The Children Act è il titolo originale di questo romanzo, ed è anche la consueta denominazione del “codice dei minori” nella legislazione britannica. Protagonista del racconto, in effetti, è un giudice della High Court, Fiona Maye, impegnata nella sezione che si occupa di diritto di famiglia. L’avvio della storia è un riuscitissimo ritratto di questa figura, del contrasto tra la severità del suo ruolo pubblico e la fragilità della relazione con il marito geologo, e dei casi, molto difficili, che deve affrontare quotidianamente. Tra questi spicca da subito la vicenda di Adam Henry, un adolescente ricco di talento e di entusiasmo, ma malato di leucemia e bisognoso di trasfusioni che, tuttavia, non sono consentite dalla confessione religiosa cui appartiene. L’ospedale nel quale è ricoverato, viceversa, chiede l’autorizzazione a procedere in tal senso, ma i genitori si oppongono, e così dimostra di voler fare, risolutamente, lo stesso Adam. Prima di decidere, Fiona vuole andare fino in fondo e conoscere personalmente Adam. Il colloquio le sembra illuminante: il verdetto viene pronunciato in pubblica udienza e tutto pare risolto. Le cose, però, non sono così semplici, e il caso torna a ripresentarsi, anzi, ad imporsi nuovamente, con tutta la sua problematicità, intrufolandosi addirittura nella vita privata del giudice e condizionandone tutti i comportamenti e i pensieri, fino ad un epilogo sorprendente e disorientante.

Due ragioni per leggere questo McEwan (oltre al fatto che ci troviamo di fronte ad un grande scrittore): 1) i primi tre capitoli sono una lezione quasi perfetta su che cosa sia l’arte di giudicare, specialmente allorché siano in gioco complessi bilanciamenti tra diritti e libertà ugualmente predicabili e pertinenti: aveva davvero ragione chi ricordava che il diritto, più che opera di sola scienza, è necessariamente anche opera di sapienza; McEwan, dunque, ci aiuta a metabolizzare che, soprattutto oggi, di fronte alle hard choices del biodiritto, non possiamo proprio rinunciare a un sapere la cui autonomia diventa tanto più preziosa quanto più rischia di risultare permeabile a influenze – morali, scientifiche, politiche, religiose… – apparentemente irresistibili; 2) il quarto e il quinto capitolo ribaltano la prospettiva e la riaffermano allo stesso tempo, in un quadro di deliberata confusione tra sfera personale e doveri d’ufficio: capitolando dinanzi a un finale che può anche deludere, apprendiamo che il diritto e la sapienza del giudizio non ci rendono immuni davanti alla forza della vita, né possono essere invocati per risolvere ogni possibile questione; di qui l’importanza della coscienza del limite, e l’icona dell’umanità ferita di Fiona Maye – che si scopre, suo malgrado, e quasi per rimbalzo, l’eroina di un dramma degno del tema classico di Tristano e Isotta – è molto efficace. Che dire ancora? McEwan frequenta le cronache giudiziarie da tempo e più di altri ha compreso che il tribunale non è materia noiosa, né sede di sole trame da giallo o da vacuo feuilleton; in altri termini: la giustizia è tornata sulla scena della migliore letteratura, e questa è una buona notizia.

Recensioni (di Livia Manera, di Davide Turrini, di Massimiliano Parente, di Giovanni Dozzini, di Tessa Hadley, di Ron Charles)

Una video-intervista all’Autore

Sulla scrittura di Ian McEwan (di Valentina Pigmei)

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1978: Lucilla è innamorata di Ilio, alpinista estremo; vive l’esplosione della sua passione come una fondamentale opportunità di rinascita, nella quale la maternità si palesa come un evento quasi provvidenziale, rispetto ad un passato di emarginazione e alcolismo. Nel 2012, nello stesso paese della montagna trentina, Anna si trova a tavola con i suoi più stretti familiari e sta vivendo un dramma terribile: la nascita improvvisa, inattesa, incompresa, di un bambino di cui non aveva mai percepito la presenza, confuso con i sintomi di un dolore lontano e massacrante, il risultato della solitudine cui è stata condannata dalle persone da cui si sarebbe aspettata amore e protezione. Nel 1627 Gheta, originaria di quel medesimo luogo, è accusata di stregoneria e viene torturata brutalmente; per le autorità la responsabilità della povertà del raccolto e degli eventi naturali che hanno piagato il territorio non può che essere imputata alla donna più eccentrica, a chi sostiene di aiutare le altre donne a liberarsi delle loro malattie e paure, a colei che può essere accusata anche di aver ucciso il proprio figlio. Lucilla sente e vede, nel sonno, il dolore di Gheta; Anna cerca aiuto nei consigli di una vecchia e preveggente Lucilla; Gheta sa già come tutto andrà inevitabilmente a finire. E così Ilio muore in una spericolata spedizione himalayana e Lucilla impazzisce dal dolore, rifiutando il frutto di quell’amore, entrando in cortocircuito con se stessa e con gli altri, e finendo in un ospedale psichiatrico giudiziario; Anna viene nuovamente tradita da chi le sta più vicino, in un percorso di negazione e rinnovata solitudine che non può che finire al cospetto del carcere; Gheta viene graziata, sicché la sua morte non sarà sul rogo, ma sul ceppo della decapitazione.

