, e di un archivio che tiene traccia, se così si può dire, degli “eroi di riferimento”. La storia dello scrittore inquieto – che, pure, ha dei trascorsi con una ragazza moldava di nome Anna – si intreccia con il percorso di una relazione aggressiva e morbosa, alla quale Silvia si sottomette sempre di più, fino all’esito pressoché inevitabile e, forse, previsto sin dal principio.

Si può prendere un libro famoso, a suo modo misterioso, e trarne ispirazione, oggi, per una specie di libro gemello? Il continente bianco realizza quest’operazione, scopertamente, muovendo da L’odore del sangue – l’ultimo e particolarissimo romanzo, postumo, di Goffredo Parise – e riscrivendolo, con alcune variazioni e con prospettive che, naturalmente, sono nuove, eppure invitano alla rilettura più attenta dell’originale. Quello di Parise è romanzo segnato da una maggiore insistenza individuale e psicologica, di scavo su desideri, pulsioni erotiche, aspettative e fragilità personali, quasi fossero orizzonti irredimibili. Anche il libro di Tarabbia è attraversato da una pluralità di destini, di esistenze cacciate e ricacciate nelle proprie strade da una qualche forza di gravità. Ma talvolta si ha l’impressione che nella penna di questo Autore si nasconda anche un interesse maggiormente “collettivo”. L’odore del sangue che evoca è parzialmente altro rispetto a quello di Parise. O meglio: è lo stesso, ma Tarabbia vuol farci capire che “tutti” lo possiamo avvertire; e che, al di là delle notazioni che Cesare Garboli aveva dedicato all’incombenza della morte dell’Autore stesso, come motore del romanzo parisiano, ci troviamo di fronte a un’esperienza molto più “diffusa” e “prossima” di quanto si possa immaginare. L’immersione di Tarabbia, così, diventa un po’ anche la nostra. È questa la cifra de Il continente bianco, che è un medium per comprendere più a fondo, ed esplodere, la grandezza de L’odore del sangue. Ne è anche un’ottima sceneggiatura: un plot già pronto per una trasposizione cinematografica che potrebbe funzionare assai bene.

Recensioni (di L. Illetterati; di S. Mariani; di G. Raccis; di D. Valentini)

Condividi:
 

È ogni volta un bel dono poter leggere un grande scrittore. Anche quando ci si imbatte in un racconto che forse non è mai stato veramente ultimato. Insomma, Dostoevskij è sempre Dostoevskij. Qui si cimenta con una trama sospesa tra la realtà e l’immaginazione più spinta. È la storia di un funzionario pubblico, uno come tanti, che si reca con la moglie a vedere l’esotica attrazione del momento, giunta dall’Europa per inaugurare quello che oggi diremmo un centro commerciale. Si tratta di un coccodrillo, esibito da una coppia di avidi e fastidiosi mercanti tedeschi, madre e figlio. La bestia pare tranquilla, immobile e indifferente a ciò che la circonda, ma all’improvviso ingoia il funzionario, che sparisce nelle sue fauci. In verità l’uomo non è morto, ma parla dal ventre del coccodrillo, ostenta salute e sicurezza, vagheggia presuntuoso un futuro di prosperità economica e grandi successi per sé e la consorte, e preconizza nuove e risolutive visioni del mondo, capaci di cambiare il destino dei popoli. La voce narrante è quella di un collega di lavoro del funzionario mangiato dal coccodrillo. Da un lato ripercorre stupefatta e preoccupata l’accaduto, cercando di ricondurlo a una qualche razionalità; dall’altro misura le reazioni vacue della bella sposa dello sventurato amico, dei suoi conoscenti e degli altri colleghi. I quali, tutti, percepiscono certo la straordinarietà del caso, ma restano avvinti nel ruolo di inguaribili e disarmanti macchiette borghesi, avviluppati anch’essi nel propri piccoli desideri e meschini individuali.

