Nell’Italia del 1938 Alfredo Liguori è un importante dirigente della più grande compagnia italiana di assicurazioni. Dopo un convegno al Lido di Venezia, si lascia incuriosire da un suggerimento del suo principale e, prima di rientrare a Milano, decide di fermarsi in laguna ancora una sera, per sperimentare il piacere di cenare in una certa trattoria. Viene presto avviluppato da un’atmosfera particolare, tanto da restare di fatto catturato dall’isola, dove – indotto da uno strano personaggio – passa di locale in locale, fino a quando conosce la misteriosa Lina. Il tempo passa e Liguori rimane a Venezia, dimentico della sua stessa famiglia: comincia a convivere con Lina, con cui intesse una relazione sinceramente appassionata. Ne conosce l’ambiente, venendo a contatto con le storie e i sogni di un popolo povero e semplice, e familiarizza con Mino, un socialista senz’altro inviso al regime, che contribuisce a trasformare “tutto il suo modo di vedere il mondo”. All’improvviso, però, scosso dalle ricerche ufficiali che la moglie ha stimolato, Alfredo si vede costretto, a malincuore, a tornare a casa, a porre fine a questa parentesi quasi fiabesca e a recuperare i ritmi quotidiani del lavoro d’ufficio. Ma nulla è come prima, l’aplomb di sempre è compromesso. Tanto più quando il Paese entra in guerra: mentre i tragici destini del conflitto cominciano a farsi intuire, Alfredo matura un antifascismo istintivo. Il ricordo della sua strana avventura veneziana e delle emozioni elementari allora vissute funge da fondamentale elemento catalizzatore: dell’idea di collaborare segretamente con i partigiani, ma soprattutto, una volta catturato, della decisione di sacrificarsi eroicamente.

La storia della scomparsa dello strano personaggio di questo romanzo si è rivelata – come per uno scherzo di un qualche destino – una bella scoperta, fatta sul banco di un rivenditore ambulante di libri vecchi. Il fortunato ritrovamento, innanzitutto, è Mario Bonfantini, ricordato e celebrato di recente dall’Università di Torino (partigiano, professore di letteratura francese, sceneggiatore e amico di Mario Soldati, scrittore…), ma da tempo uscito dai radar dell’editoria italiana. Ed è un vero peccato, perché mentre la scomparsa del protagonista di questo romanzo traccia una traiettoria originale nei percorsi letterari di costruzione della coscienza politica nazionale, l’oblio sull’Autore ha privato il grande pubblico della pacata raffinatezza di un passo stilistico tanto démodé e apparentemente semplice quanto sincero e profondamente articolato. La linearità, infatti, è solo di facciata. Ci troviamo di fronte al montaggio, astutissimo, di due prospettive già saggiate in altri due libri ben più noti, e precedenti rispetto a Scomparso a Venezia: La danza delle acque di Antonio Russello e Il generale Della Rovere di Indro Montanelli. Anche l’impiegato di banca di cui racconta Russello si perde a Venezia per acquistare un nuovo punto di vista. Anche il faccendiere di Montanelli si ritrova come uomo nel momento del coraggio più impensato. Il differenziale, pregevole, della versione di Bonfantini – per la quale egli stesso ricorre ad una parola oggi quasi rovente: “populista” – sta nella saldatura quasi svagata, ma molto naturale, delle due esperienze e nel programmatico e attento ripudio di intellettualismi e canoni potenzialmente retorici.

Condividi:
 