L’unico Sartori che avevo letto, prima di questo, è quello di Sacrificio. Era già un pullulare di roghi, diversi ma pur sempre accesi, in egual modo, nell’incrocio di storie di abbandono, disperazione e violenza. Anche quello era un romanzo alpino; e il merito di questo agronomo-scrittore – oltre a quello di un linguaggio pulito e scolpito – è di aver utilizzato i cocktail corrosivi di certe e ordinarie cronache di valle per rappresentare duramente la fatale operatività di alcuni meccanismi di controllo sociale e di esclusione in contesti di crisi morale e culturale. In questa nuova prova, inoltre, l’espediente della sovrapposizione di tre vicende femminili, così lontane e così vicine, perché accomunate dall’assurdo abisso dell’infanticidio, funziona bene. L’universalità della sofferenza che può generare tragedie apparentemente incomprensibili è enfatizzata dal senso totalizzante del viaggio nel tempo, se non di una atemporalità definitiva, senza possibilità di scampo. Forse, e l’accostamento non sembri tirato, nel ricorso a queste riuscite connessioni intertemporali Sartori ricorre volutamente alla tecnica narrativa che Valerio Evangelisti ha sperimentato con altrettanta efficacia nel fortunato ciclo di Eymerich. È proprio questo espediente a suggerire l’esistenza di un eterno femminino alternativo, di una tradizione, cioè, non di bellezza e mistero, ma di incomprensione e minorità che, tuttavia, anziché costituire un fattore di debolezza, può nascondere una radice e una coscienza indistruttibili. Ciò detto, Rogo presenta un limite che si riscontrava anche in Sacrificio. Il suo Autore evoca atmosfere e situazioni complesse, degne di Dostoevskij, ma lo fa con un realismo che tradisce fin troppo l’onniscienza del narratore e che produce l’effetto di degradarne i messaggi, troppo semplicemente, a meri stereotipi. Un appunto finale, per vero positivo, riguarda l’editore: il volume è confezionato molto bene; se è vero che, in tema di libri, l’occhio e il tatto vogliono la loro parte, CartaCanta sceglie sempre le sue copertine in modo azzeccato.

Recensione (di Carlo Martinelli)

Un estratto del romanzo, con una breve introduzione di Sartori 

Un’intervista all’Autore

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È un romanzo molto breve, dal ritmo lento e meditativo di un classico film francese; ed è semplicemente perfetto: nell’ambientazione parigina, nello stile evocativo, nella meccanica delle emozioni, nella rievocazione dei sogni e del destino di un’intera generazione. Vi si raccontano alcuni spezzoni della storia di una ragazza, la bella e malinconica Louki. Così la chiamavano gli avventori del caffè Condé: lo apprendiamo dalla prima delle quattro voci narranti, quella di un anonimo, anch’egli affezionato a quel crocevia di intellettuali, perdigiorno, giocatori di carte e giovani alla ricerca di sé. La seconda voce, invece, appartiene a un investigatore privato, ingaggiato dal signor Choureau affinché ritrovi la moglie, Jacqueline Delanque. Questo è il vero nome di Louki, che frequentava assiduamente anche il circolo esoterico di Guy de Vere; Choureau era il capo dell’ufficio in cui lavorava, si erano sposati dopo pochi mesi dal loro primo incontro. La terza voce è della stessa Louki, che ricorda le passeggiate notturne che faceva sin da bambina, approfittando dell’assenza della madre, di turno al Moulin Rouge. Qui veniamo informati della sua amicizia con Jeannette Gaul e dell’iniziazione a pericolose abitudini e ambigue frequentazioni. Il quarto a parlare è Roland, un giovane e spiantato aspirante scrittore, che si era innamorato di Louki dopo averla conosciuta alle riunioni di Guy de Vere. Roland rammenta il periodo in cui hanno convissuto, peregrinando tra le camere di piccoli alberghi e aspettando di incrociare la felicità che il destino avrebbe potuto serbargli. I ricordi di Roland continuano anche nell’ultimo capitolo, che è collocato, cronologicamente, molti anni dopo, e ci svela l’amaro segreto di tutta la vicenda.

