Il vecchio Alfonso (“il Fonsèla”) sostiene di essere stato malmenato da ignoti, mentre stava rientrando a casa, a tarda notte, dopo una serata passata all’osteria. Il solerte brigadiere Cecchetto avvia le indagini alle prime luci dell’alba di una fredda mattina d’inverno, ma si accorge presto che gli abitanti della piccola frazione montana di Obra (“i jobreri”) sembrano essere già al corrente dell’accaduto, come se si trattasse di un fatto quasi scontato. Cecchetto, all’inizio, vuole andare a fondo, parla con i paesani e cerca di capirci qualcosa di più. Tuttavia, ben presto, complice il rigore di una incessante bufera di neve e le distrazioni delle grappe, dei caffè e dei bicchieri di vino che gli vengono offerti dalla schietta umanità locale, il brigadiere è costretto a restare barricato nella sua piccola caserma, che condivide con il giovane appuntato Masetti. Strani pensieri e strane sensazioni cominciano ad affacciarsi nella mente del Cecchetto, che talvolta vede piccole luci nell’oscurità e comincia a pensare che le storie sui lupi, raccontategli dal signor Broz, siano più di una fantasia popolare. Il tentativo di sentire nuovamente il vecchio Alfonso non va a buon fine: la neve è altissima e i due militi quasi rischiano di perdersi nel biancore gelato di una terribile tempesta notturna. Sicché, dopo aver trovato rifugio in chiesa, si torna in caserma, barricati e protetti da una nevicata che sembra non finire mai. Ad un certo punto, però, Masetti scompare e Cecchetto, rimasto solo, si immerge nel sonno e nelle inquietanti riflessioni suscitate dalla lettura di alcuni piccoli e vecchi libri…

In un tempo volutamente indefinito – forse è quello che, al di là delle vette di Folgaria, molti nonni ricorderebbero con un’espressione tanto approssimativa quanto perfetta: sti ani – Mario Martinelli colloca la sua fiaba, che, come tutti i racconti che emergono dalle tradizioni popolari, se da un lato ha una cornice spaziale del tutto reale (quella delle contrade in cui si articola Obra di Vallarsa, luogo di residenza dell’Autore stesso), dall’altro attinge al clima tipico delle vecchie leggende di montagna (e ai suoi più classici protagonisti, i lupi). Anche il finale rispetta il copione delle favole narrate sul bordo di coperte ben rimboccate: passi, rumori e scricchiolii, che lasciano ai timori del primo sonno e ai sogni più profondi un epilogo sempre nuovo e mai del tutto rassicurante. L’esperimento, tutto sommato, pare riuscito, soprattutto perché i significati di queste storie sono sempre reconditi e hanno a che fare, di solito, con le forme più ancestrali del rapporto tra gli uomini e la natura. Ed infatti Martinelli, che appartiene ad un singolare cenacolo di scrittori di quota, ha il merito di farci riflettere ancora su questa relazione, riuscendo, altresì, con un linguaggio semplice ma suggestivo, a sovrapporre un ricco patrimonio di credenze stratificate nei secoli a memorie di vite e di eventi molto più recenti, eppure capaci di segnare in modo indelebile il territorio e il suo equilibrio. Lo strano inverno del brigadiere invoglia a rileggere Il segreto del bosco vecchio di Dino Buzzati e Morfologia della fiaba di Vladimir Propp: non è un risultato da sottovalutare.

Il Sito dell’Autore

Condividi:
 

Questa raccolta di racconti – con un assaggio, verso la fine, di qualche poesia – è come un agrume composto da tanti spicchi, aspri e dolci al contempo. Non è un’antologia, ma una selezione di pezzi variamente connessi, quanto meno per il fatto che il loro protagonista è sempre Zachar, immagine dell’autore medesimo. Nella quarta di copertina, in effetti, si legge “romanzo fatto di frammenti”; e così è, quasi fosse un collage di momenti diversi, di estratti di una vita talvolta semplice, talvolta violenta, talvolta indecifrabile. In sostanza, è come se ci trovassimo di fronte a differenti fotogrammi del processo formativo e della personalità, anche più intima, dello stesso scrittore. Il quale, peraltro, si rivela ottimo e solido erede della grande tradizione russa.

