Scopro Jim Harrison in un documentario mandato in onda su Rai5: è la versione italiana di un programma francese, e François Busnel intervista questo splendido ceffo leggendario, da scrittore di foresta, lago e prateria. Prendo il primo dei titoli disponibili in libreria e mi immergo in una lettura che non sopporta interruzioni. Nulla di avvincente, in verità; è soltanto, e tremendamente, profondo. Forse è un giudizio banale, ma ormai abbiamo occhi e orecchie troppo sofisticati, e ciò che Harrison vuole fare è, come suggerisce anche il volume, riportarci sulla terra, in un punto cui tutti, prima o poi, dobbiamo passare.

È diviso in quattro parti, una per ciascuna delle voci che prendono la parola esprimendosi in prima persona. Al centro delle riflessioni c’è Donald, che inaugura la narrazione mettendoci subito di fronte ad una situazione difficile: ha quarantacinque anni e il morbo di Gehrig, sta per morire, e deciderà di farlo. La sofferenza è nuda, ma lo sono anche l’anima e la memoria, quella personale e quella della sua gente, perché Donald è mezzo finlandese e mezzo indiano, di etnia chippewa. Il secondo a prendere la parola è K, il nipote, atletico, selvaggio, ma anche sensibile e intelligente, vicinissimo allo zio e ancora un po’ allo sbaraglio; di fronte alla morte, di fronte alla prematura scomparsa del padre, di fonte all’amore che prova per la cugina Clare, la figlia di Donald. La terza voce appartiene a David, il fratello di Cynthia, la moglie di Donald, e il figlio del ricco signor Burkett, per il quale Donald e il padre Clarence facevano alcuni lavori di casa. È una voce naïf, piena di interrogativi, cronicamente depressa, alla costante ricerca di un’espiazione artificiosa, e distrutta dalla terribile figura del padre, che a sua volta ha distrutto la vita di Vera, la donna messicana di cui è innamorato. Chiude il libro Cynthia, in un crescendo di consapevolezze sul suo rapporto con Clare, sul rapporto tra Clare e la memoria di Donald, sul suo essere madre e donna, sull’assoluta e disarmante dimensione dell’esistenza.

Non è un romanzo facile. Oso confessare che la prima parola che mi è venuta in mente tra una riga e l’altra è panpsichismo, che è nozione, però, troppo europea per fare al caso nostro. Tutto fuorché facile, quindi. La seconda parola, invece, è stata Nordamerica, perché è vero che pensando a Harrison il pensiero va a Hemingway e a Faulkner (ma la critica sugli ideali fondativi della radice USA e sui suoi sogni così erroneamente concreti e così volatili fa quasi pensare anche a Caldwell e a Dreiser). Il fatto è che questo scrittore, a cui piace parlarci di orsi, di boschi, di vento, di spiriti, di tende e di nativi americani – a proposito: indimenticabile la figura di Flower, zia di Donald –, è estremamente e naturalmente colto, perché attinge alla ricchezza di un ordine primordiale che è oltre i pericoli della corruzione morale e che sembra contenere ogni cosa e ogni esperienza. Non abbiamo soltanto bisogno di natura, ma anche di aedi e di racconti che ce la rendano ancora una volta il comune e fatale paradiso perduto. Harrison fa al caso nostro. Chapeau!

Recensioni (di Christian Verzeletti, Sergio Pent, Will Blythe)

A pranzo con Jim Harrison

Due lunghe interviste: su The Paris Review e Outsideonline.com

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Ogni tanto la tv ripropone un vecchio e “libero” adattamento cinematografico di Zanna Bianca, quello girato da Lucio Fulci, anno 1973, con Virna Lisi e Franco Nero. La scena finale, nella quale il cane lupo raggiunge a nuoto il battello con cui è salpato il suo inseparabile amico, riesce sempre a commuovermi. Così, immancabilmente, mi torna ogni volta la voglia di rileggere Il richiamo della foresta e di riprovare il gusto che Jack London mi ha sempre assicurato: con tutti gli altri racconti sull’Alaska e sul Grande Nord, ma poi anche con Il lupo dei mari, Martin Eden, Il vagabondo delle stelle e Il tallone di ferro. C’è stato un periodo, effettivamente, in cui London è stato come una febbre. E a vedere che Castelvecchi ha ripubblicato la storica biografia scritta da Irving Stone nel 1938 e comparsa per la prima volta in Italia nel 1979, qualche linea mi è tornata, e non ho potuto resistere.

