cosa ne sanno più gli italiani dell’immergersi e nuotare nei fiumi e nei / torrenti – del gusto della sospensione e del galleggio – un sedile di / pietra dove starsene a scrutare la volta dei rami e delle foglie – là dove / balugina una luce riflessa tra penombre e spiragli di cielo… Non sono parole di Franco Arminio (che non è nuovo a queste pagine), ma è l’inizio dell’ultima raccolta versi di Roberto Cogo (che anche non è una voce sconosciuta). Ho fatto così tante “orecchie” a Terracarne (non a caso è già stato segnalato tante volte), che davvero non saprei da dove cominciare per esprimere qualcosa su questo recente zibaldone del noto paesologo di Bisaccia (Irpinia d’Oriente). Quindi ho scelto l’esordio di un riuscito poemetto del bravo poeta vicentino (Dell’immergersi e nuotare. Wild swimming), perché, mi sembra che riesca ad evocare al meglio il senso ultimo di una ricerca forse comune e altrimenti difficile da spiegare.

I percorsi di questi due Autori paiono intrecciarsi. Arminio vaga tra piccoli e “grandi” paesi del Sud, e cerca spesso il dettaglio, per trarne tutte le energie che possono nascondersi alla vista e all’udito di chi non riesce più ad accorgersene, perché immerso nell’“autismo corale” della civiltà urbana (“Si va nei luoghi più sperduti e affranti e sempre si trova qualcosa, ci si riempie perché il mondo ha più senso dov’è più vuoto, il mondo è sopportabile solo nelle sue fessure, negli spazi trascurati, nei luoghi dove il rullo del consumare e del produrre ha trovato qualche sasso che non si lascia sbriciolare”: p. 12). Cogo si immerge e nuota, prevalentemente nelle sue terre del Nord-Est, in qualunque specchio d’acqua che gli consenta di tastare la sensazione di estrema fratellanza, se non di unione, tra fibre ed umori personalissimi, da un lato, e la superficie dei fondali, i colori degli alberi, il canto veloce degli uccelli, dall’altro (nelle vene gelate circola la chimica che inebria – acque gelide di / vita fin sotto le montagne impattano sulla pelle – scivola il velluto di / un vento smeraldino sul corpo minerale – l’eco di un ritorno al / luogo segue un tuffo senza indugio – nuoto e mutamento: p. 17).

A loro modo, poi, sia Arminio, sia Cogo sono scienziati, rigorosi applicatori di un metodo che ben si può dire sperimentale e che, difatti, li espone direttamente alla presa diretta di cose e di sensazioni, così come all’alternativa tra riscontro e falsificazione costanti delle rispettive intuizioni. Per il primo il laboratorio è fatto di tanti nomi, sconosciuti, quelli dei paesi che visita e ri-visita, in Lucania, o tra Puglia e Molise, o nel Cilento, o in Irpinia, ma anche notissimi, quelli dei paesi che sono stati fagocitati dall’immensa periferia di Napoli. Il suo spirito è quello del rabdomante, che cerca la vena segreta e ancora inesausta, e che alla desolazione o al caos non oppone alcuna facile ricetta, accontentandosi, semplicemente, di raccogliere lui stesso e di capire, saggiare o ricordare. Anche per Cogo si tratta di ricordare, in particolare di ricordare e di ritornare: il suo sistema è quello della ripetizione seriale, della messa alla prova, della tensione dell’arco del corpo, per riemergere in una dimensione primitiva e primigenia, e vivere l’occasione di poterla afferrare (sarà pace e foglie – sarà luce e giorno in silenzi di usignolo – il ritmo / delle cicale a remare nel torrente – saranno ancora una volta / spessori di terra e quiete contro un cielo di fatti azzurri – sarà roccia e / sabbia lambita da un riflusso di luna – sarà tutto o niente: p. 18).

Il paesologo e il poeta, infine, sono animati da una chiara intenzione costruttiva, poiché il fine delle loro indagini consiste nel rendere attingibili le potenzialità di cui scrivono e nel tracciare, così, una mappa di ri-generazione, personale e collettiva. Arminio lo afferma con tutta l’onestà di chi vuole individuare un percorso, senza il timore di essere frainteso: “La paesologia continua il suo cammino, staccando ogni suo filo dalla paesanologia. La questione non è la questione meridionale, non è la difesa dei piccoli paesi e neppure il loro abbellimento, non è la vocazione al recinto, al campanile, e soprattutto non è il lamento allo sviluppo che non c’è stato, su chi se n’è andato, su ciò che eravamo e non siamo più. È un modo di stare al mondo facendosi tentare continuamente dall’impensato, un modo di stare qui connettendosi ad altre strampalate lietezze che ancora vagano per il mondo”: p. 330). Cogo, analogamente, è limpido e cristallino, si getta nelle acque anche quando tutti hanno mollato, quando è possibile un wild swimming di settembre (p. 28), che non è, quindi, l’esperienza della frescura estrema nella calura agostana, è il dialogo sempiterno con gli elementi, per immergersi di nuovo e provare effettivamente che cosa significhi lo scrosciare del cielo al tramonto, per respirare, in definitiva, l’immensa periferia dell’universo (p. 30).