Ciascuno dei nove racconti meriterebbe almeno un breve cenno. Il primo è la storia di un amore chimicamente immediato che arriva a farsi promessa di qualcosa di più grande, con due livelli di lettura e con le immagini, a quelli intrecciate, di un’altra storia e di un dolce e metaforico rapporto tra Zachar e alcuni cuccioli di cane. Il secondo racconto offre il titolo al libro, e ciò avviene correttamente, perché l’inquietudine acerba del giovane personaggio rappresenta efficacemente l’humus su cui sarà destinata a stendersi l’esperienza disorientante e fertilizzante della vita, quella, cioè, dei racconti successivi. Del resto, Karlsson e Demonio e gli altri sono proprio esempi di iniziazioni, all’umiltà, da un lato, e, dall’altro, alla coscienza dei rapporti sociali. Ruote, poi, è una storia di amicizia e di sentimenti autentici quanto ingenui, ma anche di finale e scioccante avvertimento sulla inevitabile necessità di diventare davvero uomini. Sei sigarette, eccetera segna le difficoltà del passaggio alla maturità, e Non succederà niente è la sintesi perfetta della precarietà fatalmente incombente che minaccia anche il raggiungimento delle felicità familiari, apparentemente più semplici ed elementari. Se Il quadrato bianco, infine, è un salto all’indietro, ossia all’infanzia e alla dimensione del gioco, esso è tale solo per ricordarci quanto la dimensione rassicurante dell’innocenza possa convivere con la precoce scoperta della sua insufficienza e della sua tragica incapacità di proteggerci fino in fondo. Il sergente, che chiude il volume e che ritrae Zachar sul fronte ceceno, non è soltanto un quadro dell’insensatezza della guerra o l’ultima e più dura conferma della condizione precaria di ogni uomo: è il bilancio smarrito di chi si è arruolato per trovare se stesso e si è, però, ri-trovato nella stessa irrequietezza e nella stessa nudità dell’adolescenza, privato, per giunta, dell’amor di Patria, eppure consapevole dell’esistenza una “russicità” perduta e di una sensibilità profonda che neanche la libertà dei paesi “più liberi” può restituire al suo popolo.

Accostato, talvolta, a Turgenev e a Dostoevskij, Prilepin, classe 1975, è un narratore spontaneo, istintivo, diretto, ma anche attento e suggestivo, senza essere tuttavia artificioso e, soprattutto, senza incorrere negli ormai tipici prodotti delle scuole di scrittura: che vogliono convincerci con la tecnica e che, difettando di una vera passio narrativa, non riescono più a riproporsi dopo la lettura dell’ultima pagina. Probabilmente, per Prilepin l’aggettivo giusto è autentico, perché si ha davvero l’impressione che ci voglia dire delle cose che ha vissuto e sentito realmente, e ciò perché ritiene che esse non gli appartengano esclusivamente e possano, invece, manifestare un disagio ed una nostalgia comuni, e (contemporaneamente) un’ebbrezza di natura collettiva, anche politica. Zachar, in sostanza, si vede come l’alter ego di un popolo e di una generazione che sempre ha cercato e sperato la libertà, ma che mai ha saputo accontentarsi di quella puramente esteriore e che, quindi, può ribellarsi in ogni tempo e in ogni modo a chi cerca di strumentalizzarne le aspirazioni. Una riflessione apparentemente estemporanea del sergente, nel racconto conclusivo, è la base di un vero manifesto: “la peggiore assenza di libertà è quando non puoi compiere facilmente la scelta più importante, non quando c’è poca indulgenza per capriccetti banali, che si riducono in genere al diritto di vestirsi in un certo modo, uscire la notte a ballare e poi non lavorare di giorno, o se proprio devi lavorare, fare qualcosa di strano, inutile e incomprensibile” (p. 215). Leggiamo Prilepin, dunque, per capire la Russia di oggi, i suoi tanti vuoti e lo spirito che in essa continua a confrontarsi e ad alimentare qualche residua ed amara speranza. E che, per giunta, potrebbe insegnare qualcosa anche a noi occidentali.

Un’intervista (da Liberazione)

Un’altra intervista (da Marcotropeaeditore)

Condividi:
 

Questo è un libro curiosissimo, molto originale. Raccoglie trentotto brani in prosa, senza titolo e senza una data precisa, composti in un periodo molto lungo, dal 1928 al 1959. Si tratta di pezzi assai eterogenei: alcuni sono veri e propri racconti, altri hanno la forma del ricordo autobiografico, altri ancora paiono prove giornalistiche o stralci di reportage. Tutti, però, hanno un oggetto comune: il carattere e l’ambiente degli italiani, del Nord come del Sud, dei piccoli borghi di montagna come delle grandi città dell’arte e della cultura, della borghesia e della proprietà fondiaria come del più povero ceto contadino.

È pressoché impossibile, però, ricavare un’impressione generale o un filo rosso; anche l’interessante prefazione di Ernesto Ferrero non aiuta. Forse con Comisso il massimo che si può conseguire è il minimo risultato utile, ossia constatare una ricercata volontà, nell’autore, di rievocare determinare atmosfere, un po’ strapaesane, un po’ poetiche, un po’ malinconiche: quelle della casa di famiglia e del desco, dell’amicizia e della passione, delle piccole cose e della buona tavola. Sono anche, in un certo senso, prose del disarmo, connotate dallo sguardo irresoluto di un autore che della propria vita avrebbe voluto fare un capolavoro e che si è trovato, in seguito, alla costante ed inappagata ricerca di un ubi consistam in cui riconoscere se stesso, le proprie radici e il DNA del popolo cui sembra appartenere solo per sorte. Personalmente, non posso che segnalare due piccole gemme, davvero espressive di questa singolare personalità letteraria: il capitolo n. VII, che si potrebbe intitolare “Il bicchierino”, e il capitolo n. XXV, che dovremmo denominare “Un insolito carteggio”. La tenerezza domestica del primo e l’aura quasi mitologica del secondo costituiscono prove concrete dei due essenziali poli di attrazione di tutti i testi contenuti nel volume: della sapiente e resistente risorsa di una tenacia atavica, ma anche della necessità quasi romantica di proiettarsi in un irrazionale ideale di primitiva completezza.