Nei brevi appunti che Serena Vitale dedica a quest’opera, definita da Dostoevskij una “birichinata letteraria”, si possono apprezzare tante cose. Si può scoprire, ad esempio, che – a dispetto delle rimostranze del suo stesso Autore – il racconto era stato considerato dai contemporanei come una parodia delle vicende accadute a Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, intellettuale e rivoluzionario risucchiato dalle prigioni zariste della Siberia. Forse è vero – più in generale – che la sferzante ironia che percorre la storia intera si scaglia su ciò che di moderno stava invadendo Pietroburgo e la Russia alla metà del XIX secolo, e sulla mentalità che i gusti di matrice occidentale e il “principio economico” – così lo chiama Dostoevskij – stavano diffondendo. Il coccodrillo, quindi, è il campione, l’immagine ficcante di questa cultura virale, con la sua capacità egemonica e, per l’appunto, fagocitante: una forza irresistibile, che si impadronisce delle persone, come se fosse una possessione, e che non trova certo opposizione nel carattere molle, fatuo e debosciato della gente di Pietroburgo. Anch’essa è bersaglio diretto di Dostoevskij. Si diverte a ridicolizzarla, a denunciarne la povertà morale di fronte alla logica prevalente del tornaconto personale, del profitto e del consumo, già allora raffigurato come fattore disgregante di ogni ordine sociale. E pure di qualsiasi idea di verità, alla stregua di ciò che si verifica nella nostra modernissima e tecnologica società dell’informazione: nelle pagine dei quotidiani la vicenda dell’uomo mangiato dalla bestia viene riportata, a seconda della testata (e ciascuno sceglie naturalmente quella che più gli è congeniale), in variazioni completamente dissonanti, fantasiose, se non irriconoscibili. Forse che siamo davvero finiti tutti nelle viscere di un rettile implacabile? Dostoevskij continua a interrogarci.

Recensioni (di M. Archetti; di M.C. D’Alisa; di D. Gabutti; di A. Gnocchi; di A. Pagliuso; di V. Parisi)

Condividi:
 

In questo piccolo libro si tracciano alcune coordinate per interpretare e gestire un ampio fenomeno, del quale l’Autrice cerca di offrire, innanzitutto, una mappatura sintomatica. Il fenomeno è quello della contestazione, distruzione o rimozione di monumenti. È ciò che accade quando non vengono più percepiti come simboli positivi e condivisi, ma, all’opposto, assumono la sostanza di disvalori da rigettare. Pensiamo alle statue dei dittatori o di chi ha combattuto dalla parte “sbagliata”, di chi si è arricchito con la tratta degli schiavi o di chi si è reso colpevole della dominazione e dell’estinzione di popoli interi; oppure, ancora, alle rappresentazioni magniloquenti di regimi oppressivi o alle architetture espressive di ideali altrettanto distruttivi. A volte si tratta di manufatti qualificabili (anche) come opere d’arte, a volte no. Comunque sia, sorge sempre un interrogativo: è giusto fare tabula rasa? Non occorre soltanto misurarsi con le declinazioni spaziali della cancel culture. Occorre ragionare, prima di tutto, su che cosa sia un monumento e sulle logiche che possono animarne conformazione, dimensione e collocazione. Lisa Parola prova a seguire sin dall’inizio questa traccia, guardando a basamenti e piedistalli come ai media perfetti delle politiche usualmente verticali, impositive e unilaterali – spesso di matrice etnica e “maschile” – che hanno promosso, innalzandolo, un certo simulacro a proprio simbolo. Poi il volume fornisce una sorta di galleria, un racconto dei tanti episodi (noti e meno noti) di crollo o trasformazione di alcuni monumenti. Quindi passa a un resoconto di come in diversi casi il monumento possa essere oggetto di riscoperta o riqualificazione per mezzo di operazioni artistiche di originale contestualizzazione. La convinzione che pagina dopo pagina si forma inevitabilmente il lettore è che la tesi sia questa: la via d’uscita non è l’eliminazione o l’abbattimento, bensì lo spostamento o lo slittamento di senso, attività che consentono di superare la prevaricazione dell’affermazione originaria, come la sua sopravvenuta caducità, con un gesto di stratificazione documentale. Con un gesto, cioè, che, non indulgendo nel puro e semplice, e di per sé logico, actus contrarius, non ripete a ritroso il metodo della monumentalizzazione e può, invece, fornire motivi per un momento di partecipazione, di dibattito e di apprendimento collettivi. È un approccio valido per ogni ipotesi di patrimonio dissonante. Un esempio interessante che mi viene subito alla mente – e che, non a caso, è richiamato anche dall’Autrice – è l’installazione realizzata a Bolzano sul fregio ornamentale di un grande palazzo concepito e costruito durante il fascismo. Essa consiste nella sovrapposizione al relativo bassorilievo – assai paradigmatico della retorica del Ventennio – di una scritta che la sera si illumina, recita “nessuno ha il diritto di obbedire” ed è proiettata in tre lingue (oltre all’italiano, il tedesco e il ladino). Un volta rivisto, il monumento, all’evidenza, diventa altro, pur non scomparendo e, anzi, riemergendo, in parte quale veicolo di un messaggio istituzionale nuovo, in parte quale testimonianza storico-culturale di un passato da conoscere, assimilare e superare. E il superamento non è damnatio memoriae, è processo di digestione culturale. In questa prospettiva, è vero che il testo di Lisa Parola – che forse a tratti è eccessivamente descrittivo – non aggiunge molto alla lezione già desumibile da alcune (poche ma lucidissime) pagine di Jacques Le Goff o dal famoso saggio di Alois Riegl sul culto moderno dei monumenti. Ha il merito, tuttavia, di lanciare un sasso per l’avvio, anche in Italia, di un dibattito più cosciente e, soprattutto, più sistematico, nel quale, come accade da tempo negli Stati Uniti, pure la competenza dei giuristi può scoprirsi più pertinente di quanto si possa immaginare.