Patrick Modiano è lo scrittore cui è stato assegnato il Nobel per la letteratura nel 2014. Il punto forte di questo libro non è la trama, che pure produce una certa suspense, e non è neanche la suggestione socio-culturale, palese nell’evocazione esplicita di Guy Debord, da una cui frase (posta in principio, a mo’ di dedica) è preso il titolo del romanzo. La peculiarità della scrittura di Modiano è un dolce effetto ipnotico, che discende da una padronanza assoluta della fenomenologia e della topografia del ricordo. Si sono spesi i paragoni con Proust, ma quella di Modiano è una ricerca diversa, quasi astronomica e paradossale, come se si dovessero, cioè, individuare, nella galassia di esistenze ineluttabilmente dirette al fallimento, i buchi neri  in cui quelle vite avrebbero potuto lasciarsi cadere, per passare, così, ad un’altra dimensione. È come se si trattasse, quindi, di compiere un’operazione inversa a quella che si potrebbe spontaneamente immaginare: non a caso, lo sforzo di Roland è cercare le “zone neutre”, i luoghi (dimenticati o sospesi) della città nei quali (soli) intuisce di poter riuscire a vivere con Louki, al di fuori degli snodi della comune quotidianità, che purtroppo pare inchiodare i due personaggi ad un non futuro. In questo c’è un invito, da parte di Modiano, a nutrirsi, quanto possibile, della sapienza degli spazi propri, l’unica realtà in cui è verosimile riacciuffare se stessi, il proprio originario e autentico legame con le cose e con le persone che le hanno abitate, le poche opportunità di svolta; ma nella quale si può sempre incappare nelle insidie e nei vuoti di solitudine che questa maieutica prefigura naturalmente per chiunque la voglia assecondare. Tra le tante interpretazioni di questo agile racconto, non è mancata quella di chi, proprio facendo leva sulla minuziosa geografia ricostruita dall’Autore, ha segnalato vistose e complicate ricorrenze con il viaggio dantesco della Divina Commedia. Forse non è un puro gioco filologico: Modiano è davvero impegnato in un itinerarium mentis, del tutto laico, nel quale caduta e redenzione sono attingibili allo stesso grado, e in cui il vissuto e l’autocoscienza di ciascuno sono costantemente esposti alla crudeli occasioni di una scena mutevole ed eterna allo stesso tempo.

Recensione (di Fabio Gambaro)

Modiano secondo Modiano

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François insegna letteratura francese in un’importante università parigina ed è specializzato nel diciannovesimo secolo. È il massimo esperto dell’opera di Huysmans, al quale ha dedicato i lavori che gli hanno meritato la cattedra. La sua quotidianità di accademico e di scapolo si divide tra le lezioni, la scrittura di qualche articolo per una rivista specialistica e i pasti precotti, consumati in solitudine nel suo centralissimo appartamento. In questo quadro socialmente autoreferenziale, l’unica variazione è il rapporto con la giovane Myriam, l’ultima delle sue tante avventure. Quella di François, evidentemente, è una condizione di autentico galleggiamento, se non di noia. Ma i tempi in cui vive – in un futuro prossimo e non molto lontano rispetto al presente – paiono scossi da evoluzioni inaspettate. In Francia le elezioni presidenziali sono imminenti e si respira l’aria di un conflitto del tutto inedito. Il Fronte Nazionale è cresciuto ed è dato per vincente, ma il partito della Fratellanza musulmana sta superando la sinistra, accreditandosi per il secondo turno come unico concorrente, magari in soprendente alleanza con i liberali e con la Gauche. È il momento della paura e del riposizionamento, per una fetta consistente della società civile e soprattutto per gli intellettuali e per lo stesso François, che devono fare i conti con i possibili vantaggi che può comportare lo schierarsi dalla parte del presumibile vincitore. Sarà poi così brutto vivere in un regime favorevole all’Islam? Mentre il paese è attraversato da disordini e pericoli di vario genere, anche per effetto delle azioni di guerriglia di un fantomatico Movimento identitario, il nostro docente vaga nella provincia francese e cerca riparo in Huysmans, provando a ripercorrerne la strada di decadenza e redenzione. Ma anche Myriam lo lascia, per trasferirsi in Israele con la sua famiglia (dato il clima non del tutto favorevole per gli ebrei, a prescindere da quale sarà il vincitore delle elezioni), e l’aridità dell’esistenza di François non ha altro sviluppo se non quello della dolce resa nelle braccia del più forte, quelle di una nouvelle vague islamica che si sta appropriando sin d’ora di tutte le istituzioni culturali e formative. La sottomissione si fa irresistibile.

