Nell’afoso mese di luglio, in una città che senz’altro si trova nelle immediate prossimità del mare – anche se, a dire il vero, si tratta di un dato che resta allusivamente sullo sfondo – il professor Dominici fatica a comporre il suo studio sulla beata Isabetta. Di questa giovane donna, vissuta in età medievale e consacratasi a Dio dopo un improvviso tentativo di suicidio da un’alta torre, l’agiografo non riesce ad afferrare quasi nulla. Soprattutto, però, è fortemente turbato da una scoperta, che racconta a monsignor Berlinghieri, uomo colto e amico sanguigno. Ciò che gli narra è il sinistro rompicapo seicentesco, che gli ha consegnato il bibliotecario Manara e la cui decifrazione lo ha reso complice involontario di una drammatica profezia. E quando questa si avvera per Dominici si apre il baratro. Sono solo i dubbi del giudice Bosio e la saggezza del vescovo a districare la matassa, che alla fine si rivela tanto banale quanto cattiva e desolante. Ma il punto è che – come rivelano le parole dell’alto prelato – la follia, la pazzia e l’inspiegabile, come anche l’odio più cieco, hanno radici in ragioni tutt’altro che incomprensibili o innaturali: “Vede, io mi figuro che la malattia sia l’ombra allungata della salute. Non un di meno, ma un di più. Creda a me, non è per il poco che sentiamo pietà, ma per il troppo. Per ciò che di troppo umano c’è nell’uomo”.

Sono tre i motivi per leggere questo romanzo. Innanzitutto è un testo pluripremiato, opera prima di un autore raffinato ed elegante, maestro di bella scrittura, che sa essere acuto indagatore dell’anima. Non pare un’esagerazione paragonarne le atmosfere a quelle di Sciascia o di Bufalino; di quei giganti, cioè, che sono riusciti a coniugare in forma perfetta le traiettorie di una ricerca per lo più intima e misteriosa. La diversità di Meldini sta solo nel fatto che il suo, anziché collocarsi in un quadro di discorso prevalentemente civile, è un percorso più espressamente religioso. Oltre a ciò c’è la compiutezza dello stile. Le sensazioni, infatti, si vedono, si materializzano, e le parole si respirano, quasi se ne avverte la dimensione spaziale. Sono caratteristiche importanti, specie per un’Autore che cerca di riportare il senso di ogni cosa ad un’interrogazione tanto suprema e raziocinante quanto semplicemente esistente, vivente e pulsante. Meldini, in altre parole, sa lavorare per bene la pasta madre dei sentimenti e dei pensieri, e i risultati si apprendono al primo morso, con grande soddisfazione. Dulcis in fundo, dietro il libro c’è un luogo; un posto certo in cui poterlo leggere nelle condizioni migliori. È la città di Rimini, della cui biblioteca pubblica Meldini è stato direttore. Ma non è la Rimini delle spiagge, dell’intrattenimento, dei locali; è la Rimini dentro le mura, quella meno conosciuta, che dalla romanità più classica arriva al Liberty novecentesco, passando per il Rinascimento perfetto: ideale hortus conclusus per la buona riuscita di ogni meditazione.

Un ritratto dell’Autore (e di questo suo primo libro)

L’ultimo romanzo di Meldini

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Ogni viaggio ha il suo proprio viatico. E per una breve trasferta a Udine ho afferrato questo libro, provvidenziale. Di Giacomini avevo già letto – e apprezzato – l’inclassificabile “trattatello” L’arte di andar per uccelli col vischio, pubblicato All’insegna del pesce d’oro nel 1969, e il romanzo Manovre, edito da Rizzoli l’anno precedente. Il primo, oggi, si trova felicemente riproposto per Quodlibet, assieme ad un corpus di poesie. Il secondo è stato oggetto di riscoperta – come tanti altri titoli di Giacomini, nel corso degli anni – da parte di Santi Quaranta, raffinata casa editrice di origine trevigiana.