Anche se compilata da un indiscusso maestro del genere (Stone è stato biografo di Michelangelo, van Gogh, Freud, Darwin, Lincoln…), questa vita di London è stata scritta nel rispetto di uno stile eccessivamente aneddotico, che si addiceva soprattutto alla temperie culturale e al pubblico per cui è stata concepita. Eppure il suo valore è lampante: sia perché essa ha senz’altro costituito la base irrinunciabile di tanti lavori successivi, come quello, altrettanto interessante e molto più recente, di Dyer; sia perché Stone ha avuto accesso ai ricordi diretti di chi è stato più vicino al grande scrittore, riuscendo così, quasi ordinando le voci di un coro, ad abbracciarne il tratto distintivo sin dalle prime pagine: ”Sempre estremista, il suo incerto equilibrio lo spinse continuamente a fare ogni cosa meglio e più potentemente di ogni altro” (p. 56).

In tutto ciò che ha passato – dal vagabondaggio alla fabbrica, dalla pesca di frodo ai tanti lavori occasionali, dai viaggi avventurosi e quasi impossibili alle ore di studio e di scrittura instancabili, dalle continue difficoltà economiche ai tanti episodi di una cronica instabilità affettiva – London ci viene sempre descritto come uomo divorato dalle passioni più autentiche, alla ricerca di un rimedio per una condizione che ha sempre avvertito come sbagliata e cui ha cercato tenacemente, e tragicamente, di porre rimedio. È da questo sentimento, forse, che scaturisce anche l’adesione al socialismo, che come è stato ricordato da Valerio Evangelisti, era sincera e forte, seppur motivata, psicologicamente, da pulsioni intrinsecamente contraddittorie e, alla fine, autodistruttive. Stone coglie perfettamente questa prospettiva, e quando arriva a giudicare London, in assoluto, come uno dei più grandi autori del Nordamerica e dei migliori figli della insopprimibile potenza e fecondità letteraria di quel continente, non possiamo che pensarla allo stesso modo. Con un po’ di fantasia, però, vorremmo dire di più: che con London la letteratura americana, cresciuta nelle profondità del XIX Secolo, ha attraversato il 42mo parallelo tenendosi aggrappata alla coda della grande balena malvagia di Melville ed è emersa, vicino a Dos Passos, in un Novecento pronto ad esplodere con tutta la forza che oggi sappiamo essergli stata propria. Dite voi se questa è poca cosa…

The World of Jack London

The Jack London Online Collection

Jack London, un film del 1943

Il tallone di ferro (in rete)

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Il sospetto del titolo sta per assumption, che equivale a congettura, ma anche a presupposizione. Il primo significato allude immediatamente al genere letterario, che è quello poliziesco, e ad un tipo di operazione intellettuale che vi è sempre congeniale. Da questo punto di vista, i tre racconti che ci propone il bravissimo scrittore americano sono ciò che di meglio possano desiderare i cultori del crime novel: niente è scontato e le sorprese sono garantite. È il secondo significato, però, a dire qualcosa sul vero obiettivo dell’Autore: che intende beffarsi di tutte le impressioni e di tutti i ragionamenti del consueto lettore di gialli, per portarlo altrove, verso un approdo del tutto inaspettato e verso riflessioni che trascendono ampiamente i confini della specifica tipologia di prodotto narrativo.