È il romanzo che più ha fatto discutere in questo primo scorcio d’anno: un po’ per la tragica coincidenza tra l’uscita in libreria e l’assalto armato alla redazione di “Charlie Hedbo”; un po’ per la prospettiva quasi profetica sul modo in cui la società colta dell’Occidente potrebbe ben presto arrendersi ad un’egemonia di matrice musulmana. Sono nuances che hanno assicurato al testo curiosità e successo, e che hanno subito consegnato l’Autore ad un rigoroso programma di protezione. Tuttavia Houellebecq si può capire solo con Houellebecq, e il fulcro di questa sua ultima storia non è tanto nell’impostazione distopica (di per sé affascinante), bensì nella costruzione del debosciato protagonista e nella scelta del parallelo con l’eroe letterario del decadentismo francese (peraltro significativamente incompiuto: François non riesce a convertirsi). Lo sguardo critico del romanzo – che, se si vuole, rispetto ai precedenti, può anche apparire più deludente, privo, cioè, del consueto sale che rappresenta, in uno con la sua ferma determinazione à la Céline, la cifra inconfondibile di Houellebecq – è sempre lo stesso, ancora una volta: la vacuità e l’abiezione che si nascondono nell’insensibilità di vite dominate dal benessere e dalla presunzione. È solo, dunque, per una pura (anche se azzeccata) coincidenza “fantastorica” che la sottomissione in parola ha a che fare con il timore (oggi senz’altro serpeggiante) per il successo, a forti tinte identitarie, di un nuovo paradigma socio-politico. Questa diversa sottomissione, infatti, non va confusa con il presagio di un dominio islamico sull’Europa; essa deriva dallo stato di esiziale abbandono cui è predisposto un individuo già privo di personalità, eppure convinto di una sua superiorità razionale. A duecento anni dalla morte di de Sade, l’impressione che la sottomissione di Houellebecq sia innanzitutto il frutto della medesima e cronica patologia del soggetto moderno, quale messa in scena dallo spietato Marchese, è confermata dalla lucida descrizione che ne fa uno degli interlocutori di François, il preside Rediger: che, non a caso, pur riconoscendo che i suoi nuovi “correligionari” musulmani “potrebbero giudicarlo blasfemo”, affronta di proposito la prospettiva erotica e masochistica, e si spinge in un confronto tra la sottomissione dell’uomo a Dio “come la contempla l’Islam” e la sottomissione della donna all’uomo “come la descrive Histoire d’O” di Pauline Réage (alias di Dominique Aury). Ecco, quindi, “l’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta”. Non è dei migliori, questo Houellebecq, certo; ma non c’è niente di male nel dire che, talvolta, un buon libro si può rivelare anche sotto la forma del più stagionale dei bestseller.

Recensioni (di Alessandro Baricco, di Fabrizio Sinisi, di Giuseppe Rizzo, di Emmanuel Carrère)

Un’intervista all’Autore

Un’intervista al traduttore

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Nella penisola italica del Terzo Millennio, la trama del nuovo Satyricon segue un canovaccio simile a quello utilizzato nel I sec. d.C. da Petronio. Giuseppe, giovane letterato in attesa di un fantomatico posto da ricercatore in un ateneo del Nordest, viene coinvolto in una serie di improvvise e mirabolanti peripezie. Comincia tutto per avventura, sulla strada di una festa in collina, alla quale Giorgio, suo collega, e Lucia, promettente e avvenente laureanda, sono stati invitati assieme al loro mentore, il brillante Prof. Colòt (anche se lui stesso, “appena può dice Còlot, più Mitteleuropa, gli pare”). Da quel momento in poi niente è come potrebbe essere. Un casolare si rivela un (vero) casino; c’è una bimba cinese che sembra impazzita; irrompono i suoi parenti, improvvisamente violenti e determinati, e un vassoio d’oro spunta dal nulla. Prende avvio così un viaggio periglioso, con molti colpi di scena e incontri grotteschi, dalla Pedemontana veneta a Bologna, da Roma alla Sardegna. Naturalmente, come era accaduto allo sventurato Encolpio, anche Giuseppe è colpito nella sua virilità, abbrutito da un surreale incantesimo. E naturalmente, anche in questa versione, il Satyricon è campionario di figure equivoche e spregiudicate, caricature del peggio della società che ci circonda: un gruppo di aspiranti giovani intellettuali, tanto svegli quanto cinici e alienati, e passibili di comparire a buon diritto nell’Apocalisse da camera di Andrea Piva; un mercante d’arte volgare e disposto a tutto; una setta allucinata di pazzi erotomani; uno zio ricco, losco e pervertito; un rispettabile e avido dottore di provincia; una schiera di avvenenti donne mature, tatuate, siliconate e scatenate; un imprenditore di grasso successo, eccessivo e ignorante comme il faut; un professore glamour e avvitato nei suoi sogni più fatui… Un pizzico di redenzione, alla fine, fa capolino, ma si propone, come tutto ciò che è accaduto, in forma di accidente benvoluto ma privo di senso, e veicolato da una sacerdotessa fedele e improbabile al contempo.