Il giardiniere di Villa Manin è una raccolta di pezzi in prosa risalente a un periodo di molto successivo, visto che è stata pubblicata nel 2002. Riunisce, nell’ordine, il testo che dà il titolo al volume – una sorta di estratto di un immaginario diario del giardiniere della bellissima villa di Passariano, scritto a pochi giorni dal pensionamento – e altre tre brevi composizioni, i cui motivi (un po’ storici, un po’ popolari e di costume, un po’ paesaggistici) si collocano a Udine, a Lignano e a Cividale. Il risultato complessivo lo si potrebbe definire come una graziosa e delicata Wunderkammer sentimentale della friulanità. Più di tutto, però, è la voce del giardiniere a meritare un appunto. Non tanto per ciò che rievoca (l’inizio del suo lavoro alla villa, il rapporto con l’enigmatico ed eccentrico conte che ne era proprietario, le ristrutturazioni e manutenzioni dell’immenso parco, l’allontanamento dovuto allo scoppio del conflitto mondiale, le distruzioni dovute all’occupazione delle forze alleate durante la guerra, le visite guidate per le scuole, la consuetudine con gli animali del luogo…), quanto per il sincero, partecipato e tenace affetto che la anima. Il frasario di Giacomini, infatti, tradisce una profonda immedesimazione con il modesto e diligente giardiniere e, per il suo tramite, con il mondo che incarna; un transfert che ce lo rende credibile e che, più di tutto, spiega in modo efficace il segreto e la piccola e concentrata energia malinconica di cui l’Autore si fa sempre portavoce. 

È specialmente nel momento dell’abbandono, lungo il viale della villa, nelle ultime pagine del diario e negli ultimi sguardi e sensazioni del giardiniere, che giunge l’immagine risolutiva, quella che getta luce su buona parte della poetica intera di Giacomini: è la comparsa di un certo fringuello, solitario, il cui canto risuona quasi come un pianto. Eppure – si legge nel diario – “avvertivo anche una nota di forza in quei trilli, che lassù egli viveva il gelo della propria solitudine come un dono ricco del più arduo amore, che si sentiva in esso rinato come nel seno di un privilegio, in uno scrigno capace di difenderlo da ogni dolore”. Si fa sera, è ora di andare. Anche la vita lavorativa sta per finire, e non solo quella. C’è un intero cosmo in via di sparizione, aggredito da un tempo inesorabilmente diverso. Ma vicini, inattesi e insospettabili, ci sono gli alfieri di un equilibrio senza tempo, cui occorre guardare: per capire e per trarre ispirazione e forza. Qui è un fringuello, nella sua apparente e fragile resistenza. In Manovre era il piviere, l’ultimo e prezioso ospite dell’ecosistema della grava del Tagliamento, scacciato dalle aggressioni delle esercitazioni militari e di una modernizzazione che non sa farsi ospite rispettoso e si presenta, piuttosto, nelle forme temibili di quel progresso scorsoio di cui dirà Andrea Zanzotto. 

Amedeo Giacomini lo è stato, veramente, il più autentico giardiniere di Villa Manin. Che dunque non è un luogo, una splendida dimora storica, una cosa, ma una sineddoche, la parte di un tutto più grande e nobile. Perché, per mezzo della voce del suo indimenticabile personaggio e degli spazi in cui esso si muove, questo scrittore si è fatto custode e aedo di uno scenario intero, di un grumo compiuto di bellezza, semplicità, memoria e cultura. Nonostante le intense e barbariche, e tuttora mai dome, trasformazioni che il Nordest ha subito in più di cinquant’anni, basta frequentare il periodare dolce e pacato dell’Autore friulano per riuscire ad accorgersi dei richiami degli uccelli, a coglierne fuggevolmente l’occhio concentrato e attento, e grattare, così, sotto la superficie di un territorio tuttora ricchissimo e capace di commuovere.