Non ci sono legami tra le tre diverse storie, se non il fatto che esse hanno tutte come protagonista il vicesceriffo Ogden Walker, della contea di Plata, nel New Mexico. Sin dalle prime pagine si è colti da una sensazione invincibile, quella, cioè, che si prova quando ci si imbatte nel personaggio ideale per l’ambientazione ideale di una trama altrettanto ideale. Ogden ci appare uomo di buon senso, pratico, avvezzo alla logica ma anche alle sfumature più sottili dell’animo. E ci sembra che non possa essere altrimenti, soprattutto per chi è stato temprato dalla sua condizione di mezzosangue intelligente e sensibile, di persona civile ed antimilitarista, confinata nell’estrema, e opposta, durezza di un west tanto affascinante quanto isolato e primitivo. Gli amanti del detective alternativo, peraltro, trovano subito pane per i loro denti, perché il vicesceriffo Walker vive in una roulotte nel deserto ed è appassionato di pesca alla mosca. Lo sceriffo Bucky e gli altri uomini dell’ufficio, dall’inconsistente Felton all’umanissimo Fragua, completano un quadro di caratteri quasi cinematografici, e quindi molto ben definiti, così come lo è anche quello di Eva Walker, madre saggia, sollecita e pacata. Eppure c’è qualcosa che non va, lo si capisce anche dallo stile, che è fatto di una scrittura asciuttissima, quasi povera, che ben si addice alla decadenza e alla solitudine dei luoghi e delle persone. Qui sta il punto: perché le miserie che Ogden deve affrontare, prima per risolvere il caso di un’anziana assassinata nella sua stessa casa, poi per smascherare uno squallido e tragico giro di droga e prostituzione, altro non sono che l’anticamera di un’ultima e terribile indagine, che dischiude una verità altrettanto ultima e terribile, e inconfessabile, che costringe il lettore a fare i conti, per l’appunto, con le proprie assumptions.

Di fronte alle opere di Everett – mai si finirà di tributare i dovuti omaggi all’editore Nutrimenti, che in Italia ne pubblica tutta la parte migliore – si cade spesso nella tentazione di azzardare paragoni: con Landsdale, con Faulkner, con McCarthy; potrà stupire, anzi, che alcuni abbiano fatto un raffronto anche con Simenon, in un accostamento che forse è, fra i tanti, realmente intrigante. Ma non erra neanche chi evoca Raymond Carver, per la pulizia della frase, o Flannery O’Connor, per la potenza della rappresentazione. La ragione di simili giudizi, che possono anche sembrare contraddittori, è presto detta. Everett non è uno scrittore di genere; chi pensa di godersi un semplice attimo di evasione si sbaglia di grosso. Everett ci porta con Conrad e con Eliot – ancora un diverso e possibile percorso di lettura – nelle segrete stanze dell’oracolo, dove rischiamo di perderci, di avvertire la nudità della nostra condizione umana, di capire che possiamo scoprirci cosa violenta tra cose violente, e, con ciò, di essere costitutivamente esposti, come uomini, al pericolo di finire irrimediabilmente perduti.

Recensioni (di Luca Crovi, Sergio Pent, Livia Manera, Mirta Oregna, Roger Boylon)

Identità tornado (di Giorgio Vasta)

Qualche appunto su Percival Everett (di Marco Rossari)

Interviste a Percival Everett: una su Sospetto e una “generalista”

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La prosa raffinata di Hans Tuzzi ricostruisce gli ultimi giorni di John Pierpont Morgan, quel JPM che, tra Ottocento e Novecento, con altri ricchissimi e famosissimi uomini d’affari (Carnegie, Gould, Rockfeller; tutti soprannominati the rubber barons), ha cambiato la faccia degli Stati Uniti d’America e posto le basi per ciò che è diventata la grande finanza mondiale. Per intenderci, è il fondatore di quel formidabile sistema di istituti di credito che dall’inizio del secolo scorso è cresciuto quasi senza interruzioni, almeno fino allo scandalo dei mutui subprime, nel 2008, e quindi fino alle porte della crisi che ancora oggi stiamo vivendo. È quasi una sorta di simbolica ricorrenza, perché poco più di cento anni prima, nel 1907, furono proprio gli ingenti investimenti di JPM a salvare il sistema bancario e l’economia americana dal temutissimo crack che stava per affossare definitivamente la borsa di New York.