Se Petronio aveva inscenato una satira impietosa nei confronti delle scuole di retorica del suo tempo, Villalta – che da tempo dirige un apprezzato festival letterario – rappresenta in modo smaliziato un aperto j’accuse rivolto alla sterilità del mondo accademico. È chiaro, in realtà, che è il contesto sociale, economico e morale a fungere da bersaglio, in molte delle sue emanazioni più trash e macchiettistiche, e così anche nella sua sete inestinguibile di facile e inappagante guadagno. Ma il dito è puntato risolutamente sull’incapacità di del ceto pensante nazionale e delle sue avanguardie, che, anziché interpretare il ruolo di traino consapevole che gli sarebbe congeniale, accettano la logica più disperante delle cose e godono egoisticamente nel lasciarvisi fagocitare in forma febbrile. La voce della verità è consegnata a Giuseppe-Encolpio, che talvolta, anche nell’ingenuità con cui vive la sua sventura, si dimostra parzialmente cosciente: “La verità è che non c’è più furore. Non ci sono più i furori che trascinano le vite dentro un destino”. D’altra parte, nelle alterazioni emozionali della plastificazione, di una quotidianità temporizzata e agita dall’esterno, e degli artifici materiali e sensoriali più spinti, “nessuna divinità ci porta via” e “nessuna parola di alito e argilla” ci può più soccorrere. Quando è il racconto collettivo a venire meno, quando la storia stessa volge al termine senza plausibili spiegazioni razionali, allora non c’è spazio che per la più autoreferenziale delle finzioni, perché, alla fine, “se vogliamo davvero diventare noi stessi (…), dobbiamo inventarci tutto”. Tuttavia, queste invenzioni, le uniche possibili, tradiscono solo un senso di frustrante emulazione di ciò che è impossibile raggiungere, restando incatenate alla replica ciclica di trame da rotocalco o da tv spazzatura. Non è un caso, in proposito, che a questo romanzo manchi un vero, e maximus, Trimalcione: perché, nel quadro di una completa decadenza, al Satyricon degli anni 2000 la tagliente genialità dei classici può farsi solo desiderare e i personaggi possono esclusivamente sperare di realizzare sogni meramente proibiti. In definitiva, nonostante le premesse di copertina non fossero le migliori (nel 2014 era già uscito un altro romanzo con lo stesso titolo…), il libro è gradevole e l’Autore riesce a convincerci, oltre che sul piano dell’inventio, con una prosa sorniona, leggera e vorticosa.

L’Autore parla del suo libro

Recensioni (di Gian Paolo Polesini, Stefano Fornaro, Ida Bozzi, Alessandro Banda)

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Imi ha trascorso la sua infanzia nell’orfanotrofio del piccolo paese di Landor, in Ungheria, al confine con l’Austria. Ora ha coronato il suo sogno, quello di vivere e lavorare a Londra, dove è riuscito ad impiegarsi come factotum in una filiale della Proper Coffee, una grande catena di caffetterie. Mentre le vite degli altri orfani continuano a scorrere nel consueto clima di semplicità e di dolore che sempre fa da contorno alle loro paure e alle loro speranze, Imi comincia a conoscere meglio la grande “piramide” aziendale in cui lavora. Dapprima ne è entusiasta, essendo disposto ad accogliere con stupore tutte le piccole cose che a Landor non ha mai potuto sperimentare. Poi conosce Jordi, un collega spagnolo un po’ più smaliziato, e sperimenta la pochezza, l’ipocrisia e la vuotezza delle relazioni umane che alla Proper Coffee vengono incentivate con fredda determinazione. Conosce anche Morgan, un commesso iraniano di una vicina libreria. Ed è proprio la sensibilità di questo nuovo amico a salvare Imi dal disastro annunciato che può facilmente sortire dall’incontro tra la sua naturale ingenuità e le meschinerie dell’ambiente lavorativo. Morgan, infatti, fa entrare in scena un pezzo grosso, un premio Nobel che riuscirà a mettere in campo tutto il suo peso e a preparare l’atteso lieto fine.

Per questo libro Nicola Lecca va ringraziato, anche se per motivi che sono diametralmente opposti. Da un lato, perché il romanzo è scritto in modo pulito ed efficace, e perché lo schema e le intenzioni lineari che lo animano sono tali, a ben vedere, soltanto in apparenza: l’epilogo è felice, ma lo è anche in conseguenza dell’ambigua affermazione di una legge implacabile (quella per cui la forza si vince solo con la forza…); inoltre, le insospettabili opportunità dell’educazione sentimentale offerta dall’orfanotrofio si contrappongono con efficace senso malinconico all’istintiva volontà di allontanarsene e di tornare in un mondo spietato e comunque infelice; e poi ci si può imbattere in una libera rivisitazione della bella frase di Seneca, secondo cui “Non esiste vento favorevole per le barche alla deriva”; v. Lettere a Lucilio, lettera 71, “Ignoranti quem portum petat nullus suus ventus est”). Tuttavia La piramide del caffè è anche il prototipo scoraggiante di parte rilevante del novelism contemporaneo di successo: troppo pulito; troppo volutamente e scopertamente profondo; troppo fedele alla replica di cliché ad emozione pressoché assicurata (come quello “cinematografico”, alla Scoprendo Forrester, in cui finisce per annegare pure l’azione filantropica della scrittrice Margaret Marshall). Anche per questa constatazione occorre rendere omaggio all’Autore, perché, in effetti, il volume è paradigmatico di una scrittura di superficie che, se per un verso sa farsi anche allusiva di ben più complessi profili, dall’altro accetta di solleticare il palato del lettore-consumatore anziché di appassionarlo in una (minima e) necessaria fatica. In questa prospettiva, La piramide del caffè stimola voglie molto più sofisticate, e perciò merita l’attenzione che si deve ad un piacevole e rapido aperitivo.