Non so se Arminio e Cogo si conoscano, ma sarebbe davvero curioso vederli dialogare in riva ad un lago e osservare insieme, oltre il canneto, un antico campanile, nell’orizzonte impolverato dal rumore di una superstrada. In questo scenario questi due volumi si sono incontrati e, credo, piaciuti. Perché con loro il Nord e il Sud si toccano e finiscono per incontrarsi e per attraversarsi reciprocamente, con tutta la diversità e con tutta la somiglianza delle insperate risorse di cui dispongono.

Una breve intervista a Franco Arminio

Le poesie di Roberto Cogo

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Già prima di leggere questo grazioso monologo pensavo che lavorare in una biblioteca non sia affatto un lavoro comune e che in tutti coloro che lo prendono sul serio non si tratti soltanto di svolgere determinate operazioni seriali (riordinare, catalogare, collocare, spostare etc.) ma anche di entrare in contatto con un potentissimo microscopio, il cui utilizzo esige una precisione e una disciplina assolute. La bibliotecaria cui Sophie Divry attribuisce il lungo “sfogo” di cui è composto questo libro mette in scena la rappresentazione e la “prova” perfetta di quella ricorrente impressione e mi consente anche di rammentare con simpatia tutte le figure, in carne ed ossa, in cui riconoscere, nella vita reale, stretti “parenti” o fedeli “seguaci” della protagonista.

Tolto l’unico profilo che senz’altro è poco convincente – ossia la coltivazione quasi masochistica e nevrotica, da parte dell’impiegata narrante, di una condizione di solitudine sofferente e affettivamente “monca”: è lo stanco stereotipo, per l’appunto, del “topo” di biblioteca… – l’esordio della scrittrice francese è decisamente brillante. La Biblioteca (con la B maiuscola, anche se si tratta di una biblioteca di provincia) vi assume i connotati di un’immagine del mondo: a volte così fedele, nello smascherare le tante piccolezze e volgarità delle comuni relazioni sociali; a volte capace di ergersi a metafora di un’alternativa ideale e assolutamente democratica, nella quale rendere accessibile a tutti le chiavi per progettare la propria vita e promuovere, con ciò, tutte le doti e le virtù che all’esterno paiono tanto trascurate; altre volte, ancora, fruibile come luogo di rifugio, di protezione, di conservazione e di “alimento”, per uomini e idee che non vogliono adeguarsi al paradigma del consumo letterario.

Sono moltissimi i punti specifici che meriterebbero una segnalazione ed un plauso. Ne ricordo alcuni: la felice assimilazione tra il sistema universale di classificazione Dewey e la tavola di Mendeleev (p. 8); la “tirata” sui “libri brutti”, rispetto ai quali “bisogna essere cattivi”, perché la Biblioteca è anche la sede di una selezione seria ed accurata dei meriti culturali, e la Cultura (sempre con la maiuscola…) “è uno sforzo permanente dell’essere per sfuggire alla propria vile condizione di primate non civilizzato” (p. 38); la paradossale (ma quanto reale!) “proprietà” delle Biblioteche, dotate della forza “soprattutto in estate” (di nuovo: quanto è vero!) di attirare “i matti” (p. 44). Un neo che non si può trascurare, invece, è nella scelta del titolo per l’edizione italiana: perché mai i titoli vengono così vistosamente, e così frequentemente, alterati? La cote 400 andava semplicemente mantenuto (La segnatura 400), non solo perché richiama il linguaggio tecnico del mestiere o perché allude alle “risorse” di ordine e di sistematicità che la Cultura può offrire alla povertà intellettuale dell’uomo contemporaneo; quella segnatura è molto importante nell’economia del racconto, è quella rimasta vuota, così come è vuota una parte dell’esistenza della querula bibliotecaria, che in quello spazio sperimenta l’aggressione della realtà sulla sua personale ed incompresa sensibilità e, più in generale, sulla logica intrinseca del sapere.

Il titolo corretto, del resto, sarebbe stato più adeguato alla tensione umoristica del pezzo. C’è un sottile divertimento, infatti, in questo libro, una specie di ironia, che attraversa anche le lamentazioni e i sogni più malinconici della bibliotecaria, e che risveglia un pizzico di comprensione e di complicità. E c’è – cosa che non si può non notare – un chiarissimo spirito francese, che nell’elogio, pieno di orgoglio, del luogo pubblico come occasione di edificazione e di fortificazione di virtù, anche private, conferisce al lungo discorso il tono di una satira complessivamente dolce, meno aspra e meno tagliente di quelle, sia pur bellissime, scritte dal nostro (bravissimo) Vitaliano Trevisan (v., ad esempio, Il ponte). Mi viene in mente, così, all’improvviso, un’osservazione: per essere realmente europei, noi italiani dobbiamo rinunciare un po’ di più alla disperazione e all’invettiva, e rivestire più spesso della sana fiducia e dell’altrettanto sano ottimismo che le Biblioteche e la Cultura possono assicurarci con poca fatica e a pochi passi da casa. La vera e costruttiva indignazione parte da lì.

Un’intervista all’Autrice (in francese)

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In questo libro la sua figura non compare, ma il ricordo di Padre Benedetto Mathieu è la ragione concreta della curiosità che ha determinato l’acquisto del volume e ne ha accompagnato tutta la lettura. È un ricordo lontano, in verità, frammisto a immagini di altre estati, passate tra Marina di Massa, Viareggio, Pietrasanta e Sillico di Pieve Fosciana. Proprio in quest’ultimo e minuscolo borgo della Garfagnana l’ho incontrato per la prima volta: l’eremita francese – da cui è stato ispirato anche Romano Battaglia, recentemente scomparso – vi ha fondato un Centro Internazionale di Cultura e Spiritualità. Soltanto a coglierne lo sguardo, si perde subito qualsiasi stereotipo sugli eremiti o, in generale, sugli uomini di fede, che effettivamente, quando sono veramente tali, riescono sempre a spiazzarti.

Di esperienze di “spiazzamento” ci racconta anche Espedita Fisher, reduce dai successi del super-recensito Clausura (2007). Le parti più belle di Eremiti, infatti, non sono tanto le dirette e tante voci degli incredibili personaggi che popolano le pagine – nelle quali ogni incontro tende a chiudersi in una sorta di intensa e variabile autobiografia spirituale – quanto le impressioni di sorpresa e inadeguatezza costanti che l’Autrice vive di fronte ai suoi diversi interlocutori e che, nonostante ciò, paiono rafforzarla in un autonomo percorso di ricerca. Non è un caso che l’ordine degli incontri ci venga presentato come la successione “provvidenziale” di occasioni “fatali”, che dovevano verificarsi affinché la scrittrice stessa potesse compiere il suo itinerario. Il fatto, poi, che questo risulti spesso casuale o anche goffo è il frutto di un espediente narrativo certamente voluto e riuscito: non possiamo, cioè, non identificarci, e non possiamo, quindi, non finire per incappare negli stessi quesiti che si pone Espedita; in buona sostanza, non possiamo, al termine della lettura, non fare i conti, sia pur in parte, con gli interrogativi profondi che l’eremitismo impone.

“Nel merito”, l’inchiesta della Fisher ci offre un regalo inaspettato e una conferma importante. Il regalo consiste nella rivelazione di piccoli e splendidi luoghi della montagna e della collina italiane, per i quali pare che il romitaggio non sia soltanto cosa di scelte personali, ma sia soprattutto affare di paesaggi e di atmosfere irripetibili (in Molise come in Calabria, in Abruzzo come in Umbria, in Toscana o in Lazio come in Veneto o in Sicilia): apprendiamo, così, che, fortunatamente, anche il paesaggio in taluni casi si è fatto “eremita” e si è “salvato” dalla diffusa devastazione urbanistica dei territori.

La conferma riguarda il fatto che tutte le figure degli eremiti intervistati nel corso del viaggio sentimentale dell’Autrice, da un lato, sono tra loro molto diverse (vivono in grotte, ma anche nel bel mezzo delle città; sono in contemplazione, ma sono anche consapevoli dei problemi che vive la nostra società; sono uomini, ma sono anche donne), dall’altro, si assomigliano in modo decisamente evidente (conoscere se stessi è l’imperativo trasversale, che spiega, in questi “protagonisti”, il frequente sincretismo dell’approccio religioso e la comune insistenza sulla privazione delle cose del mondo e sull’esperienza dell’altro come vie privilegiate per l’accesso alla chiave nascosta del proprio equilibrio naturale). La via, dunque, non è unica e prestabilita; ma c’è un linguaggio segreto, universale e costante, cui ci si può avvicinare soltanto con grande umiltà e disciplina.

Intervista all’Autrice

Una recensione (di Alessandro Zaccuri)

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Per i costituzionalisti italiani, ma anche per gli studiosi del diritto pubblico, Michele Ainis rappresenta senza dubbio uno dei più accreditati “nomi” della dottrina. In questa sua veste di interprete privilegiato delle dinamiche più attuali e controverse delle istituzioni del nostro paese, è anche noto a larga parte dell’opinione pubblica: come autore di interventi ed editoriali sui più importanti quotidiani, ma anche come ospite ricorrente in alcuni dibattiti televisivi o in alcune trasmissioni radiofoniche. Nessuno, tuttavia, ne aveva potuto apprezzare, finora, anche le doti narrative.