Giovanni Comisso, alla fine, si conferma un rabdomante: si lascia guidare dall’intuito o, meglio, dall’istinto, dalle sensazioni che i paesaggi, i colori e le cose risvegliano, di volta in volta, nei suoi occhi, nella sua mente, nel suo corpo. Non concede mai nulla, direttamente, a riflessioni di più ampio respiro: semmai queste si stagliano soltanto sullo sfondo, in uno stato d’animo che sempre domina la scena, che formalmente occupa lo spazio di qualsiasi potenziale concetto o di qualsiasi eventuale rilievo critico, pure immediati, tuttavia, nelle sensazioni che inevitabilmente prova il lettore. È una scrittura da riscoprire, allusiva, sicuramente lontanissima da quella linearità di cui oggi si predicano le virtù. È un’intera esperienza di stile, e anche di vita, che si intravede nelle pagine di Comisso, quella di un primo Novecento che ha ostinatamente ma contraddittoriamente cercato di rinnovarsi in ambizioni destinate a rimanere comunque travolte.

Il ricordo di Goffredo Parise

Il premio Comisso

Condividi:
 

Nel Palace Hotel di Fort Romper, Nebraska, si incrociano casualmente le strade di cinque uomini: lo Svedese, un uomo dell’Est, un cowboy, il giovane Johnnie e suo padre, Pat Scully, che è anche il proprietario di questo singolare albergo dipinto di azzurro, immerso nel selvaggio West e in una furiosa tempesta di neve.

La situazione è subito ambigua, carica di tensione, perché lo Svedese sembra animato da un comportamento innaturale, da una paura che gli altri avventori non riescono a comprendere, quasi che su di lui penda il rischio di un’inevitabile sventura. Un po’ di whiskey ne cambia l’umore, che presto si fa sfrontato e provocatorio. Così, durante un banale gioco di carte, il destino si ripresenta e i nodi vengono drammaticamente al pettine: “All’improvviso risuonarono tre parole terribili: ‘Tu stai barando!’ Sono situazioni, queste, che confermano come gli ambienti non abbiano la benché minima predestinazione. Qualsiasi stanza può essere buona per una tragedia o per una commedia. Quel particolare, piccolo locale adesso sembrava odioso come una camera di tortura: le espressioni assunte dagli uomini l’avevano trasformato all’istante” (p. 35). Non è, tuttavia, il duello che segue a questa scena a far sì che la dura sorte dello Svedese si realizzi. Certo, ha accusato il figlio di Scully e lo ha battuto, e il cowboy e lo stesso Scully non sono per nulla contenti. Ma la notte dello Svedese si evolve diversamente. Una volta andatosene dall’albergo, si reca in paese, e qui si consuma, quasi inaspettatamente, ciò che si poteva presentire sin dall’inizio del racconto.

Stephen Crane non è un Autore che si capisce “al volo”. Quando avevo letto Il segno rosso del coraggio (1895) – da molti ritenuto il primo grande romanzo moderno sulla guerra (reperibile anche on line) – ero rimasto disorientato. Avevo compreso che vi erano già illustrate le stesse accuse che di lì a poco avrei letto anche ne Il fuoco (1916) di Henri Barbusse o ne La paura (1930) di Gabriel Chevallier o ne Un anno sull’altipiano (1938) di Emilio Lussu. Che si trattasse della Guerra Civile Americana o della Grande Guerra, le esperienze di un giovane soldato erano perfettamente comparabili, nello smarrimento e nell’eroismo, ma anche nella scoperta di orrori indicibili e nella tragica consapevolezza di essere “carne da cannone”. Però nel libro di Crane c’era qualcosa in più, qualcosa di diverso, di intimamente legato ad un addebito specifico e inafferrabile, che non si nutriva esclusivamente di condivisibili istanze di rivendicazione sociale o di denuncia umanitaria.

Forse questo addebito aveva a che fare con la verità crudele che in The blue hotel (1898), questo perfetto congegno narrativo, viene affermata in chiusura dall’uomo dell’Est: “Anche il peccato viene da una specie di collaborazione tra le persone (p. 63)”. Ecco, probabilmente la morale è proprio questa: non c’è mai un solo carnefice, e spesso colui che si ritrova a rivestire il ruolo del colpevole è solo l’ultimo anello di una catena assai aggrovigliata, nella quale non basta essere stati meri spettatori per poter essere veramente assolti. È l’umanità ad essere dannata, e nella grande letteratura non c’è niente di più americano di questa terribile acquisizione.

