Una vicenda semplice, e straordinaria allo stesso tempo, si svolge nel bel mezzo del genocidio armeno del 1915. Due donne, Anoush e Kohar, ed un bambino, Hovsep, unici sopravvissuti armeni di un villaggio completamente distrutto dall’esercito turco che ne ha sterminato la popolazione, si imbattono nel famoso Msho Charantir, il Libro dei Sermoni vecchio di settecento anni e custodito nel monastero di Surp Arakelots, fondato nel IV sec. da San Gregorio l’Illuminatore. Si è misteriosamente salvato dall’incendio che è stato appiccato anche al convento. Le donne decidono di portarlo con sè, nella loro lunghissima fuga dal terrore, aiutati da una coppia di greci, Eleni e Makarios, e scortati da un altro superstite, Zacharias, un anziano cui i carnefici hanno tagliato la lingua.

Il nucleo della storia non consiste nel suo finale, nel salvataggio riuscito, nella consegna del Libro ai monaci di Etchmiadzin. E neanche nel ricordo, terribile, del genocidio, delle barbarie che lo hanno caratterizzato, della sorte, altrettanto dura, che è toccata ai pochi salvati. La narrazione si muove ad una profondità maggiore, attorno ad altri poli: la provvidenziale assistenza dell’Angelo muto, che protegge, guida e soccorre l’impresa tenace dei protagonisti, che ne intravedono la presenza e che sempre vi confidano; l’importanza, sempre salvifica, che la memoria collettiva riveste anche per il diverso, anche per colui che non condivide gli stessi motivi di resistenza o di fuga, e quindi anche per Eleni, che, pur essendo greca e pur celando nel suo cuore gli stessi sogni del compagno, capisce e condivide il destino dei fuggiaschi armeni, potendolo fare, innanzitutto, come donna.

Nonostante il Libro di Mush sia la rielaborazione di una leggenda sorta su fatti realmente accaduti, esso è anche un racconto che sa di fiaba e che, forse implicitamente, vuole farsi insegnamento sulla memoria e sui simboli che la testimoniano: sono cosa preziosa, di inestimabile valore, come l’antico manoscritto, perché consentono di tener saldo il legame con le proprie radici e con la propria identità, perché permettono, anche a chi ha perso tutto, di cominciare una nuova vita e di trasmettere l’energia di speranza che rende questo nuovo inizio davvero possibile.

Dopo il fortunatissimo La masseria delle allodole (2004), seguito dagli altri successi di La strada di Smirne (2009) e Il cortile dei girasoli (2011), Antonia Arslan torna a parlarci degli armeni, della loro antichissima cultura e del genocidio che li ha travolti. Ma le sfumature del Libro di Mush sono tantissime; non c’è soltanto un concentrato di epopee individuali e familiari, o di sapienza millenaria. In fondo, con quest’ultima prova, compatta e attraversata da una solida serenità di scrittura e di ispirazione, la bravissima autrice padovana ci riporta, indirettamente, all’origine di tutto il suo impegno e di tutto il suo sforzo: alla traduzione e cura (2004) de Il canto del pane, di Daniel Varujan, che, ora lo sappiamo, si può definire, senz’altro, come il “Libro di Mush della poesia armena”.

Antonia Arslan, il genocidio armeno e il Libro di Mush

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Quella di Kurt Erich Suckert (1898-1957: Curzio Malaparte è un nom de plume) non costituisce un’esperienza facilmente riassumibile.

Arruolato nella Legione straniera, militante attivo durante il Primo conflitto mondiale, fascista della prima ora e giornalista di grande successo, Malaparte coltiva costantemente relazioni ed idee “pericolose”. Queste lo rendono presto avverso al regime e lo portano al confino, sull’isola di Lipari, ma, al contempo, gli consentono di continuare ad esprimersi comunque, sotto altro pseudonimo, sulle pagine del Corriere della sera, di combattere, poi, come ufficiale nell’esercito italiano e di diventare, a guerra finita, non solo un collaboratore attivo degli Alleati, ma anche un autore di grande successo, ormai consacrato in Italia come all’estero (Kaputt, 1944, e La pelle, 1949, sono considerati, a ragione, due veri capolavori).

Una figura controversa, dunque. L’unica cosa che, forse, gli si può unanimemente riconoscere è lo sguardo diretto, impertinente, capriccioso e acuto delle migliori intuizioni, condite con una singolare capacità di scrittura.