Il bravo scrittore milanese, però, non ci parla di questo, o meglio, non ce ne parla direttamente. La sua scelta è di ritrarre la sensibilità di JPM, il suo profilo strettamente personale e il milieu sociale nel quale si è sviluppato, così come emerge nel sovrapporsi della voce spesso ammirata di un segretario personale e dei pensieri segreti del magnate moribondo, riverso in stato di veglia sul letto del Grande Albergo di Roma (l’odierno Plaza), dove esalerà l’ultimo respiro al termine dell’ennesimo attacco depressivo. Il tronco del racconto è dedicato al mecenatismo di JPM, alle sue fantastiche imprese di mercante d’arte e alle sue complesse relazioni con la sua bibliotecaria, la misteriosa Miss Belle da Costa Greene, e con il grande critico Bernard Berenson. Ma su questo filone si innestano, come tanti spicchi, altre storie ed altre avventure, come quella del Titanic, realizzato proprio dalla White Star, la compagnia che JPM aveva acquistato diventando così signore assoluto del traffico marino. Alle opinioni del narratore, inoltre, si intersecano altri episodici interventi, tra cui le riflessioni sempre acute e profonde, e non prive di ironia, del Dottor Dixon, che dall’inizio sembra invitarci a scoprire in JPM qualcosa di nascosto, di assolutamente impenetrabile, ricordandoci, con Montaigne (p. 13), che “gli altri non vi vedono affatto; vi indovinano per congetture incerte”, e che ciò vale “per tutti”, “tanto più per i grandi”.

In verità, nella cornice di due sole pagine, Adriano Bon – questo il vero nome dell’Autore – arriva a rivelare moltissimo, non solo sull’importanza storica di JPM, ma anche, al contempo, sulla sua esistenza duplice, e apparentemente inconciliabile, di colto filantropo e di protagonista spregiudicato del capitalismo mondiale e delle forme finanziarie che sono giunte fino a noi e che tanto avvolgono e stressano ogni aspetto dell’economia globale. Come rievoca solennemente la voce narrante del giovane segretario, “John Pierpont Morgan ha creato un’era”, “ha saputo orchestrare ed armonizzare l’economia planetaria grazie ad un sistema finanziario internazionale”, “ha consolidato in un sistema di governo economico le energie dell’acciaio, del petrolio e della velocità”, e quando è giunto il panico, nel 1907, “la salvezza di tutti venne da lì, dai risultati della sua opera di disciplinatore, dal sempre più complesso edificio finanziario eretto dalla sua formidabile intelligenza” (p. 141). Ma era davvero meraviglioso questo nuovo mondo? La bella Bessie, che scorta per le strade di Roma questo ingenuo dipendente, non ne è tanto sicura. Eppure JPM compra i tesori dell’arte, apre biblioteche, elargisce importanti somme per opere di bene. Il giovane ne è convinto (p. 140): “Non è un paradosso, puoi essere crudele eppure formalmente ineccepibile nei confronti dei tuoi avversari in affari, ma non hai motivo di essere cattivo nei confronti di un’astratta umanità, il tuo prossimo, e questo per la ragione che se guadagni in un anno quanto il bilancio di uno Stato nazionale, il tuo prossimo si limita ai tuoi diretti dipendenti (…): poi c’è l’Umanità, ma il resto del mondo è lontano, la gente comune con i suoi grigi problemi e le sue nere miserie tu non la vedi, non esiste, e come si fa a essere cattivi con chi non esiste?”. Ecco, questo è il punto; e forse, oggi più che allora, Bessie continuerebbe ad essere perplessa, come molti di noi.

L’Autore racconta il suo libro (alla radio svizzera e a radio 3)

Una recensione (di Alberto Alfredo Tristano)

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L’unico motivo per il quale non è corretto arrischiarsi ed affermare che questo è, per tutti gli amanti italiani della poesia, il libro dell’anno consiste nella circostanza che è difficile avere una base conoscitiva sufficientemente ampia per sapere di tutta l’“offerta” editoriale in corso. Si potrà anche dire che è una semplice antologia di traduzioni di pezzi in buona parte già noti di un Autore altrettanto famoso, e che, quindi, non c’è nulla di nuovo. Ma il fatto è che ci si può rallegrare anche quando traduzioni di questo tipo vengono raccolte in un unico contesto. Tanto per dare la misura dell’eccezionalità dell’iniziativa editoriale, posso dire – senza timore di essere smentito – che dalla prima pagina il livello è altissimo, e che nel corso di tutto il volume ci si trova pacificamente di fronte ad una fila ininterrotta di tante perle rare. Finalmente, Adelphi chiude un “trittico” polacco che da tempo sembrava doveroso: dopo Milosz, e dopo la Szymborska, anche Zagajewski meritava il suo spazio.