Una recensione

Il testo in lingua originale

Una piccola scheda video su Stephen Crane

Condividi:
 

Su questo racconto si devono subito chiarire due cose: 1) conoscere Joseph Roth soltanto per La marcia di Radetzky, per La cripta dei cappuccini o per Giobbe è un delitto, perché sono senza dubbio le novelle, i pezzi più brevi e apparentemente più facili, a confermare l’Autore austriaco come un vero maestro; 2) l’occasione per apprezzare questa singolare bravura è sempre buona, nel senso che anche le estemporanee iniziative editoriali promosse dai quotidiani possono condurci a riscoperte meravigliose e, con ciò, a qualche prelibatase e, con ciò, a qualche gustosa “degustazione” letteraria. Infatti Il capostazione Fallmerayer (1933), già comparso nelle raccolte più eleganti di Adelphi e di Passigli, non perde certo il suo fascino nella leggerissima edizione stampata per Il Sole 24 Ore nella serie I libri della domenica (edizione nella quale viene accostato, come nelle precedenti occasioni, anche ad un altro capolavoro, il racconto intitolato Lo specchio cieco, del 1925). È un concentrato di perfezione e di equilibrio, ma anche di significati molteplici e nascosti.

In una prosa essenziale, ma soppesata con attenzione certosina, Roth ci descrive, al principio, la vita ordinaria e monotona di un capostazione austriaco, Adam Fallmerayer. Per lui si tratta di giornate sempre uguali, passate a compiere sempre le stesse azioni, in un’atmosfera senza accenti. Anche la moglie e le due figlie gli sembrano quasi toccate in sorte. La felicità di questa famiglia non è “quella dei ricchi”, non è quella del “Sud”, di quel luogo meraviglioso verso il quale si dirigono i treni velocissimi che in quella stazione non si fermano mai, di quei posti nei quali anche loro hanno la possibilità, ma solo per una breve vacanza premio, di soggiornare e di capire che, in verità, i “ricchi” portano il “Sud” in qualsiasi luogo si trovino. Poi, tutto d’un tratto, in questo clima malinconico irrompe l’evento, e qui comincia la seconda parte del racconto. Perché proprio uno di quei velocissimi treni, diretti al Sud, deraglia rovinosamente, poco distante dalla stazione di Fallmerayer. Questi si precipita, quasi timoroso, per offrire il suo aiuto, ma rimane bloccato ed incapace di reagire. Tuttavia, sempre all’improvviso, deraglia egli stesso: viene letteralmente colpito, tra le persone che viaggiavano sul treno e che sono state portate in salvo, da una donna, una contessa russa, che cerca di assistere e di cui finisce segretamente per innamorarsi. Dopo qualche giorno, passato lo shock dell’incidente, la donna riparte per raggiungere il marito, ma nella casa di Fallmerayer le sue tracce sono ormai indelebili e le cartoline di ringraziamento che giungono alla stazione non fanno che renderle ancor più visibili. Passa così del tempo, l’Impero austro-ungarico entra in guerra, è il primo conflitto mondiale e Fallmerayer viene destinato al fronte orientale, in Russia: il deragliamento interiore non può che prendere definitivamente la strada cui era destinato sin dal principio. Il capostazione coglie ogni opportunità disponibile per studiare il russo e per ritrovare la nobildonna Anja Waleska, con la quale fugge fino a Monte Carlo, in un susseguirsi di piccole e grandi vicende, descritte da Roth con il senso di un’estrema naturalezza, sino ad un epilogo parimenti inevitabile.

Al termine, preso dallo stupore per la sensazione di felice compiutezza che la novella mi ha lasciato, mi accorgo che le interpretazioni e le letture “colte” di questo ineguagliabile pezzo della narrativa mitteleuropea sono moltissime. Alcuni, stimolati dal nome del protagonista (Adam), vi scorgono un’allegoria di stampo biblico, quasi che il “deragliamento” di Fallmerayer corrisponda alla “caduta” del peccato originale. Altri, sulle suggestioni del ritrovamento di un’ulteriore ed inedita versione del racconto tra le carte di Marlene Dietrich, favoleggiano sul finale alternativo che in essa è contemplato e sul fatto che, forse, Roth, pur non rinunciando all’esito drammatico, avrebbe dissipato ogni dubbio sull’esistenza di sentimenti autentici. Altri ancora, poi, analizzano i minimi dettagli della novella, cercando di trarne conferme sull’interpretazione complessiva del pensiero socio-politico dello scrittore, ad esempio immaginando che lo studio della lingua russa da parte di Fallmerayer sia un gesto di simbolica affermazione dell’austro-slavismo di cui Roth si era fatto portavoce. D’altra parte, e sempre restando al filone socio-politico, si potrebbe anche pensare che, come in una sorta di fosca ma acuta premonizione, il mediocre capostazione di provincia altri non sia che la “figura” di una piccola borghesia ineluttabilmente travolta dagli sconvolgimenti del Secolo e dal sogno “impossibile” e “irrazionale” di trovare sorti nuove e “più grandi” di quelle realisticamente consegnatele dalla Storia. Non manca, tra l’altro, chi evidenzia il sottile e continuo gioco di rimandi tra l’opera di Roth e altre grandi opere della letteratura continentale, come se si potesse constatare, anche in questo piccolo gioiello, la ricorrenza di immagini e di stilemi di per sé significanti: Fallermayer si innamora di una nobildonna russa, così come il giovane Castorp, ne La montagna incantata di Thomas Mann, si invaghisce di madame Chauchat, consorte di un funzionario russo.