Di tali qualità è specifica dimostrazione questo piccolo libro, che Adelphi finalmente ripubblica. Risale al 1931; il testo originale compare, per la prima volta, in Francia. In Italia sarà dato alle stampe soltanto nel 1948. Le ragioni di questo ritardo sono presto dette: proporre, in quei tempi, una lucida e spietata analisi del modo con cui è possibile assumere il potere all’interno di uno Stato – prendendo a riferimento anche l’ascesa di Mussolini e l’incombente pericolo hitleriano – non era, evidentemente, un’operazione indolore. D’altra parte, è da questa iniziativa che anche le “sfortune” di Malaparte prendono avvio, dal momento che, a causa di essa, viene subito rimosso dal prestigioso incarico di direttore de La Stampa.

Tuttavia, il testo non è un atto d’accusa nei confronti delle nascenti dittature; o forse lo è implicitamente. Malaparte, in realtà, vuole semplicemente spiegare, quasi fosse il più freddo studioso di anatomia, come, nello Stato moderno, le questioni sulla conquista del potere si debbano considerare, innanzitutto, questioni di tecnica; e come la “ragione” del suo libro non sia quella “di discutere programmi politici, sociali ed economici” di quegli uomini che si sono proposti di sovvertire l’ordine costituito, “bensì di mostrare che il problema della conquista e della difesa dello Stato non è un problema politico” e “che l’arte di difendere lo Stato è regolata dagli stessi principi che regolano l’arte di conquistarlo” (p. 261).

Segue una galleria vivissima di personaggi storici (Napoleone, il generale Pilsudski, i tedeschi Kapp e Bauer, Trockij e Stalin, Mussolini e Hitler) e di colorite ricostruzioni (del 18 brumaio, della crisi polacca del 1920, delle acute crisi della Repubblica di Weimar, della Rivoluzione d’Ottobre, dell’avvento del fascismo e delle velleità del futuro Führer), nelle quali l’Autore cerca di dimostrare che, di fronte alle tecniche messe in atto dai rivoluzionari del contesto moderno, le soluzioni di polizia, di controllo dell’ordine pubblico e della sicurezza, sono del tutto insufficienti, e che, per farvi fronte, non è necessario discutere degli obiettivi che quelle rivoluzioni vogliono porsi, ma è necessario, piuttosto, e paradossalmente, curare la patologia con altra patologia, muoversi da perfetti e cinici tattici. A questo proposito, sono impressionanti, davvero, le pagine su Mussolini (e sulla sua spregiudicata ed esiziale “intelligenza marxista”: 196 ss.) e quelle su Hitler (e sulla sua “morbosa” follia: 241 ss.). E non stupisce che il primo abbia messo al bando quest’opera e che il secondo l’abbia condannata al rogo.

Quanto all’Italia, due passaggi fanno, ancora una volta, riflettere, a prescindere dall’attendibilità storica delle tesi in essi sostenute: “Verso la fine del 1920 il problema che si poneva al fascismo non era quello di combattere il governo liberale o il partito socialista, che, con la sua progressiva parlamentarizzazione, turbava sempre più la vita costituzionale del paese, ma quello di combattere le organizzazioni sindacali dei lavoratori, che costituivano la sola forza rivoluzionaria capace di difendere lo Stato borghese contro il pericolo comunista o fascista” (p. 213); “Chi avrebbe mai immaginato che Mussolini, così buon patriota quando conduceva la lotta contro i comunisti, i socialisti e i repubblicani, sarebbe diventato dall’oggi al domani un uomo pericoloso, un ambizioso senza pregiudizi borghesi, un catilinario deciso a impadronirsi del potere anche contro il Re e contro il Parlamento? Era colpa di Giolitti se il fascismo era diventato un pericolo per lo Stato. Bisognava strozzarlo in tempo, metterlo fuori della legge fin dal principio, schiacciarlo con le armi come era stato schiacciato D’Annunzio” (pp. 232-233).

Qual è, in definitiva, il messaggio che questo pamphlet, così provocatorio, consegna ai posteri? Ce lo dice, senza fronzoli, lo stesso Malaparte: “La particolare natura dello Stato moderno, la complessità e la delicatezza dei problemi politici, sociali ed economici che è chiamato a risolvere, ne fanno il luogo geometrico delle debolezze e delle inquietudini dei popoli, e aumentano le difficoltà che si debbono superare per provvedere alla sua difesa. (…) L’opinione pubblica di quei paesi, nei quali l’opinione pubblica è liberale e democratica, ha torto di non preoccuparsi dell’eventualità di un colpo di Stato. Una tale eventualità (…) non è da escludersi in nessun paese” (pp. 40-41).

Un’intervista al curatore di questa edizione (Giorgio Pinotti)

Una scheda su Curzio Malaparte

Tutto su Malaparte

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Romanzo colto e raffinato, “costruito” con tecnica e con sapienza compositiva di stampo mitteleuropeo. Giorgio Manacorda – stimato germanista e valente poeta – si cimenta con la narrativa e regala ad un pubblico esigente un’opera prima di tutto rispetto.

Il protagonista, Giorgio, è un poliziotto che indaga su fatti drammatici e controversi di lotta armata e di scontri tra formazioni di estrema destra e formazioni di estrema sinistra. L’Italia è lo scenario naturale di questi conflitti, ma non si tratta del paese “storico”, bensì di un’Italia immaginaria, collocata in un tempo tutto artificiale, in cui, dopo le contestazioni studentesche della fine degli anni Sessanta e degli anni Settanta, una Giunta militare ha preso il potere. Inoltre, a fare da vero perno di tutta la vicenda, e così di tutta l’indagine poliziesca, non sono tanto gli Anni di piombo, quanto un viaggio nella memoria e nell’adolescenza: un viaggio che può chiarire le ragioni oscure di quegli Anni e che Giorgio sente di dover compiere, a Berlino, per ricostruire l’origine di alcuni fatti violenti e per capire Andrea, suo vecchio compagno di collegio in una scuola d’élite di quella grande città tedesca.

Andrea, precisamente, è coinvolto in questi fatti, e così lo è anche, se non soprattutto, Silvestro, suo fratello, che era stato nello stesso collegio e che, come Andrea e come Giorgio, ne aveva sperimentato la dura e inevitabile iniziazione, lungo il corridoio di legno (l’Holzgang) che separava le camerate degli allievi più giovani da quelle degli allievi più grandi. La “cellula” di amici e “compagni”, rivoluzionari in nuce, era nata lì, nell’ambiguità promiscua delle tradizioni e dei riti degli studenti.

Si attraversa, quindi, una successione di “tempi” diversi; per buona parte, Giorgio racconta le cose che scopre per mezzo della riproduzione di alcune lettere, scritte da Andrea ad un caro amico, un editore tedesco al quale era legato, e con il quale aveva lavorato, sempre a Berlino, dove era tornato per sfuggire alla spirale degli Anni di piombo. Andrea parla, in quelle lettere, del suo rientro in Italia, della sua ricerca di Silvestro, della ricostituzione che questi aveva fatto dell’antica “cellula”, ma con finalità del tutto diverse, anzi, del tutto opposte a quelle originarie. E in queste rievocazioni spuntano una strana figura di donna, amori e frequentazioni altrettanto oscuri e simbolici, tradimenti e sequestri, delitti e sopraffazioni. Così come emerge, quasi per contrasto, anche la solidità di un’esistenza tanto semplice e reale quanto apertamente tradita, che, fino alla fine, rappresenta, in una figura femminile, un’interlocuzione sicura. Riuscirà Giorgio a ritrovare Silvestro e a bloccarne la furia rivoluzionaria? Riuscirà soprattutto, a scoprirne le ragioni? Quali sono i segreti che sono rimasti impigliati nel corridoio di legno e che costituiscono l’unica e “vuota” giustificazione di tanta violenza?

Le domande esigono di trovare una risposta solo per mezzo della lettura, che non è sempre facile e che, in questa difficoltà, cerca talvolta una sorta di autocompiacimento, un effetto certamente studiato, per dare senso e densità alle allusioni filosofiche e psicanalitiche di cui si nutre tutto il romanzo. Ma una cosa si può dire subito: nel racconto, per l’appunto psicologico, e a volte anche un po’ “claustrofobico”, di Manacorda emerge un’ipotesi ricostruttiva anche sugli Anni di piombo e sui “vuoti” che comunque si nascondevano dietro la declamata forza rivoluzionaria delle passioni e delle ideologie. Il problema della costruzione artificiale di una vita e di un’identità, a partire da uno scollamento esistenziale “forte” e “primitivo”, ne rappresenta il nucleo centrale. È un tema, questo, che sicuramente merita ancora operazioni di memoria e di riflessione, e che nel libro, misurandosi con l’abisso, vuole palesarsi, come per assurdo, nella più estrema delle sue possibili esasperazioni.

L’Autore presenta il suo libro

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Negli anni Settanta Ivan Illich, acutissimo filosofo austriaco, si era servito della bicicletta per spiegarci che i tempi della democrazia non sono quelli dell’automobile e che il ritmo del movimento è una potente metafora degli assetti sociali e politici del mondo. L’importante saggio Energie, vitesse et justice sociale (1973), ripubblicato in italiano non molti anni fa per Bollati Boringhieri, con il titolo Elogio della bicicletta (2005), costituisce tuttora un riferimento anche per tutti coloro che ipotizzano che ogni sviluppo dell’economia presente e futura debba essere affrontato con la strategia della “decrescita”. Ma  è un “classico” che può offrire altri motivi di riflessione, perché la bicicletta è un mezzo per rielaborazioni anche molto personali e per testare particolari abilità (non a caso, con il testo di Illich si era aperta, nel 2010, anche la prima edizione di un concorso nazionale, “Talenti per il futuro”, dedicato a giovani studenti che vogliano mettersi alla prova nell’ambito del sapere umanistico-giuridico).

La bicicletta, quindi, nasconde da tempo segreti, spunti, immagini ed argomenti che ai più, forse, risultano ancora insospettabili, pur nella loro perdurante ed inesauribile forza. Pedalo dunque sono – che non è certo immemore del precedente di Illich – ce lo ricorda e ripropone quello che, precisamente, si può definire come il valore euristico di questo elementare mezzo di locomozione, che aiuta a spostarsi, non solo fisicamente, ma anche con la mente, indicando nuove prospettive e nuove possibilità di pensiero. Lo evidenzia bene il curatore, nella sua Introduzione, dove rivela la finalità del testo (dedicato al filosofo Franco Volpi, morto in un incidente di bicicletta): “accogliere la filosofia come pratica quotidiana, trasferirla sul sellino della bicicletta e condurla alla scoperta del mondo che circonda le nostre giornate, scegliendo di meravigliarsi secondo i giusti ritmi” (pag. 6).

Seguono sette pezzi agili di sette autori diversi, ciascuno con un background differente; sette “pedalate”, dunque, oppure sette ciclisti che si muovono assieme, in gruppo, ma ognuno con il suo stile personale, come usualmente procedono le formazioni che ogni domenica vediamo sfrecciare lungo le strade, o come normalmente si sviluppano e si associano, alla ricerca di un qualche ordine, tutte le nostre idee. Ma quali sono, piuttosto, le suggestioni che questi sette itinerari sviluppano? Senza rivelare i segreti che alimentano la spinta dei contributi raccolti nel volume, è possibile contrassegnarli con una sola frase, una, cioè, per ogni capitolo:

1. La bicicletta come esperienza proporzionale del tempo e dello spazio;

2. La bicicletta come scoperta dell’intelligenza intrinseca della slow bike;

3. La bicicletta come chance evolutiva;

4. La bicicletta come strumento rivoluzionario di efficienza strategica;

5. La bicicletta come medium di crescita interiore;

6. La bicicletta come laboratorio intensivo di esperienza;

7. La bicicletta come sede di pratiche ciclistiche e di altrettante pratiche auto-riflessive.

Ci sono altre ragioni per impegnarsi nella lettura di questo libro? A tale riguardo non resta che fornire, “per la sola cronaca”, una breve conclusione: ieri si è corsa la 103ª edizione della Milano-Sanremo; ha vinto l’australiano Gerrans, secondo, tra i “canguri” di sempre, ad occupare il gradino più alto del podio in questa grande classica primaverile. La grande stagione ciclistica è ufficialmente aperta! Et de hoc satis.

Genealogia di un libro

I. Illich, Energia ed equità (testo fornito dalla Biblioteca del Consorzio della Quarantina…)

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È semplicemente un bel libro, ben scritto, rapido, evocativo. Insomma: this book rocks! Perché non è solo un romanzo generazionale ed autobiografico; è un racconto “che spacca” sulla forza del rock e su quella che si potrebbe definire come rockness, cifra distintiva ed inimitabile di un genere musicale tanto maledetto quanto potente, esuberante, energetico e, a suo modo, formativo.

In effetti, L’erba cattiva è anche un romanzo di formazione, sospeso tra l’inizio degli anni Ottanta e tutti gli anni Novanta, la storia di un ragazzo che, cresciuto immerso nella musica classica, alle soglie dell’adolescenza – che è sempre e rigorosamente una Rivoluzione – scopre i Clash e gli AC/DC, compra la prima chitarra elettrica e cambia per sempre la sua vita, cambiando anche scuola, ma cambiando, in generale, il suo sguardo sul mondo, e scoprendo l’amicizia e l’amore, con la loro inimitabile bellezza e con la loro tragica tristezza.

E da questo momento in poi il libro è una lunga corsa, una colonna sonora impagabile, un riff suonato veloce, anni che si susseguono vorticosamente, come i tanti incontri surreali, i tanti “personaggi”, i tanti episodi “mitici”, le manifestazioni di piazza, i vari gruppi fondati e sciolti, i più diversi generi musicali, le esclamazioni e lo slang della giovinezza più vera. C’è anche un esame universitario sostenuto brillantemente dopo un’incredibile performance notturna al Leonkavallo di Milano, ci sono molti eccessi, i tour impossibili e sgangherati, i momenti di crescita e di riflessione. C’è persino un Enzo Jannacci nella sua veste di medico (ché questo è stato il suo vero mestiere). Ma al giovane protagonista e ai suoi compagni di avventura non mancano anche i clamorosi successi.

Un’esperienza dapprima amatoriale, quella tipica di tanti ragazzi e della loro band, formatasi sui banchi di scuola ed affinatasi tra parchi pubblici, feste private e centri sociali, cresce e si trasforma, con il battito pulsante e la vigoria contagiosa e distruttiva delle formazioni rock più autentiche. Le gigs diventano addirittura Arezzo Wave, il concertone del Primo Maggio e un disco per la EMI; eppure tutto questo, improvvisamente, ha una fine. Che, come sempre, è un nuovo inizio, come ben si addice, comunque, al risultato che ci porta tutti alla tanto attesa e tanto temuta maturità: “Sento che ho vissuto tantissimo sin qui. Ho vissuto forte, controvento e controluce. Ci ho provato in tutti i modi a cambiare il mondo. Mi sono sentito i Clash nelle ossa e Angus nei piedi, ho sentito Miles tra le dita e Tom Waits nel naso. Sono cresciuto, le mie ossa hanno tenuto botta, non mi sono spezzato. E va bene così. Ascolto il lunghissimo fade di questo pezzo che non vuole finire, immagino le mani del fonico che piano, piano piano, pianissimo abbassano il volume, mentre il coro, il ritornello, il tema di fiati vanno avanti. Il volume si abbassa, ma il pezzo non finisce, si fonde con qualcosa di diverso, diventa sogno, diventa memoria. Diventa vita. Diventa amore” (p. 216).

Non è il Brizzi di Jack Frusciante è uscito dal gruppo; questo libro è una cosa diversa. Ma non sarebbe male se gli arridesse la stessa fortuna. E se di questa fortuna potesse godere anche la casa editrice, esordiente, che lo ha lanciato.

Contenuti extra

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In una Nota, che l’Autore pone alla fine di questo piccolo libro, si apprende che il testo è il risultato di una sorta di assemblaggio di idee, pensieri, passi ed estratti contenuti in contributi pregressi. Si giustifica, quindi, l’unico addebito che si può fare al volume: le osservazioni che vengono proposte, così intelligenti e così vivaci, paiono il frutto di divagazioni estemporanee, al di fuori di uno sviluppo realmente coerente e di un ragionamento complessivo. Non è facile, cioè, seguire “il filo” del discorso, che si palesa come un’evidente opera di montaggio. Ma solo questo è il lato debole del saggio. Perché, in realtà, quelle osservazioni-divagazioni costituiscono veri e profondi esercizi di laicità, e forse è proprio il metodo del discorso “il filo” più riconoscibile dell’opera.

Levi Della Torre ci dimostra che per essere laici non occorre distanziarsi acriticamente dalla cultura religiosa, e che, parafrasando Leopardi, e in modo quasi apparentemente paradossale, “la culla della laicità incredula è (…) ‘la metafisica che va dietro alle ragioni occulte delle cose’” (p. 7). Apprendiamo, allora, ad esempio, che la notissima storia di Giobbe, nella Bibbia, può essere letta non solo come “il libro della protesta del giusto che soffre”, ma anche come “il libro della protesta contro un’idea canonica e tranquillizzante della religione” (p. 20) e che, per questo, “è proprio il Dio di Giobbe a recitare una laicità che critica radicalmente la religione non perché troppo trascendente ma perché lo è troppo poco, perché riempie il mistero di definizioni, normative e parole, a coprire il suo abisso” (p. 27).

La laicità, dunque, è innanzitutto percezione drammatica, che rifugge ogni facile e rassicurante idea di autosufficienza e di completezza, e per la quale può essere più che mai utile “non dimenticarsi del Signore” (p. 33), per sperimentare continuativamente, cioè, il senso della necessità, il problema della libertà, le insidie della possibilità, il sentimento del tempo, la rappresentazione dell’alterità. Anche la tradizione, per il laico, ha un grande valore, poiché essa, a ben vedere, “non è il passato, ma la memoria e lo spessore storico che di volta in volta è attuale” (p. 42). Di fronte alla tradizione, l’atteggiamento del laico e quello del religioso sono ben distinti: “Tutto l’essenziale è stato deciso, malgrado le variazioni delle contingenze, dice lo spirito religioso; tutto l’essenziale è da decidere, malgrado il peso e l’inerzia del preesistente e delle sedimentazioni del passato, dice lo spirito laico” (p. 43).

La cultura ebraica dell’Autore, che pure è un non credente, funge da meravigliosa “cassetta degli attrezzi” della laicità, dato che con essa vengono ulteriormente spiegati altri aspetti essenziali del pensare laico: l’ironia e l’autoironia, così come si manifestano anche nel classico understatement delle argomentazioni delle interpretazioni talmudiche; l’importanza della persona umana, come risultato di un decisivo processo di “inculturazione” di cui la figura di Gesù Cristo è l’immagine ipostatica; il carattere viceversa potenzialmente totalitario dell’attitudine religiosa, visto che tutti i “fratelli sono figli di un unico padre” (p. 60); lo stretto legame che esiste tra l’idea eminentemente religiosa dell’immortalità dell’anima e l’idea eminentemente laica di persona in quanto soggetto autonomo; l’analogia fondamentale che sussiste tra l’idea del Patto tra Dio e gli uomini e l’idea del limite sottesa al costituzionalismo moderno; l’ambiguità del relativismo culturale, che si rivela curiosamente imparentato con la religione e con i suoi fondamentalismi; l’importanza di riscoprire la cultura come il frutto di un processo laico, ossia come “elaborazione estremamente variegata della natura umana” (p. 96). E si potrebbe continuare.

È un libro, pertanto, dalle innumerevoli suggestioni, il più delle volte assai riuscite, anche per l’originalità, come si è esemplificato, di discutere sulla laicità mediante il diffuso richiamo all’argomento teologico-policito. Ma anche per la parte finale, che “aggredisce”, per così dire, le paure e le insidie del tempo presente, ed il carattere entropico della transizione veicolata dalla crisi e dai progressi tecnologici, riaffermando la persistente importanza della “fatica del dimostrare” rispetto alle semplici ed illusorie “rassicurazioni del credere”.

Una recensione al libro dal sito dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti)

Intervista a Stefano Levi Della Torre (sull’identità italiana)

Stefano Levi Della Torre a Radio Radicale (sulla realtà politica e sociale israeliana)

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La prima cosa che risulta facile dire è che Francesco Permunian, bibliotecario di Desenzano sul Garda, è attualmente il vero maestro italiano del grottesco di provincia, un Fellini “in salsa” di Fogazzaro e Scapin. Non è poco, quindi. La seconda cosa è che la condizione migliore per leggerne i lavori è la spossatezza o lo stato febbrile che è consueto ad ogni cambio delle stagioni e che è premessa di un successivo ritrovato vigore. Perché in Permunian ciò che è sano non lo è affatto e ciò che è viceversa inquieto, se non “pazzo”, risulta fonte di insolita lucidità e di inspiegabile vitalità, invitandoci a riscoperte che possono essere fortunato preludio di importanti rinnovamenti interiori.

La Casa del Sollievo Mentale è un ospedale psichiatrico, diretto dall’improbabile dottor Korea. Vi entra Arpalice, l’anziana zia del protagonista, Ludovico Toppi, che, a sua volta, come bibliotecario, non è che l’alter ego dell’Autore. Ma vi finirà anche don Alfonso Manotazo, eccentrico nobiluomo decaduto, grande ammiratore di Guido Ceronetti e grande amico di Ludovico. Attorno a tutto ciò gravitano piccoli e grandi eventi della comunità rivierasca del Garda, con personaggi, manie, luoghi, aneddoti dei più vari, narrati, tutti, con un sarcasmo tanto forte ed aggressivo quanto lieve e compiaciuto, ma anche con un diffuso gusto per il surreale e per il provocatorio. La prima parte del testo, in sostanza, è un repertorio di scenette locali, più o meno satiriche, su vizi e virtù di molti tipi umani, deformati a mo’ di gargoils viventi.

La seconda parte del testo è quasi psicanalitica. Ludovico, che quasi in un contegno di necessaria resistenza individuale ha deciso di restare fedele ai feticci di don Alfonso, unica ragione di salvezza, è assediato dalla vera follia del vicino di casa ed è travolto dall’arrivo improvviso dei genitori. La visita dell’Albergo, in cui questi soggiornano, rivela un ulteriore, ed ancor più delirante, repertorio, al cui vertice domina la voce e l’esperienza impunite di un criminale nazista.

È tutto insostenibile in questo libro, eppure, allo stesso tempo, tutto è particolarmente acuto. Grande prova d’artista!

Francesco Permunian a Fahrenheit

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“La civiltà contemporanea ripone tutta la fiducia nelle soluzioni pratiche e mette, anche senza dichiararlo, fra parentesi tutto quello che minaccia il proprio ottimismo. Eppure tutto l’orrore non è solo un difetto di funzionamento, ma il rovescio di quello che la civiltà odierna ammira con tanto entusiasmo” (p. 56).

Questo è, in estrema sintesi, il messaggio che Földényi vuole veicolare in questo piccolo esperimento pedagogico. Lo definisco così, poiché non è un saggio su Hegel in Dostoevskij; poiché è un lavoro che intende dimostrare e trasmettere qualcosa; e poiché muove, con una finalità ben precisa, da un intreccio argomentato di storia e di finzione, dall’immagine, cioè, quasi teatrale di Dostoevskij condannato in Siberia (fatto reale) e sorpreso a piangere durante la lettura di alcuni passaggi delle Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel (fatto immaginato). Una simile rappresentazione consente all’Autore ungherese di dipingere in modo pressoché indimenticabile un’idea molto forte, a sintesi delle evoluzioni più profonde del pensiero occidentale. Come se ci trovassimo di fronte ad un’icona.

Che cosa fa piangere Dostoevskij? L’affermazione di Hegel sulla Siberia, considerata “fuori dalla storia”, alla stessa stregua dell’Africa, misteriosa e incomprensibile. Eppure, il sentirsi completamente trascurato dalla visione razionalistica propugnata dal filosofo tedesco e dalle sue sperimentazioni viventi e progressive, è l’occasione, per il grande scrittore russo, di un momento di intima comprensione. Ci sono luoghi, cioè, in cui neppure la ragione può giungere e rispetto ai quali solo il miracolo può avere un valore salvifico. Anzi, questi luoghi meritano tanto più attenzione, per ascoltare ciò che la ragione non può mai travolgere, ossia per difendere uno spazio autentico di libertà: “Non si può parlare di libertà se infinito e trascendenza si perdono dietro cose limitate. Il dio assoggettato alla razionalità non è il dio della libertà ma della politica, della conquista e della colonizzazione” (p. 31).

Le pagine oscure dell’Occidente si spiegherebbero, dunque, alla luce del processo di secolarizzazione, che eleva la ragione e le sue manifestazioni, anche istituzionali, a misura onnicomprensiva, potenzialmente onnivora e violenta. La tesi di Földényi non è nuova; ma il metodo della sua illustrazione è davvero incisivo, e assicura, ben al di là del brevissimo tempo che occorre alla lettura, intermezzi notevoli di suggestione, riflessione e approfondimento.

Un altro breve pezzo di Lázló F. Földényi (Congedo dalla cultura)

Una conversazione (in tedesco) con Lázló F. Földényi

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Prima cosa: lo confesso; penso che, alla fine, il maggior merito dell’edizione, da vero bestseller, che “confeziona” quest’ultimo libro di Enrico Pandiani sia la fotografia che riprende l’Autore, artatamente sistemata nel risvolto cartonato opposto alla quarta di copertina. La trasformazione, in altri termini, è già avvenuta: Pandiani ritratto à la Simenon.

Scherzi a parte, il passaggio da Instar Libri a Rizzoli, per Pandiani, non solo si vede, ma anche si sente, e rende del tutto manifesta quale sia, paradossalmente, la migliore ragione del successo crescente del genere noir.

Perché in questa terza puntata delle avventure del commissario Mordenti e dei suoi colleghi italo-francesi (non a caso sono chiamati les italiens) si rimane favorevolmente colpiti solo dal consueto tono scanzonato, dalle sensazioni episodicamente palpabili, dalla coloritura impressionista dei personaggi. L’intreccio, il finale, la suspence sono, questa volta, solo secondari. Morale della favola: nel perfetto noir dei tempi attuali conta di più l’aura del prodotto e del suo artefice piuttosto che la complessità che quell’aura assume nel contesto di una storia più o meno verosimile. Il Pandiani di Troppo piombo, per dirla tutta, era decisamente più in forma.

Ciò premesso, la trama di Pessime scuse per un massacro è semplice e non esige anticipazioni. Del resto i crimini efferati su cui il bel Mordenti deve indagare poggiano le basi su di uno scenario di sicura presa: la resistenza francese, con le sue spie, con i nazisti, con gli ebrei deportati e con i suoi eroi, specialmente con quelli “falsi”, per i quali i nodi, prima o poi, vengono sempre regolarmente al pettine. E oltre a ciò, per tutto il libro, l’affascinante poliziotto ammicca alle lettrici, vive di svagate intuizioni, continua a muoversi come farebbe un Fred Buscaglione d’Oltralpe, si inabissa in un esotico corteggiamento che, sia pur difficile, non può che andare a buon fine, e attraversa gli ennesimi momenti di crisi e di sofferenza catartiche. Dunque, nulla di nuovo.

Resta, come si è detto, il fascino di un “gruppo d’azione” che nei precedenti lavori era parso più convincente, e di cui vale comunque la pena riprendere, in chiusura, la breve descrizione che lo scrittore torinese ci offre all’inizio del racconto nelle parole del commissario-narrante: “A parte Alain e me, questa volta les italiens erano rimasti a Parigi. C’erano casi da seguire, scartoffie da compilare, così Leila, Michel e Didier e gli altri membri della mia squadra alla Brigata Criminale erano rimasti a fare la guardia al fortino. Ci chiamavano così alla Crim, les italiens, anche se ormai cambiamenti e disavventure avevano portato in gruppo le persone più diverse, Era dai tempi del commissario capo Bruno Pennacino che la storia andava avanti, l’idea di circondarsi di ritals era stata sua. Pareva sicuro che gli italiani fossero più fantasiosi, più capaci. Forse non era vero ma poco importava” (p. 15).

Enrico Pandiani e Les Italiens

Un’intervista a Pandiani

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Il 27 gennaio si è celebrato il Giorno della Memoria. Poco più di una settimana fa. Giusto il tempo di leggere questa breve, ma intensa, riflessione di Donatella Di Cesare, e cercare di capire, effettivamente, come sia possibile, oggi, ammettere il negazionismo, la posizione assurda, cioè, di chi sostiene, pur a fronte di riscontri, documenti, opinioni storiografiche ormai verificate e consolidate, che le camere a gas non sono mai esistite, che l’Olocausto è un enorme bluff, che vi sarebbero, anzi, le “prove”, anche tecniche, della sua inesistenza.

L’Autrice è molto netta: il negazionismo non si può giustificare; non c’è libertà d’opinione o di espressione che possa salvarlo; i metodi, il linguaggio, la strategia comunicativa dei negazionisti sono la continuazione / perpetuazione dei metodi, del linguaggio, della strategia comunicativa della diabolica programmazione dello sterminio consumatosi con la Shoah. Spiega Donatella Di Cesare: “Il negazionismo non è un ornamento della cultura contemporanea. Non è un’opinione come un’altra. Piuttosto è la soppressione delle condizioni per un confronto. È un’attività fantasmatica, non una ricerca intellettuale. E come tale si esercita in una vuota, spettrale, funerea negazione, non per questo meno temibile” (p. 68).

La lettura è appassionante, poiché, pur nella sintesi, si ha sia una panoramica pressoché completa delle tipologie e dei casi più noti di negazionismo, sia un’analisi puntuale del fenomeno, nelle sue implicazioni filosofiche (ermeneutiche), ma anche nelle sue conseguenze sociali (tanto culturali, quanto istituzionali). E si comprende davvero come, di fronte ad esso, anche i morti “non siano al sicuro”, e di come, quindi, sia necessaria una riflessione pubblica sul valore del ricordo, al di là di ogni riconoscimento retorico o di ogni approfondimento puramente storico.

Al lettore “giurista”, nonostante ciò, restano sempre alcuni dubbi: questa riflessione deve per forza tradursi in un processo di criminalizzazione? La previsione di una sanzione penale per i negazionisti (come avviene in Francia) è davvero una soluzione proporzionale ed efficace? Non serve forse rendere più solida la cultura costituzionale dei diritti e delle libertà individuali, anche mediante il ricorso ad una politica della memoria che non sia soltanto celebrativa?

Una riflessione su genocidio, negazionismo e memoria (a partire dal caso armeno)

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