Da dove si può cominciare? Forse dal fatto che la raccolta contiene la bellissima Try to Praise the Mutilated World (p. 193), scritta prima dell’11 settembre 2001, ma presto eletta dai critici statunitensi come la poesia più rappresentativa dello smarrimento di un’intera nazione: “as if America were entering the nightmare of history for the first time and only a Polish poet could show us the way”. D’altra parte anche Zagajewski, come tutta la letteratura della seconda metà del Novecento, non può che confrontarsi con un problema fondamentale ed irrimediabilmente urgente, con una Memoria che affina e rende tragica qualsiasi presa di coscienza: Ancora nulla so, nulla è successo, / eccetto la guerra e gli ebrei sterminati (p. 154).

Questo, effettivamente, è il punto attorno al quale si possono riunire (o dal quale dipartono, se si vuole) molti dei temi affrontati nel libro. La nudità dell’esperienza umana e il costante ed inevitabile dialogo con i morti vi appaiono non solo come condizioni necessarie e mai più rinunciabili, ma soprattutto come cantieri dormienti di contemplazione e di distacco, di consapevolezza e di tenerezza (Siete i miei fratelli silenziosi, p. 131). Si tratta di occasioni, ad esempio, che si possono cogliere alle prime luci del mattino, ascoltando le voci degli uccelli (I miei maestri, p. 63). E sono anche misteri, che le cose nascondono, perché sono così fisse ed insensibili, e per questo terribili, forti di una bellezza che non sembra avere risposte e che possiamo solo contemplare (v. la poesia che dà il titolo al volume, p. 106, ma v. anche Crudele, immediatamente successiva, p. 107). Quello di Zagajewski è un costante tentativo d’indagine, come se fosse alla ricerca, anche nel passato, di un mondo alternativo (All’alba, p. 77), di una fortezza di sensazioni, con cui preservare anche gli intellettuali dalla tirannia di un pensiero stereotipato e di un linguaggio artificioso, esso stesso capace di trasformarsi in cosa tra le cose, di nullificarsi e di nullificarci, nella più totale indifferenza (Foresteria per studiosi, p. 180, è semplicemente terribile). Dietro l’angolo, infatti, c’è sempre il rischio che tornino le “scimmie” (p. 100) e che si impadroniscano nuovamente del potere.

C’è un altro filone, però, che impegna le riflessioni di Zagajewski. È il tema “classico”, e probabilmente ancora migliore, dell’artista o del filosofo, e del suo stato di eterno sconosciuto, di straniero e di incompreso; di interprete e profeta, tanto solo e spesso fallace, quanto determinante e privilegiato, perché capace di riconoscere la voce della natura e di trasmettere, così, a tutti, i segnali di una feconda meraviglia, che può essere, a sua volta, fonte di paure e di ripetuti disorientamenti. È una materia molto ricca, nella quale sono protagonisti la musica (Schubert, Bruckner, Beethoven… ma anche un violoncello, o il valzer…), il pensiero (Hegel, Nietzsche, Simone Weil…), la pittura (meraviglioso il pezzo dedicato a Morandi, p. 78) e la poesia stessa. A quest’ultimo riguardo, oltre al commovente Addio a Zbigniew Herbert (p. 181), di tutto ciò che Zagajewski ci permette di godere, mi piace conservare e ricordare l’invito, malinconico ma sollecito, che egli stesso ci rivolge rievocando la figura di Osip Mandel’štam (p. 17) e raccomandandoci di offrire rifugio e speranza a tutto ciò che rappresenta la poesia in esilio: è tempo di dormire quando busserà alla tua porta sottile / aprigli.

