Il vecchio Alfonso (“il Fonsèla”) sostiene di essere stato malmenato da ignoti, mentre stava rientrando a casa, a tarda notte, dopo una serata passata all’osteria. Il solerte brigadiere Cecchetto avvia le indagini alle prime luci dell’alba di una fredda mattina d’inverno, ma si accorge presto che gli abitanti della piccola frazione montana di Obra (“i jobreri”) sembrano essere già al corrente dell’accaduto, come se si trattasse di un fatto quasi scontato. Cecchetto, all’inizio, vuole andare a fondo, parla con i paesani e cerca di capirci qualcosa di più. Tuttavia, ben presto, complice il rigore di una incessante bufera di neve e le distrazioni delle grappe, dei caffè e dei bicchieri di vino che gli vengono offerti dalla schietta umanità locale, il brigadiere è costretto a restare barricato nella sua piccola caserma, che condivide con il giovane appuntato Masetti. Strani pensieri e strane sensazioni cominciano ad affacciarsi nella mente del Cecchetto, che talvolta vede piccole luci nell’oscurità e comincia a pensare che le storie sui lupi, raccontategli dal signor Broz, siano più di una fantasia popolare. Il tentativo di sentire nuovamente il vecchio Alfonso non va a buon fine: la neve è altissima e i due militi quasi rischiano di perdersi nel biancore gelato di una terribile tempesta notturna. Sicché, dopo aver trovato rifugio in chiesa, si torna in caserma, barricati e protetti da una nevicata che sembra non finire mai. Ad un certo punto, però, Masetti scompare e Cecchetto, rimasto solo, si immerge nel sonno e nelle inquietanti riflessioni suscitate dalla lettura di alcuni piccoli e vecchi libri…
In un tempo volutamente indefinito – forse è quello che, al di là delle vette di Folgaria, molti nonni ricorderebbero con un’espressione tanto approssimativa quanto perfetta: sti ani – Mario Martinelli colloca la sua fiaba, che, come tutti i racconti che emergono dalle tradizioni popolari, se da un lato ha una cornice spaziale del tutto reale (quella delle contrade in cui si articola Obra di Vallarsa, luogo di residenza dell’Autore stesso), dall’altro attinge al clima tipico delle vecchie leggende di montagna (e ai suoi più classici protagonisti, i lupi). Anche il finale rispetta il copione delle favole narrate sul bordo di coperte ben rimboccate: passi, rumori e scricchiolii, che lasciano ai timori del primo sonno e ai sogni più profondi un epilogo sempre nuovo e mai del tutto rassicurante. L’esperimento, tutto sommato, pare riuscito, soprattutto perché i significati di queste storie sono sempre reconditi e hanno a che fare, di solito, con le forme più ancestrali del rapporto tra gli uomini e la natura. Ed infatti Martinelli, che appartiene ad un singolare cenacolo di scrittori di quota, ha il merito di farci riflettere ancora su questa relazione, riuscendo, altresì, con un linguaggio semplice ma suggestivo, a sovrapporre un ricco patrimonio di credenze stratificate nei secoli a memorie di vite e di eventi molto più recenti, eppure capaci di segnare in modo indelebile il territorio e il suo equilibrio. Lo strano inverno del brigadiere invoglia a rileggere Il segreto del bosco vecchio di Dino Buzzati e Morfologia della fiaba di Vladimir Propp: non è un risultato da sottovalutare.







dell’operazione si può apprezzare su due piani. Essa ci consegna, dopo tanto tempo, un testo da affiancare, sullo scaffale, all’indimenticabile classico di Sciascia, La scomparsa di Majorana (1975). Perché anche in quell’ipotesi si trattava di un “labirinto” di eventi, tesi, ricostruzioni, scenari e relazioni; e perché anche allora occorreva andarci “dentro”, fino in fondo, per trarre, dal relativo ricordo, uno stimolo e un impegno ad una tensione spirituale e morale autentica ed assoluta, che ambisce ad essere rinnovata e coltivata; e che, in fondo, è quella della “legge” interiore che “governa” e “lega” tutti coloro che vivono profonde affinità di spirito e di responsabilità culturale (il controverso e irrisolto rapporto tra Gobetti e Persico è, in questo senso, davvero esemplare: sia pur in modo diverso, anche Persico non vuole lasciarsi catturare nella “coltre” del regime fascista). La seconda virtù di questo pezzo, apparentemente “facile”, di Camilleri risiede tutta nel suo soggetto: Edoardo Persico (v., a lato, un ritratto del 1928, dipinto da Carlo Levi), di cui Skira ha riproposto anche quattro tra i suoi più significativi contributi nel volume
È un vero classico della letteratura spagnola, che ho scoperto, ahimè, solo da poche settimane, grazie ai suggerimenti di un collega e amico di Madrid. Prima di questo momento, infatti, l’approccio a Miguel de Unamuno (1864-1936) non era stato dei migliori: Nebbia (1914) è un romanzo certamente importante, ma la sua natura sperimentale si fa sentire anche ai giorni nostri e non rappresenta un facile viatico; e poi occorre fare i conti con la fama disorientante che il rettore di Salamanca ha sempre avuto in Italia, strattonato tra opinionisti di ogni colore come occasionale nume tutelare. Ma, come sempre, bisogna fidarsi della sola lettura, quasi fosse un’intrinseca regola di disciplina, perseverandovi e lasciando che sia l’autore ad esprimersi, avendo se del caso la pazienza di attenderne i pezzi migliori. San Manuel Bueno, mártir (1930) appartiene effettivamente a quest’ultima categoria e, come si diceva, si è fatto giustamente attendere.