A mio giudizio, tuttavia, il fascino del racconto non risiede unicamente in questo suo singolare spessore, bensì in ciò che rende possibile una tale fecondità, e quindi nell’aura che l’Autore ha costruito con voluta sapienza. È come un’onnipresente enigmaticità, unita, però, ad un senso di scivolamento complessivo che, allo stesso modo, pervade ogni pagina. A ben vedere, quest’aura è quella di un disagio palpabile, che si avverte dall’inizio alla fine, quando si rivela assumendo i contorni definitivi di una sconfitta, dell’unica certezza effettivamente disponibile. Ebbene, la magia è tutta qui: comprendere che la grande letteratura ci arricchisce e ci sazia comunque, anche quando vuole decifrare il fato individuale e collettivo, e quindi anche quando può scuoterci e intimorirci.

Una suggestiva puntata di Pickwick (da Rai.tv), sulle orme di questo racconto, ma non solo…

Condividi:
 

Dopo averne parlato con alcuni amici e colleghi, mi ritrovo presto tra le mani questo celebre romanzo breve, costretto quasi dagli eventi, quindi, a confrontarmi nuovamente con il sarcasmo e con l’innato istinto del canovaccio e della scena di un autore che si pone tra Kafka e Beckett, e che quindi mi ha sempre disorientato. Ci provo, allora, perché difficilmente resisto a simili tentazioni, e in una serata ripercorro concentrato le pagine di La panne.

Rivedo, così, Alfredo Traps, di professione rappresentante, incappare nella “panne” della sua bella automobile e fermarsi in un paesino, dove è costretto a passare la notte, presso l’unico alloggio disponibile, la bella casa di un giudice in pensione. Era in cerca di “avventure” Traps, speranzoso di incontri fortuiti che quelle occasioni talvolta possono offrire, eppure la delusione è solo momentanea, perché gli altri strani commensali del giudice, suoi ex “compagni” di lavoro, lo coinvolgono, durante una cena tra le più sontuose, in un gioco tanto surreale quanto piacevole e affascinante. Viene inscenato, in questo modo, un “processo”, in cui Traps è l’imputato, e il cui esito, tra risate, motti, disincanti improvvisi e situazioni più o meno confuse, pare quasi inevitabile, essendo il risultato di un’irresistibile, naturale ed improvvisa conquista, per l’ignaro rappresentante, di un’autocoscienza assai gravosa e insopportabile.

Quando spengo la luce, prima di cercare il sonno, sono quattro i motivi che, alla fine, rendono utile la rilettura di un opera non scontata:

1. Dürrenmatt è Dürrenmatt: della serie, “qualunque occasione è buona”, sicché è meglio tenere l’edizione Feltrinelli di tutti i Racconti sempre sul comodino. E dopo La panne – nel mio caso letta proprio in quell’edizione economica e ri-letta ora nella più recente versione Einaudi – si può anche rileggere, per stare in tema, Giustizia, questa volta ri-edito da Adelphi, e poco tempo fa, invece, edito da MarcosYMarcos.

2. Le prime quattro pagine (che con il racconto c’entrano e no, allo stesso tempo, e che, come tali, non si ricordano mai con sufficiente attenzione): perché sono, per Dürrenmatt, l’Arma virumque cano, la protasi di un’intera produzione letteraria, la dichiarazione poetica che ci rammenta che questo eccentrico scrittore e drammaturgo svizzero è originale perché è inattuale, ed è inattuale perché è classico e perché cerca ostinatamente l’incrocio novecentesco tra l’epica, la tragedia e la satira. La storia ancora possibile, così, è un esercizio artistico di ricomposizione tra più forme e più sostanze, ma è anche la migliore denominazione di una parabola, di innegabile impegno morale, capace di rivelare, anche al tempo presente, le dimensioni farsesche e l’ipocrisia delle relazioni umane e delle regole che le governano.

3. La riduzione cinematografica di Ettore Scola (da lui stesso recentemente rievocata): nel senso che La più bella serata della mia vita (1972) è il film che può assicurare – assieme alla lettura de La panne, da cui è comunque tratto abbastanza liberamente – una delle più belle serate del periodo estivo, e peraltro senza il rischio di “fare la fine” del protagonista. Di più, può farci scoprire che la risata di Alberto Sordi, nelle parti del “povero” signor Traps (alias, nella pellicola, Alfredo Rossi), spiega tutto da sola, pur inserendosi in un finale parzialmente alternativo e pur “scoppiando” in un contesto diverso da quello immaginato da Dürrenmatt.

4. La sottile, elegante ed inquietante ambiguità: che è presente nella progressione narrativa e nella potente metafora, cosmica ed esistenziale, che “la panne”, testualmente, propone e addirittura insinua nella mente del lettore; ma che finisce, in particolare, per distendere le sue ombre sulla nostra realtà, sulle corrosioni che l’ambizione e il potere generano in una società perbenista e sulla nostra esperienza della giustizia, che pare poter “trionfare”, ma soltanto drammaticamente, come “incidente di percorso” e come risultato fatale di una rappresentazione esclusivamente grottesca.

Scheda su una fortunata riduzione teatrale (di Edoardo Erba, autore dell’adattamento)

Il Centre Dürrenmatt di Neuchâtel

Un’intervista a Dürrenmatt (del 1969)

Altri suggerimenti (specifici):

1. Il giudice e il suo boia

2. La morte della Pizia

3. La promessa: un requiem per il romanzo giallo

Condividi:
 

Per chi ha ancora sei giorni da “spendere” al lavoro, prima di guadagnare un po’ di respiro e di concedersi la meritata vacanza, questo gioiellino può proprio essere indispensabile, una bevanda capace di conferire resistenza e fiducia: un po’ come il mate che don Isidro, ex barbiere e detenuto, si accinge a preparare quando i suoi sventurati e pittoreschi “clienti” gli chiedono soccorso e lo interpellano direttamente nella cella n. 273 del penitenziario, affinché risolva gli intrighi che li tormentano.

Però occorre fare attenzione. Il terreno è quello dell’apocrifo e del farsesco, e la scrittura è difficile e proporzionata alla dimensione volutamente caricaturale dei personaggi. La lettura, poi, si rivela sempre densa e l’attenzione si scopre costantemente divisa tra la volontà di comprendere l’enigma e il desiderio di intendere le tante citazioni e i tanti riferimenti incrociati. Tutta l’ironia e tutto il “mestiere” di Borges-Casares – o, meglio, di Honorio Bustos Domecq, colui che è indicato come il vero / fantomatico autore di queste indimenticabili prove d’artista – si esprimono al meglio, quasi senza freni. È quanto mai necessario, dunque, “allacciarsi” robuste cinture di pazienza.

Ma, come si suol dire, “il gioco vale la candela”. Per l’eleganza e l’asciuttezza delle rapide spiegazioni con cui don Isidro scioglie matasse che paiono inestricabili. Per lo studiato contrasto tra la semplicità di quest’eroe (suo malgrado) sedentario e la volgarità e la superficialità delle macchiette che con lui interagiscono. Per la satira che in questo modo Domecq mette in scena nei confronti di alcuni tipi sociali, delle loro fortune e della vacuità di cui finiscono per farsi (in)degni rappresentanti. Per il rincorrersi dei personaggi, alcuni dei quali compaiono “in varia foggia” e in contesti e momenti diversi.

Piace pensare, poi, alla fine della lettura, di poter indossare, anche solo per un attimo, le “lenti” di don Isidro e di riuscire, così, a dominare la pochezza dei nostri affanni quotidiani con la stessa pacatezza e con pari senso pratico. Quale altro libro potrebbe promettere le soddisfazioni di una simile illusione?

Un’intervista a Borges (di Fausta Leoni)

Condividi:
 

… e diremmo anche “Storia di una passione personale ed autentica”, perché tutto il libro serve a giustificare, meravigliosamente, la confessione racchiusa nelle sue ultime righe: “Se potessi ricominciare oggi, sceglierei di nuovo la letteratura. Se le risposte esistono, in questo mondo o nell’universo, sono ancora convinta che le troveremo proprio là” (p. 302). Elif Batuman, posseduta “coi fiocchi”, ci racconta alcune delle sue esperienze letterarie preferite e ci ricorda quanto può essere intenso, oltre che indispensabile, il fuoco della curiosità intellettuale.

Ci sono, comunque, tre motivi specifici per leggere questo libro, a suo modo molto singolare. Il primo ha a che fare con gli aneddoti, le spigolature, le curiosità e le brillanti intuizioni su vita e opere di alcuni dei più grandi narratori dell’immensa tradizione russa tra Ottocento e Novecento. Da questo punto di vista i capitoli Babel’ in California e Chi ha ucciso Tolstoj? sono, semplicemente, squisiti. Del primo “gigante” la Batuman coglie perfettamente l’ostinazione nella vita: difficile trattenersi e non rileggere, ancora una volta, L’Armata a cavallo e i suoi strani e intensissimi racconti. Di Tolstoj, invece, e della mitica tenuta di Jasnaja Poljana, sentiamo persino il fiato, mai corto, sempre robusto e lussureggiante, sempre così irresistibilmente solido e catartico, e sempre così proteso alla ricerca di un equilibrio fecondo tra realtà e condizione ideale.

La seconda virtù del volume, invece, trascende la prospettiva della Wunderkammer bio-bibliografica (portata a vette difficilmente raggiungibili nel pezzo su Il Palazzo di ghiaccio) per manifestarsi sotto forma di profonda riflessione, un po’ meta-letteraria, un po’ intra-letteraria. Leggere o scrivere o interpretare storie, romanzi o novelle non è soltanto evasione. Da un lato, le parole nascondono misteri e allusioni profonde, e il loro uso si combina in meccanismi che vogliono essere immagine di situazioni e pensieri universali e totalizzanti: ragionarci sopra è come percorrere una parte di tutti e di noi stessi. Dall’altro, però, la comprensione di questa dimensione passa, sorprendentemente, anche attraverso ciò che le potrebbe apparire più estraneo, ossia il minuto, il dettaglio e l’interstizio; se possibile anche attraverso il respiro della stessa aria che ha inalato l’autore, l’analisi dei suoi luoghi, delle sue fonti di ispirazione, dei suoi difetti e della sua quotidianità, delle sue peripezie e dei suoi dolori.