In una prestigiosa villa sulle colline lucchesi viene commesso un duplice delitto. Esther Bonarrigo, moglie e socia di Daniel, famoso e affermato imprenditore globale della ristorazione made in Italy, viene trovata sgozzata nel parco della tenuta. Non lontano viene scoperto anche il corpo – pluripugnalato – di Jacopo Corti, un restauratore che lavorava proprio lì, alla villa dei Bonarrigo, e che però era stato da poco licenziato. I clamori della cronaca e i fari della giustizia si accendono subito su Daniel: è lui che ha trovato i corpi; suoi sono i vestiti sporchi di sangue che la polizia ha trovato in un pozzo; e si vocifera anche di una relazione clandestina tra Esther e Corti, cosa che potrebbe costituire il movente perfetto. Di lì a poco, dunque, si avvia il processo – anche mediatico – a carico del ricco imputato ed è su queste premesse che comincia la memorabile esperienza dei giudici popolari, che per l’occasione vengono improvvisamente catapultati in Corte d’assise. Il collegio giudicante è bene assortito: Emma è un’imprenditrice snob e ha un negozio di abbigliamento; Serena è una precaria perenne, che da ultimo fa la cameriera in una catena di birrerie; Terenzio è un petulante e arrogante infermiere in pensione; Malcom, giovane italo-scozzese esperto di videogame, è un classico, irriducibile nerd; Iris fa la bibliotecaria, si muove solo in bici e vive ai margini di un bosco; e Ahmed è uno dei tanti forzati che di notte scaricano merci e riempiono scaffali nei grandi centri commerciali. Ciascuno di loro racconta uno spezzone della storia: del processo, naturalmente, e dell’interazione con i giudici togati; delle indagini, delle strategie difensive e del giallo, con l’inevitabile finale a sorpresa, che tuttavia il lettore più attento intuirà senz’altro un po’ prima; ma anche della sua percezione personale di giudice popolare, delle impressioni sugli altri colleghi e, soprattutto, della sua vita e delle sue fragilità, che in qualche caso finiranno per intessere, a latere del giudizio, sia relazioni molto pericolose, sia occasioni particolarmente fruttuose. A ben vedere, in questo romanzo – pur piacevole – non c’è traccia di novità: John Grisham e, prima ancora, Sidney Lumet hanno sdoganato il format da molto tempo e in modo forse definitivo. Scrivere di giurie o di giudici popolari è insidioso. Simoni, certo, rappresenta con correttezza alcune dinamiche processuali e riconfeziona il tutto nel cuore della più credibile e varia (e gradevole) provincia italiana, ma disegnando situazioni e personaggi troppo stereotipici, che finiscono per strizzare l’occhio a ciò che il pubblico di solito si aspetta.

Rassegna stampa

Condividi:
 

Marco Carrera, oftalmologo, è il colibrì. Lo hanno chiamato così durante l’infanzia, perché il suo fisico sembrava destinato a rimanere un po’ più piccolo di quello dei suoi coetanei. Poi è improvvisamente cresciuto, forse anche grazie a una cura sperimentale che il padre ingegnere ha tanto voluto e che la madre architetto, invece, guardava con indifferenza. La vita di Marco, da lui stesso ripercorsa, tra Roma, Firenze e Bolgheri, è stata ricca di eventi, che nel racconto si svelano gradualmente, in un ordine che non sempre è quello cronologico: il matrimonio con Marina, tutto sommato casuale, ma fallito all’improvviso a distanza di tanti anni; uno scampato incidente aereo, dal quale si è salvato per la forza indicibile di un amico iettatore; l’amore per Luisa, ripetutamente cercato, mai realizzato; un debole precoce per il gioco d’azzardo, coltivato con grande fortuna e riscoperto anche in età matura; il suicidio della sorella Irene, tanto temuto e poi, di colpo, effettivamente arrivato; la rottura col fratello Giacomo, anch’egli innamorato di Luisa; il rapporto con i genitori, Probo e Letizia, entrambi gravemente malati e assistiti fino alla morte; lo stretto legame con la figlia Adele, che però scompare prematuramente durante una scalata, e con la nipotina Mirajin, che offre al colibrì un punto di riferimento certo, per ciò che è accaduto e per ciò che accadrà, fino al termine dei suoi giorni. I fili che legano il racconto – altrimenti ondivago – sono il rapporto di complicità tra Marco e il dottor Carradori, che da psicanalista della moglie diventa confidente e amico; le lettere di riconciliazione che il colibrì spedisce a Giacomo, senza ricevere mai risposta; lo scambio epistolare con Luisa, frutto stagionale di una relazione esclusivamente cerebrale. È proprio Luisa, in una lettera, che prova a intuire il segreto di Marco, annunciato scopertamente, in realtà,  sin dalla quarta di copertina del libro: tutta la sua energia, tutta la sua vita, tutto il suo continuo sbatter d’ali sono stati dedicati a “restare fermo”, a perseguire e difendere un’invariabile equilibrio esistenziale.

Di questo romanzo si discute da più parti in termini entusiastici. Per alcuni è il libro dell’anno. C’è chi intravede nella storia di Marco Carrera una riedizione della (dis)avventura biblica di Giobbe, nel senso della resistenza di chi affronta naturalmente il proprio destino. C’è chi ne premia la capacità di esprimere, anche criticamente, una rappresentazione efficace della borghesia italiana e del suo egoismo improduttivo. C’è, poi, chi loda lo stile, perché la scorrevolezza si accompagna a una particolare versatilità espressiva, che comunica l’effetto di un’evidente facilità di composizione. Quest’ultima è la valutazione che si può senz’altro condividere. La verità, infatti, è che Il colibrì è una riuscitissima prova di scrittura, confezionata in un intreccio plurale e complessivamente ammiccante. Se ci si aspetta la storia familiare, la si trova; se si vuole la storia d’amore, ce n’è più di una; se ci si concentra sul romanzo di formazione, se ne resta soddisfatti (addirittura nel senso quasi ironico della formazione continua…); se si ricerca il ritmo della commedia italiana più tradizionale, lo si può avvertire distintamente (vi si avvertono, simultaneamente, gli sguardi agrodolci di Dino Risi, Pupi Avati e Paolo Virzì); se si spera di incrociare qualche spunto intellettualmente sofisticato, lo si può incontrare (compiacendosi, ad esempio, delle citazioni di Manganelli e Prampolini), come ci si può imbattere anche in notevoli frasi ad effetto (“I lupi non uccidono i cervi sfortunati. […] Uccidono quelli deboli”). Infine, non mancano i riferimenti – rigorosamente politically correct – alla grande e più spinosa attualità (dall’eutanasia all’accoglienza delle diversità). Il colibrì, in definitiva, è un romanzo-specchio, nel quale ogni lettore ha un’apprezzabile possibilità di trovare una testa di ponte per un proprio punto di interesse, e di farlo con piacere e senza alcuna fatica. Ecco che cosa ha confezionato Veronesi: un accessibilissimo e godibilissimo capo prêt-à-porter.

Recensioni (di Valentina Berengo; di Francesco Longo; di Daniela Matronola; di Alessandro Piperno; di Christian Raimo; di Gian Paolo Serino)

L’Autore presenta il suo libro

Condividi:
 

“Io vivo di paesaggio, riconosco in esso la fonte del mio sangue”. Le parole di Giovanni Comisso, uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano, spiegano da sole la ragione dell’approfondimento che in questo libro è compiuto. Se Comisso è il suo paesaggio, allora è attraverso quel paesaggio – facendone esperienza diretta – che Comisso va letto e compreso. Nicola De Cilia, dunque, intraprende proprio quest’indagine, e lo fa in senso cronologico. Segue innanzitutto il trasloco della famiglia Comisso dalla periferia al centro di Treviso: cammina nei vicoli di oggi, alla ricerca di un’abitazione distrutta nella seconda guerra mondiale e di un’atmosfera che pur non esistono più, e del laboratorio che ha forgiato, come una camera oscura, le primitive proiezioni e la peculiare sensualità artistica e corporea dello sguardo del giovane futuro scrittore. Poi l’itinerario continua sul Piave, a Onigo, alla scoperta del paradiso terrestre di luci, di acque, piante e calde sabbie che hanno impresso al Comisso adolescente una insopprimibile vocazione panica ed erotica, fatta del desiderio continuo di amicizie complici e di ozi giocosi nell’abbraccio della natura. De Cilia, allora, ci conduce anche nelle retrovie della grande guerra, l’occasione imperdibile di un’avventura vera a tutto tondo. Comisso, però, almeno prima di Caporetto, la vive a lungo nell’incantamento delle retrovie, tra i colli e le terre coltivate del Veneto orientale e del Friuli, lungo i fiumi in cui rivivere trasognato le immagini e le sensazioni delle scorribande dell’infanzia. La rincorsa all’ebbrezza continua a Fiume e poi nell’Adriatico e a Chioggia, per addentare concretamente l’ideale di una vita completamente dedita al divenire costante e alla contemplazione delle stelle. L’Autore si aggira tra il Carso e la Slovenia, la Croazia e la laguna veneta, per sentire la scena che fu, per lasciarsene emozionare e ispirare. Così avviene, poi, anche nella campagna trevigiana, a Zero Branco, dove c’è ancora la casa che lo scrittore ha tanto amato, l’ombelico del mondo finalmente calmo e primigenio cui Comisso amava tornare sempre, nonostante i tanti viaggi. Il volume si chiude tra la descrizione delle ultime dimore cittadine dello scrittore e della sua tomba, da un lato, e una “chiusa” tutta critica, sul Comisso di Zanzotto e di Parise, e sul senso specifico – sulla inevitabilità metodologica – del “viaggio letterario” che l’Autore ha percorso.


“Senza la pianura trevigiana, con i fossi come vene, i monti che sfumano azzurri, il cielo tiepolesco che riflette la luce lagunare; senza il retroterra dialettale e la presenza dei contadini, con la loro ostinazione e devozione, Comisso non avrebbe dipanato, io credo, quel limpido e indeformabile canto poetico che ne contraddistingue la scrittura” (pp. 213-214). È una conclusione del tutto condivisibile. De Cilia – che sempre per i tipi di Ronzani ha anche compilato, poco tempo fa, una serie di ritratti carismatici di classici autori veneti – riesce a giustificarla molto bene, portando per mano il lettore in un’immersione sentimentale pienamente riuscita. E ciò proprio sottolineando e valorizzando il “privilegio d’ambiente” di cui parlava Zanzotto, perché – nonostante l’attuale “progresso scorsoio“, di cui scriveva sempre il grande poeta di Pieve di Soligo – c’è stato, e talvolta lo si intravede ancora, un Veneto perfetto: l’Arcadia della quale Comisso, il più ellenico dei maestri, ha forgiato il suo marchio inconfondibile. Il meglio del meglio, quindi, non è leggere De Cilia; è leggere direttamente Comisso, atto per il quale, tuttavia, questo libro rappresenta una guida imperdibile. La decisione è facile e rapida da prendere: si può cominciare da un titolo qualsiasi e non si sbaglia mai. Delle bellissime Satire italiane e dell’ispirato La mia casa di campagna si è già detto. Ma tra Longanesi e Neri Pozza – e l’ottimo Meridiano curato da Rolando Damiani e Nico Naldini – c’è solo l’imbarazzo della scelta: Giornale di guerra, Mio sodalizio con De Pisis, Il porto dell’amore… La Nave di Teseo, da ultimo, sta avviando la ripubblicazione di tutte le opere, a partire da Gioventù che muore. Che cos’è che fa grande Comisso? L’intuitiva sapienza del rapporto necessario tra micro e macro-cosmo; il che significa il presupposto esistenziale della piena coerenza tra il soggetto della scrittura e il suo oggetto, così come riflessa nella naturalezza e spontaneità dello stile. È per tale ragione che la lingua di Comisso è pulita e lineare: è uno standard, al quale – al di là delle pochissime concessioni a qualche vezzo un po’ snob – ci si può tuttora accostare, e accordare, senza timore.

Un estratto del libro

Un ritratto di Giovanni Comisso

Il Veneto felice di Comisso

Sui luoghi degli scrittori veneti

Condividi:
 

Un nonno racconta alla nipotina aneddoti e storie della terra sulla quale ha vissuto per generazioni anche la sua famiglia. Sono dodici capitoli, concepiti come se fossero le altrettante stazioni di un itinerario ben preciso, da farsi in bicicletta. Il percorso segue dolcemente le curve di livello e la cartografia della zona: la lunga e ampia striscia di arenaria, mai più alta di 200 m (o poco più), che nelle Marche precede il Pesarese e culmina nel Monte San Bartolo. Per lo più si narrano vicende semplici, che si svolgono al di qua e al di là della impercettibile cresta che divide l’interno dal litorale e che, pure, solca il confine di due dimensioni reciprocamente altre, perché battute da venti, e anche da stagioni e destini, diversi. Affiorano così spezzoni, o ricordi, di epopee familiari, di piccoli e grandi eventi di una civiltà perduta, ma sedimentata, di contadini e di padroni, che per lungo tempo è parsa immutabile, salvo il procedere inesorabile delle acque marine, che si sono mangiate case, poderi, ville gentilizie e intere esistenze. Ma, paradossalmente, nell’erosione di uno scenario che continua a restare fascinoso si conserva e si rinnova comunque la memoria, talvolta anche terribile, di ciò che è stato.

Se fosse tutto qui, il libro sarebbe poca cosa. Per certi versi lo è realmente, ma nel senso diverso, opposto, di una cosa, cioè, tanto piccola quanto celata e preziosa. Il suo contenuto è paragonabile a quegli insetti preistorici che sono rimasti imprigionati, conservandosi miracolosamente intatti, in un guscio d’ambra; osservarli in controluce permette simultaneamente di accedere intuitivamente, quasi dolcemente, alla verità di epoche lontane, e di prendere coscienza, però, della loro persistente e invariabile presenza. In sostanza, e fuor di metafora, c’è un cosmo intero in questo libro, con un ritmo da eterno ritorno. Ciò si può affermare per due motivi: un certo, e sapiente, uso della lingua, che allude in modo elegiaco ad un tempo di cui provare nostalgia; un amaro fil rouge, la cui esistenza, al principio lieve, quasi edulcorata, diventa via viar incombente, fino ad un drammatico epilogo. Sul valore del ricorso studiato ad una terminologia dialettale ed arcaica, e confidenziale, funzionale anche alla trasmissione generazionale di un sapere di comunità, i critici si sono già parzialmente soffermati e ad essi si può facilmente rinviare con profitto (anche per moltepli esemplificazioni del vocabolario dell’Autore). Sul climax che percorre il racconto, non si può che lasciare al lettore la sottile inquietudine che è correlata alla sua conclusiva rivelazione e ad un orgoglioso colpo d’arma da fuoco. Qui è sufficiente osservare che – almeno a parere di chi scrive – lo sgretolarsi della materia cui è ispirato il titolo dell’opera sembra essere la pervasiva sanzione geologica di una condizione sociale naturalmente soccombente, fiera di riscatti soltanto episodici, rabbiosi e perdenti. E intanto il paesaggio ammalia e cattura sempre, nonostante tutto. Bene è stato scritto: “Il messaggio sotto o dietro le righe del testo, mentre si vaga e divaga in salita e in discesa, a caldese o vernìo, nei posti baciati dal sole o dall’ombra è: guardatevi attorno, è bellissimo, drammatico e bellissimo”. Arenaria è stato candidato allo Strega; avrebbe meritato la vittoria.

Recensioni (di Mario Barenghi; di Giulia Caminito)

Condividi:
 

Simon Renoir ha lasciato la polizia per darsi all’insegnamento: ha studiato da pittore – non poteva essere altrimenti, con quel nome… – e il Prof. Foglian, suo caro amico, gli ha procurato una docenza all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ma il richiamo di Firenze è troppo forte. Il commissario Mezzanotte lo sta cercando, ha bisogno di lui e delle sue intuizioni, perché c’è un nuovo serial killer in circolazione. La verità è che Simon cerca solo l’occasione buona per tornare a casa e provare a scacciare i fantasmi familiari che ancora lo tormentano. Il nuovo criminale, intanto, è un osso duro, non si limita a uccidere. Inscena impressionanti e complesse esecuzioni, che ricordano la morte di alcuni santi martiri: prima San Sebastiano, poi San Lorenzo, poi ancora San Bartolomeo. Le vittime sembrano avere anche qualcosa d’altro in comune e, mentre gli inquirenti cercano, come da migliore tradizione, dalla parte sbagliata, quella più facile e scontata, Simon è attirato da un luogo particolare, che con il suo magnetismo può aiutarlo a superare i suoi tormenti più profondi e a circoscrivere il caso nella dimensione giusta. La cosa certa è che, prima di risolvere l’enigma, il pittore-poliziotto rischierà veramente tutto.

Non è un giallo di fresca pubblicazione, risale a diversi anni fa. Proviene dal ricco serbatoio di un editore che delude raramente, e al quale è sempre opportuno rivolgersi in carenza di nuovi titoli attraenti sugli scaffali delle librerie. Il romanzo in effetti merita una segnalazione, ma non per via dell’intreccio, visto che non è particolarmente originale. Sono tanti gli ormai classici (troppo classici) stereotipi che ne popolano le pagine: la cocciuta e miope ostinazione del titolare dell’indagine; la figura del giornalista un po’ impiccione; il “cattivo” scenografico; la contaminazione pseudo-religiosa… C’è però un motivo interessante, che non è così frequente e che è reso, sul piano del tono e del mood complessivo della narrazione – grigio, triste, piovoso – in maniera molto efficace. Le vittime sono tali a causa del loro dolore, dalle stesse scelto come condizione invincibile: hanno inseguito, cioè, la morte già nel corso della loro vita; per questo sono state perversamente elette dal loro carnefice come esempi perfetti di ammonizione e di redenzione. La soluzione del giallo avviene per l’improvvisa rottura del medesimo straziante incantesimo, che per un attimo sembra aver colpito anche il protagonista, in quanto afflitto da un dolore altrettanto profondo. Ma Simon – che pure incorre in questa sorta di irresistibile e fatale colpevolizzazione – si salva, perché è giusto che la vita continui, anche dopo gli eventi più tragici e spiazzanti, e nonostante le pene che questi possono portare. È la concretezza imperfetta di Mezzanotte a risolvere il dramma. In tale lezione, e non è poco, Dio del Sagittario ha fatto centro.

L’Autore

Condividi:
 

Libera è una bambina selvatica, cresciuta da sola nei boschi dell’Appennino, alle Terre Soprane, tra l’Emilia e la Toscana. È stata abbandonata? Forse non l’hanno voluta, a causa di una malformazione che l’ha privata di una mano sin dalla nascita. Non sa parlare, o meglio non lo sa fare allo stesso modo con cui lo fanno tutti gli altri uomini, quanto meno quelli che abitano nelle Terre Sottane, in pianura. Però sente e capisce soprattutto la lingua degli animali e interloquisce con loro. È così che riesce a comunicare con l’Uomo-Somaro, che le spiega che proprio lei ha una missione importantissima da compiere: ritrovare il “Mezzo” Patriarca dei Cinque Popoli, quello che è scomparso nel 1945, durante la guerra di Liberazione, rifugiandosi dove abitano gli uomini. Se Libera, che è nata proprio in quell’anno, non lo troverà, gli uomini e i Popoli si separeranno per sempre, a tutto vantaggio degli antichi Semidei dell’Appennino, che, a quanto pare, non hanno mai gradito quell’alleanza. E infatti fanno di tutto per ostacolarla. Ma il viaggio di Libera, lunghissimo e pericoloso, termina in un giardino di Modena, dove finalmente ritrova il “Mezzo” Patriarca che stava cercando e incontra anche l’Autore. Prima di tornare indietro, però, Libera deve tenere fede alla promessa che ha fatto a coloro che l’anno aiutata, agli strani e misteriosi nocchieri dell’aldilà che le hanno indicato la strada giusta. Anche questa missione ha successo e, nonostante i Semidei le tendano un agguato potenzialmente mortale, Libera riesce a ritrovare l’Uomo-Somaro, che la salva definitivamente. Non le resta che continuare a diffondere il messaggio che, in conclusione, funge da morale della favola: “Resistere. Lottare. Immaginare”.

Questo romanzo, per il suo contenuto apparentemente criptico e per la scrittura antica da cui è alimentato, è molto singolare; così singolare da correre il pericolo di attirare l’attenzione di pochi o di essere banalizzato. Tuttavia è una lettura che dà soddisfazione. La dà perché offre una proposta in cui il racconto non risponde ad alcuno degli standard più diffusi e, ciò facendo, stimola il gusto della scoperta, pagina dopo pagina. Si nutre, in particolare, di un tono da leggenda, quasi da fiaba, talvolta grave e talvolta leggero, eppure appropriato alla materia e ai luoghi d’ambientazione. La materia, infatti, non dev’essere rigorosamente e attentamente districata, dev’essere intuita: così si addice alla narrazione mitica, sempre, e tanto più in questo caso dove viene in gioco una simbologia che tende alla riconciliazione tra l’uomo e una parte ben precisa delle forze naturali, di quelle che ne hanno consentito, storicamente, un’emancipazione armonica. Che questa rappresentazione, poi, venga allestita nell’Appennino tosco-emiliano – e sul tracciato eroico della Via Vandelli – è il valore aggiunto che conferisce allo stile dell’Autore credibilità e verosimiglianza: non c’è niente di più denso e misterioso delle foreste degli itinerari canossiani. La selva, in effetti, è l’altro fattore forte del libro: per l’aperto riferimento dantesco, visto che anche Libera compie un viaggio nell’oltretomba, e lo fa in un momento cruciale della sua vita e della storia dell’umanità; ma anche perché Meschiari ha colto perfettamente che la selva ha molto a che fare con il nostro tempo, e ha scelto di assecondare, per le ragioni di riconciliazione di cui si è detto, il ritorno ad una certa selva (alleata e vitale) piuttosto che l’affermazione definitiva di un’altra selva (artificiale e disorientante). Meschiari è da leggere, quindi: come se si leggesse Il libro della giungla di Kipling, per certi versi, anche se il passo è quello nostrano e affidabile del miglior Pederiali e della più felice tradizione affabulatoria modenese.

Recensioni (di Monica Bedana; di Rossella Pretto)

L’Autore a Radio Radicale

I primi due capitoli

Arte cosmographica (di Matteo Meschiari)

Condividi:
 

Raccontami la leggenda del Trinche (da ultimouomo.com)

Condividi:
 

Erminio Squarzanti, un immaginario socialista ferrarese, racconta la sua storia di confinato a Ventotene, durante il fascismo. Sbarcato lì nel 1939, incontra Sandro Pertini, dalla cui austera e determinata compostezza è immediatamente affascinato. Sull’isola, nel variegato arcipelago degli antifascisti, conosce anche Spinelli, Rossi e Colorni, i famosi autori dell’altrettanto famoso manifesto Per un’Europa libera e unita: li vede già immersi nei fitti conciliaboli che nel 1941 portano alla stesura del documento e partecipa lui stesso alla discussione di un primo elaborato, con tono assai critico. Nel frattempo, però, Erminio familiarizza con un altro confinato, anch’egli un personaggio immaginario, Giacomo Pontecorboli, fisico romano che ha lavorato con Fermi e ha conosciuto Majorana. Si tratta di una figura misteriosa, taciturna, immersa nei suoi pensieri. La sua attenzione è costantemente catturata dal vecchio orologio della piazza principale e da strani ragionamenti sullo spazio e sul tempo. Del resto Pontecorboli confida a Erminio di aver addirittura costruito una macchina del tempo, come nel romanzo di Wells, e di aver anche visto Majorana scomparire proprio a bordo di quel mezzo. Per Erminio, quindi, è del tutto naturale credere che Giacomo stia fantasticando, un po’ come sta facendo lui stesso, impegnato a leggere ogni evento attraverso la lente della mitologia classica. Gli dei dell’Olimpo, però, c’entrano sul serio. Perché Ares e Poseidone parteggiano per le camicie nere, e Giacomo ne morirà. Ma Ermes e Atena, invece, seguono e spalleggiano i confinati, per i quali, come per le sorti della guerra e dell’Italia, arriverà il kairos, l’8 settembre 1943, il momento opportuno per il cambiamento.

La macchina del vento segue l’atmosfera e le contaminazioni (storia e “fantastico”) già sperimentate con Proletkult, anche se l’effetto sembra un po’ più fiacco. Non che manchino idee o scorci interessanti: ad essere di per sé buona è la ricostruzione di che cosa fosse il confino in età fascista; anche il richiamo di tanti nomi di confinati, più o meno celebri, è meritevole, perché sollecita il doveroso ricordo di protagonisti la cui esperienza e i cui ideali sono stati parte determinante del patrimonio politico e culturale su cui si è fondata la Repubblica. Ma la trama è piuttosto esile e, a tratti, la lettura può anche risultare noiosa. Il libro, però, si salva per due motivi. Innanzitutto può funzionare da ipertesto e stimolare la lettura di altri ottimi volumi, anch’essi pubblicati di recente: la voce Europeismo di Spinelli, ripubblicata da Treccani con un saggio di Giuliano Amato; il curioso W W W W – Wars of Worlds of Wells and Welles, che non ripropone La Macchina del Tempo – quella va assolutamente riletta nella traduzione di Michele Mari, per Einaudi – ma raccoglie i due famosi pezzi sull’invasione aliena, quello del grande campione della fantascienza e quello dell’ipnotico e istrionico regista, accompagnati da un suggestivo corredo di due pezzi critici e di alcune belle immagini. L’ultimo Wu Ming 1, ad ogni modo, si segnala anche per il fatto che al suo interno c’è un messaggio che non va sottovalutato, soprattutto sul piano della ricerca sulla storia dell’europeismo novecentesco. L’Autore fa leggere al suo personaggio – il giovane Squarzanti – il Manifesto di Ventotene, ancora clandestino. E gli attribuisce una serie di rilievi, né ingenui, né infondati. Facendo questo, certo, il romanzo prova a servirsi della macchina del tempo per dirci qualcosa sui vizi di un certo modo di concepire l’europeismo contemporaneo e su alcune sue amnesie e mancanze costitutive. Al contempo, però, invita anche a rammentare che il federalismo europeo degli antifascisti italiani rappresentava una galassia molto ricca e percorsa da proposte tanto sfortunate quanto veramente rivoluzionarie o decisamente originali. Chissà che ai lettori de La macchina del vento venga voglia di saperne di più e di approfondire, ad esempio, i pensieri e le opere di Silvio Trentin o di Umberto Campagnolo, che pure non vengono trattati e che, viceversa, meritano tuttora di essere riscoperti e meditati.