Recensioni (di Sciltian Gastaldi, di Cesare Cavalieri, di Vincenzo Mazzaccaro)

La home page dell’Autore

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Esistono libri che non si possono raccontare, neanche parzialmente. Non tanto per le ovvie difficoltà che qualsiasi opinione avrebbe riguardo a storie di cui non si possono rivelare il finale o i colpi di scena che le animano. Talvolta è già la struttura che non si può comunicare, e altre volte ancora è complesso comprendere se il traduttore sia stato davvero in grado di rendere linguaggio, espressioni, ambiguità e doppi sensi. Palahniuk si diverte a fabbricare congegni narrativi di questo tipo, che tanto stordiscono e interrogano il lettore, quanto lo rendono semplicemente afasico dopo l’ultima pagina. Se poi ci si imbatte in questo Invisible Monsters – che, per essere chiari, è venuto prima, nella stesura, della fortunata apparizione di Fight Club (1996) e dei tanti successivi romanzi di successo – si capiscono sia il motivo dei tanti rifiuti che gli editori avevano opposto al giovane e sconosciuto scrittore, sia la ragione del radicamento di un vero mito letterario in larga parte del pubblico. Perché non si tratta, semplicemente, di un cocktail per stomaci forti; si tratta di un torcibudella emotivo dal sapore quasi psichedelico, come se Palahniuk si fosse divertito – cosciente o incosciente, che cosa importa? È il risultato quello che conta… – a miscelare Fëodor Dostoevskij, Philip Dick, Thomas Pynchon e Johnathan Swift, con qualche anticipazione, tra il drammatico e il grottesco, del contemporaneo J.T. Leroy. Sembra troppo, ma per questo Autore l’eccesso è una virtù, cifra ineludibile di ogni sub-cultura pop contemporanea.

La protagonista è Shannon McFarland, una modella brutalmente sfigurata da un colpo di fucile. L’avvio del romanzo, però, ci getta subito nel bel mezzo di un altro momento tragico, sulla scena di un clamoroso delitto che costituirà il finale della storia e che, quindi, necessita una spiegazione. Così la voce di Shannon, per farci capire, ci guida avanti e indietro nel tempo, miscelando spezzoni di vita presente e di esperienza passata: nella clinica in cui è stata ricoverata dopo l’incidente; nel suo lavoro di top model di seconda categoria; nelle periodiche visite a casa dei genitori ossessionati dalla scomparsa dell’altro figlio omosessuale; nelle uscite con la ricca collega, e amica, Evie, e con il fidanzato poliziotto, Manus; nel lungo girovagare tra gli Stati Uniti con la Principessa Brandi Alexander, transgender conosciuta in clinica, e con il loro eccentrico e mutante accompagnatore, tutti a caccia di medicinali e droghe di vario genere, da ingerire o vendere nei vicoli della grandi città. La narrazione si trasforma gradualmente in confidenza e confessione, e la verità si palesa, sorprendente, passo dopo passo, in un palcoscenico in cui gli attori – in primis i compagni di viaggio di Shannon – non sono ciò che dicono di essere. In superficie, li vediamo tesi alla disperata e dolorosa ricerca di una realizzazione fisica e psicologica artificiale e mai compiutamente disponibile; nel sottosuolo, li intuiamo anche lucidi interpreti di un destino paradossalmente condiviso e assecondato fino all’estremo, impossibile, e forse comune e programmato, traguardo. La lente di Palahniuk ci trasporta in un caleidoscopio di perversioni: nella famiglia e nel rapporto di coppia; nella moralità plastica della fashion society e delle addictions spersonalizzanti che finisce per ingenerare; nel disastro antropologico di un’umanità semplicemente nuda, e forse riscattabile, anche oltre l’indicibile, grazie a un gesto illusorio di amore altrettanto nudo e spietato. In verità, ciò che alla fine impressiona di più è la rappresentazione severa di un universo di relazioni dominate da un formidabile e invincibile egotismo.

Recensioni (di D. Marinacci, D. Montella, M. Lomunno, Z. Masud, G. Santini, L. Appia, S. Ghega, C. Bucolo, J. Greenya)

Il fan site dedicato a Palahniuk

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Non lontano da Fort Kent, nel Maine, in una baracca le cui pareti interne sono foderate da 3282 libri lasciatigli in eredità dal padre, vive Julius Winsome (nomen omen…), in completa solitudine. È sempre rimasto lì, in compagnia del fuoco della stufa, del tè e dell’aiuola di fiori che coltiva di fronte all’ingresso. Ama ripassare le parole che ha imparato dalle opere di Shakespeare. Da un po’ di tempo ha anche un grande amico, il suo cane Hobbes. Un pomeriggio, però, alle soglie della stagione più fredda, mentre è assorto nella lettura, Julius sente uno sparo. L’istinto gli dice di uscire e di richiamare Hobbes, che tuttavia non si fa più vedere. Il presentimento si fa ansia e diventa presto certezza: qualcuno ha ucciso Hobbes. Chi è stato? Chi ha potuto compiere un gesto simile? Julius comincia ad interrogarsi, a cercare qualche spiegazione, a battere i boschi circostanti. Nelle sue parole – perché è Julius in prima persona a raccontare la storia – impariamo a conoscerlo meglio, a capire le ragioni del suo affetto per il cane, ad apprendere le vicende lontane che, forse, hanno portato il padre e il nonno a ritirarsi in quei luoghi. E così, allo stesso tempo, assistiamo alla sua lenta e cosciente metamorfosi, che lo porta a condurre una caccia fredda e spietata, eppure naturale, quasi scontata e inevitabile, fino all’epilogo più drammatico.

