Da tempo questo volume stazionava tra quelli di programmata lettura. Ma occorre affermare subito che non si tratta di un testo imperdibile. Il Mendelsohn di Estasi e terrore non è lo stesso di Un’Odissea o de Gli scomparsi. Non solo perché si tratta di una raccolta – molto varia – di articoli, recensioni e interventi pubblici o giornalistici. Il punto debole, infatti, non è la disomogeneità (il prezzo da pagare per ogni miscellanea). Né il fatto che questo Autore funziona meglio su passi decisamente più lunghi (tanto che prova egli stesso ad allungare, pure un po’ troppo, pezzi che ordinariamente, per il genere cui appartengono o per la loro naturale destinazione, dovrebbero essere, invece, più brevi). A penalizzare il libro è il forte senso di sproporzione che comunque si avverte tra gli strumenti – culturali e critici – di cui lo scrittore è dotato e la materia dei singoli approfondimenti. Lo si avverte soprattutto nella sezione centrale, di critica cinematografica, Miti in technicolor. Serve davvero la conoscenza di Aristotele e della tragedia greca per cassare film oggettivamente brutti e malriusciti come Troy o Alexander? O per discorrere di robot e AI, e introdurre efficacemente il commento di Ex Machina? Oppure, ancora, per spiegare i motivi che rendono iconico Titanic? Too much, specie per i lettori continentali, che evidentemente sono mediamente più attrezzati di quelli d’Oltreoceano, visto che, a detta dello stesso Mendelsohn, nell’Introduzione, i lettori americani hanno gradito particolarmente simili esercizi. 

Una sensazione migliore si ha – salvo il medesimo limite dell’estensione (comunque eccessiva) – con i lavori della prima sezione, Miti di ieri. Eppure, pur trovandosi a tutti gli effetti nel suo, l’Autore lascia spazio a testi a tratti piatti e noiosi, o addirittura puramente informativi (come quello sulla guerra del Peloponneso, che ad ogni modo ha ovvi profili d’attualità, e di utilità, sul piano dell’interpretazione geopolitica – tuttavia, allora, è preferibile andare direttamente a Luciano Canfora; o quello sul contesto civico della tragedia classica, che è funzionale a rammentare opportunamente lo sfondo irrinunciabile su cui interpretare Eschilo, Sofocle ed Euripide – anche se in proposito opera in maniera provocatoriamente più esplicita e convincente uno degli ultimi saggi di Eva Cantarella). La terza parte di Estasi e terrore – dedicata ai Miti d’oggi – ci riconduce a casa: a proiezioni drammatiche, sia personali, sia collettive, che sono veramente care al Mendelsohn empatico e meno tecnico/didascalico, e per questo già testato e apprezzato (il Mendelsohn, cioè, alle prese con l’identità, le vittime, l’Olocausto, la Storia…). Ma, appunto, sono cose note, affatto sorprendenti o accattivanti. E anch’esse coperte, questa volta, da una patina abbastanza scialba. Nel Il manifesto di un critico, uno degli scritti di quest’ultima sezione, si invitano i censori a visioni schiette ed esigenti: a quanto, in effetti, questo stesso volume merita.

Recensioni (di A. Iannucci; di M. Masneri; di L. Rampello; di R. Righetto)

Due interviste all’Autore: qui e qui

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Tra il ‘68 e il ‘69, l’Autore de Il male oscuro pubblica sulle pagine di un noto quotidiano (Il Resto del Carlino) alcuni brevi interventi, che lo vedono dialogare con il suo cocker spaniel Cocai (dal Merlin Cocai pseudonimo di Teofilo Folengo, famoso artefice maccheronico del Baldus e del Caos del Triperuno). L’ambientazione dei colloqui – pubblicati in autonomo volume solo negli anni Ottanta, all’interno una ricca e intelligente collana di Marsilio – ha come baricentro topografico la casa d’elezione dello scrittore, da lui stesso edificata sul suggestivo promontorio calabrese di Capo Vaticano. Gli argomenti trattati, innanzitutto, sono quelli caldi di quegli anni: la guerra in Vietnam, le grandi agitazioni studentesche e il conflitto generazionale, i posizionamenti geopolitici di Stati Uniti, Unione Sovietica e Cina, lo spettro della conflagrazione nucleare, le missioni spaziali. Naturalmente lo scrittore trevigiano trapiantato al Sud non poteva non affrontare anche la questione meridionale, l’industrializzazione del Mezzogiorno e la nascita della nuova Università della Calabria. Nel merito dei discorsi svolti, come nella sostanziale ironia dell’approccio, il Berto di tutti questi testi non è così distante da quello conservatore della Modesta proposta, che verrà pubblicata nel ‘71. E la sua penna si conferma sempre chiara, asciutta ed essenziale, segnata dalla ricerca stilistica che meglio possa esprimere un comune e convincente buon senso. Nessun cedimento a quelle che egli stesso concepisce solo come vane emozioni, ingenuità o strumentalizzazioni.