 

Le prime due poesie (“chi ben comincia”, in effetti…):

La sconfitta

Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta,

le amicizie si fanno più profonde,

l’amore solleva attento il capo.

Perfino le cose diventano pure.

I rondoni danzano nell’aria,

a loro agio nell’abisso.

Tremano le foglie dei pioppi,

solo il vento è immoto.

Le sagome cupe dei nemici si stagliano

sullo sfondo chiaro della speranza. Cresce

il coraggio. Loro, diciamo parlando di loro, noi, di noi,

tu, di me. Il tè amaro ha il sapore

di profezie bibliche. Purché

non ci sorprenda la vittoria.

 

La bandiera

La mattina mi sveglio e cerco di appurare

con l’aiuto di un binocolo

quale bandiera sventoli sulla mia città

nera, bianca o grigia come il terrore,

se la mia città è già stata conquistata

o ancora si difende, se implora

la clemenza dei vincitori oppure

porta il lutto per alcuni secondi

di oblio, o forse io stesso sono

la bandiera solo che non so

vederla, così come non vediamo

il nostro cuore.

Intervista all’Autore (di Luigia Sorrentino)

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Si vede ancora, non solo d’estate, su qualche rete locale; è sempre una sorpresa, al di là di ciò che possono pensare gli amanti delle series d’Oltreoceano o dei celebrati successo del momento. Non ci si può proprio vergognare, infatti, di considerare tuttora fondamentale un film con John Wayne, soprattutto quando è diretto dal regista che lo ha “creato” e che, in quest’occasione, inspiegabilmente valutata come minore anche dalla critica più tradizionale, lo propone nella sua versione più “completa”. D’altra parte si tratta di essere anche in buona compagnia: leggo che Nanni Moretti (sic) ricorda Soldati a cavallo (1959) come il primo film che ha avuto modo di vedere, assieme a suo padre, e che alla domanda su quali fossero i tre più grandi registi della storia del cinema Orson Welles (niente di meno che…) avrebbe risposto “John Ford, John Ford e ancora John Ford”. Possono bastare questi testimonials per decidere di non cambiare canale?

Il film trae spunto da un fatto realmente accaduto durante la Guerra di Secessione: un colonnello nordista “taglia” tutto il territorio confederato per penetrarvi nel mezzo e per sabotare un importante snodo ferroviario delle retrovie sudiste. John Wayne interpreta quel colonnello alla perfezione, ma non solo per il fatto che ne ritrae i lineamenti nel modo più verosimile di una compiuta e riuscita retorica made in U.S.A.; questa è la consueta “sovrastruttura”, come sempre in John Ford. Quello che conta è “sotto traccia”: è, cioè, in un sorprendente e ripetuto gesto critico, che, pur enfatizzando un militarismo mai rinnegato, prende a bersaglio gli orrori del conflitto fratricida ed esalta una sensibilità ed un senso del dovere senza “patina”, perché sostenuti, e resi “tragici”, da ragioni umanissime e insospettabili.

Non c’è soltanto l’epica, tuttavia; c’è anche la commedia, rilanciata dalla complicità di William Holden (nelle parti del Maggiore Kendall) e Constance Towers (nei panni di Miss Hannah Hunter), come di alcune impagabili figure comprimarie (ad es. quella del Sergente Maggiore Kirby), in una fusione di tempi e di ritmi che, lungi dal contraddire il tono e il filo della narrazione, rende Wayne ancor più verosimile. Oltre a tutto questo, però, c’è soprattutto l’assoluta maestria di Ford: la carica sudista a Newton, specialmente, dovrebbe essere vista e rivista…

Un ricordo di John Ford, di Leonardo Locatelli

Tutto John Ford in 40 secondi (su Radio3)

Un documentario su John Ford (con John Wayne)

Allan Arkush su John Ford

La scheda su Ford (da www.scaruffi.it)

 

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Non è il libro più recente di Scott Turow: risale al 2003. E non appartiene al genere che lo ha reso famoso, come Autore, ad esempio, di Presunto innocente (1987), thriller capostipite di una lunga e fortunata serie, oltre che fonte d’ispirazione per il noto ed omonimo film di Alan Pakula, con Harrison Ford nei panni del protagonista. Si tratta, questa volta, di un saggio “d’eccezione”, che di certo si potrebbe definire, senza timore di essere smentiti, come un pezzo di high class journalism. Perché non è affatto facile discutere della pena di morte in modo così chiaro, completo e sincero.

Lo stimolo alla lettura è stata la preparazione per assistere ad un recente seminario, organizzato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento, in occasione della presentazione di un documentario (Still Killing: Academics for the abolition of Capital Punishment, 2011). Non posso che ringraziare il collega che mi ha indicato gli estremi di questa lettura e che, così facendo, mi ha consentito di presenziare, preparato e sensibilizzato, a quel dibattito. Ma il libro di Turow è qualcosa di più, e anche di diverso. Il suo nucleo essenziale è il resoconto delle impressioni e delle riflessioni che l’Autore ha maturato soprattutto come membro della Commissione sulla pena capitale nominata dal Governatore dello Stato dell’Illinois, George Ryan, che il 31 gennaio 2000 proclamò una moratoria su tutte le esecuzioni future. Non vi sono estranee, tuttavia, esperienze professionali personali, nelle quali il romanziere si è trovato ad affrontare, da legale, alcuni delicati processi.

L’elemento qualificante del testo è l’equilibrata pacatezza con cui vengono affrontati alcuni dei nodi essenziali della discussione sulla pena di morte, in primo luogo negli Stati Uniti. Si affrontano le perplessità basate sull’elevata statistica relativa agli errori (cioè ai casi di condannati a morte poi scagionati) o sui modi con cui la pubblica accusa può incappare, più o meno consapevolmente, in materiali strumentalizzazioni delle cause che possono sfociare in una condanna capitale (troppo spesso, cioè, gli inquirenti difendono anche i propri errori, anche quando sono palesi). Si evidenzia l’ambiguità strutturale dell’enfasi sulle vittime dei colpevoli e sul loro ruolo processuale (“In una democrazia, nessuna minoranza, neanche quelle che conoscono tragedie strazianti, dovrebbe avere il potere di parlare a nome di tutti”: p. 78); ma si sottolinea anche la scarsa tenuta degli argomenti con i quali usualmente si giustifica la pena di morte in base al presunto valore deterrente della sua previsione (“se la pena capitale è un deterrente, la cosa non è visibile a occhio nudo”: p. 83); e si considera quanto, in questo discorso, possono avere un peso i motivi di ordine squisitamente morale (“Per il male supremo non deve esistere una pena suprema? Il problema non è vendicarsi o pareggiare i conti, ma l’ordine morale”: p. 87).

Ciò che spinge Turow, però, a votare contro la pena di morte non è un misurato e risolutivo bilanciamento di posizioni pro e di posizioni contra. È la violenza “estrema”, tanto più se autorizzata dalla legge, a sembrargli del tutto sproporzionata e inutile rispetto ai bisogni, “troppo umani” potremmo dire, che essa dovrebbe asseritamente soddisfare: “Il procedimento legale non sanerà mai del tutto le nostre ferite. (…) Rispetto profondamente la legge come istituzione, ma il suo funzionamento non è scevro da lacune e sbagli. Non è in grado di risalire alle verità né di amministrare la giustizia con l’affidabilità che è costretta a ostentare. Le sue affilate regole non arrivano mai a penetrare fino in fondo le tenebre dell’ambiguità morale, e non sanno comprendere né dare risposte alla complessità delle motivazioni e delle intenzioni umane. E la pena, da sola, non trasforma il mondo che ci circonda in quello in cui vorremmo vivere” (p. 142).

Anche la letteratura, ancora una volta, ci spiega perché le scelte legislative e il potere pubblico devono sempre avere dei limiti.

Una recensione da RaiLibro

Il sito ufficiale dell’Autore

Un’intervista a Turow (fatta da Serena Dandini)

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Jake Epping è un insegnante di una scuola del Maine e viaggia indietro nel tempo, “rapito” da una missione da compiere: cambiare alcuni eventi del passato. In verità, è Al Templeton, gestore di un fast food e strano mentore di Jake, a rivelargli quale sia il misterioso passaggio per il viaggio e gli accorgimenti da seguire, ma solo per una finalità precisa, quella di migliorare l’andamento della storia, mutandone il corso in un solo e specifico punto, la morte di John Fitzgerald Kennedy. Al, infatti, è malato e non può realizzare questo sogno. Tuttavia Jake ha anche l’opportunità di migliorare la vita di due persone, salvandole da eventi terribili, e, poiché il “buco” che gli consente di andare indietro lo porta al settembre del 1958, pensa di avere margini utili per farcela.

Eppure, il tempo non vuole essere modificato. La fatica che Jake deve affrontare, infatti, è enorme e i rischi sono continui, crescono quanto più ci si avvicina alla realizzazione effettiva della trasformazione voluta. In caso di errore, poi, la possibilità di ritentare è sempre disponibile, ma tornare nel passato significa cancellare, ogni volta, tutto ciò che si è fatto. Jake è determinato, e sa anche che deve limitare al minimo i suoi sforzi, pena “l’effetto farfalla”, una concatenazione di modificazioni, anche impercettibili, che rischiano, però, di dare al futuro una fisionomia del tutto imprevedibile. Riesce nel suo intento di salvare le esistenze di Harry Dunning e di Carolyn Poulin e si trasferisce in Texas, per capire se è vero che proprio Lee Harvey Oswald ha ucciso il Presidente e, in caso positivo, per impedirglielo, se del caso anche uccidendolo.

Della trama – che si sviluppa in ben 768 pagine – non è opportuno dire altro, se non che Jake si innamora e scopre una dimensione davvero consona alla sua personalità, così lontana dal suo vero passato personale ma così vicina, al contempo, alla vita già percorsa. Jake si realizza, così, in una dimensione in cui dovrebbe essere solo un estraneo; è combattuto se restare o meno definitivamente nel passato; rischia la vita in più occasioni e avverte che con il passato, così come con il futuro, non si può mai scherzare e che, probabilmente, è meglio riportare tutto all’origine, facendo sempre tesoro delle esperienze vissute, anche se irrimediabilmente perdute. Perché, in fondo, tutto è destinato a ripetersi, in meglio ma anche in peggio.

Jake avverte la verità, con una specie di intuizione degna del miglior Nietzsche, in un attimo immenso in cui si sente davvero felice: “È la totalità, pensai. Un’eco tanto vicina alla perfezione da non poter dire quale sia la prima voce e quale il ritorno della voce-fantasma. Per un momento tutto mi fu chiaro, e nei momenti in cui accade, vedi quant’è sottile il mondo. Non lo sappiamo tutti quanti, in cuor nostro? È un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita” (p. 559). Che senso ha, dunque, alterare questo complesso palcoscenico?

Gli affezionati lettori di King troveranno nel libro molta della tensione che ne caratterizza lo stile inconfondibile, e saranno anche felici, per una parte del romanzo, di tornare nel passato dello stesso scrittore, nei luoghi e tra i motivi inquietanti di IT, sua grande opera. Oltre a ciò, tuttavia, chi avrà il coraggio di affrontare la mole del romanzo avrà l’occasione di compiere un viaggio negli States più profondi, con colonne sonore, immagini e luoghi davvero mitici. E i più attenti si accorgeranno che, se è vero che il protagonista è costantemente inseguito da assonanze e da strani presentimenti, perché il passato insegue sempre una legge di intrinseca armonizzazione, anche King vuole infonderci un senso di pesante ed opprimente déjà vu, utilizzando platealmente pezzi di storie o di film già noti (Ritorno al futuro vi dice qualcosa?), oppure nomi letterari e cinematografici altrettanto celebri e classici (qual è, ad esempio, lo pseudonimo che il protagonista sceglie nel passato?).

Direttamente dalla soundtrack del libro: Glen Miller, In The Mood

La presentazione del romanzo dalla voce del suo Autore

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