In questa rapida ricostruzione mancano alcuni tasselli, quelli centrali, che portano il nome di Claire e Troy, e che possono contribuire ad aiutare il lettore a dare un significato, il più comune e comprensibile, alla parabola di Julius. Si tratta di scoprirlo, nella sua banalità, tra le pagine del libro. Ma l’impressione generale è che in questo breve romanzo lo scrittore irlandese sia riuscito in modo estremamente efficace a fondere in un’unica voce, quella del protagonista, l’imprevedibile sintetizzarsi di umori, emozioni e temi diversi. E che la banalità, dunque, sia solo apparente. È come se il nostro Winsome fosse il prodotto eccentrico e anche paradossalmente amabile di una catena sinergica di fatti violenti, nel passato lontano e in quello più vicino. Julius, peraltro, è quasi saggio, è dotato di una consapevolezza profonda, è capace di stupore e di affetto, si è abbeverato – sul modello del buon selvaggio – al migliore distillato della cultura anglosassone e suscita una strana simpatia, che però, alla fine, ci sorprende, perché i suoi atti non sono certo espressione di un sano equilibrio. Nessuno, in quest’opera, si salva: né il solitario, che non è mai immune da qualsiasi forma di corruzione; né, tanto meno, la terribile normalità, storica e attuale, che giustifica e rende nobile quello stesso isolamento, a patto che si riesca a frapporvi una giusta distanza. In definitiva, Donovan si dimostra in grado, da un lato, di interpretare al meglio il profilo più classico della pazzia, dall’altro, di provare che questa pazzia non è sempre come ce la immaginiamo: può coltivare, infatti, anche i traguardi più dolci della nostra sensibilità e indicarci i limiti di tutto quello che pensiamo essere sano. Non è un romanzo di cui, in Italia, si sia parlato molto; merita, invece, grande attenzione, non solo perché riesce a commuovere, ma anche perché rivela un Autore di statura.

Recensioni (di Michael Faber, Christoph Schröder, Diana Evans)

La home page di Gerard Donovan

Un’animazione liberamente tratta dal romanzo

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fotoL’ultimo di Villoro è un romanzone concentrato e ipnotico, con una colonna sonora di tutto rispetto. Tony Góngora, zoppo e senza una falange, è l’ex bassista degli Extraditables e ha consumato la sua giovinezza tra droghe di ogni genere, sfiorando per pochi attimi l’olimpo del successo e seguendo il mito di Jaco Pastorius e dei Velvet Underground. Si è bruciato. Ha perso parte della sua memoria, è stato lasciato da Luciana, l’unica donna che ha cercato di amarlo, e ha trovato l’anonima e claustrofobia occupazione di doppiatore di suoni per cartoni animati. Finché non è tornato Mario Müller, Der Meister, il suo più caro amico, che ora dirige la Piramide, un grande albergo della città turistica di Kukulkán, e che lo vuole di nuovo vicino, nella sua organizzazione, per trasformare i suoni dei pesci in armonie musicali. Ma la Piramide, i cui proprietari fanno capo ad un lontano consorzio di imprenditori inglesi e il cui socio di maggioranza, in loco, è il misterioso “Gringo” Peterson, un americano del Vermont à rebours in Messico, non è un comune hotel. Alla Piramide si offre una vacanza con svaghi pericolosi, finti rapimenti, incontri con guerriglieri. Niente di ciò che accade può essere davvero reale. E ciò giustifica il grande successo della struttura, almeno fino al momento in cui accanto alla piscina viene rinvenuto il cadavere, vero, di Ginger Oldenville, sommozzatore e ammaestratore di delfini. Chi è l’assassino? Tony è coinvolto nelle indagini e si trova subito avviluppato nei suoi ricordi, nei tanti sospetti e nelle ombre allucinate di figure ostinatamente ambigue e perdute, dalla fascinosa gringa Sandra al meschino vigilante Támez, dal solerte poliziotto Rios all’indecifrabile James Mallet. E nel frattempo, tra simbologie maya e traffici illeciti, scopre che Mario Müller è malato, che l’albergo ha i giorni contati e che, per lui, c’è un destino tenero e inatteso.