Ciò che, tuttavia, si nota immediatamente è il carattere quasi dubbioso delle meditazioni, che sono esposte alla conversazione critica e provocatoria di Cocai, in qualità di curioso deuteragonista. Ma anche di compagno, amico e confidente, e di tramite diretto con gli affetti e con l’amore per la figlia (la “diletta” di cui aspetta il ritorno per le vacanze estive). Escluso il cane / tutti gli altri son cattivi, verrebbe da dire, riprendendo una canzone di Rino Gaetano, che uscirà qualche anno dopo, nel ‘75. È un Berto smarrito, che prova, e comunica, solitudine. Non solo quella ideale e, per così dire, storica ed epocale (di fronte a una civiltà i cui sviluppi non riesce a decifrare); ma anche quella letteraria (difesa con ostinazione, come dimostra il pezzo polemico con Moravia) e quella personale (si avverte distintamente che il pensiero ricorrente per la figlia non è solo un escamotage per riproporre l’invariante padri e figli o per esprimersi sulle retoriche della contestazione e del movimentismo). Più che mai, l’abitazione appoggiata sulla cima di un promontorio mozzafiato, lungi dal rivelarsi foriera di illuminanti vaticini (l’etimologia della località va in questo senso, tenta di crederci anche l’Autore), sembra il romitaggio di un intellettuale che non vede né immagina più il suo posto nel mondo e si limita a osservare le cose con franchezza estrema. Questo è, tuttora, il valore aggiunto di una voce pienamente libera.

Una recensione (di A. Cellotto)

Una lettura critica

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Chi è Gian Ruggero Manzoni? A lui sono arrivato tramite Nel lento movimento dei ghiacci, quello che credo essere uno dei suoi ultimi libri. È così che, curiosando, ho incontrato il romanzo di Pier Paolo Giannubilo, che nel 2019 aveva corso per lo Strega, segnalato nientemeno che da Ferruccio Parazzoli. Il risolutore è una specie di biografia di Manzoni, che qualcuno ha anche definito come il Limonov italiano. Il raffronto probabilmente è improprio. Ma non c’è dubbio che ci si trova di fronte a un Autore dalle molte esperienze e dalle molte facce. Discendente di Alessandro Manzoni – e parente dell’altrettanto famoso ed eccentrico artista Piero – Gian Ruggero è poeta, scrittore, pittore. Lo diventa progressivamente, nel corso di un’esistenza rocambolesca: da un lato, fatta di incontri e di esperienze raminghe, a contatto con i migliori ed emergenti protagonisti dell’arte contemporanea europea; dall’altro, però, e soprattutto, gravata dalle vicende che, da giovane studente anarchico del DAMS, lo hanno improvvisamente visto sospetto di gravissimi reati e subito recluta dei servizi segreti italiani. Per i quali è stato duramente addestrato e ha svolto missioni drammatiche in Medio Oriente e nella ex-Jugoslavia, rendendosi disponibile, occasionalmente, anche per incarichi da killer, nel contesto di operazioni criminali. Giannubilo – intervallando riflessioni sulla propria esistenza – srotola pagina dopo pagina i racconti di Manzoni, come raccolti dalla viva voce dell’Autore. Lo possiamo vedere nei suoi affetti ed eccessi, nelle contraddizioni e nelle paure, nelle gravi patologie che ha contratto, nelle complicate relazioni con l’altro sesso e con la famiglia, nella tendenza quasi reazionaria che ha maturato nel tempo, assieme ad una peculiare e forte religiosità. Non mancano passaggi commoventi: come quelli sul padre, sull’amicizia con Pier Vittorio Tondelli, sul ricordo struggente per una giovane donna salvata sul fronte dei conflitti e degli orrori balcanici. Possono sorgere molti interrogativi sulla portata del personaggio o sulla verosimiglianza del suo itinerario. O sulla tenuta complessiva del romanzo in quanto tale. Tuttavia, l’impressione è che Il risolutore si lasci apprezzare, semplicemente, per quello che è: una storia originale, curiosa e avvincente.

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Che dire di Giorgio Vigolo? Il primo impatto, più di trent’anni fa, non era stato proprio positivo. Le sue traduzioni di Hölderlin mi erano parse difficili, forse un po’ artificiose e quasi démodé, tanto che da allora gli ho sempre preferito Enzo Mandruzzato. Ma di fronte a quelle pagine, l’attrito, fonte come sempre di una ostinata curiosità, mi ha condotto subito alla magnifica edizione mondadoriana dei sonetti del Belli. È lì che ho cominciato a conoscere Vigolo veramente – così colto, così sofisticato – scoprendo anche che è stato egli stesso un raffinatissimo poeta (a proposito: lo scorso anno Le Lettere ha compilato una suggestiva selezione di alcuni dei suoi pezzi migliori). Mai, però, avevo ancora letto i racconti de Le notti romane. Li ho recuperati, casualmente, nell’edizione originaria Bompiani del 1960, sulla cui copertina cartonata campeggia (azzeccatissima) la riproduzione di un quadro di Eugène Berman, Il grande palazzo d’angolo. L’opera è stata riedita nel 2015 da EdiLet.