Una recensione (di Edoardo Zambelli)

Condividi:
 

Vola una libellula, in città, e incontra altri insetti: di ciò racconta la poesia che apre questa piacevole raccolta. Pare quasi di vederla, la libellula, così leggera, nella sua disorientata e breve avventura destinata a concludersi la sera, con la fine della giornata e della vita, in compagnia di una lucciola. È in questa sembianza, forse, che si vede l’Autore? I protagonisti del volume, per la verità, sono anche tanti altri: uno sfortunato coltivatore di radici, che per volerle illuminare finisce per ucciderle e per morirne disperato; un malinconico elefante, dal naso di ottone, che pur di farsi accettare e amare, si mette in dieta e perde definitivamente anche ciò che lo rendeva unico; un giovane che si crogiola nella disperazione e che come tale non può che dar vita ad una prole infeconda; una giocoliera sfrenata e appassionata, e per la sua arte incompresa e condannata, come capita spesso ai grandi artisti; una voragine ingorda e onnivora, quasi un buco nero, alimentato dall’incessante forza del pensiero; un fachiro eccezionale, capace di ogni sforzo, certo, ma non di essere un comune, e globalizzato, consumatore; un abilissimo scultore, che scolpisce di tutto, pure la Luna, togliendo però al mondo il suo consueto e irrinunciabile “caos rotondo”; un terrorista talmente determinato da toglierci il sonno al solo pensiero… La rassegna potrebbe continuare, con la sua simpatica geografia, visto che quasi tutte le poesie hanno specifici e improbabili luoghi di elezione: Ventotene, l’Alaska, Borgoricco, Zelarino, Pordenone, Tolmezzo, Canelli, Buffalora, etc. È un mondo tutto fantastico, e al contempo, però, sembra più vero di quello che normalmente ci circonda, perché lo scherzo, talvolta, va anche al di là di quanto possa riuscire il ragionamento.

La quarta di copertina avverte che in questo libro si trovano trenta “racconti in rima”, e l’Autore specifica, in una nota conclusiva, che si tratta del frutto di un puro divertissement, di un esercizio per lo più estemporaneo, anche se coltivato per quasi vent’anni. Sul sito dell’editore, poi, in un articolo confezionato per l’occasione, è sempre l’Autore a chiarire che le storielle fantasiose ed eccentriche che ha scritto altro non sono che composizioni “gratuite”, “infondate”, scaturite dall’ascolto di ciò che le parole, sole e semplici, possono suggerire. Apparentemente, dunque, ci troviamo di fronte a qualcosa di totalmente disimpegnato, di giocoso. La verità è che si tratta di qualcosa di molto più interessante, perché è proprio nel gioco e nel disimpegno che l’auscultazione delle parole e delle loro possibili associazioni consente di dare voce ad una poesia singolarmente autentica e pulita. Vengono alla mente le filastrocche dell’infanzia; c’è del Gianni Rodari, sullo sfondo. Ma ogni pezzo, oltre a nascondere una sua morale, è anche un ritratto, e un po’ è pure un inno alla vita, o meglio alla vitalità, con un originale effetto fusion tra Edgar Lee Masters (ma remixato da De André) e Boris Vian (in Non vorrei crepare). Forse è solo una coincidenza o forse, invece, è l’ennesimo affiorare di quel rizoma che sempre connette sensibilità affini: prima di avere il tempo di aprire questo volumetto, soltanto qualche giorno prima, un amico, un poeta vero, mi segnala un bellissimo intervento radiofonico di Stephen Fry, un’appassionata laudatio della lingua e delle sue enormi virtù. Ecco, di queste intrinseche virtù Scarpa – un vero folletto dei nostri tempi, sempre più lucreziano, e sempre più epicureo – dà un saggio tanto esemplare quanto accessibile a tutti.

Condividi:
© 2026 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha