Una vicenda semplice, e straordinaria allo stesso tempo, si svolge nel bel mezzo del genocidio armeno del 1915. Due donne, Anoush e Kohar, ed un bambino, Hovsep, unici sopravvissuti armeni di un villaggio completamente distrutto dall’esercito turco che ne ha sterminato la popolazione, si imbattono nel famoso Msho Charantir, il Libro dei Sermoni vecchio di settecento anni e custodito nel monastero di Surp Arakelots, fondato nel IV sec. da San Gregorio l’Illuminatore. Si è misteriosamente salvato dall’incendio che è stato appiccato anche al convento. Le donne decidono di portarlo con sè, nella loro lunghissima fuga dal terrore, aiutati da una coppia di greci, Eleni e Makarios, e scortati da un altro superstite, Zacharias, un anziano cui i carnefici hanno tagliato la lingua.

Il nucleo della storia non consiste nel suo finale, nel salvataggio riuscito, nella consegna del Libro ai monaci di Etchmiadzin. E neanche nel ricordo, terribile, del genocidio, delle barbarie che lo hanno caratterizzato, della sorte, altrettanto dura, che è toccata ai pochi salvati. La narrazione si muove ad una profondità maggiore, attorno ad altri poli: la provvidenziale assistenza dell’Angelo muto, che protegge, guida e soccorre l’impresa tenace dei protagonisti, che ne intravedono la presenza e che sempre vi confidano; l’importanza, sempre salvifica, che la memoria collettiva riveste anche per il diverso, anche per colui che non condivide gli stessi motivi di resistenza o di fuga, e quindi anche per Eleni, che, pur essendo greca e pur celando nel suo cuore gli stessi sogni del compagno, capisce e condivide il destino dei fuggiaschi armeni, potendolo fare, innanzitutto, come donna.

Nonostante il Libro di Mush sia la rielaborazione di una leggenda sorta su fatti realmente accaduti, esso è anche un racconto che sa di fiaba e che, forse implicitamente, vuole farsi insegnamento sulla memoria e sui simboli che la testimoniano: sono cosa preziosa, di inestimabile valore, come l’antico manoscritto, perché consentono di tener saldo il legame con le proprie radici e con la propria identità, perché permettono, anche a chi ha perso tutto, di cominciare una nuova vita e di trasmettere l’energia di speranza che rende questo nuovo inizio davvero possibile.

Dopo il fortunatissimo La masseria delle allodole (2004), seguito dagli altri successi di La strada di Smirne (2009) e Il cortile dei girasoli (2011), Antonia Arslan torna a parlarci degli armeni, della loro antichissima cultura e del genocidio che li ha travolti. Ma le sfumature del Libro di Mush sono tantissime; non c’è soltanto un concentrato di epopee individuali e familiari, o di sapienza millenaria. In fondo, con quest’ultima prova, compatta e attraversata da una solida serenità di scrittura e di ispirazione, la bravissima autrice padovana ci riporta, indirettamente, all’origine di tutto il suo impegno e di tutto il suo sforzo: alla traduzione e cura (2004) de Il canto del pane, di Daniel Varujan, che, ora lo sappiamo, si può definire, senz’altro, come il “Libro di Mush della poesia armena”.

Antonia Arslan, il genocidio armeno e il Libro di Mush

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