Si tratta di testi sospesi tra il ricordo fantastico e deformato (Il guardacacciaIl Plutone casareccioIl mistico luccioIl pavimento a figurine), la rievocazione onirica di epoche e riti del passato (Le notti romaneLa cena degli spiriti), il richiamo ispirante di spazi e atmosfere di una città che è presente quanto remota (Avventura a Campo dei fioriLa bella mano), e l’introspezione autoanalitica (Il palazzo di campagnaUn invito a pranzoIl nome del luogo). Alcune trame e atmosfere sono degne del migliore Edgar Allan Poe. Ma il titolo del volume riecheggia un illustrissimo, italianissimo precedente. E la Roma che vi fa da sfondo, in effetti, è città passatada tempo, se non da secoli. Meglio, è fuori dal tempo e basta, visto che è questo che postula l’ostinata e inattuale visione dell’Autore. Che, tuttavia, parte sempre da un tuffo personale e profondo in un dettaglio o in un’immagine, alla ricerca delle radici dei luoghi e della storia, tra le leggende e le voci che hanno incorporato e che possono far provvidamente riemergere, solo al volerli cercare. O, piuttosto, al volervisi abbandonare, come accade nel sonno e nel sogno, anche quando avviene ad occhi aperti, esplorando vie, piazze, mercati, edifici e squarci di cielo.

La sensibilità di Vigolo, eremita di Roma, è tutta compendiabile in questa attitudine costantemente contemplante: “Allora, rallento il passo e mi metto a scrutare, con attenzione estrema, facciate, porte e vetrine; questo mi procura, sulle prime, momenti di vera delizia e il movimento interno, ingenuo, d’una speranza che ondeggi dentro di me e mi sollevi e mi porti sú, nell’aria magica e rubata di quella irripetibile avventura. Poi il ricadere è amaro, in fondo ai duri letti di strade della città, di nuovo svanita al vero, tornata al falso di tutti i giorni che sembra si possa toccare e invece non esiste affatto” (da Autobiografia immaginaria, p. 64). È esattamente così. Per questo scrittore – il cui stile denso ed elegante si è forgiato nella lingua erudita della prima metà del Novecento – il presente quotidiano è ciò che di più distante vi può essere. La realtà, infatti, con la verità che porta con sé, si nasconde agli occhi dei più, perché ha fondamenta misteriose, che solo l’invenzione letteraria può toccare.

Recensioni (di M. Onofrio; di A. Ronci)

Alcune poesie di Vigolo, su YouTube

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La storia contenuta in questo romanzo è raccontata dalla voce di Marco, un giovane aspirante studioso, che si è laureato in Lettere a Padova. Tutto comincia nella ricostruzione del rapporto tra lui e Federico, suo compagno di corso. Pur accomunati dall’intenzione di inserirsi nel mondo accademico, i due sono assai diversi. Marco è di umili origini, proviene da un piccolo paese della provincia di Treviso e ha un carattere tendenzialmente riservato. Il fatto di essere omosessuale lo pone anche al di fuori delle relazioni affettive che molti suoi colleghi possono intraprendere. Federico è padovano doc, di famiglia benestante ed è assai estroverso: in altre parole, sa vendersi bene, tra i coetanei e le ragazze come tra i professori. Le strade dei due apparentemente si distanziano quando Federico si iscrive a Bologna per la laurea magistrale. Ma poi, all’improvviso, i docenti patavini con cui collabora Marco preferiscono Federico, al quale viene assegnato il compito retribuito di curare un carteggio tra due figure minori di intellettuali scrittori operanti negli anni Sessanta. Marco, nel frattempo, pur continuando a frequentare saltuariamente l’università, comincia a fare il supplente in una scuola media. La ricerca di Federico sembra rivelarsi molto promettente, tanto da spingerlo a scavare nei rapporti tra uno di quegli scrittori, Vittorio Ferretti, il più famoso, e Maria Zanca, una misteriosa meteora della letteratura femminista, tuttora vivente e residente nel piccolo paesino montano di Lastebasse, tra la provincia di Vicenza e il Trentino. Gli ulteriori sviluppi paiono a dir poco inquietanti e inspiegabili, fino all’epilogo, falsamente normalizzante, in cui Marco ritrova, quasi per un sortilegio, la via accademica che fino a quel momento gli era parsa ormai preclusa.