Due interviste all’Autrice (qui e qui)

Condividi:
 

È un’opera postuma di Vitaliano Trevisan, scomparso all’inizio di quest’anno. Ed è sicuramente un Trevisan a tutti gli effetti, con tutto il suo consueto carico di ispirata, disperata e disorientante radicalità, e con il denso repertorio di suggestioni e rimostranze interiori e sociali che è tipico di questo Autore. Bene ha fatto, dunque, l’editore a pubblicare Black Tulips, possa o meno considerarsi formalmente compiuto. Sostanzialmente, lo è a pieno titolo. Come sempre, in Trevisan, la trama è formata dal racconto di concrete esperienze personali, tappe vere e proprie di un articolatissimo percorso esistenziale e dei suoi periodici crolli. Questa volta lo scrittore vicentino rievoca il suo viaggio nella prostituzione. Da frequentatore abituale, per così dire. Anche se poi si è trattato pure di una spedizione vera e proprio, in Nigeria, perché – come gli diceva Ade, una delle prostitute nigeriane da lui conosciute e poi espulsa dal nostro paese – u must c with your own eyes. Pertanto Trevisan – che si carica risolutamente sulle spalle anche lo stigma che la prostituzione porta con sé – è partito per Lagos, per immergersi e vedere, scortato da Ade e da Amen e Mudia, amici e accompagnatori della ragazza, ma anche potenziali soci d’affari in un’improbabile commercio di pezzi di ricambio per auto usate. Black Tulips è il taccuino che Trevisan non ha tenuto allora, e che, tuttavia, si ricostituisce ora tra frammenti, avvertenze e note a piè di pagina, in cui si rinvia anche a lavori inediti o comunque non pubblicati. Ne risulta una sorta di diario extra vagante e a tratti stordito, che, attorno ai ricordi dei diversi incontri notturni in quel di Vicenza e alla colonna portante del viaggio (quasi conradiano), sviluppa una pioggia di osservazioni: di carattere psicologico, storico, sociologico, etico. Alla Nigeria, Trevisan oyibo, l’uomo bianco che andando a prostitute ha anche imparato un po’ di pidgin english, si consegna: si fa guidare per mano tra venditori ambulanti e poliziotti spietati, si lascia avviluppare dal caldo, dalle lunghe attese e dallo sfiancante go-slow del traffico di Benin City e Lagos, rischia di suscitare una rissa paradossale di fronte a una chiesa costruita da imprese italiane, sfida platealmente un fondamentalista islamico, sfiora un terribile e inquinatissimo insediamento di palafitte, osserva cadaveri abbandonati per giorni lungo le strade. Naturalmente il racconto è ricco di informazioni: sulle ragioni, sulle origini e sui modi della prostituzione nigeriana; sulla storia della Nigeria, sul suo assetto cleptocratico e sulla vocazione costantemente estrattiva della sua classe dirigente e dei governi occidentali; sui pregiudizi e sugli ipocriti moralismi che alimentano le più comuni idee sulla prostituzione tour court. Ciò che più convince, però, e in parte quasi stupisce, è che, al di là delle varie critiche, rampogne o invettive – che ci restituiscono ancora una volta il timbro inconfondibile di questa scrittura, dall’inclinazione costantemente abrasiva – Trevisan rievoca momenti personalissimi di autentica e disarmata autenticità. È una condizione che potrebbe dirsi anche felice. Cosi, ad esempio, si riscopre egli stesso quando commenta le foto sorridenti di uno sgangherato beach party africano; oppure quando il rapporto sessuale con una prostituta si trasforma in un gesto reciproco di compassione e di inaspettato e insospettabile abbandono. Sicché Trevisan, nel suo viaggio, anziché perdersi in un heart of darkness, si è guadagnato attimi di forte umanità e consapevole naturalezza. È quello che ha sempre cercato. E non c’è dubbio che questo è il modo migliore di ricordarlo.

Recensioni (di D. Brullo; di L. Vicenzi)

Vitaliano Trevisan: due ricordi (qui e qui)

Condividi:
© 2026 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha