Il primo è l’immancabile Barbero. Se lo sono chiesto in tanti, forse: poteva davvero questo apprezzato e popolare studioso e divulgatore perdere l’occasione, a 700 anni dalla morte, di raccontarci a suo modo il Sommo Poeta? No, forse non poteva. Anche se bisogna aggiungere che sicuramente doveva. Perché si tratta di un buon libro. Soprattutto, non è la ricostruzione di un filologo o di un dantista, che spesso seguono strade fin troppo interne alle loro discipline. Dante è il frutto di un’indagine puramente storica: a tratti pignola come dev’essere, eppure mai noiosa (il corposo apparato di note è coerentemente collocato alla fine del libro). A Barbero – ed è facile supporre che ciò attragga anche gran parte dei lettori comuni – interessa la figura concreta dell’Alighieri, immerso nel suo tempo. Vuole capire se è vero o meno che alla battaglia di Campaldino Dante era tra i feditori, i cavalieri della prima linea. Si chiede quali fossero le origini, e gli affari, della sua famiglia, parzialmente ricostruiti attraverso l’analisi e il confronto di molti atti notarili dell’epoca. Racconta qualcosa sulle famose amicizie, sulla misteriosa Beatrice e sul matrimonio con Gemma. Indaga sugli antenati di Dante, per comprendere chi erano e se c’era qualcuno di nobile, e sulla formazione del futuro poeta. Si immerge a capofitto nella Firenze del “governo del popolo” e nel vorticoso intreccio delle aspre e irriducibili conflittualità tra le famiglie dei magnati e dei popolani o tra i Bianchi e i Neri. Qui sta la parte più interessante del volume, ed è quella centrale: offre uno spaccato preciso delle violente lotte politiche fiorentine, delle loro contraddizioni e dell’articolazione corporativa della società comunale e delle sue istituzioni, fornendo molte informazioni sul ruolo attivo di Dante e sugli eventi che ne hanno determinato la confisca delle proprietà, la condanna a morte e l’esilio. Di questo, poi, ma con un ritmo che è lievemente in discesa rispetto a quello precedente, Barbero cerca di individuare il complesso e sofferto itinerario, al servizio (e sotto la protezione) di diversi signori, quindi a Verona e al seguito (forse) di Enrico VII, e infine a Ravenna. In definitiva, questo volume completa e corregge, sul piano di una rigorosa e dettagliata ricerca storica, le ancora godibili e credibili lezioni di Mario Tobino e Cesare Marchi: la prima più raffinata e romanzesca; la seconda più esplicativa e popolare. Abbiamo un buon trittico, finalmente, e il risultato non è trascurabile.

Un altro buon libro – che però si pone, quanto a genere, agli antipodi del Dante di Barbero – è quello di Giuseppe Conte. L’Autore non è l’ex Presidente del Consiglio, ma il poeta, traduttore e romanziere apprezzato anche all’estero. Il primo approccio potrebbe respingere: Dante… in love? (Non è che si vuole fare con Dante Alighieri ciò che si è fatto con Leonardo da Vinci…?) E invece, a lettura terminata, nulla quaestio. Con una scrittura precisa e pulita Conte costruisce una favola, che è contemporanea e dantesca. Si immagina che Dante, al termine dei suoi giorni, giunto in Paradiso veramente, sia “condannato” da Dio a uno strano rito, che ha tutto il sapore di uno studiato e malizioso contrappasso. Ogni anno dovrà tornare una notte sulla terra, nella sua Firenze, in forma di impalpabile e invisibile ombra; e ciò finché non avrà incontrato una donna che corrisponda al suo amore. Schiavo dell’Amore, Dante, lo è sempre stato, anche di quello più passionale. La missione gli pare impossibile, quando, al settecentesimo atto dell’appuntamento annuale che gli è toccato in sorte, mentre si trova davanti al Battistero di San Giovanni, si accorge di Grace, una giovane studentessa americana. È un colpo di fulmine. La segue fino a casa, capisce che sta studiando proprio la Commedia e la osserva leggere i famosi versi su Paolo e Francesca, finché ha la sensazione che il miracolo sia accaduto. Nel frattempo Dante è spettatore di tutto ciò che accade attorno a lui, pure della pandemia, e di come e quanto il mondo sia cambiato. E ha anche l’occasione di conoscere un singolare senzatetto. A leggere con attenzione, Conte racconta una storia estremamente semplice, pur utilizzando temi, lessico e luoghi tipici del grande poeta fiorentino, ed arrivando a rievocarne tratti della vita e delle avventure, mescolandoli ad una attualizzazione leggera e per niente eccentrica. Non risulta fuori campo neanche la seconda parte del libro, nella quale l’Autore propone per estratti alcuni dei più noti versi danteschi. Rivelando le fonti della sua ispirazione, e commentandole brevemente, Conte riesce, senza pedanteria alcuna, ma con la complicità che ha suscitato per mezzo della favola, a compiere l’operazione più meritevole: invitarci a rileggere Dante, direttamente, per capirlo come se fosse uno di noi.

Recensioni su Dante (di F. Cardini; di C. Giunta; di G. Talarico)

Recensioni su Dante in love (di M. Magliani; di L. Mascheroni; di F. Pierangeli)

Alessandro Barbero racconta Dante

Intervista a Giuseppe Conte

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Che cosa ci fa Lisa Mancini, già promettente investigatrice dell’Interpol, in quel di Montezenta? Sulla giovane e nuova dirigente del piccolo commissariato romagnolo girano tante voci. Certo è che Lisa passa larga parte del suo tempo al cellulare, a giocare a Candy Crush. Così, almeno, fino all’improvvisa scomparsa di River, il figlio adolescente di due artisti inglesi di Ca de Falùg, piccola ed eccentrica comunità poco distante dal paese e dalla vicina fonderia. Questo, apparentemente, è lo stimolo che Lisa attendeva per riattivarsi. Dove sarà finito, dunque, il ragazzo? Le indagini si articolano in modo meticoloso e sistematico, sulle tracce di ogni dettaglio potenzialmente rilevante. Ma questa è solo l’occasione per un’investigazione che si rivela presto diversa. Infatti, mentre comincia a legare con i suoi sottoposti, Lisa si imbatte in tante altre storie: quella di Aimee, la mamma di River; quella di Ting, la mamma di Maylin, una bambina cinese scomparsa come River; e quella di Iole, la signora anziana che col marito Domenico affitta a Lisa la camera in cui soggiorna. Le traiettorie di queste donne fungono da detonatore, anche se l’esplosione non è quella che ci si aspetta. Se da un lato Lisa porta a galla tristi e imprevedibili verità, dall’altro il caso che le è toccato in sorte resta consegnato a un orizzonte di mistero. Perché non sta lì ciò che il lettore deve cercare: l’enigma è nel percorso della stessa protagonista, nella sua condizione, di figlia e di donna, che gradualmente riaffiora e, forse, la chiama ad una consapevolezza finalmente matura.

A prima impressione questo libro – che non è propriamente un giallo o un poliziesco – si potrebbe definire come un racconto al microscopio. Praticando un metodo che è annunciato già nell’elaborazione grafica della copertina, l’Autrice regola la lente del narratore onnisciente e la porta al massimo ingrandimento praticabile. In particolare, punta dichiaratamente l’obiettivo sul “vetrino” che si trova al di là del fiume e tra gli alberi, in una immaginaria località da studiare, e osserva le vicende di un microcosmo plurale. Sposta la sua attenzione da un organismo ad un altro e ne descrive volta per volta la fisiologia più intima, la meccanica dei rispettivi sentimenti. Di più: adegua lo stile all’oggetto, trasformando il testo in una sorta di diario di campo, con commenti e rilievi costanti, spesso tra parentesi. Lisa Mancini, peraltro, non è soltanto la protagonista dell’azione osservata. Non c’è dubbio che essa sia l’organismo su cui la lente dell’Autrice è meglio e più focalizzata: una delle evidenti finalità del romanzo è misurarne i rapporti con gli altri organismi e, soprattutto, con le differenti figure femminili che inducono in Lisa stessa delle evidenti reazioni chimiche. Si tratta di includere Lisa nella cornice di un destino comune di resilienza emotiva e di farne un archetipo: innanzitutto allo scopo di valutare la concreta credibilità di un potenziale personaggio seriale (chissà se la Mancini potrà animare altri romanzi… l’epilogo pare quasi annunciare questo sviluppo); ma specialmente – ed ecco il secondo livello di interpretazione del testo – per fare il punto con se stessi. La protagonista, infatti, è anche un avatar dell’Autrice, spinto all’interno del “vetrino” dalla sapiente e sofisticata pipetta di una scrittrice che ben conosce i ferri del mestiere e che dalla letteratura trae un alimento costante (al di là dell’avvio hemingwayano, i credits illustrati in fondo al volume ne sono una prova più che tangibile). Se si coglie questa dinamica sotterranea, non si può che avere, in questi tempi di fiction televisive, un solo pensiero: Lisa Mancini, fortunatamente, è meglio (molto meglio) di Lolita Lobosco.

Una recensione (di G. Tammaro)

L’Autrice a Fahrenheit

Un’intervista a Francesca Serafini

L’inizio del romanzo

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Il 29 gennaio 1996 il Teatro La Fenice di Venezia è stato devastato da un rogo di matrice dolosa: un incendio appiccato da due giovani cugini, Enrico Carella e Massimiliano Marchetti, rispettivamente il titolare e un dipendente di una delle ditte che avevano in subappalto parte dei lavori di manutenzione del prezioso complesso. La ditta era in ritardo nell’ultimazione di ciò che avrebbe dovuto realizzare e pertanto si sarebbe trovata costretta a pagare una penale molto onerosa; troppo, per un imprenditore del tutto inesperto, viziato e inguaribilmente e costantemente pieno di debiti. E così il fuoco è sembrato l’unica soluzione, la fonte di una liberazione, come lo è anche per il protagonista del Padiglione d’oro di Mishima. Il parallelo rivela che con questo libro Giorgio Falco non si limita a raccontare la storia di un delitto. Ne studia e analizza – con intento autoptico – gli antefatti, le motivazioni, la progettazione e il contesto. Ma fa anche di più. Scava nella profondità del tipo antropologico e del modello socio-economico che hanno prodotto il drammatico evento. Una volta ricostruita, la genealogia della distruzione di un patrimonio tanto grande non è altro che il simbolo perfetto di una crisi e di una mutazione terribile, conclamata e apparentemente inarrestabile. Questo è anche il senso del titolo, perché tecnicamente, nel linguaggio dei pompieri, il flashover non è altro che la fase dell’incendio generalizzato, che segue all’ignizione e alla propagazione; è lo stadio in cui “tutti gli elementi bruciano all’unisono, il fuoco raggiunge la totalità delle superficie disponibili, ogni cosa non si rivela per come appariva pochi minuti prima, ma in quanto fuoco”. Quale sia la benzina di questa irresistibile transizione infuocata non è un mistero. La si afferma e metabolizza ripetutamente nelle riflessioni o divagazioni, molteplici, che fanno da intermezzo alla ricostruzione dei fatti, e nell’affondo conclusivo, dove si rivela anche il motivo del corredo fotografico di Sabrina Ragucci, che punteggia il volume sin dalle sue prime pagine. È la forza del capitale, della sua intrinseca vocazione profondamente sociale e culturale, della sua capacità di alimentare i desideri e di appagare le voglie di una borghesia che non è più confinabile in una classe definita, ma diventa paradigma condiviso di ricerca e consumazione assuefatte di un benessere illusorio e patogeno. È una corrente capace di plasmare le anime, di fornire loro qualsiasi alibi e ogni possibile strumento di autoconsunzione, di omologare e mascherare ogni individuo, e di nutrirsi delle sue macerie e di quelle che essa stessa produce. Il messaggio di Falco – pur scritto benissimo – non è certo nuovo e rischia di riuscire retorico, se non banale, e di suonare venato da un po’ di ressentiment. Certo, ha il coraggio di guardare dritto nel fuoco e nelle sue ceneri. Prova a dimostrare – come in un caso di scuola – che col capitale, definitivamente incarnato, o meglio combusto, non ci sono alternative facili; e mette in scena i movimenti di un’infezione psicologica collettiva, che ha molto a che fare con l’autobiografia del Paese, anche se risponde a logiche globali. Se c’è un punto, però, in cui quest’analisi risulta in difetto è nel fatto che in essa manca la sottolineatura specifica della grande e diffusa ignoranza che alimenta il fuoco. Non c’è dubbio, comunque, che Flashover, assieme ai romanzi di Bugaro e Maino, aggiunge un altro tassello alla composizione del quadro veneto contemporaneo, che nel passaggio tra i due secoli, purtroppo, assume veramente, e drammaticamente, il ruolo di guardia avanzata della nazione.

Recensioni (di S. Colangelo; di A. Cortellessa; di G. Galofaro; di N. Porcelluzzi; di G. Raccis; di D. Ronzoni)

L’Autore a Fahrenheit

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Con l’8 settembre ‘43, in Italia, tutto finisce e, al contempo, tutto comincia. Il fascismo è caduto a luglio e la nuova fase è l’anticamera per un vuoto vero e proprio. La fuga del Re, la “svestizione” di larga parte dell’esercito e l’occupazione del suolo nazionale da parte delle grandi potenze in conflitto abbattono il vecchio Leviatano e lasciano spazio a una situazione di diffusa anomia. In questo contesto, per chi si fa partigiano, prendere le armi e far parte di una banda significa assumere il rischio della morte per affermare uno spazio di autonomia, partecipazione e libertà, in nome di una sovranità da ricostruire dal basso, su basi completamente diverse. Dietro questa ricerca di sovranità si prefigura il modello di un nuovo cittadino. Per una buona parte della guerra di Liberazione, infatti, la “Costituzione dei fucili” non si riduce ad una serie di piccoli eserciti di partito, ma dà vita a un originalissimo dinamismo istituzionale; un’esperienza che cerca di distinguersi e di legittimarsi anche mediante un’ossessiva e rigorosa ricerca della giustizia. Da questo punto vista, si tratta di un elemento da inserire senz’altro nella catena di fattori costituenti che porteranno alla fondazione dell’ordinamento repubblicano. Eppure, secondo l’Autore, si tratta anche di un’energia che tende gradualmente a spegnersi: in parte per la tendenza dei partiti antifascisti a coordinarne e assorbirne la forza; in parte per la parallela resurrezione della vecchia struttura dello Stato; in altra parte per la tensione normalizzatrice che anche nell’Assemblea Costituente privilegia il ruolo principale delle formazioni politiche. Oltre a ciò, a non cogliere la valenza ispiratrice della lotta partigiana sono anche i giuristi. Salva qualche rara eccezione (non solo Piero Calamandrei, ma anche il “primo” Vezio Crisafulli e il Giovanni Miele di Umanesimo giuridico), o tendono a interpretare quella lotta come espressione di un momento di “caduta” o si propongono espressamente di ricostituire una continuità “di apparato” e agevolare una ricostruzione ufficiale.

Storia partigiana della Costituzione è il sottotitolo di questo saggio intenso e originale. La specificazione, però, consente di anticipare soltanto in parte l’importanza dei contenuti del libro e del metodo di ricerca e di riflessione da cui è stato ispirato. Non si tratta di una storia della Resistenza, né del tentativo di riannodare i fili della guerra di Liberazione con le riflessioni e i “risultati” della Costituente. Anzi, per Filippetta quei fili risultano per larghi tratti interrati o addirittura interrotti. Il valore aggiunto del testo risiede, in primo luogo, nell’utilizzo della teoria dell’ordinamento giuridico per spiegare la rilevanza istituzionale delle scelte partigiane, individuali come collettive; in secondo luogo, nel recupero della memorialistica e delle fonti letterarie, unitamente ad una puntuale documentazione d’archivio; in terzo luogo, nella dimostrazione concreta che il dialogo interdisciplinare tra ricerca storica e scienza giuridica è particolarmente fruttuoso. In relazione a quest’ultimo profilo, il libro può considerarsi come una mappa capace di riunire in un legame sinergico i vari approfondimenti che negli ultimi anni sono stati compiuti sul rapporto tra Resistenza e diritto pubblico: di fatto, fa emergere gli snodi salienti di una tipica transizione, di una situazione che corrisponde anche ad una categoria di raccordo, conosciuta dalla storiografia, dalle scienze sociali e dagli studi giuridici. Da questa visuale l’Autore riesce sia a delineare la fenomenologia plurale – e pluri-potente, oltre che extravagante – del (di ogni) potere costituente, sia a spiegare il carattere ambiguo e mutante della (di ogni) dottrina giuridica della crisi, oscillante per definizione tra prospettive apocalittiche e sperimentazioni autoriflessive e pionieristiche. C’è poi un altro dettaglio: l’allusione conclusiva ad una forma di postura giuridica ideale della Resistenza, ad una “Resistenza giuridica perfetta”, che quasi traduce nella rievocazione dell’esperienza giuridica della transizione la lettura “normativa” avanzata da una efficace e conosciuta interpretazione storica. Così facendo, Filippetta prova che c’è sempre una scelta, anche per il giurista.

Recensioni (di A. De Benedictis; di S. Calamandrei)

Resistenza e Costituzione per Giovanni Filippetta

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Ancora provato dalla scrittura di un libro in cui ha cercato di ricostruire la storia del padre – un oppositore del regime libico di Gheddafi, rapito in Egitto e sparito drammaticamente nel nulla – l’Autore approda a Siena, per alimentarsi ai dipinti di Duccio di Buoninsegna e Ambrogio Lorenzetti. Conosce già la scuola senese, lungamente studiata nelle sale londinesi della National Gallery, dove ha elaborato un meditato criterio di interpretazione. Non appena giunge nella città del Palio mette in moto il suo metodo e si concentra dapprima sul Palazzo Pubblico e sui famosi affreschi sul Buono e Cattivo Governo. Ne apprezza l’andamento dimostrativo e pedagogico, che gli consente di fare sintesi. Da un lato, fa i conti con una peculiare e ricorsiva rappresentazione dell’idea di Giustizia, e con ciò che questa potrebbe significare anche per la sua traiettoria personale e familiare. Dall’altro lato, e nel luogo stesso per cui quelle allegorie pittoriche sono state pensate, scopre lo scenario naturale per una riconciliazione interiore e sociale. È in questa cornice che il narratore – che per immergersi totalmente prova anche a studiare l’italiano – fa alcuni incontri che gli comunicano un’energia rivitalizzante. Ed è nuovamente il medium della pittura (questa volta con la frequentazione assidua della Pinacoteca) a condurre Matar ad un’ulteriore consapevolezza: su che cosa abbia comportato per la storia della pittura medesima e per la cultura europea e mediterranea, e araba, l’attraversamento della Peste Nera del 1348; ma anche su che cosa possa valere, per se stesso, la riemersione da un disorientamento durato così tanto tempo. Matar percepisce gradualmente l’unicità e l’esemplarità dell’esperienza che sta vivendo a Siena. I quadri che contempla nell’Oratorio di San Bernardino paiono esprimere al meglio una sorta di profonda nostalgia, che l’Autore descrive in termini di riconoscimento. Tuttavia l’approdo definitivo – l’abbraccio di una comprensione tanto ricercata – non si perfeziona a Siena, ma a New York, ancora di fronte ad un altro capolavoro della scuola senese.

Pur risultando a tratti lezioso e quasi dolciastro – è scritto coltivando un’intimità dai contorni fin troppo prevedibili – questo libro ha molti meriti. Ci ricorda l’intrinseca sapienza dei luoghi e l’importanza che essa può giocare per la nostra vita. Ci comunica anche un peculiare e apprezzabile modo di avvicinamento all’arte, come chiave per avere accesso al segreto di alcuni spazi, ma anche come deliberata postura di un paziente che si lascia curare dalla forza universale dell’immagine, dalla sua ultrattività. Sono curiose e stimolanti anche le osservazioni che Matar compie sulle opere da cui si fa deliberatamente rapire. Forse suonano come tecnicamente extravaganti, fantasiose o addirittura arbitrarie. Allo stesso tempo, però, non si può dubitare del fatto che le esperienze di fruizione obliqua dell’arte (ma si potrebbe dire lo stesso anche per la letteratura o per la storia o per l’economia…) presentano talvolta la capacità di rompere le barriere tra il discorso colto e il più grande pubblico dei non esperti. Né si potrebbe sostenere, d’altra parte, che Matar metta del tutto fuori strada il lettore. Anzi, pur partendo da un irriducibile punto di vista e da un’istanza interiore ed esclusiva, egli arriva anche a lambire l’idea di che cosa sia, in pittura, lo spazio italiano di cui argomentava con finezza Cesare Brandi nel suo classico saggio (da poco ripubblicato). Per la sua felice obliquità, Un punto di approdo è paragonabile a I fogli del capitano Michel, di Claudio Rigon, edito sempre da Einaudi un po’ di anni fa: un piccolo volume, composto anch’esso in punta di penna e dedicato alla rievocazione di una delle tante storie di soldati avvenute durante la prima guerra mondiale. Molti amici lo avevano criticato, per la sommarietà di talune ricostruzioni e per qualche evidente imprecisione. Erano giudizi sbagliati, perché dettati dall’innocente, eppure letale, acribia di chi non considera il motore empatico che alcune, mirate suggestioni possono accendere. La cultura, infatti, si nasconde anche lì e non ha minor valore di quella che si apprende da un saggio scientifico.

Recensioni (di L. Azzariti-Fumaroli; di R. Barzanti; di L. Beatrice; di C. Langone; di A. Olivetti; di E. Rialti)

Intervista all’Autore

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Scrivere racconti è difficilissimo. Trovarne un maestro è qualcosa di raro. Ma con Pardini – già saggiato con piacere in altro momento – non si sbaglia e questo libro lo dimostra. I suoi protagonisti sono uomini e animali, vivi e tenaci più che mai. Come lo stile che li rappresenta, che è diretto, asciutto, tonico e alimentato da un linguaggio chiaro. Il gusto complessivo, tuttavia, sa di antico, come si addice al tipo tradizionale della novella. Due storie sono semplicemente meravigliose: quella che dà il titolo alla raccolta, e che apre il volume; e La vendetta del gufo, che lo chiude. In entrambe – la prima è ambientata nel ‘500, la seconda ai nostri giorni – ci sono animali che rispondono con estrema determinazione ai soprusi degli uomini. Manifestano un senso di giustizia e un’alleanza che vanno ben al di là della rappresaglia ferina e paiono proiettati a ristabilire un elementare ordine morale e sociale. È così anche nel Fratello del lupo. Nel Gatto e in Serague emerge anche l’idea di una fratellanza che non è fatta soltanto di buoni sentimenti, ma dell’abbraccio di un comune destino di violenze e di miserie, e di una misteriosa forza di resistenza vitale. La sfida e la pantera porta la rappresentazione di questo orizzonte ad un grado di esemplarità ancor maggiore, in un intreccio di vicende in cui uomini e animali si incontrano, si scontrano e condividono dolori, rivincite e un singolare destino di lotta e di adattamento costanti. C’è dell’altro, però. In questi racconti il meccanismo di antropomorfizzazione cui le “bestie” sono sottoposte è ridotto al minimo. Difatti non serve ad alludere, in chiave meramente simbolica, a un modello umano alternativo; serve a renderci familiare ciò che gli animali ancora custodiscono. Ciò per cui essi lottano con tutte le forze, come nella Picciona etrusca, dove il legame con l’uomo, forse non a caso, è tenuto da un sacerdote di divinità destinate a scomparire. In tutto il libro vi è un solo racconto a fare eccezione al quadro complessivo: La pistolera, che è una sorta di spin-off di Jodo Cartamigli, noto e fortunato romanzo western dello stesso Autore. A guardar bene questa storia si nutre di un’ispirazione presente anche nelle altre: di quella percezione dell’esistenza, come infinita avventura, che tanto caratterizza le atmosfere create da Pardini.

Recensioni (di M. Magliani; di S. Fortuna; di A. Picca; di C. Bacchini; di O. Di Monopoli)

Un’intervista all’Autore

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Ogni tanto ci si imbatte in un libro geniale. Forse non ci voleva neppure molto a pensarlo. Ma esiste sul serio e offre soddisfazioni notevoli. Soprattutto ci si diverte. L’Autore sceglie alcune delle poesie più note della tradizione scolastica italiana e le sottopone all’indagine meticolosa di un radar originale, penetrante e dissacrante. Non si avvale della lente della critica o della filologia. Utilizza soltanto il filtro paradossale e impertinente di un realismo assoluto e quasi “scientifico”, che prende i testi alla lettera. È così, ad esempio, che scopriamo che, in Davanti a San Guido, era davvero assai difficile che Carducci riuscisse a vedere i famosi cipressi dal finestrino di un treno in corsa nel buio di un tardo pomeriggio invernale. Tanto più era fisicamente insostenibile che i cipressi gli venissero incontro. Ancor più inverosimile è ciò che racconta Leopardi ne La ginestra: perché le pendici del Vesuvio non sono per nulla aride, né lo sono mai state. Del tutto assurda, poi, la situazione in cui Foscolo (In morte del fratello Giovanni) afferma di volersi immaginare, “seduto” a mo’ di acrobata su di un loculo verticale. Anche La spigolatrice di Sapri, di Mercantini, descrive uno scenario improbabile: innanzitutto perché sui terreni salmastri, vicino al mare, non ci poteva essere alcuna spigolatrice, visto che non è certo il contesto adatto per la coltivazione dei cereali; poi perché la stessa spigolatrice afferma di aver traguardato a Ponza una bandiera tricolore, quando l’isola dista 240 chilometri e il suo porto è pure nascosto dietro un’altura. L’analisi del Giuramento di Pontida è ancor più radicale: Berchet, infatti, dice di aver visto i cittadini di venti città, anche se è chiaro che le città fondatrici della Lega lombarda erano solo cinque; dice anche di averli visti stringersi la mano… ma come è immaginabile che ci siano state 40 miliardi di strette di mano? Gli esempi potrebbero continuare ancora: l’irriverenza di Piancastelli non si accontenta di “sezionare” e “smontare” altri grandi classici carducciani, leopardiani o foscoliani, e si spinge a “bacchettare” anche Manzoni, Pascoli e Montale. Alla fine, curiosamente, l’ostinata irriverenza dell’Autore può produrre nel lettore due effetti positivi e tra loro apparentemente opposti. Perché non c’è dubbio – da un lato – che questo volumetto contribuisca meritoriamente a scuotere l’albero tuttora pietrificato delle letture che generazioni di studenti sono stati costretti a sorbirsi. Un tale esercizio decostruttivo – però – lungi dallo stimolare un allontanamento dalla poesia ne indica una speciale via d’accesso, rivelandone in modo efficace il proverbiale straniamento: lo scollamento necessario, che le consente, per questo solo, di dire al meglio ciò che altrimenti potremmo soltanto registrare e descrivere.

Recensione (di Luca Sancini)

Le poesie “rilette” da Piancastelli: Ugo Foscolo, In morte del fratello Giovanni; Ugo Foscolo, Alla sera; Ugo Foscolo, A Zacinto; Ugo Foscolo, Dei sepolcri; Giosuè Carducci, Davanti a San Guido; Giosuè Carducci, Piemonte; Giosuè Carducci, Pianto antico; Giosuè Carducci, Il bove; Giosuè Carducci, La canzone di Legnano; Giosuè Carducci, San Martino; Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto; Eugenio Montale, Spesso il male di vivere; Eugenio Montale, Prima del viaggio; Giovanni Pascoli, La quercia caduta; Alessandro Manzoni, Marzo 1821; Alessandro Manzoni, Natale; Alessandro Manzoni, Il conte di Carmagnola (coro dell’atto II); Giacomo Leopardi, Il sabato del villaggio; Giacomo Leopardi, La quiete dopo la tempesta; Giacomo Leopardi, Alla luna; Giacomo Leopardi, L’infinito; Giovanni Berchet, Il giuramento di Pontida; Luigi Mercantini, La spigolatrice di Sapri.

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Marco Carrera, oftalmologo, è il colibrì. Lo hanno chiamato così durante l’infanzia, perché il suo fisico sembrava destinato a rimanere un po’ più piccolo di quello dei suoi coetanei. Poi è improvvisamente cresciuto, forse anche grazie a una cura sperimentale che il padre ingegnere ha tanto voluto e che la madre architetto, invece, guardava con indifferenza. La vita di Marco, da lui stesso ripercorsa, tra Roma, Firenze e Bolgheri, è stata ricca di eventi, che nel racconto si svelano gradualmente, in un ordine che non sempre è quello cronologico: il matrimonio con Marina, tutto sommato casuale, ma fallito all’improvviso a distanza di tanti anni; uno scampato incidente aereo, dal quale si è salvato per la forza indicibile di un amico iettatore; l’amore per Luisa, ripetutamente cercato, mai realizzato; un debole precoce per il gioco d’azzardo, coltivato con grande fortuna e riscoperto anche in età matura; il suicidio della sorella Irene, tanto temuto e poi, di colpo, effettivamente arrivato; la rottura col fratello Giacomo, anch’egli innamorato di Luisa; il rapporto con i genitori, Probo e Letizia, entrambi gravemente malati e assistiti fino alla morte; lo stretto legame con la figlia Adele, che però scompare prematuramente durante una scalata, e con la nipotina Mirajin, che offre al colibrì un punto di riferimento certo, per ciò che è accaduto e per ciò che accadrà, fino al termine dei suoi giorni. I fili che legano il racconto – altrimenti ondivago – sono il rapporto di complicità tra Marco e il dottor Carradori, che da psicanalista della moglie diventa confidente e amico; le lettere di riconciliazione che il colibrì spedisce a Giacomo, senza ricevere mai risposta; lo scambio epistolare con Luisa, frutto stagionale di una relazione esclusivamente cerebrale. È proprio Luisa, in una lettera, che prova a intuire il segreto di Marco, annunciato scopertamente, in realtà,  sin dalla quarta di copertina del libro: tutta la sua energia, tutta la sua vita, tutto il suo continuo sbatter d’ali sono stati dedicati a “restare fermo”, a perseguire e difendere un’invariabile equilibrio esistenziale.

Di questo romanzo si discute da più parti in termini entusiastici. Per alcuni è il libro dell’anno. C’è chi intravede nella storia di Marco Carrera una riedizione della (dis)avventura biblica di Giobbe, nel senso della resistenza di chi affronta naturalmente il proprio destino. C’è chi ne premia la capacità di esprimere, anche criticamente, una rappresentazione efficace della borghesia italiana e del suo egoismo improduttivo. C’è, poi, chi loda lo stile, perché la scorrevolezza si accompagna a una particolare versatilità espressiva, che comunica l’effetto di un’evidente facilità di composizione. Quest’ultima è la valutazione che si può senz’altro condividere. La verità, infatti, è che Il colibrì è una riuscitissima prova di scrittura, confezionata in un intreccio plurale e complessivamente ammiccante. Se ci si aspetta la storia familiare, la si trova; se si vuole la storia d’amore, ce n’è più di una; se ci si concentra sul romanzo di formazione, se ne resta soddisfatti (addirittura nel senso quasi ironico della formazione continua…); se si ricerca il ritmo della commedia italiana più tradizionale, lo si può avvertire distintamente (vi si avvertono, simultaneamente, gli sguardi agrodolci di Dino Risi, Pupi Avati e Paolo Virzì); se si spera di incrociare qualche spunto intellettualmente sofisticato, lo si può incontrare (compiacendosi, ad esempio, delle citazioni di Manganelli e Prampolini), come ci si può imbattere anche in notevoli frasi ad effetto (“I lupi non uccidono i cervi sfortunati. […] Uccidono quelli deboli”). Infine, non mancano i riferimenti – rigorosamente politically correct – alla grande e più spinosa attualità (dall’eutanasia all’accoglienza delle diversità). Il colibrì, in definitiva, è un romanzo-specchio, nel quale ogni lettore ha un’apprezzabile possibilità di trovare una testa di ponte per un proprio punto di interesse, e di farlo con piacere e senza alcuna fatica. Ecco che cosa ha confezionato Veronesi: un accessibilissimo e godibilissimo capo prêt-à-porter.

Recensioni (di Valentina Berengo; di Francesco Longo; di Daniela Matronola; di Alessandro Piperno; di Christian Raimo; di Gian Paolo Serino)

L’Autore presenta il suo libro

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Un nonno racconta alla nipotina aneddoti e storie della terra sulla quale ha vissuto per generazioni anche la sua famiglia. Sono dodici capitoli, concepiti come se fossero le altrettante stazioni di un itinerario ben preciso, da farsi in bicicletta. Il percorso segue dolcemente le curve di livello e la cartografia della zona: la lunga e ampia striscia di arenaria, mai più alta di 200 m (o poco più), che nelle Marche precede il Pesarese e culmina nel Monte San Bartolo. Per lo più si narrano vicende semplici, che si svolgono al di qua e al di là della impercettibile cresta che divide l’interno dal litorale e che, pure, solca il confine di due dimensioni reciprocamente altre, perché battute da venti, e anche da stagioni e destini, diversi. Affiorano così spezzoni, o ricordi, di epopee familiari, di piccoli e grandi eventi di una civiltà perduta, ma sedimentata, di contadini e di padroni, che per lungo tempo è parsa immutabile, salvo il procedere inesorabile delle acque marine, che si sono mangiate case, poderi, ville gentilizie e intere esistenze. Ma, paradossalmente, nell’erosione di uno scenario che continua a restare fascinoso si conserva e si rinnova comunque la memoria, talvolta anche terribile, di ciò che è stato.

