In questo libro la sua figura non compare, ma il ricordo di Padre Benedetto Mathieu è la ragione concreta della curiosità che ha determinato l’acquisto del volume e ne ha accompagnato tutta la lettura. È un ricordo lontano, in verità, frammisto a immagini di altre estati, passate tra Marina di Massa, Viareggio, Pietrasanta e Sillico di Pieve Fosciana. Proprio in quest’ultimo e minuscolo borgo della Garfagnana l’ho incontrato per la prima volta: l’eremita francese – da cui è stato ispirato anche Romano Battaglia, recentemente scomparso – vi ha fondato un Centro Internazionale di Cultura e Spiritualità. Soltanto a coglierne lo sguardo, si perde subito qualsiasi stereotipo sugli eremiti o, in generale, sugli uomini di fede, che effettivamente, quando sono veramente tali, riescono sempre a spiazzarti.

Di esperienze di “spiazzamento” ci racconta anche Espedita Fisher, reduce dai successi del super-recensito Clausura (2007). Le parti più belle di Eremiti, infatti, non sono tanto le dirette e tante voci degli incredibili personaggi che popolano le pagine – nelle quali ogni incontro tende a chiudersi in una sorta di intensa e variabile autobiografia spirituale – quanto le impressioni di sorpresa e inadeguatezza costanti che l’Autrice vive di fronte ai suoi diversi interlocutori e che, nonostante ciò, paiono rafforzarla in un autonomo percorso di ricerca. Non è un caso che l’ordine degli incontri ci venga presentato come la successione “provvidenziale” di occasioni “fatali”, che dovevano verificarsi affinché la scrittrice stessa potesse compiere il suo itinerario. Il fatto, poi, che questo risulti spesso casuale o anche goffo è il frutto di un espediente narrativo certamente voluto e riuscito: non possiamo, cioè, non identificarci, e non possiamo, quindi, non finire per incappare negli stessi quesiti che si pone Espedita; in buona sostanza, non possiamo, al termine della lettura, non fare i conti, sia pur in parte, con gli interrogativi profondi che l’eremitismo impone.

“Nel merito”, l’inchiesta della Fisher ci offre un regalo inaspettato e una conferma importante. Il regalo consiste nella rivelazione di piccoli e splendidi luoghi della montagna e della collina italiane, per i quali pare che il romitaggio non sia soltanto cosa di scelte personali, ma sia soprattutto affare di paesaggi e di atmosfere irripetibili (in Molise come in Calabria, in Abruzzo come in Umbria, in Toscana o in Lazio come in Veneto o in Sicilia): apprendiamo, così, che, fortunatamente, anche il paesaggio in taluni casi si è fatto “eremita” e si è “salvato” dalla diffusa devastazione urbanistica dei territori.

La conferma riguarda il fatto che tutte le figure degli eremiti intervistati nel corso del viaggio sentimentale dell’Autrice, da un lato, sono tra loro molto diverse (vivono in grotte, ma anche nel bel mezzo delle città; sono in contemplazione, ma sono anche consapevoli dei problemi che vive la nostra società; sono uomini, ma sono anche donne), dall’altro, si assomigliano in modo decisamente evidente (conoscere se stessi è l’imperativo trasversale, che spiega, in questi “protagonisti”, il frequente sincretismo dell’approccio religioso e la comune insistenza sulla privazione delle cose del mondo e sull’esperienza dell’altro come vie privilegiate per l’accesso alla chiave nascosta del proprio equilibrio naturale). La via, dunque, non è unica e prestabilita; ma c’è un linguaggio segreto, universale e costante, cui ci si può avvicinare soltanto con grande umiltà e disciplina.

Intervista all’Autrice

Una recensione (di Alessandro Zaccuri)

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