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Mr. C, famoso regista, intende realizzare a Venezia un film western. L’impresa suona strana, tanto più che il progetto si mette sulle orme de Il mio nome è Nessuno e vede l’anziano Jack Beauregard nuovamente alle prese con il Mucchio Selvaggio nell’inedito scenario della laguna. Inoltre, poiché non c’è western senza cavalli, occorre che alcuni capi siano condotti nell’isola, ma è da subito evidente che l’operazione è difficilissima. Ed infatti i pochi esemplari prescelti finiscono presto parcheggiati in un’isoletta, tra intrichi burocratici, equilibrismi logistici, animalisti in protesta e dicerie diffuse. Nel frattempo, nel caldo umido e nei miasmi estivi, il casting delle comparse finisce per aggregare un gruppo violento di maschi locali, che – quasi fosse un nuovo Mucchio Selvaggio – batte campi, calli e ponti della città, distinguendosi in azioni variamente aggressive. Tutto sembra volgere al peggio: per il film, che alla fine viene cancellato; per i cavalli, ormai esposti a una fine triste e pressoché annunciata; e per il piccolo Momo, un bambino autistico, esposto più di altri ai sentimenti forti che la vicenda – quasi surreale – può suscitare. Il ritorno alla normalità passa per le parole di un anziano bidello, cui la voce narrante – quella di chi, a distanza di tempo, sta conducendo una sorta di inchiesta sull’accaduto – affida il compito di tirare le malinconiche fila.

Questo è un altro gioiello della collana fremen di Laurana. Ma è un romanzo molto difficile da riferire in poche battute. Anche se, per invogliare i potenziali lettori, sarebbe sufficiente affermare che merita di essere scoperto pazientemente. Innanzitutto, attraverso la sua scrittura: che è sottile e raffinata, come lo è l’alternarsi, studiatissimo, dei diversi capitoli, che pur comunica un senso di grande linearità e naturalezza. Più di tutto, però, si tratta di un libro di cui è indispensabile assimilare l’inquietudine progressiva, che la “questione dei cavalli” catalizza e che, in realtà, abbraccia la generalità della scena e, simultaneamente, l’intera città. Il punto è colto assai bene da Dario Voltolini nella postfazione: la voce degli animali – resa a mo’ di coro tragico – fa da cornice ad un’azione altra. È quest’ultima a rappresentare il fulcro del racconto. Nel quale, in particolare, soltanto l’ipersensibilità di un bambino speciale coglie il dramma, mentre sul palco – o meglio, di fronte all’ipotetica camera da presa – si celebrano la decadenza e l’implosione spontanee di una collettività irrimediabilmente chiusa e, dunque, vuota e perduta; e per nulla sintonizzata su ciò che veramente conta. Rimane un ulteriore aspetto, interessantissimo, da evidenziare. La prosa dell’Autrice è biologica, a tratti quasi minerale: niente di meglio per evocare gli spruzzi d’acqua, gli afrori dei canali, i colori dei cieli e dei tramonti, gli odori e il sapore quasi salato della pioggia. È una scrittura che più veneziana non si può; e percorrerla è una bella sensazione.

Recensioni (di R. Barilli; di M. Terracciano)

L’Autrice a L’isola deserta

Il mio nome è Nessuno (1973)

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Locus desperatus, di Michele Mari, e Reliquie, di Daniele Gorret, stanno doverosamente assieme. Sono letture brevi. Si direbbero due cosette, che peraltro, e non a caso, parlano proprio di cosette. Anche se le une come le altre non lo sono per nulla, esigono concentrazione e aprono, invece, lo sguardo e la mente a dimensioni assai più ampie e profonde, e per ciò solo imperdibili.

La prima lettura è un lungo racconto, che si rivela à la Mari nel modo più autentico. Vale a dire che è iper-letterario, stilisticamente e linguisticamente complesso, pieno di riferimenti e citazioni, alcune esplicite e altre più nascoste. E vi aleggiano i demoni di Hoffmann, Meyrink, Kafka, Lovecraft. Il protagonista, che narra la vicenda, si accorge un giorno che sulla porta di casa è tracciata una croce. Nell’interrogarsi sul senso dell’evento, scopre che il suo appartamento è così contrassegnato in vista di un prossimo “subentro” e che tutte le sue adorate cose – piccoli e grandi pezzi da collezione o d’affezione, raccolti e custoditi nell’arco di una vita intera – passeranno a qualcuno che lo sostituirà. Potrebbe trattarsi dello strano Asfragisto, che del resto si palesa all’improvviso, al tavolino di un bar sciatto e mal frequentato, dove, però, tanti altri presentano profili ugualmente sospetti: uno spiccio barista, uno spilungone che sembra saperla lunga, l’ex umanista Procopio, la nuova e volgare barista. Nel frattempo, il nostro eroe cerca di difendere le sue cose, apprestando varie strategie, purtroppo perdenti, e trovando aiuto e compassione nel mostruoso Sileno; ma venendo anche a conoscenza che la sua sorte appare ormai definita, anche perché tragicamente già capitata ad altri sventurati, tra cui alcuni ex compagni di scuola. L’angoscia spinge il predestinato a resistere fino in fondo e a fare delle cose stesse il reagente di un rito quasi diabolico, con cui intrappolare e debellare l’oscuro nemico. Quale significato può avere una simile storia? È essa stessa un locus desperatus, un passo che nemmeno i filologi riescono a decifrare? Oppure – come si trova nel testo – il locus desperatus è proprio suo stesso abitante, fattosi indecifrabile al mondo che ha sempre percepito come ostile, cercando rifugio, ma trovando prigione, soltanto nel chiuso delle sue cose?

Nelle poesie di Gorret (non nuove a questi schermi) le cose sono trattate in modo meno ambiguo; anzi, esplicitamente positivo. Ma – come spiega l’Autore nel densissimo prologo che apre il volumetto – ciò accade quando hanno la natura e la forza della Reliquia. Va detto che tutto può esserlo, tutto ciò “che ha forma, peso e storia”. Basta guardare ai titoli di ogni componimento: ad esempio, Reliquia è un vecchio quaderno di scuola; un uccellino morto; la foglia conservata tra le pagine di un libro; uno specchio; la lettera di una persona cara; una cartolina; un sasso; una lapide rimossa e custodita; una tovaglia riposta in un cassetto… persino un pensiero. E in una cosa si può riconoscere la Reliquia anche quando è ancora in potenza. Il suo essere, infatti, ha una presenza angelica, cui solo “i degni” si possono accostare. Occorre crederci, dunque. Perché la cosa-Reliquia “deve far tremare”, altrimenti, “ridotta ad anticaglia, è cosa da buttare”. Il rapporto con le Reliquie, in definitiva, è una preghiera, che passa per un rito: di riscoperta, osservazione, contemplazione, concentrazione, memoria. È semplice e ineffabile allo stesso tempo. È vettore di storie, ricordi, immagini, insegnamenti, struggimenti e nostalgie. È risorsa perché ha un’anima che le è propria e che, tuttavia, anima quella di chi la sa intercettare. Durante la lettura vengono in mente molte suggestioni. Che la via possa essere quella più semplice, è lezione che si ritrova già nei Primi poemetti di Pascoli. Alla domanda, poi, se esista una via domestica alla riscoperta del sacro, Gorret, con il suo panpsichismo mansueto e affettuoso, offrirebbe una risposta affermativa. Una risposta che è teorizzata nel prologo già citato, una pillola teologica a tutti gli effetti, e che all’apparenza parrebbe funzionare anche per il personaggio inventato da Mari. Con la differenza essenziale, tuttavia, che in Locus desperatus l’angelico è colto nel suo terribile “doppio” luciferino.

Alcune recensioni (a Mari: 1, 2, 3, 4, 5, 6; a Gorret: 1, 2, 3)

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Il romanzo prende avvio a Ferrara, nell’estate del 2022, con la morte di Ilario Nevi, famoso partigiano e noto regista e documentarista. Antonia Nevi, nipote prediletta e professoressa universitaria di geografia, torna in città per il funerale assieme ad Arne, in arte “Sonic”, marito e musicista sperimentale. Nella canicola agostana del Delta del Po, aggravata da una forte siccità, Antonia, che scopre di essere la principale erede di Ilario, si impegna in una indagine serrata sul passato del defunto e del suo vecchio amico, anch’egli antifascista, Erminio Squarzanti, già confinato a Ventotene e compagno degli anni di resistenza. Tra capanni apparentemente abbandonati e memoriali segreti e inediti, la nostra protagonista – che nel frattempo cerca di liberarsi dai postumi da Covid19 e di ritrovare la giusta complicità con Sonic, perduta dopo un tragico incidente – comincia a comprendere che la storia di Ilario è assai più complicata ed enigmatica di quanto avesse mai pensato. Riemergono, così, dolorose vicende della guerra di Liberazione, sepolte da tempo; progetti impegnati sulla decementificazione dei Lidi ferraresi e sulla restituzione all’acqua delle terre bonificate; e soprattutto una strana e irrazionale fascinazione per la leggenda degli uomini pesce, anfibie e spaventose creature mitologiche. Ma quale senso ha quest’ultima ossessione? I suoi forti interessi scientifici, la curiosità di voler andare fino in fondo con la propria genealogia e il racconto – letteralmente ipnotico è un po’ alchemico – del misterioso dottor Stegagno, medico di fiducia di Ilario, conducono Antonia a unire tutti i tasselli e a dare forma all’umanissima e dolorosa traiettoria esistenziale di Ilario, su uno sfondo di orribili torture e stragi nazifasciste, rappresaglie e vendette altrettanto implacabili, indecifrabili e velleitari progetti terroristici e testimoni da raccogliere.

Gli uomini pesce è un libro riuscito, che prende quota strada facendo e a tratti si fa leggere con gusto; con il desiderio – che è il medesimo di Antonia Nevi – di capire meglio e arrivare in fondo. È anche un classico Wu Ming: perché sovrappone storia e invenzione, in modo mai banale, e con coerente radicalità; perché in quest’opera di riscrittura originale del passato – e di figurazione implicitamente ucronica – si cercano sempre chiavi di lettura e spunti attuali, pertinenti alla scena trattata; e perché il testo finisce sempre a identificare il tassello di un mosaico più ampio, ricollegandosi ad altri romanzi, in un itinerario sociale, culturale e letterario in divenire permanente (qui il nesso, più che esplicito, è con il precedente La macchina del tempo, il cui personaggio principale è Erminio Squarzanti). L’intreccio di temi e interrogativi, nella trama, è molto ricco: Resistenza, vincitori e vinti, intersessualismo e discriminazione, cinema e neorealismo, dialogo intergenerazionale, avanguardie musicali, tutela dell’ecosistema, consumo di suolo e cementificazione, geografia culturale, pandemia e restrizioni. E a ciò va aggiunto che leggere Gli uomini pesce – magari intervallando i pezzi di Jet Set Roger, sulle orme ipotetiche di Lovecraft –  è anche un bel modo per introdursi alla conoscenza di una terra sfuggente, desolata e spopolata come quella della Bassa e della foce del Grande Fiume, con le sue valli, le coltivazioni intensive, la solitudine, la subsidenza, l’allungarsi progressivo e inesorabile del cuneo salino. O anche per lasciarsi incuriosire dagli esperimenti sonori di Walter Marchetti o dall’impegno civile di Giorgio Bassani: il quale ultimo viene fatto interagire con Ilario Nevi. Questo libro, in sostanza, è un vero tuffo, un’esperienza formativa di immedesimazione: in un pezzo significativo di storia del Paese come in un gorgo di problemi e sfide tuttora irrisolti e tanto più sensibili. Un’esperienza che può funzionare, ovviamente, solo se si è coscienti di che cosa sia, in effetti, la traiettoria di scrittura di cui il prodotto è frutto. Ciò per precisare che, ormai, anche Wu Ming è diventato un brand: risponde benissimo a un bisogno specifico, a un pubblico già coltivato. Ma ciò non toglie che libri come questo – libri carichi di urgenza e di fiducia nella letteratura – aiutino a pensare.

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In questo piccolo libro, assemblato in brevi capitoli e ambientato – per espressa dichiarazione dell’Autore – in una “valle da poco” dell’Appenino emiliano, si racconta di tante cose: spedizioni antelucane alla caccia di funghi o tartufi; astuzie e consuetudini di montanari; ricordi d’infanzia; cani da cerca; villeggianti e turisti; scelte di vita; piccole e grandi avventure passate in quota; storie di case, boschi e frazioni oggi semi-abbandonati; brevi gite e lunghi viaggi (sempre a raccogliere funghi); nostalgie e piccoli piaceri personali. È un testo originale: un po’ diario e meditazione psicologica; un po’ romanzo familiare e autobiografico; e un po’ riflessione antropologica e sociale. Quest’ultima traiettoria è quella, probabilmente, più scontata, più attesa, che potrebbe bene accordarsi, anche per il lettore più superficiale, alla critica ormai mainstream della montagna idealizzata, accessibile, attrezzata e family friendly. Quella di Campani, infatti, è, all’evidenza, una montagna diversa: svuotata, inselvatichita, scostante, esposta ai rischi di un clima impazzito e, solo per questo, molto più dura di quanto si possa pensare. Però, a rivelarsi veramente intensi e interessanti, in Alzarsi presto, sono i profili più intimi, che a loro volta colorano i potenziali ragionamenti collettivi di una profondità più vera, quasi di una struggente e incarnata normalità. I gesti, i rituali, le interazioni del padre e del fratello Pietro, a casa come nel bosco, sono richiami fortissimi, che per Sandro – allontanatosi per la città, la fabbrica, la musica e la scrittura – operano come i rintocchi sordi di una campana lontana, tanto remota quanto calda e rassicurante. 

Quindi, e per l’appunto, la via del ritorno – al bosco, alle proprie origini, alle radici – non è retorica, non può esserlo. Né può animarsi di colte aspirazioni velleitarie o sogni banalmente ingenui sulla bontà di un mondo ritenuto più lineare o autentico, e per ciò solo taumaturgico o appagante. La via, piuttosto, è fatta di pratiche minute, di abitudini, di un’alternativa che passa per l’urgenza di cose semplici, prossime e quotidiane, pertanto preziosissime, e che la raccolta di funghi e tartufi compendia plasticamente: ché occorre conoscere i posti, ricordarseli, frequentarli, testarli, e se possibile nasconderli ai più. Bisogna dire, a questo punto, che il volumetto di Campani non è per tutti. Lo apprezzeranno davvero in pochi, selezionati, flâneur del micelio interiore: quelli che amano i monti di serie B, le contrade-reliquia di comunità disperse, i sentieri che si interrompono e si ricompongono all’improvviso, e quelli che in altura ci vanno a novembre o a febbraio, quando la natura di chi alla natura pensa usualmente, per moda o anche per statuto, è, invero, completamente assente. Ecco, per costoro Alzarsi presto sarà un prezioso taccuino, un dolce breviario da conservare nella cacciatora di una vecchia giacca, camminando con gli stivali nell’erba alta e traguardando l’improvviso svettare di una mazza di tamburo.

PS: chi conosce il tratto appenninico di cui scrive Campani lo riconoscerà facilmente, gli indizi e i toponimi sono disseminati chiaramente. E in cima, prima della discesa in Garfagnana, supererà il Passo delle Radici e si fermerà, sulle orme di Shelley, a San Pellegrino, a prendere un caffè da Pacetto, a salutare le mummie del Santo e del suo “collega” San Bianco, e ad ammirare le Apuane o, se va proprio bene, un immenso mare di nuvole

Recensioni (di R. Carvelli; di I. Cecchini; di G. Sarli)