Si è molto parlato, negli ultimi tempi, del (bel) libro di Dario Ferrari,La ricreazione è finita, come di un godibile e riuscito romanzo sull’università. La scrittrice nel buio – più breve e, a prima vista, più semplice e lineare – lo supera. Malvestio, infatti, allestisce una macchina narrativa su più piani, che pare condurre il lettore in una direzione (la vicenda tra Marco e Federico) e, poi, invece, lo sposta in un’altra (la vicenda su cui i due compiono le loro indagini), per tornare infine alla vera chiave del racconto (la non-relazione tra i due non-amici e la spietatezza del contesto in cui essa si disvela). Nel mentre, l’Autore crea un’ambientazione un po’ mistery e un po’ weird, che, ruotando attorno alla figura spettrale di Maria Zanca, si nutre di suggestioni ulteriori (l’eterno e spontaneo femminino vs. l’artificio e la falsità della postura maschile) e stende a sua volta sulla intera trama una tensione via via sempre più palpabile. È un crescendo, del tutto funzionale al movimento che lo scrittore intende compiere (ritornando all’università, e “invertendo la posizione” dei due personaggi principali) e che si coglie nella sua vera luce soltanto in chiusura. Perché, senza voler rivelare null’altro del libro, quello di Marco – che umile, serio e pacato rievoca le esagerazioni e le vacuità dell’ambizioso Federico – altro non è che il più classico dei patti faustiani, concluso, però, con una forza diabolica che non sta nel soprannaturale, ma nell’oggetto stesso delle aspirazioni dei due accademici in erba. È così, dunque, che lo sguardo critico dell’Autore non passa per le connotazioni pressoché stereotipiche e superficiali (eppure a tratti verosimili) con cui si delineano gli interlocutori scientifici dei due ragazzi; ma si intreccia, in maniera letterariamente efficace, con il potere bruciante dell’incantesimo che occorre accettare per poter trovare un proprio posto in un certo mondo.

PS: il romanzo merita una notazione supplementare, che riguarda il personaggio di Maria Zanca, riuscitissimo e degno di una sceneggiatura virtualmente magnetica. Non si può fare a meno di pensare, peraltro, che, oltre a riferirsi a Lovecraft per la generale atmosfera che permea la narrazione (Federico ne legge i racconti… sicché il rinvio è dichiarato), Malvestio si sia, almeno in parte, ispirato alle anguane di Umberto Matino e alle fosche e avventurose location dei romanzi cimbri che quest’ultimo ha prodotto nel corso degli anni

Recensioni (di L. Gafforini; di D. Ippolito; di N. Trevisan)

In conversazione con l’Autore

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Disclosure preliminare: Acitelli è uno dei miei Autori preferiti; uno di quelli cui torno ogni tanto, per ritrovarmi. Fortuna vuole, poi, che non sia così difficile procurarsi un suo libro, perché tra volumi in prosa e opere poetiche la produzione è assai vasta. Quanto ai prodromi di di tale frequentazione, la complicità è scattata molti anni fa, con La solitudine dell’ala destra. Che non è solo una graziosa e nota raccolta di ritratti di grandi calciatori. Vi si trovano – veramente – alcuni tra i versi migliori della poesia italiana della fine del secolo scorso. Di Acitelli questa volta ho scelto Cinema Farnese, un originale romanzo in forma di taccuino, ambientato negli anni Settanta. È il diario colloquiale dell’io narrante, un giovane studente universitario di Roma, che è iscritto a Farmacia, ma ne diserta spesso e volentieri le lezioni. Il suo interesse è tutto per certi spazi del centro, tra Corso Vittorio, Piazza del Paradiso, Campo de’ Fiori, Piazza Farnese, Via Giulia. Ne osserva la fauna: da un lato, baristi, barbieri, camerieri, vecchi impiegati, a rappresentanza di un mondo di popolo in via di rapida sparizione; dall’altro, gli ambulanti, qualche barbone e, soprattutto, la generazione dei fricchettoni – veri e falsi – che si riunisce sotto la statua di Giordano Bruno e di fronte al Cinema Farnese. Dove i due universi, letteralmente, si toccano e si mescolano. Ma il ragazzo, più di tutto, ama immergersi nelle atmosfere che le pietre, i palazzi straordinari e la varia umanità di contorno gli parano di fronte. Gli piace perdersi in fantasticherie totalizzanti. E ascoltare, e spiare, i poeti del momento, che gravitano nella stessa zona: Bellezza, Paris e specialmente Veneziani. Proprio a un reading di poesia, non a caso, conosce una bella fricchettona, che lo attira in una sensuale e corrisposta relazione, e in tanti e intensi incontri in una fascinosa mansarda di Via di Monserrato.