Il finale induce a concepire il libro secondo una traiettoria un po’ troppo semplice, ma questo è sicuramente un primo (essenziale) livello di lettura: il Messico è sempre quello lubrico, sconfitto, estremo e irrimediabile, alla Carlos Fuentes; una via di speranza c’è, e tuttavia si tratta di una via di fuga; non c’è altro da fare, tutto è profondamente corrotto. La città turistica altro non è se non il paravento di un mercato post-moderno di anime morte (e la citazione di Gogol, espressa nel testo, è più che calzante). Oltre a questa, però, c’è anche un’altra prospettiva: la Piramide allude al Tempio di Kukulcán, alla religione precolombiana del serpente piumato, del demiurgo civilizzatore di cui si attende il ritorno rigenerante. E quello di Tony, in effetti, è un ritorno alla vita, mediato da una catarsi che sembra resa assurdamente possibile da un ultimo sacrificio umano: come se si trattasse di uno studiato e ultimativo piano di condanna (per un Paese dominato dal crimine e dalla delazione) e di redenzione (per il protagonista – immagine di una nazione allo sbando – salvato da una catena quasi inconsapevole, eppure decisiva, di fortunosi gesti d’amore). Il fattore dominante del libro, ad ogni modo, è la complessità narrativa, che può essere sempre una grande risorsa, specie quando viene abilmente plasmata da una penna capace, al medesimo tempo, di lunghi spezzoni obliqui e narcotizzanti, ma anche di intuizioni rapide e gnomiche. Villoro vuole produrre spaesamento, un po’ per assecondare la sensazione, naturalissima, di un’aggrovigliata visione lisergica (dei paradisi artificiali, del resto, Toni è un sopravvissuto), un po’ per comunicare la percezione disorientata di una metamorfosi in atto, con improvvisa e felice agnizione conclusiva e universale (“Perché in apparenza questo eravamo: una ‘famiglia’. L’espressione non sembrava inesatta, non in quel momento”). Il segreto di un classico sta sempre nel mezzo di questa sintesi improbabile, tra un’esperienza individuale chiaramente irripetibile e un largo e rassicurante ponte empatico a diretta disposizione di qualsiasi lettore. Su questo crinale Villoro si trova a suo agio, e La Piramide non verrà certo dimenticata tra la letteratura caraibica minore.

Recensioni (di Goffredo Fofi, Giulia Lavagna, Rossella Gaudenti, Paolo Massimo Rossi, Andrea Consonni, Rosa Beltrán)

Un’intervista a Villoro

L’inizio del romanzo, nell’edizione originale

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“La sua autorevolezza si manifestava proprio nelle azioni più elementari che, in virtù di questa sua modalità estremamente misurata e insieme incredibilmente disinvolta, cessavano di essere quotidiane, esorbitavano dall’orizzonte comune, fissandosi in qualche modo nella memoria”. Questo è Sibber, in tutto il suo splendore. Si tratta di una persona comune, quasi modesta nella sua condizione. Tuttavia il narratore ne è sorpreso e incantato. Lo vede spesso, tra l’altro; sono impegnati entrambi nelle attività di una comunissima associazione. La sua missione, così, diventa quella di studiare Sibber, provocarne la forza, carpirne il segreto che gli potrebbe consentire di partecipare dello stesso stato di grazia. E in ciò coinvolge la sua giovane compagna Helga, alleata perfetta. Sibber è il campione della pienezza che si può trovare nella sapienza intrinseca delle cose che ci circondano: il suo modo di interagire con la realtà nasconde la chiave per essere felici e per non lasciarsi andare alla tentazione di “buttarsi via”. Qual è il fulcro con cui Sibber pare agire la sua leva? L’epifania si fa attendere e soltanto alla fine, durante una piccola festa casalinga, i due giovani indagatori sembrano cogliere la vera importanza di Sibber e assimilarne l’implicita lezione.

Cogliere tutte le implicazioni di questo testo – che scorre con estrema fluidità e trasmette un senso di rassicurante naturalezza – è una prova simile a quella che si deve affrontare quando si legge Robert Walser. Sul retro delle pagine non c’è solo un orizzonte di pensiero; ci sono anche una filosofia pratica e un modus vivendi, la cui afferrabilità sta in ciò che le persone normali non vedono o non sentono. Quindi non sono per nulla scontati. Tuttavia Sibber non ha nulla a che spartire con i personaggi del grande scrittore svizzero: come ci viene raccontato, la sua dimensione è “festivizzante”; il suo scopo non è la secessione morale ed esistenziale. Occorre guardare altrove. Sensazioni simili si provano anche quando ci si misura con il secondo Salinger, quello tutto esplicitamente zen, successivo a Il giovane Holden. Infatti sembra quasi che il narratore cerchi nei movimenti e nelle posture di Sibber il momento del satori, del risveglio circostanziato che illumina e che separa ogni distanza tra il soggetto e l’oggetto. Anzi, Sibber è come una sorta di talismano vivente, poiché la certezza della sua esistenza fa sì che, alla fine, il protagonista del romanzo si riconosca più sicuro: “sento di potermi fidare di più della mia percezione, di potermi fidare di più della materia perché so che da qualche parte, comunque, c’è qualcuno che, percependola nella sua dimensione originaria, la garantisce”. Questa mi sembra la strada giusta. Nardon riesce ad imbastire il piccolo ed efficace resoconto di un’esperienza pedagogica profonda e tutta contemporanea, nella quale anche una cartolina – quella che ci viene spedita nell’ultima pagina, e che non può che essere firmata da Sibber, soprendentemente umanizzato in quanto dotato di un nome (C.) – può avere il valore di un kōan buddhista. Da leggere, da rileggere ancora, da assimilare e da portare, infine, con sé, per ogni possibile attimo di sbandamento.

L’incipit del romanzo

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