Intervista all’Autore

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In un futuro tecnologicamente avanzatissimo il globo terrestre è sottoposto al dominio di due grandi Blocchi, uno a Occidente e uno a Oriente, separati da un alto Muro magnetico. Le ragioni della divisione sono lontane nel tempo, nessuno se ne ricorda più. Tanto che le due partizioni – simboleggiate da un Triangolo e da un Quadrato – paiono dominate entrambe da un unico linguaggio di matrice scientifica, che misura costantemente i potenziali individuali e collettivi. Ormai sembra tutto regolato e risolto, anche se esiste ancora la questione meridionale, perché c’è una parte della popolazione – i “terroni” – che, con la sua atavica indolenza, male si è adattata al nuovo sistema e risulta del tutto disfunzionale. Si decide, allora, di sciogliere il nodo definitivamente, trasferendo quelle genti in un altro pianeta. Il romanzo racconta la storia avventurosa dell’astronave Speranza n. 5, che – sotto la guida del Capitano Don Francesco (Ciccio) Torchiaro – parte dallo scivolo spaziale di Vibo Valentia per condurre su Saturno gli ultimissimi “terroni”, ossia 1347 calabresi, con masserizie e animali annessi. Il lettore assiste a surreali e comiche vicende, tra cui un complotto, una storia d’amore, un singolare volo attorno al mondo, che nel frattempo, però, vive una drammatica conflagrazione, al termine della quale i meridionali, casualmente scampati, finiscono per rappresentare l’inizio inatteso di un’umanità nuova.

La “fantarca” del titolo è la Speranza n. 5: arca, perché, come quella biblica, raccoglie uomini e bestie, anche se, in questo caso, della sola Calabria (con pochissime eccezioni); fanta, perché il battello è degno di Star Trek e l’ambientazione è espressamente fantascientifica, ma pure fantastica, visto che il profilo futuristico è mescolato all’invenzione più pura, e ad un senso spiccato per l’ironia e la satira. L’intrinseca forza immaginifica della narrazione ha fatto sì che del libro, pubblicato nel 1965, è stata realizzata per la Rai, l’anno dopo, anche una riduzione televisiva, nelle forme di un piccolo spettacolo musicale in un unico atto. Ha sicuramente ragione Diego De Silva – che della presente edizione ha scritto la prefazione – quando sottolinea che La fantarca non è un’operetta morale. È quasi un divertimento, una distopia ibrida, concepita per mescolare paure, tensioni e orizzonti allora attuali (la guerra fredda, lo spettro del conflitto nucleare, la corsa per lo spazio) con la caratteristica vena antimoderna dell’Autore. Nonostante ciò, rimane lettura fresca e godibile, che sa sprigionare suggestioni tuttora pertinenti, e forse insospettate, specie per quanto concerne la critica alla fiducia nelle possibilità apparentemente pacificanti del progresso e la spontanea simpatia per la semplicità popolare (invero fin troppo idealizzata). L’elemento che, forse, oggi più sorprende è l’attacco alla tecnocrazia, con la consapevolezza – in Berto molto radicata – sulle inquietanti ed esiziali conseguenze del rapporto tra produzione, governo dei numeri e asservimento definitivo di qualsiasi spazio di libertà individuale come collettiva.

Associazione culturale “Giuseppe Berto”

Un documentario sull’Autore

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Doralice Migliar – una sua foto è in copertina – era la nonna di Andrea De Carlo. Veniva dal Cile e faceva parte di una eccentrica e talentuosa famiglia di commercianti e artisti, che però aveva origini astigiane. A lungo lo scrittore ha pensato che Dora fosse morta quando suo padre Giancarlo – destinato a diventare architetto di fama internazionale – era ancora bambino, prima, cioè, del suo trasferimento a Tunisi, a casa del bisnonno Vincenzo. Poi un giorno ha scoperto che le cose sono andate diversamente e che Dora e nonno Carlo si erano improvvisamente allontanati. Che cosa è successo? Perché la sua famiglia ha sempre cercato di rimuovere l’accaduto? Tra poche foto, qualche fortunata lettura e una strana conversazione con l’anzianissima zia Velda e il cugino Jean-Paul, Andrea rievoca in pochi tratti il tono e i colori di un’intera epoca storica e dell’epopea avventurosa delle migrazioni italiane all’estero, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Nel contempo, prova a ricostruire il mosaico genealogico, al quale, tuttavia, mancano fin troppe tessere per poter assumere una fisionomia riconoscibile e sensata. Non gli resta, sulla base di alcuni indizi, che concludere che la rottura tra Dora e Carlo sia da attribuire a un fatto violento, e che da quel loro incontro, come dalla successiva separazione, siano sortite, per suo padre e per sé stesso, conseguenze esistenziali sottili ma decisive.