Il terzo punto di forza consiste nella possibilità di saggiare che cosa può accadere ad un tipico profilo di giovane studioso “globale”, a contatto con le stranezze, le eccentricità, le avventure, le casualità e i paradossi del mondo accademico e degli imprevedibili percorsi della ricerca universitaria. Questa è costellata di incertezze e di irripetibili occasioni, di delusioni e di ineffabili speranze, grandi o piccole; ma è anche il modo per conoscersi meglio e per confrontarsi con tanti altri “posseduti”, per capire di volerli “avvicinare” e di volerli “evitare” allo stesso tempo, in un rapporto di “amore e odio” e di sensibilità sempre acuminate. In questa direzione, il resoconto, in tre parti, sull’Estate a Samarcanda è qualcosa di più di un’iniziazione metodologica o di un “romanzino” di formazione o di un viaggio nella memoria e nelle radici di una predisposizione irrefrenabile: è la somma delle tappe che un personaggio di un romanzo russo potrebbe ancora percorrere, per “uscire dal guscio” e ritrovarsi, finalmente e irrimediabilmente, convinti (non importa se vincitori o sconfitti) nella propria scelta di vita.

In conclusione, per questa giovane scrittrice di origine turca, non potrebbe esserci un omaggio migliore: anche per lei vale l’invito che Pietro Citati rivolge dalla quarta di copertina dell’edizione economica Adelphi de Il dono di Nabokov: «Dovunque siate, a casa o in ufficio, qualsiasi cosa stiate facendo… uscite subito e precipitatevi dal libraio. I posseduti è lì, e vi attende»!

Una recensione di Paolo Nori

Elif Batuman’s homepage

Condividi:
 

Mettiamo subito le mani avanti: Camilleri può piacere e può non piacere; personalmente, non l’ho mai annoverato tra i miei autori preferiti, a prescindere dalle fortune (meritate) della “saga” di Montalbano e della sua (altrettanto riuscita) trasposizione televisiva. Però occorre riconoscere che l’abilità tecnica e la scienza del racconto sono virtù che meritano sempre un doveroso omaggio; Camilleri, c’è poco da dire, ne è un vero esperto. L’ultimo saggio di queste naturali skills stilistiche e compositive è la rapida ricostruzione del “caso Persico”, che illumina ulteriormente il catalogo già brillante di Narrativa Skira.

In pochi tratti, Camilleri riesce, dapprima, a riportare alla luce i lineamenti essenziali dell’enigmatica e prematura morte di un noto intellettuale, rievocandone anche il pensiero, le amicizie, le colleganze e l’importanza nel mondo della pittura e dell’architettura a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Quindi, di fronte alle poche e contraddittorie informazioni sul decesso e sulle congetture che amici, testimoni, giornali e pubbliche autorità hanno fatto a suo tempo, lo scrittore siciliano prova ad inoltrarsi con decisione nell’intricato gioco di specchi che questi dati sembrano animare, ricomponendolo pezzo per pezzo, e dominandolo, anzi, in una storia che da “immaginata” e “inventata” si fa, pagina dopo pagina, affascinante, sorprendente e addirittura verosimile.

Il risultato finale dell’operazione si può apprezzare su due piani. Essa ci consegna, dopo tanto tempo, un testo da affiancare, sullo scaffale, all’indimenticabile classico di Sciascia, La scomparsa di Majorana (1975). Perché anche in quell’ipotesi si trattava di un “labirinto” di eventi, tesi, ricostruzioni, scenari e relazioni; e perché anche allora occorreva andarci “dentro”, fino in fondo, per trarre, dal relativo ricordo, uno stimolo e un impegno ad una tensione spirituale e morale autentica ed assoluta, che ambisce ad essere rinnovata e coltivata; e che, in fondo, è quella della “legge” interiore che “governa” e “lega” tutti coloro che vivono profonde affinità di spirito e di responsabilità culturale (il controverso e irrisolto rapporto tra Gobetti e Persico è, in questo senso, davvero esemplare: sia pur in modo diverso, anche Persico non vuole lasciarsi catturare nella “coltre” del regime fascista). La seconda virtù di questo pezzo, apparentemente “facile”, di Camilleri risiede tutta nel suo soggetto: Edoardo Persico (v., a lato, un ritratto del 1928, dipinto da Carlo Levi), di cui Skira ha riproposto anche quattro tra i suoi più significativi contributi nel volume Profezia dell’architettura (2012; il più importante dà il titolo alla raccolta).

Ciò che ancora colpisce, di Persico, suscitando un’inevitabile ammirazione, è la poliedrica instancabilità, la voglia di stare nel dibattito del momento, di esprimersi e di confrontarsi in ogni modo con i protagonisti di un determinato momento storico, di tentare simultaneamente imprese forse dichiaratamente impossibili (scrivere romanzi, fondare case editrici, allestire mostre ed esposizioni, “guidare” gruppi di artisti, ispirare redazioni di riviste, collaborare con studi professionali…) e di lasciare comunque impressioni e ricordi indimenticabili in tutti coloro che l’hanno conosciuto. E stupisce, poi, anche la vera passione intellettuale, che, pur essendo attraversata da un cattolicesimo talvolta fervente, integralista e quasi messianico, sente la naturale necessità di aprirsi al contesto europeo e di dialogare con laici e liberali di ogni estrazione.

È sempre tempo di riscoprire figure così appassionate, visionarie, propositive e “ricche”, al punto da sembrare talvolta contraddittorie. Forse perché c’è sempre bisogno di animatori e riferimenti colti e vivaci, capaci di coinvolgere e di proiettare abilità tecniche ed artistiche, ma anche progetti ed aspirazioni, verso la realizzazione pratica di un’idea; forse perché oggi, effettivamente, di questi personaggi non si vedono le tracce, allo stesso modo di come si è persa la direzione di un sano rapporto tra utopia e realtà. La storia di Persico, in verità, ci rammenta anche che la forza del pensiero cosciente è destinata spesso alla persecuzione e alla sconfitta, e che, in ogni caso, la sua affermazione è sempre frutto di crisi intense e di dilemmi, che rendono ambigui o indecifrabili certi comportamenti; eppure, specialmente in contingenze difficili, non possiamo non lasciarci coinvolgere dal carattere irresistibile dell’intelligenza allo stato puro.

Camilleri parla del suo libro

Edoardo Persico nel ricordo di Alfonso Gatto

Condividi:
 

Il testo in lingua originale

Una traduzione italiana

È un vero classico della letteratura spagnola, che ho scoperto, ahimè, solo da poche settimane, grazie ai suggerimenti di un collega e amico di Madrid. Prima di questo momento, infatti, l’approccio a Miguel de Unamuno (1864-1936) non era stato dei migliori: Nebbia (1914) è un romanzo certamente importante, ma la sua natura sperimentale si fa sentire anche ai giorni nostri e non rappresenta un facile viatico; e poi occorre fare i conti con la fama disorientante che il rettore di Salamanca ha sempre avuto in Italia, strattonato tra opinionisti di ogni colore come occasionale nume tutelare. Ma, come sempre, bisogna fidarsi della sola lettura, quasi fosse un’intrinseca regola di disciplina, perseverandovi e lasciando che sia l’autore ad esprimersi, avendo se del caso la pazienza di attenderne i pezzi migliori. San Manuel Bueno, mártir (1930) appartiene effettivamente a quest’ultima categoria e, come si diceva, si è fatto giustamente attendere.

La storia è semplicissima. Ángela Carballino, devota parrocchiana del paesino di Valverde de Lucerna, rivela alcuni segreti sulla vita di San Manuel Bueno, futuro beato e già parroco di quell’amena località. Amato e rispettato da tutti, don Manuel, che tanto si adoperava per la sua comunità, con vero impegno e con autentico entusiasmo, nascondeva qualcosa di terribile e di indicibile. La giovane Ángela, anima pia e osservante, e suo fratello Lazaro, vero spirito laico e progressista, sono entrati in grande confidenza con il sacerdote e sono riusciti a capirne le ragioni dell’intimo tormento. Don Manuel vive uno stato di costante angoscia, è attanagliato dalla paura di non credere, dalla tentazione del suicidio e dalla volontà, determinatissima, di evitare ai suoi fedeli le dure prove che sono imposte dalla coscienza della tragicità della vita: l’unico antidoto è darsi integralmente agli altri, affinché possano attingere alla consolazione della vita e alla contentezza che la vita e le sue piccole cose possono dare. La sua missione è incrollabile, e riesce a trasmetterla anche a Lazaro, che continua, da laico, quello stesso ministero, fino alla morte.

Sarebbe troppo facile spiegare questa novella discettando di spiritualismo o ricordando il modo con cui lo stesso Unamuno amava definirsi: “un Pascal spagnolo”. Né sarebbe utile assorbire il significato della vicenda narrata all’interno del dibattito sul modernismo o qualificarlo, eventualmente, come formula letteraria della nota affermazione paolina sull’insufficienza della sola fede e sul primato della carità (Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!”: S. Paolo, Prima lettera ai Corinzi, 13, 13). Troppo torto, credo, si farebbe al filosofo iberico; la cui intenzione, viceversa, pare tutta protesa a creare – e a mantenere, come in uno stato di permanente tensione – un sentimento di disarmante ambiguità e a suggerirne, paradossalmente (kierkegaardianamente), un ruolo positivo.

Forse il testamento che questa storia ci lascia anche oggi è che il rifiuto del laicismo progressista – che pure don Manuel compie risolutamente – non comporta una diversione dello sguardo e che la religione non si nutre esclusivamente di disegni complessi e di rivelazioni insondabili: anche per chi è credente, infatti, occorre sempre tenere gli occhi ben fissi sulla realtà, perché è questa, tutta terrena e tutta umana, a definirne ogni possibile esperienza.

Profilo di Miguel de Unamuno

Unamuno fra laicismo e secolarizzazione (un articolo di Carmine Luigi Ferraro)

 

Condividi:
© 2026 fulviocortese.it Suffusion theme by Sayontan Sinha