Cinema Farnese è una pillola del miglior Acitelli. È prova ulteriore del suo peso specifico, che è quello del trovatore e antropologo di una romanità tanto personale quanto prototipica. Nella quale il Magnifico e il Sorprendente, che sono diffusi a ogni angolo della città, si compendiano con il più Semplice e Umano, anch’essi sottoposti da tempo a un processo di lenta consunzione e bisognosi, dunque, di custodia e di memoria. Ciò che è interessante, però, è che in Acitelli la descrizione delle cose e delle persone è medium per un’esperienza toccante, profonda, quasi iniziatica, che si alimenta ai ricordi delle scoperte d’infanzia, ma da esse pure si astrae, per produrre alimento attuale e universale a una sensibilità perennemente assetata. D’altra parte, anche quando si esprime nella prosa, Acitelli è intrinsecamente e assolutamente poeta, inteso a spremere il succo di ogni piccolo, grande dettaglio, perché prezioso. E l’autobiografia (che è sempre tanta) altro non è che un giacimento in cui immergersi continuativamente, l’eterno più prossimo cui accostarsi e raccordarsi. Verrebbe da svolgere un’argomentazione più complessa, il cui esito sarebbe questo: all’Autore riesce di vivere, in Roma, la provincia più autentica, consentendo, così, a quella immensa Idea (che la caput mundialtro non è) di sprigionare dal basso e dal quotidiano le correnti carsiche che la animano e che possono fungere, per ciascuno, come una sorta di speciale lampada di Aladino. Soltanto due aggiunte, per chiudere: 1) per trarre da Acitelli il massimo della soddisfazione occorre dargli fiducia, abbandonarsi alle sue pagine, ascoltarne il respiro (non è uno scrittore facile, va un po’ scalato, sapendo che dalla vetta ciò che si vede è molto bello); 2) per chi abbia un po’ di tempo, come per chi abbia modo di stare spesso a Roma, i libri di Acitelli sono guide perfette (le strade, gli edifici, le chiese, i piccoli portoni delle vie del centro… è tutto vero, tutto afferrabile; letto Acitelli, si guarda Roma con occhi diversi; anzi, la si guarda davvero, per la prima volta).

L’Autore presenta il suo libro

Un’intervista ad Acitelli… sulla strada del padre

Acitelli sulle tracce di Sandro Penna

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Giovanni Pascoli mi ha sempre affascinato. È accaduto al primo impatto, sui banchi di scuola. Pareva un autore troppo semplice, quasi banale. Doveva per forza nascondere qualche mistero; un segreto che non fosse, naturalmente, quello che di solito si decritta anche nelle più comuni antologie. Come è noto, infatti, lo scioglimento dell’enigma è intravisto a metà strada tra una spiccata e riconoscibile abilità di innovazione e sperimentazione linguistica e di padronanza metrica e stilistica, da un lato, e, dall’altro, la poetica del nido come tenace ispirazione al ripiegamento luttuoso, tragico e doloroso in un confine di cose, di sensazioni e di affetti familiari e minuti. Ma questa lezione, a ben vedere, non è completamente convincente. Specie se presa come unica e, per così dire, autentica. Anche l’eccellente e persuasivo scavo di Cesare Garboli, a partire dal volume sulle Trenta poesie famigliari, non ha mutato il quadro critico di riferimento. Anzi, paradossalmente, lo ha tanto più consolidato attorno all’immagine esclusivizzante e a dir poco ambigua del rapporto tra il poeta e le sorelle Ida e Mariù (e soprattutto quest’ultima, elettasi in seguito al ruolo di custode ufficiale della memoria di Giovannino e della sua immagine). In anni recenti, però, la produzione di una nuova biografia e la pubblicazione del carteggio col fratello Raffaele – opere entrambe di una appassionata studiosa – consentono di allargare lo spettro dell’analisi pascoliana. Di rivelarne, cioè, una complessità ancor maggiore, e di valorizzare – nel tentativo di abbracciare una personalità mossa da forze talvolta contrastanti o addirittura contraddittorie – sia gli studi danteschi (a lungo misconosciuti, per la loro apparente oscurità), sia il corpus dei contributi in prosa (spesso valutati come occasionali o eccessivamente retorici). In particolare, ciò che si traguarda non è più l’esperienza dell’uomo prigioniero di un dramma e di una correlata istanza di ricostruzione e protezione affettive, bensì la dimensione del Pascoli proiettato nel futuro, innovatore e creatore di un nuovo approccio nei confronti della vita e dell’universo. Una dimensione, questa, che non è estranea al fattore psicologico, ma che con esso convive e si lega quasi sinergicamente, producendo un quid di irriducibile positività.

Di quest’ultima ispirazione costituisce esempio emblematico il libro di Giuseppe Grattacaso. Che si sviluppa in un originale ritmo alternato, dove alla meticolosa rivisitazione di alcune delle più celebri poesie pascoliane (tra cui L’aquiloneX agostoIl ceppo) si intervallano efficaci carotaggi in molti degli snodi cruciali dell’itinerario esistenziale e di pensiero del poeta di San Mauro. È proprio attraverso queste tappe, illustrate al lettore con sapiente oculatezza, che l’Autore riporta alla luce un Pascoli parzialmente diverso. Lo vediamo, ad esempio, nell’esuberante e fecondo periodo messinese, alla ricerca di un riconoscimento pubblico e di una posizione sociale che a tratti gli paiono più che tangibili. E lo scopriamo anche nella fedeltà che riserva alle sue amicizie e nella volontà di farsi portavoce visionario di una inedita forma di umanità, resa cosciente dai progressi della scienza. Allo stesso tempo, però, lo comprendiamo anche in tutta l’ambiguità e fragilità del suo carattere, che ce lo mostrano “come le foglie della sensitiva”, facile a ripiegarsi su se stesso al primo segnale di pericolo o di insuccesso. Sicché il sentimento di una strutturale, ma essenziale, precarietà diventa, per Pascoli, porta privilegiata di accesso per un’inedita Weltanschauung: la conoscenza sempre più precisa, e disorientante, della realtà è sostenibile, e diventa, addirittura, fonte di energia e di forza, soltanto alla condizione di cogliere la “spaventevole proporzione” tra ciò che è infinitamente piccolo e ciò che è infinitamente grande. In questa prospettiva, la sovrapposizione tra il presente e il passato come la prefigurazione del futuro e la custodia del ricordo non sono altro che funzionali ed efficacissime tecniche espressive. Non solo pongono Pascoli quale antesignano di esplorazioni e sensibilità tipicamente novecentesche (quale quella proustiana), ma consentono al poeta “fanciullino” di diventare “sacerdote”, mentore qualificato di una riconnessione palingenetica alla natura e al cosmo intero. È così che dal buio di una parabola calante si fanno strada una sofisticata proposta epistemologica e un kit di salvezza individuale e collettiva. Niente male per colui che finora è stato etichettato come grande incompreso e malinconico aedo contadino.

Giovanni Pascoli nella Treccani

La Fondazione Pascoli (a Castelvecchio) – Il Museo Casa Pascoli (a San Mauro) – La Rivista Pascoliana

Pascoli secondo Renato Serra (un famoso saggio) – Pascoli secondo Cesare Garboli (un testo, un’intervista, una lezione) – Un’intervista impossibile (Arbasino intervista Pascoli)

I grandi della letteratura italiana: Giovanni PascoliPascoli “Narratore dell’avvenire”Pascoli a Barga

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L’Autrice di questo piccolo saggio è una nota e autorevole studiosa dei diritti dell’antichità. Che ha deciso di affrontare senza molte cerimonie un argomento potenzialmente scomodo, ossia la relativizzazione, o contestualizzazione storica, dell’Antigone di Sofocle. D’altra parte, nei secoli, il personaggio Antigone è diventato un mito a tutti gli effetti: un modello di resistenza all’abuso del potere; un’icona delle garanzie dei diritti fondamentali e, come tali, irrinunciabili; un’eroina univocamente simbolica e indiscutibile. Lo aveva ricostruito bene, da par suo, George Steiner, in un volume che funge da base forte anche per Eva Cantarella. Quindi non è cosa facile restituire la famosissima tragedia alla sua primigenia complessità; a un livello di lettura, cioè, nel quale le parti risultano più equivoche di quanto siamo stati abituati a pensare. In quest’ultimo senso, però, la tesi dell’Autrice non fa sconti: “Antigone era un’individualista, per la quale la polis non contava, non esisteva; per Creonte, dunque, era la personificazione dell’inconcepibile, dell’intollerabile, un pericolo inaccettabile” (p. 82). E ancora: “L’Antigone del mito non è una lettura ‘diversa’, è il travisamento del personaggio di Sofocle, è la sua trasformazione in un personaggio altro, operato in chiave antilluminista dal romanticismo letterario e filosofico” (p. 102). Per giungere a queste affermazioni, Eva Cantarella compie diverse operazioni: ricostruisce la collocazione dell’Antigone nella trilogia (tebana) cui appartiene; contrappone la figura dell’eroina ai lineamenti di altri personaggi, come la sorella Ismene o il marito Emone (figlio di Creonte); spiega il senso dell’ideologia e della prassi funerarie nella Grecia antica, con precisi commenti ad alcune famose pagine dell’Iliade; e infine illustra le perduranti inclinazioni sociali alla vendetta nell’Atene del V secolo, evidenziando proprio in questo frangente la prospettiva da cui interpretare correttamente l’opera sofoclea. Che non assume per principio una parte rispetto ad un’altra e che, viceversa, ammonisce sugli eccessi che possono mettere a rischio la città e le sue leggi, presidio di ogni possibile convivenza. Non c’è che dire: di questi tempi, non si tratta soltanto di un (condivisibile) invito all’intelligenza intrinseca dello studio più accuratoè un richiamo alla phronesis e alle sue (attualissime) declinazioni civili.

Recensioni (di A. Ambrosio; di P. Buttafuoco; di D. Fusaro)

Interviste all’Autrice: qui e qui.

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Francesco “Cesco” Magetti è un militare della Repubblica di Salò. Fa parte della guardia nazionale repubblicana ferroviaria, di stanza ad Asti. Il suo superiore gli ordina di trovare una carta ferroviaria del Messico. Nel pieno del freddo e malinconico  clima di disfacimento totale del febbraio 1944 la consegna suona in modo surreale. Dove mai si potrà trovare una mappa del genere? E Cesco, poi, ha anche un terribile mal di denti. Ad ogni modo la ricerca comincia, a partire dalla biblioteca comunale. Dove Cesco incontra l’enigmatica Tilde, viene a sapere che esiste una Historia poética y pintoresca de los ferrocarriles en México e che questo fantomatico libro è in prestito. Da qui in avanti si avvia l’inseguimento di Cesco, la cui storia si accavalla con quella, al fine, tragica di Tilde; con quella, quasi fantastica, di Lito Zanon e del suo amico Mec, costruttori giramondo di reti ferroviarie; con quella di Ettore e Nicolao, strani frequentatori di un altrettanto misterioso night clandestino; con quella di un cartografo samoano trapiantato in Piemonte; con quella degli amici di Cesco, che si sono fatti disertori e partigiani; con quella della burocratica e surreale catena di comando che dal Führer è arrivata fino ad Asti, per disporre la caccia alla mappa ferroviaria; con quella di Steno, che si era promesso a Tilde e che si dà alla macchia; con quella di Gustavo Baez, l’autore del volume tanto agognato; con quella della povera Giustina, giovanissima prostituta, barbaramente condotta alla morte; con quella di don Tiberio, disperato parroco di Roccabianca… L’elenco, con i relativi intrecci, potrebbe continuare. Vi farebbe capolino anche Jorge Luis Borges. Fatto sta che nel vortice dell’Odissea in cui Cesco si ritrova immerso qualcosa scatta all’improvviso, conducendo il protagonista al drammatico, eppure liberatorio, epilogo.

Molto si è detto, e scritto, su questo romanzo (libro-mondo, romanzo totale…), tanto che, sia con il classico passaparola, sia per le molteplici segnalazioni online, è entrato anche nella dozzina dello Strega. È un dato che può sorprendere, perché si tratta di un libro-fiume: oltre 800 pagine, per di più articolate in capitoli dalla lunghezza irregolare, ciascuno dedicato a uno spezzone delle tante vicende che ne irrorano la trama. Non è un romanzo facile, quindi. E non è nemmeno il prodotto di un grande editore, suscettibile di essere spinto nelle case delle persone per la sola forza del marketing e delle reti distributive. Si aggiunga che nelle analisi dei lettori più forti Griffi viene variamente paragonato a Pynchon o a Bolaño: Autori mitici, capaci di conferire nel raffronto l’aura del capolavoro, ma non certo annoverabili tra quelli di più agevole frequentazione. Occorre pazienza e disciplina, virtù oggi rare. Infine c’è un altro fattore potenzialmente esiziale: il libro, spogliato del suo grande apparato narrativo e dell’effetto matrioska ingenerato dalle tante digressioni, racconta una vicenda oltremodo schematica. Un ragazzo trascinato per forza d’inerzia tra le fila della parte sbagliata si imbarca in un’avventura surreale e, proprio in quella corrente, pur commettendo un delitto (spoiler), fa giustizia, anche di se stesso. Il tutto in un itinerario che potrebbe banalmente dirsi di formazione. Insomma, il plot può non avvincere e a tratti le pagine (molte) possono farsi noiose. Qual è, dunque, il segreto del successo? 

Sicuramente gioca un qualche ruolo l’apparenza di libro un po’ underground, scelto da un nome cool (Giulio Mozzi) per la sua collana di nicchia. Anche la veste editoriale può avere le sue ragioni. Ferrovie del Messico, per indubbie motivazioni economiche, è un oggetto leggero, con un’impaginazione distesa, che dà l’illusione di sciogliere le complessità linguistiche e di percorrere il suo periodare ubriacante con una sorprendente velocità. Sicché navigare in questo romanzo, all’atto pratico, è meno complesso di quello che può apparire. Come se i modi del confezionamento cartaceo invogliassero a relativizzarne l’interna prospettiva, sofisticata e iperletteraria, rendendola, al contempo, godibile e meglio afferrabile. Qui si nasconde, già dal punto di vista meccanico, la chiave di volta del volume, ossia la commistione inestricabile tra tristezza e ironia, tra pesantezza assoluta e volatilità, tra orrori e speranze. C’è del Chaplin e dello Charlot, sotto la copertina. Perché a rigore è vero che il libro di Griffi, per argomenti e personaggi, se fosse paragonabile a qualcosa di precedente, andrebbe addirittura comparato a Horcynus Orca di D’Arrigo: opera potente e immaginifica, anch’essa viaggio iniziatico e durissimo, perché sovrastato dall’onnipotenza naturale di un destino cupo e avvolgente. Eppure, diversamente da quella prova, Ferrovie del Messico – anche in virtù dell’evidente e insistito flirt con le suggestioni della migliore tradizione sudamericana – è evasione e farmaco, prova tangibile che di fantasia e invenzione artistica si può dolorosamente guarire. Dunque affaticarsi in una lettura ipnotizzante può, alla fine, piacere? Diremmo di si, specie se comprendessimo che, in questo nostro tempo gelatinoso e giustificante, in cui tutto – ma proprio tutto – può accadere e diventare pure normale, Cesco Magetti è effettivamente uno di noi.

Recensioni (di P. Bianchi; di G. Cortassa; di S. Ditaranto; di A. Galetta; di F.M. Spinelli; di G. Tinelli; di C. Vescovi; di G. Vignanello)

Tre interviste all’Autore: qui, qui e qui.

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Per fortuna che d’estate si trova quasi sempre un Faulkner da leggere. Questa volta è l’ultimo romanzo, dato alle stampe nel 1962, l’anno della morte del grande scrittore. Lo ripropone La Nave di Teseo in una edizione leggibilissima (una rarità: caratteri ampi, spaziature altrettanto ariose, una pagina che scorre e si fa bere con gusto). Di questo romanzo si possono sapere facilmente molte cose: che tra tutti quelli del Premio Nobel di Oxford (Mississippi), è stato a lungo considerato come uno dei meno riusciti; che ha fornito la materia per un film del 1969, con Steve McQueen, a quanto pare anch’esso poco apprezzato; e che ripropone i consueti topics dell’universo faulkneriano (l’epos della contea di Yoknapatawpha, il rapporto tra “bianchi e neri”), in una trama avventurosa e in parte tragicomica, sulle orme dell’Huckleberry Finn di Twain. In effetti la prima impressione può essere proprio questa. Il protagonista è Lucius Priest, che racconta al nipote ciò che gli è accaduto quando aveva undici anni, nel 1905. Cioè quando, assieme a Boon Hogganbeck e a Ned (un meticcio di origine chickasaw e un lavorante di colore), sottrae al nonno (il Padrone) la sua nuova automobile, finendo prima a Memphis, in una casa di piacere, e poi a Parsham, nella fattoria del vecchio Zio Possum, all’insaputa di tutta la famiglia. E restando coinvolto in furti, sortite notturne, corse clandestine di cavalli, scommesse, improbabili storie d’amore: in altre parole, vivendo un’avventurosa e perturbante occasione per diventare adulto. L’apparenza, dunque, è quella di un classicissimo romanzo di formazione, calato nel mondo e nello stile lussureggianti e inconfondibili di un maestro della narrazione.

Fosse solo questo, il libro si distinguerebbe già dal canone cui potremmo ricondurlo. Perché è un plot che Faulkner restituisce in modo magistrale. La voce del ragazzo, i suoi pensieri, il suo percorso psicologico, l’ingenuo trasporto, il divertimento e il disorientamento… Tutto è reso nel modo migliore. C’è piena immedesimazione da parte dell’Autore, il lettore lo sente rapidamente e si immedesima a sua volta. Per chi volesse approfondire, poi, c’è un sofisticato sottotesto, che – come rivela anche la nota del traduttore, in chiusura del volume, rimandando ad un recente studio – coincide con il tema iniziatico delle Metamorfosi di Apuleio. Lucius è come il Lucio di quell’antica storia, ed anche qui è una figura femminile (Miss Corrie come la dea Iside) a farsi mediatrice del rito di passaggio (che è tale anche per Boon Hogganbeck, che di Corrie è innamorato). È senz’altro una prospettiva interessante, che forse spiega anche il mood sotteso alla scelta del titolo: the reivers, i saccheggiatori, i picari che se ne approfittano, ma cui per definizione è concesso superare il confine; non meri ladruncoli, dunque, come invece potrebbe apparire superficialmente, se ci soffermasse solo sulla sgangherata fisionomia dell’improbabile banda che lo scrittore mette sulla scena. Ma più che per simili raffinatezze, il racconto faulkneriano è impagabile per altri fattori, di immediata, istintiva percezione: la caratterizzazione perfetta dei personaggi (la saggezza sfrontata e lo slang di Ned non si dimenticano facilmente, come il temperamento di Miss Reba, la stoica tenutaria); l’umanità assoluta e nobile di alcune immagini (Zio Possum, l’anziano ex schiavo che al cospetto degli altri si staglia come giudice e patrizio); il tratto argutamente pedagogico di certe divagazioni (i passi sull’intelligenza degli animali, tra pag. 152 e pag. 155, sono iconici quanto quelli di un Fedro o di un La Fontaine); il dualismo implicito, quasi cavalleresco, tra eroi ed antieroi (Lucius vs. Otis; Boon vs. Butch). Insomma, con Faulkner si respirano letteratura e vita allo stato puro. È una bella boccata d’ossigeno.

Un breve sommario

Perché William Faulkner?

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