Se fosse tutto qui, il libro sarebbe poca cosa. Per certi versi lo è realmente, ma nel senso diverso, opposto, di una cosa, cioè, tanto piccola quanto celata e preziosa. Il suo contenuto è paragonabile a quegli insetti preistorici che sono rimasti imprigionati, conservandosi miracolosamente intatti, in un guscio d’ambra; osservarli in controluce permette simultaneamente di accedere intuitivamente, quasi dolcemente, alla verità di epoche lontane, e di prendere coscienza, però, della loro persistente e invariabile presenza. In sostanza, e fuor di metafora, c’è un cosmo intero in questo libro, con un ritmo da eterno ritorno. Ciò si può affermare per due motivi: un certo, e sapiente, uso della lingua, che allude in modo elegiaco ad un tempo di cui provare nostalgia; un amaro fil rouge, la cui esistenza, al principio lieve, quasi edulcorata, diventa via viar incombente, fino ad un drammatico epilogo. Sul valore del ricorso studiato ad una terminologia dialettale ed arcaica, e confidenziale, funzionale anche alla trasmissione generazionale di un sapere di comunità, i critici si sono già parzialmente soffermati e ad essi si può facilmente rinviare con profitto (anche per moltepli esemplificazioni del vocabolario dell’Autore). Sul climax che percorre il racconto, non si può che lasciare al lettore la sottile inquietudine che è correlata alla sua conclusiva rivelazione e ad un orgoglioso colpo d’arma da fuoco. Qui è sufficiente osservare che – almeno a parere di chi scrive – lo sgretolarsi della materia cui è ispirato il titolo dell’opera sembra essere la pervasiva sanzione geologica di una condizione sociale naturalmente soccombente, fiera di riscatti soltanto episodici, rabbiosi e perdenti. E intanto il paesaggio ammalia e cattura sempre, nonostante tutto. Bene è stato scritto: “Il messaggio sotto o dietro le righe del testo, mentre si vaga e divaga in salita e in discesa, a caldese o vernìo, nei posti baciati dal sole o dall’ombra è: guardatevi attorno, è bellissimo, drammatico e bellissimo”. Arenaria è stato candidato allo Strega; avrebbe meritato la vittoria.

Recensioni (di Mario Barenghi; di Giulia Caminito)

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Si sa che i film non sono mai la stessa cosa dei grandi libri da cui possono essere tratti. Ciò non toglie, però, che possano essere cosa diversa in modo più che degno e, anzi, originale. Così è anche per questo Martin Eden cinematografico, che ha poco da spartire con quello letterario di Jack London, se non per la struttura base del racconto. La collocazione spazio-temporale – una Napoli sospesa in un tempo indefinito e fluttuante, tra inizio del Novecento, anni Venti, anni Cinquanta e anni Settanta – è del tutto eccentrica. Resta l’idea del giovane di umilissime origini, un po’ marinaio e un po’ operaio, che si innamora di una ragazza benestante e conosce l’enorme potere della lettura e della scrittura come strumenti di emancipazione. Ci scommette tutto, lasciandosi ispirare dal suo mentore, l’enigmatico Russ Brindessen, e rischiando la solitudine più triste e la povertà. Poi, all’improvviso, arriva il successo editoriale e di pubblico, ma la redenzione sperata non arriva, né quella individuale, né quella collettiva. Perché – come afferma lo stesso protagonista all’inizio del film, che lo ritrae al termine della sua parabola – “il mondo vince sempre” e ciascuno non può che abbracciare il suo destino.

Luca Marinelli, l’attore che interpreta Martin, è stato molto lodato. Eppure è eccessivo, ipercaratterizzato, quasi forzato. E poi passa con troppa enfasi da un Harrison Ford in versione guappo a un Edward Furlong nuovamente in forma ma calato nei panni di un poeta maledetto. Ad essere sinceri, Marinelli, che è stato anche premiato, è l’unica cosa sproporzionata e non calzante della pellicola. Molto meglio, senza dubbio, è l’interpretazione di Carlo Cecchi (Russ Brindessen), che in una scrittura tanto teatrale non può che spiccare e ribadire tutto il suo spessore. Le parti migliori di Martin Eden, comunque, sono il film stesso e la sceneggiatura: il film, per l’aura e i colori caldi tra la favola e l’operetta, in un assemblaggio che profuma d’antan, con inserzioni sempre precise e azzeccate di registrazioni d’archivio belle ed evocative; la sceneggiatura, per le implicite ma evidenti venature nazionali del personaggio Eden, costruito montando il tratto più fotogenico e impulsivo di differenti e forti eroi del riscatto meridionale e sociale. Martin, infatti, anche nella sua completa illusione, assomiglia a Luca Marano, tratto di peso da Le terre del sacramento di Francesco Jovine e condito con un pizzico di Rocco Scotellaro e un pizzico di Nicola Chiaromonte. Fornito di coraggio, di slancio utopistico e di una conquistata coscienza, il ragazzo viene fatto vagare con intenzione drammatica nelle transizioni costantemente e tristemente interrotte del Novecento italiano, alla ricerca (tutto qui) di un semplice traguardo di umano riconoscimento. In fondo, sotto traccia, si agita anche uno spirito leopardiano. A Venezia andavano premiati soprattutto Pietro Marcello, il regista, e Maurizio Braucci, lo scrittore partenopeo che tanto bene lo ha affiancato.

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