Titolo giusto, suggestivo; scrittura facile, leggera, che non stanca; e un’intuizione importante, potenzialmente profonda: ecco quanto basta ad Andrea De Carlo per costruire un libro. È un modello di cui La geografia del danno rappresenta l’ultima espressione. Ed è quasi un manifesto, una sintetica dichiarazione di poetica. Con la peculiarità che, questa volta, l’Autore racconta dei suoi nonni, alla ricerca di una sorta di spiegazione lontana per il proprio carattere e, forse, per tutta la propria vita. Il che è pienamente coerente con il tema alto dell’opera, enunciato espressamente a p. 123: “una delle ragioni per cui ho cominciato a scrivere questa storia è il desiderio di capire come un danno possa ripercuotersi attraverso le generazioni, e come gli interessati non ne siano consapevoli, fino a che non provano a ricostruire cosa sia successo davvero a chi li ha preceduti”. Il perno è questo: è essenziale, per ciascuno, scavare nelle origini, per scoprire se, e per quale motivo, esista davvero (lo ricorda pure l’Autore, ancora a p. 123) una magnetica coazione a ripetere, non solo nell’ambito della propria esperienza individuale. Cose terribilmente serie, quindi. Cose da Thomas Bernhard, per intenderci. Dopodiché, come sempre, e – lo si è già detto – come da modello, in De Carlo la fluidità e la pulizia del linguaggio e della trama fanno puntualmente premio sull’approfondimento e sulla complessità.

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Nell’ufficio del rettore di un prestigioso college di Oxford, durante un’importante, ma sfortunata, cena – il cui ospite principale è un ricchissimo sceicco, potenziale eppure riottoso finanziatore per una nuova cattedra – viene ritrovato il cadavere seminudo di una giovane donna. L’indagine finisce casualmente nelle mani di una improvvisata e improbabile coppia di investigatori, Ryan e Ray. Che di cognome, per l’ironia della sorte, fanno entrambi Wilkins, ma sono completamente diversi, e non solo perché il primo è bianco e il secondo è di colore. Ryan, infatti, pur dotato di un istinto sorprendente, viene dai bassifondi, è totalmente indisciplinato, ha alle spalle un’infanzia difficile ed è ragazzo padre. Ray, invece, è benestante, ha studiato proprio ad Oxford, veste sempre elegante e si sforza di essere inappuntabile in ogni situazione. La dinamica, immaginabile, del loro rapporto è il sale del racconto. Pure lo schema della trama è assai prevedibile: una ridda di sospetti (c’entra direttamente il rettore? O forse lo sceicco? O c’entra Ameena, un’inserviente turbata da un passato oscuro?), con una serie di apparenze accattivanti (un nome misterioso, un anello ancor più strano, una serie di foto imbarazzanti, una pista mediorientale…). Il tutto è anche inframmezzato da un po’ di azione e dalle simpatetiche e umanissime vicende personali dei due detective, fino all’accelerazione dell’epilogo, che getta provvida luce – in modo del tutto classico – dove il lettore ormai non guarda più. Un omicidio a novembre, quindi, è il prototipo del giallo inglese 2.0: perché c’è un po’ di campagna con la sua nebbia, e perché l’assassino è sempre il maggiordomo, naturalmente; ma soprattutto perché quello che conta è la persuasiva caratterizzazione psicologica dei protagonisti (eroi di prossime avventure: questo romanzo è il primo di una serie, in patria fortunatissima); e perché lo scenario è pienamente calato nel contesto dei nostri giorni (questioni sociali, xenofobia, tratta di migranti, guerre, traffico di opere d’arte…), una cornice nel quale, ovviamente, come da copione ormai consueto, la progressiva crescita individuale e morale degli ispettori è criterio per sollecitare giudizi etici di più ampio respiro. Insomma, è un libro scontato, direbbe qualcuno. Tuttavia è quel genere di scontato che a volte si cerca appositamente e che, guarda caso, può accompagnare con un certo piacere gli attimi di pausa in queste prime giornate d’inverno.

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