Doppio riflesso è un libro difficile e “scivoloso”, dallo stile e dal fraseggio magmatici e disorientanti; quasi che la sua scrittura costituisca il frutto diretto dello stesso smarrimento di cui è vittima Arturo, colui che ci appare subito, dalla prima pagina, come protagonista. C’è da chiedersi, però, altrettanto presto, se sia vero che il personaggio principale di questo romanzo, così atipico, è realmente questo irresoluto e smemorato agente di commercio, perseguitato da un sosia che gli “occupa” all’improvviso la vita, ed impegnato a scrivere un diario in cui cercare di recuperare, nero su bianco, il bandolo della matassa in cui si è raggomitolato il suo ménage quotidiano.

Non c’è dubbio che una storia esiste e che Arturo incontra “sul suo cammino” molte altre figure (da Pietro a Gea; da Gea ad Armida; etc.); tuttavia, sono anch’esse enigmatiche, “doppie” e sfuggenti, come le prime pagine di un libro che si sta cercando di comporre, come le pagine del Necronomicon, testo leggendario, creazione essa stessa di un genio letterario (quello di Lovecraft) e in quanto tale destinato a risultare tutto e il contrario di tutto. Nel racconto, l’unica cosa certa è la ricerca di quest’opera, che si interseca alle vicende di altri “figuranti”; eppure, il racconto stesso non sembra mai possibile, poiché Arturo, nello scrivere il diario, modifica il mondo che lo circonda e finisce sempre per perdersi sulle rive di una spiaggia capace di restituire tanti piccoli relitti e di testimoniare il senso di un costante naufragio.

Se Arturo riesca a “salvarsi” è domanda che occorre lasciare inevasa: la lettura del libro offre, sul punto, la risposta che il suo Autore ha pensato migliore. Vero è che in quella risposta, tanto semplice, si nasconde il segreto del libro: che è “un racconto sui racconti”, un romanzo sui libri e sulla loro potenza, sulla loro funzione di farci sperimentare incessanti “re-incarnazioni” e di proporci, per ciò solo, inesauribili questioni. Sono i libri, alla fine, i veri protagonisti; ma sembra di poter affermare, in aggiunta, che per Ainis essi non sono solo i protagonisti del suo ultimo libro, ma i protagonisti di tutta un’esistenza.

Intervista all’Autore

Una recensione (di Gabriele Pedullà)

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Per chi ha ancora sei giorni da “spendere” al lavoro, prima di guadagnare un po’ di respiro e di concedersi la meritata vacanza, questo gioiellino può proprio essere indispensabile, una bevanda capace di conferire resistenza e fiducia: un po’ come il mate che don Isidro, ex barbiere e detenuto, si accinge a preparare quando i suoi sventurati e pittoreschi “clienti” gli chiedono soccorso e lo interpellano direttamente nella cella n. 273 del penitenziario, affinché risolva gli intrighi che li tormentano.

Però occorre fare attenzione. Il terreno è quello dell’apocrifo e del farsesco, e la scrittura è difficile e proporzionata alla dimensione volutamente caricaturale dei personaggi. La lettura, poi, si rivela sempre densa e l’attenzione si scopre costantemente divisa tra la volontà di comprendere l’enigma e il desiderio di intendere le tante citazioni e i tanti riferimenti incrociati. Tutta l’ironia e tutto il “mestiere” di Borges-Casares – o, meglio, di Honorio Bustos Domecq, colui che è indicato come il vero / fantomatico autore di queste indimenticabili prove d’artista – si esprimono al meglio, quasi senza freni. È quanto mai necessario, dunque, “allacciarsi” robuste cinture di pazienza.

Ma, come si suol dire, “il gioco vale la candela”. Per l’eleganza e l’asciuttezza delle rapide spiegazioni con cui don Isidro scioglie matasse che paiono inestricabili. Per lo studiato contrasto tra la semplicità di quest’eroe (suo malgrado) sedentario e la volgarità e la superficialità delle macchiette che con lui interagiscono. Per la satira che in questo modo Domecq mette in scena nei confronti di alcuni tipi sociali, delle loro fortune e della vacuità di cui finiscono per farsi (in)degni rappresentanti. Per il rincorrersi dei personaggi, alcuni dei quali compaiono “in varia foggia” e in contesti e momenti diversi.

Piace pensare, poi, alla fine della lettura, di poter indossare, anche solo per un attimo, le “lenti” di don Isidro e di riuscire, così, a dominare la pochezza dei nostri affanni quotidiani con la stessa pacatezza e con pari senso pratico. Quale altro libro potrebbe promettere le soddisfazioni di una simile illusione?

Un’intervista a Borges (di Fausta Leoni)

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… e diremmo anche “Storia di una passione personale ed autentica”, perché tutto il libro serve a giustificare, meravigliosamente, la confessione racchiusa nelle sue ultime righe: “Se potessi ricominciare oggi, sceglierei di nuovo la letteratura. Se le risposte esistono, in questo mondo o nell’universo, sono ancora convinta che le troveremo proprio là” (p. 302). Elif Batuman, posseduta “coi fiocchi”, ci racconta alcune delle sue esperienze letterarie preferite e ci ricorda quanto può essere intenso, oltre che indispensabile, il fuoco della curiosità intellettuale.

Ci sono, comunque, tre motivi specifici per leggere questo libro, a suo modo molto singolare. Il primo ha a che fare con gli aneddoti, le spigolature, le curiosità e le brillanti intuizioni su vita e opere di alcuni dei più grandi narratori dell’immensa tradizione russa tra Ottocento e Novecento. Da questo punto di vista i capitoli Babel’ in California e Chi ha ucciso Tolstoj? sono, semplicemente, squisiti. Del primo “gigante” la Batuman coglie perfettamente l’ostinazione nella vita: difficile trattenersi e non rileggere, ancora una volta, L’Armata a cavallo e i suoi strani e intensissimi racconti. Di Tolstoj, invece, e della mitica tenuta di Jasnaja Poljana, sentiamo persino il fiato, mai corto, sempre robusto e lussureggiante, sempre così irresistibilmente solido e catartico, e sempre così proteso alla ricerca di un equilibrio fecondo tra realtà e condizione ideale.

La seconda virtù del volume, invece, trascende la prospettiva della Wunderkammer bio-bibliografica (portata a vette difficilmente raggiungibili nel pezzo su Il Palazzo di ghiaccio) per manifestarsi sotto forma di profonda riflessione, un po’ meta-letteraria, un po’ intra-letteraria. Leggere o scrivere o interpretare storie, romanzi o novelle non è soltanto evasione. Da un lato, le parole nascondono misteri e allusioni profonde, e il loro uso si combina in meccanismi che vogliono essere immagine di situazioni e pensieri universali e totalizzanti: ragionarci sopra è come percorrere una parte di tutti e di noi stessi. Dall’altro, però, la comprensione di questa dimensione passa, sorprendentemente, anche attraverso ciò che le potrebbe apparire più estraneo, ossia il minuto, il dettaglio e l’interstizio; se possibile anche attraverso il respiro della stessa aria che ha inalato l’autore, l’analisi dei suoi luoghi, delle sue fonti di ispirazione, dei suoi difetti e della sua quotidianità, delle sue peripezie e dei suoi dolori.

Il terzo punto di forza consiste nella possibilità di saggiare che cosa può accadere ad un tipico profilo di giovane studioso “globale”, a contatto con le stranezze, le eccentricità, le avventure, le casualità e i paradossi del mondo accademico e degli imprevedibili percorsi della ricerca universitaria. Questa è costellata di incertezze e di irripetibili occasioni, di delusioni e di ineffabili speranze, grandi o piccole; ma è anche il modo per conoscersi meglio e per confrontarsi con tanti altri “posseduti”, per capire di volerli “avvicinare” e di volerli “evitare” allo stesso tempo, in un rapporto di “amore e odio” e di sensibilità sempre acuminate. In questa direzione, il resoconto, in tre parti, sull’Estate a Samarcanda è qualcosa di più di un’iniziazione metodologica o di un “romanzino” di formazione o di un viaggio nella memoria e nelle radici di una predisposizione irrefrenabile: è la somma delle tappe che un personaggio di un romanzo russo potrebbe ancora percorrere, per “uscire dal guscio” e ritrovarsi, finalmente e irrimediabilmente, convinti (non importa se vincitori o sconfitti) nella propria scelta di vita.

In conclusione, per questa giovane scrittrice di origine turca, non potrebbe esserci un omaggio migliore: anche per lei vale l’invito che Pietro Citati rivolge dalla quarta di copertina dell’edizione economica Adelphi de Il dono di Nabokov: «Dovunque siate, a casa o in ufficio, qualsiasi cosa stiate facendo… uscite subito e precipitatevi dal libraio. I posseduti è lì, e vi attende»!

Una recensione di Paolo Nori

Elif Batuman’s homepage

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Ogni tanto tornare a Philip Kerr non fa per niente male. Il ciclo Berlin Noir e il suo impareggiabile detective, Bernie Gunther, sono pietre miliari della “letteratura internazionale”, così come lo sono i “prodotti” di John Grisham, Wilbur Smith o Patricia Cornwell: il bestseller è il loro “luogo” più congenito. Con il vantaggio, però che l’ambientazione cui lo scrittore scozzese riesce a mettere mano di volta in volta è molto più solida e suggestiva, e che il protagonista è un concentrato di sfrontatezza-cuore-cinismo da far invidia al più classico degli investigatori da fumetto.

In questo libro Gunther è nella sua veste di detective d’albergo, una sorta di scafato “alligatore”, che ha il compito di tenere “puliti” i fondali dell’elegante e prestigioso Hotel Adlon di Berlino: l’avvento del nazismo lo ha allontanato dalla polizia criminale; occorre essere fedeli al partito, e uno come lui, fedele alla Repubblica di Weimar, proprio non ci riesce. In queste sue mansioni si imbatte in una serie di traffici poco chiari, che intrecciano la corruzione del neonato regime e le mire speculative dei peggiori gangster d’oltreoceano. È il 1934, e le Olimpiadi del 1936 sono una buona occasione per lucrare sugli appalti per le grandi opere pubbliche e sullo sfruttamento del lavoro di ebrei e perseguitati politici, ormai sistematicamente esclusi da qualsiasi occupazione dignitosa. Gunther si imbatte in un malavitoso americano e lì cominciano i suoi guai, che tra i pericolosi contatti con la Gestapo e uno sprazzo di vera storia d’amore con la bella Noreen culminano in modo drammatico ma enigmatico sul ponte di un battello. La storia, poi, si sposta nel 1954, nella Cuba di Batista, dopo la guerra e dopo le dolorosissime vicende che hanno spinto il nostro eroe a fuggire dalla Germania e a crearsi una nuova identità. Tutto sembra normale, ma Bernie rivede Noreen, e le vicende si susseguono fino all’epilogo chiarificatore.

Con Kerr, in verità, non c’è quasi mai da aspettarsi una conclusione del tutto compiuta, perché ad essere tale è la figura di Gunther, sempre e comunque “bastante” a se stessa, dall’inizio alla fine: votato al compromesso ed una sorta di sopravvivenza avventurosa e quasi causale, questo detective è alfiere di un fatalismo tragico che, senza nascondersi dietro particolari colpi di scena e senza ammiccare necessariamente all’idea di un poliziotto speciale, intellettualmente e fisicamente dotato, parla a tutti i lettori. La forza di Kerr è sempre l’umanità “estrema” e “condannata”, limitata, ma capace, proprio perché imperfetta, di ogni bassezza e di ogni sacrificio, ma anche di ogni nobile aspirazione e di ogni grande “gesto”.

Si può fare comunque un appunto, che non è, tuttavia, rivolto all’Autore, bensì all’editore italiano che lo rende noto anche al nostro pubblico. La traduzione, davvero, non sempre è all’altezza, ed anche alcune scelte stilistiche, o “di resa”, sono nettamente stonate. Quanto varrebbe Philip Kerr con un doppiaggio più sicuro?

Il sito dell’Autore

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Uno degli economisti italiani più noti e impegnati inaugura una nuova serie de il Mulino dedicata ad una interessante collaborazione tra questo editore e lavoce.info. Lo fa, nella specie, affrontando i mali del calcio italiano, in un’intervista che prende spunto dai tanti scandali degli ultimi anni (da Calciopoli alla recentissima vicenda, ancora pendente, delle scommesse) e che cerca di isolare i fattori che in Italia rischiano di inquinare sistematicamente, se non esaurire, le grandi risorse e le insospettabili potenzialità di questo sport.

La dimensione del libro (103 pp. in un formato più che tascabile) lo renderebbe particolarmente appetibile proprio per l’assolata giornata che sta per culminare in Italia-Spagna, attesissima finale degli Europei 2012, se non altro perché, al termine di riflessioni poco confortanti sul pianeta-calcio, c’è sempre la speranza di rinfrancarsi e di emozionarsi di fronte all’incontrollabile magia del gioco. Il fatto è, però, che la rassegna dei problemi / “vizi” analizzati da Boeri non ci rivela alcunché di particolarmente originale.

Da molto tempo, ormai, si discute, quanto al calcio italiano, della cronica incapacità di scoprire e lanciare nuovi e giovani talenti, o del patologico intreccio tra potere mediatico, disciplina dei diritti televisivi e scarsa solidità patrimoniale delle società sportive, o, ancora, del complesso reticolo che, anche nel “governo del pallone”, agevola e protegge conflitti di interessi e fenomeni più o meno macroscopici di “cattura” di quei soggetti istituzionali che, viceversa, dovrebbero essere il più indipendenti possibile. Non meno sperimentati sono i rilievi critici all’ampiezza della “forbice” che separa le grandi star dai giocatori delle serie minori. Analogamente, è da tantissimo tempo che si ragiona su quale possa essere il modo per rendere più sereni e “incorruttibili” gli esponenti della classe arbitrale, le cui aspirazioni di carriera – e di guadagno – sono sempre state il terreno di ogni possibile speculazione e di ogni relativo “scandalo” (estivo o meno). Certo, a quest’ultimo riguardo, ed anche per chi non consulta sempre l’home page di lavoce.info, il ragionamento di Boeri fornisce notizia di una bella ricerca empirica, che non può che suffragare ulteriormente le lamentazioni, spesso solo “sentimentali”, di appassionati e osservatori.

Ad ogni modo, la poca originalità del volume fa riflettere: in primo luogo, sulla circostanza che, forse, bene avrebbe fatto, lo stesso Boeri, a “non” parlare solo di calcio e, anzi, a saggiare le sue brillanti capacità analitiche proprio nella “metafora” cui dice espressamente di voler sfuggire, quella, cioè, tra i problemi del calcio italiano e i problemi del Paese; in secondo luogo, sulla questione, di ben maggiore portata, se l’apporto degli economisti ai dibattiti più cruciali e più sentiti dall’opinione pubblica debba concentrarsi, principalmente, non tanto sull’applicazione divulgativa del “metodo” che ne caratterizza l’expertise, quanto, piuttosto, sulla divulgazione “sostanziale” di dati, documenti, ricerche, studi e valutazioni che la loro scienza gli mette quotidianamente a disposizione (in altri termini: dobbiamo tutti “armarci” di una “tecnica” specifica e diventare, nel nostro piccolo, “economisti in provetta? O dobbiamo, meglio, conoscere effettivamente quali sono i risultati che lo studio dell’economia ci consegna e che ci permetterebbe di avere basi conoscitive ed istruttorie migliori per comprendere la realtà e per pensare, anche con l’aiuto di altre considerazioni, a qualche idea?). D’altra parte, i passaggi migliori di questo testo sono, guarda caso, quelli in cui si riferisce di indagini che non sono già disponibili al normale lettore delle pagine sportive dei principali giornali e che ne possono ampliare la “consapevolezza”, oppure quelli in cui si avanza qualche proposta operativa (come quella relativa ad una più netta “responsabilizzazione” dei dirigenti delle società).

Se c’è un aspetto, comunque, sul quale Boeri merita è un plauso è che ci ricorda che il calcio è una cosa maledettamente seria. Che cosa si può leggere, dunque, di serio, prima della partitissima? Ritrovo uno spunto di grande saggezza – quasi à la Montesquieu – in un classico pezzo dell’eterno Gianni Brera (Il più bel gioco del mondo, nel libro che porta lo stesso titolo e che raccoglie alcuni dei migliori articoli del grande giornalista, morto nel 1992: Milano, 2007, 409-410): “Il guaio è che il calcio è sempre maledettamente difficile da capire e da interpretare. Il fenomeno calcistico è vasto come il mondo ed esige conoscenze sportive non limitate affatto alla pedata, bensì fondate sullo studio dell’etnos, della psicologia razziale, dell’ambiente sociale ed economico. Quando un paese mezzo alpino e mezzo mediterraneo come l’Italia pretende di assumere gli usi e i costumi calcistici degli inglesi, immancabilmente si vota alla catastrofe; quando ripudia il proprio modulo ideale per adeguarsi a quello d’un popolo dalle caratteristiche quasi opposte, rivela altresì deleteria ignoranza. Questa verità critico-storica è oggi accolta da chiunque si interessi di calcio fra noi. Per giungere ad affermarla ci sono voluti quasi vent’anni, e fa molta specie ammetterlo, ma in fondo non meraviglia, perché la pigrizia mentale è sempre stata e rimane una delle più gravi jatture dell’uomo”.

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Per questo romanzo non c’è nulla di meglio che un giudizio “tecnico” da sommelier: eleganza e raffinatezza allo stato puro, con tutto il sapore, però, di una “cucina” meticcia, profumata quanto corposa, da assaporare “esagerando”, e quindi sorseggiando un buon tè alla cannella o, per chi ama gusti più aspri, un bel bicchiere di karkadè. Il venditore di passati è veramente una buona bevanda, anche se non è adatta a tutti i palati. Può dare ampie soddisfazioni soltanto a chi cerchi, tra le tante e possibili letture estive, fragranze decisamente intense; sempre che si sia preparati al naturale disorientamento da cui è sempre ammantato il piacere delle spezie.

Il protagonista assoluto dovrebbe essere Felix Ventura, “genealogista” angolano che si guadagna da vivere offrendo ai suoi clienti una biografia “su misura” e che si rifugia egli stesso in un passato costruito a tavolino, alla ricerca, forse, di un futuro che sia più benigno del suo presente di uomo solo e di albino. Dalla prospettiva di Felix, lo snodo che anima il racconto sta tutto nella scoperta dell’impossibilità di dominare e di re-inventare il passato, che, soprattutto nelle vicende delle ex colonie africane, si palesa come destino costantemente incombente e si rivela più vero e drammatico di quanto possa pensare la fantasiosa immaginazione di qualsiasi interprete.

In verità, il vero personaggio principale del libro è Eulálio, un geco che convive con Felix, sulle pareti e nelle fessure della sua casa, alter ego “reincarnato” di Jorge Luis Borges e nume tutelare del rapporto tra l’invenzione e la realtà. I sogni e le riflessioni di questo coltissimo e pacato animaletto sono un potente inno alle virtù della letteratura e alla capacità che l’esperienza letteraria può dimostrare nel rivelarci i caratteri intrinsecamente mutanti e obliqui della nostra vita e della nostra memoria.

Non è nuovo Agualusa al tema delle trasformazioni, degli “ibridi”, dell’onirico e delle “comunicazioni” tra fantasia e realtà, Né sono nuovi, per questo raffinato scrittore, il dialogo con Borges (ma anche con Pessoa e con tutta la tradizione lusitana: Borges all’inferno e altri racconti) e la “passione”, per così dire, nei confronti dei piccoli rettili misteriosi (The Book of Chameleons). Eppure, per il lettore italiano che voglia provare che cosa sia, oggi, la grande letteratura in lingua portoghese, non c’è niente di meglio che affidarsi a questo piccolo volume (da poco ristampato) e all’ottima e “flautata” traduzione di Giorgio de Marchis.

Intervista all’Autore (da Fahrenheit)

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Mettiamo subito le mani avanti: Camilleri può piacere e può non piacere; personalmente, non l’ho mai annoverato tra i miei autori preferiti, a prescindere dalle fortune (meritate) della “saga” di Montalbano e della sua (altrettanto riuscita) trasposizione televisiva. Però occorre riconoscere che l’abilità tecnica e la scienza del racconto sono virtù che meritano sempre un doveroso omaggio; Camilleri, c’è poco da dire, ne è un vero esperto. L’ultimo saggio di queste naturali skills stilistiche e compositive è la rapida ricostruzione del “caso Persico”, che illumina ulteriormente il catalogo già brillante di Narrativa Skira.

In pochi tratti, Camilleri riesce, dapprima, a riportare alla luce i lineamenti essenziali dell’enigmatica e prematura morte di un noto intellettuale, rievocandone anche il pensiero, le amicizie, le colleganze e l’importanza nel mondo della pittura e dell’architettura a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Quindi, di fronte alle poche e contraddittorie informazioni sul decesso e sulle congetture che amici, testimoni, giornali e pubbliche autorità hanno fatto a suo tempo, lo scrittore siciliano prova ad inoltrarsi con decisione nell’intricato gioco di specchi che questi dati sembrano animare, ricomponendolo pezzo per pezzo, e dominandolo, anzi, in una storia che da “immaginata” e “inventata” si fa, pagina dopo pagina, affascinante, sorprendente e addirittura verosimile.

Il risultato finale dell’operazione si può apprezzare su due piani. Essa ci consegna, dopo tanto tempo, un testo da affiancare, sullo scaffale, all’indimenticabile classico di Sciascia, La scomparsa di Majorana (1975). Perché anche in quell’ipotesi si trattava di un “labirinto” di eventi, tesi, ricostruzioni, scenari e relazioni; e perché anche allora occorreva andarci “dentro”, fino in fondo, per trarre, dal relativo ricordo, uno stimolo e un impegno ad una tensione spirituale e morale autentica ed assoluta, che ambisce ad essere rinnovata e coltivata; e che, in fondo, è quella della “legge” interiore che “governa” e “lega” tutti coloro che vivono profonde affinità di spirito e di responsabilità culturale (il controverso e irrisolto rapporto tra Gobetti e Persico è, in questo senso, davvero esemplare: sia pur in modo diverso, anche Persico non vuole lasciarsi catturare nella “coltre” del regime fascista). La seconda virtù di questo pezzo, apparentemente “facile”, di Camilleri risiede tutta nel suo soggetto: Edoardo Persico (v., a lato, un ritratto del 1928, dipinto da Carlo Levi), di cui Skira ha riproposto anche quattro tra i suoi più significativi contributi nel volume Profezia dell’architettura (2012; il più importante dà il titolo alla raccolta).

Ciò che ancora colpisce, di Persico, suscitando un’inevitabile ammirazione, è la poliedrica instancabilità, la voglia di stare nel dibattito del momento, di esprimersi e di confrontarsi in ogni modo con i protagonisti di un determinato momento storico, di tentare simultaneamente imprese forse dichiaratamente impossibili (scrivere romanzi, fondare case editrici, allestire mostre ed esposizioni, “guidare” gruppi di artisti, ispirare redazioni di riviste, collaborare con studi professionali…) e di lasciare comunque impressioni e ricordi indimenticabili in tutti coloro che l’hanno conosciuto. E stupisce, poi, anche la vera passione intellettuale, che, pur essendo attraversata da un cattolicesimo talvolta fervente, integralista e quasi messianico, sente la naturale necessità di aprirsi al contesto europeo e di dialogare con laici e liberali di ogni estrazione.

È sempre tempo di riscoprire figure così appassionate, visionarie, propositive e “ricche”, al punto da sembrare talvolta contraddittorie. Forse perché c’è sempre bisogno di animatori e riferimenti colti e vivaci, capaci di coinvolgere e di proiettare abilità tecniche ed artistiche, ma anche progetti ed aspirazioni, verso la realizzazione pratica di un’idea; forse perché oggi, effettivamente, di questi personaggi non si vedono le tracce, allo stesso modo di come si è persa la direzione di un sano rapporto tra utopia e realtà. La storia di Persico, in verità, ci rammenta anche che la forza del pensiero cosciente è destinata spesso alla persecuzione e alla sconfitta, e che, in ogni caso, la sua affermazione è sempre frutto di crisi intense e di dilemmi, che rendono ambigui o indecifrabili certi comportamenti; eppure, specialmente in contingenze difficili, non possiamo non lasciarci coinvolgere dal carattere irresistibile dell’intelligenza allo stato puro.

Camilleri parla del suo libro

Edoardo Persico nel ricordo di Alfonso Gatto

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